La difficoltà di riflettere intorno al concetto di Bello

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“La bellezza salverà il mondo” esclama il principe nell’Idiota di Dostoevskij.
Interrogandosi a partire dalla provocazione dello scrittore russo circa la possibilità di recuperare la centralità del valore salvifico della Bellezza nella società contemporanea.
Senza illudersi di fornire una definizione chiara e univoca della Bellezza, si offre inizialmente una panoramica storica delle idee, dei problemi e delle teorie riguardo il Bello, da sempre un valore che interroga l’uomo. Entrando in contatto con il paradigma della Bellezza in tutte le sue sfaccettature, senza risparmiarsi contraddizioni e paradossi, ci si accorge che il traguardo raggiunto è la necessità di considerare la Bellezza un valore universale e poliedrico, che travalica i confini dell’arte, in quanto essa è principio ultimo del nostro orientamento nel mondo, senza il quale non possiamo interpretare e conoscere la realtà. Oggi non è facile riflettere sul bello. Viviamo all’interno di una società che ha smarrito ogni punto di riferimento, segnata profondamente dalle ideologie e dal relativismo: nell’epoca dell’individualismo e del narcisismo, che esasperano il concetto dell’io finendo per perdere di vista l’unicità della persona, la cultura moderna tende ad esaltare il successo e l’efficienza come i soli scopi dell’essere umano; in questo contesto funzionalistico, il soggetto è privato della sua libertà e la ricerca del bene, del vero e del buono è sempre meno d’orientamento per l’uomo.
All’interno di questo quadro complesso e a tratti sfiduciante, occorre affermare con certezza che non solo è lecito e utile continuare a parlare di bellezza oggi, ma è necessario e doveroso per combattere tutti i rischi che l’uomo si trova ad affrontare. Bellezza e Verità sono intimamente connesse al punto che la prima si propone come via che può portare alla seconda. 

Il senso estetico, infatti, è qualcosa di connaturale all’uomo, forma parte di quel seme di divinità con cui lo ha plasmato il Creatore, a sua immagine e secondo la sua somiglianza il Creato eleva l’uomo verso un livello più spirituale; tenere cura dell’estetica e dell’armonia sintonizza la sensibilità della natura umana con un livello superiore a quello degli istinti e delle emozioni, il che le consente di cogliere e di percepire le sottigliezze dello spirito. La bellezza dorme nascosta in quell’ambito recondito dell’essere umano ove si conservano le sue capacità e le sue disposizioni morali. Bellezza, bene e verità sono fasce di un’unica moneta, gli attributi del Creatore rispecchiati nelle sue creature; essi sono talmente legati e interconnessi che la crescita di uno porta all’aumento degli altri. I sensi sono in se stessi buoni perché ci permettono di conoscere e percepire questa bellezza. «La bellezza sta nelle cose», nel frammento si trova l’unità. Con la ragione interroga il Creatore, il senso della bellezza che percepisce e può arrivare a conoscerlo. In rapporto al male, l’uomo è anche capace di cogliere la bellezza nel male o nelle situazioni gravose; La persona è capace di cogliere il bello come elemento «umanizzante», che ci aiuta a crescere interiormente e a diventare persone. Quando il fenomeno estetico ci tocca a livello di pathos, di emozione, quella sensazione diventa poi, mediante le categorie intellettuali, oggetto di ragionevolezza e di consapevolezza che porta a cercare il senso da qui il suo legame con la verità. In questa ascesi e ordinamento dei sentimenti secondo ragione, la bellezza gioca un ruolo decisivo per nobilitare il carattere, questo strumento è l’arte bella. L’arte come la scienza gode di una inviolabilità assoluta dell’arbitrio degli uomini al mondo sul quale l’uomo agisce e  imprime la direzione verso il bene e il quieto ritmo del tempo porterà lo sviluppo del senso estetico.

La Bellezza non è mai stata, nel corso dei secoli, un valore assoluto e atemporale: sia la Bellezza fisica, che la Bellezza divina hanno assunto forme diverse: è stata armonica o dionisiaca, si è associata alla mostruosità nel Medioevo e all’armonia delle sfere celesti nel Rinascimento; ha assunto le forme del “non so che” nel periodo romantico per poi farsi artificio, scherzo, citazione in tutto il Novecento. 

Portare il bello e il vero in educazione non significa insegnare ciò che è bello e ciò che è vero, ma fornire strumenti per la costruzione di esempi e repertori di verità e bellezza, scoprendo come spesso le due idee convivano o addirittura coincidano. Significa allenare e valorizzare la curiosità per la conoscenza e la sensibilità emozionale. Tutto intorno a noi è bellezza, non bellezza intesa attraverso il filtro dei canoni estetici di un’epoca o dell’altra, ma bellezza come sorpresa, stupore di fronte all’armonia e alla piacevolezza di qualcosa che percepiamo attraverso i sensi.  

La promessa della Bellezza, costituisce uno dei più significativi e originali contributi al dibattito dell’estetica evoluzionistica, nonché uno straordinario ripensamento di una delle categorie fondamentali della riflessione estetica occidentale. Se quella inscritta nella bellezza è, secondo il motto di Stendhal, una promessa di felicità, Menninghaus ripercorre la storia e le antinomie di questa promessa a partire dalla sua declinazione nel mito del bell’Adone e del suo sfortunato destino, che offre quasi la prefigurazione complessiva del senso, degli esiti e dell’attualità della promessa della bellezza, sino ai culti contemporanei della forma fisica e della performance. Principale nucleo concettuale del volume è la storia naturale del bello, ovvero la teorizzazione del significato evoluzionistico dell’apprezzamento estetico, che Menninghaus illumina offrendo una lettura magistrale del contributo di Darwin all’estetica frutto della più convincente e rigorosa messa a punto teorica dei concetti darwiniani di scelta, selezione e apprezzamento sessuale, nella prospettiva offerta da Menninghaus la possibilità dell’apprezzamento estetico appare per un verso chiamare in causa un sentimento di promozione e arricchimento della vita, per l’altro risulta inscriversi nel processo di ridefinizione dell’immagine dell’uomo e del sistema dei saperi che ha luogo nella modernità. Un modo  dunque per ripensare l’antropologia tradizionale in un reticolo di saperi medici, biologici, psicologici, sociologici, letterari, fra i quali l’argomentazione si muove in modo brillante e persuasivo, proponendo il confronto con alcuni decisivi passaggi della riflessione di Freud sugli effetti del bello e sviluppandosi nella affermazione di alcuni momenti fondativi della tradizione dell’estetica filosofica e nell’esame dei risultati della ricerca empirica fra psicologia ed evoluzionismo. E’ da sottolineare la duplicità e persino la drammatica antinomia degli effetti della bellezza   metodologicamente impeccabile e tanto ricca nell’analisi storica quanto stimolante nella lettura del presente quindi mettere in evidenza un particolare modo di concepire l’arte e la bellezza. Una concezione che non si limita solamente al puro giudizio estetico, ma che cerca di spingersi oltre, ricercando il vero significato del termine “bello” all’interno dei sentimenti e delle sensazioni che un’opera d’arte, una poesia, una formula matematica possono trasmetterci. E anche se fosse, se davvero il bello è ciò che piace soggettivamente, perché in determinate epoche storiche o in determinate culture piacciono alcune cose che non piacciono più in altri contesti o in altri periodi? Certo, è sempre dal gusto personale che giudichiamo la bellezza e non sempre ci ritroviamo ad apprezzare quello che i nostri avi consideravano come sinonimo di bellezza. Le modelle tondeggianti dei quadri rinascimentali difficilmente rappresentano la bellezza femminile così come ci viene proposta oggi dalle sfilate di moda, dalle pubblicità o dalle pellicole cinematografiche. Ma allora è questa la bellezza? La bellezza è moda, non è bello ciò che è bello e ma è bello ciò che è di moda. Ma che cos’è la moda in fondo se non un’accettazione culturale condivisa e provvisoria dell’estetica del momento cioè quell’equilibrio d’armonia e forma che rimane immutabile a dispetto di ogni stravaganza proposta da stilisti e fotografi, però la verità è che non può esistere una scienza del bello partendo da questi presupposti, un tramonto, un fiore in un prato primaverile, un paesaggio di montagna… difficilmente possiamo negare la loro bellezza e l’emozione che da sempre provocano nell’animo umano, ma se proviamo a spiegare oggettivamente perché tali cose sono belle difficilmente vi riusciamo e tutto rimane racchiuso in una sfera troppo personale e intima per essere tradotta in concetti oggettivi e univoci. Una scienza del bello i questi termini non esiste e non è mai esistita e forse è anche riduttivo e banale provare a crearne una. Nell’arte classica dell’antica Grecia uno dei metri di giudizio più importanti era la corrispondenza tra la forma che prendeva l’opera d’arte e la natura stessa. Una statua umana ad esempio era tanto più bella quanto riusciva a riprodurre per imitazione il corpo umano nella natura. L’estetica si riduceva così a una misurazione attenta e anatomica delle parti del corpo, alla ricerca di un’armonia delle forme che voleva essere appunto, imitazione di una perfezione umana idealizzata e forse non reale. Il principio dell’imitazione della natura si è anche dimostrato quindi limitativo escludendo arbitrariamente tutta una serie di opere d’arte capaci di darci emozione ma che si allontanano dai canoni stessi presenti in natura e che anzi a volte ribaltano il concetto stesso di bellezza introducendo quello che Croce definiva: “il bello dell’orrido”.

“Se la bellezza può manifestarsi dappertutto con una libertà che sconcerta, allora vuol dire che la sua luce può vincere anche le tenebre più oscure.”

Il principio dell’estetica basata sull’imitazione della natura entra definitivamente in crisi con l’avvento della macchina fotografica: Qui bastava premere un pulsante e qualsiasi paesaggio o figura umana si ritrovavano impressi su pellicola così come erano in natura facendo sparire la figura stessa di artista come creatore originale della sua opera. La pittura, la scultura e la stessa fotografia dovevano perciò trovare altri parametri per proporsi come opere d’arte che non fossero soltanto banali imitazioni della realtà ma un quadro astratto può essere di gran lunga più bello artisticamente della fotografia digitale similmente perfetta di un depliant turistico. La bellezza è quello che riesce a trasmetterci emozioni, a farci quindi emozionare o, ancora meglio, a comunicarci le emozioni e gli stati d’animo di un artista. In questa prospettiva, liberi da ogni criterio imitativo della realtà, l’arte diviene sublimazione della realtà stessa, un qualcosa che la trascende e la supera, un qualcosa non separabile dall’artista che la riproduce. Il David di Donatello, un quadro di Picasso, ci offrono emozione proprio perché sono belli di una bellezza che trascende la pura e semplice rappresentazione dell’universo più intimo e profondo dell’artista. Eccola la vera bellezza, quella bellezza capace di resistere alle mode, quella bellezza non misurabile con il centimetro, la bellezza di una forma che, forse incomprensibile immediatamente, ci racconta dell’uomo che l’ha creata e rimane immortale e duratura.

L’esteta, uomo e letterato, è una figura complessa e molto intrigante. E’ colui che assume come principio regolatore della sua vita non i valori morali, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ma solo il bello, ed esclusivamente in base ad esso agisce e giudica la realtà. Da qui deriva il desiderio di distruggere e allontanare tutto quanto stia al di fuori dell’arte, e tutti gli oggetti che possano definirsi utili e funzionali. L’esteta dirà dunque che l’arte è arte perché inutile, e che nulla di utile può essere bello, trasformando la bellezza nella nemica dell’utilità. Non dirà che l’arte è libera da costrizioni morali e che non può essere giudicata, ma dirà che l’arte è un grido levato contro la morale, riprendendo così la concezione moralistica e inutile dell’arte secondo Oscar Wilde, racchiusa nella seguente citazione: “Ogni arte è insieme superficie e simbolo. Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio. L’arte rispecchia lo spettatore, non la vita. La diversità di opinioni intorno a un’opera d’arte dimostra che l’opera è nuova, complessa e vitale. Possiamo perdonare a un uomo di aver fatto una cosa utile se non l’ammira. L’unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l’arte è completamente inutile.”

 Superlativo brillante, sublime deve essere l’esteta, che anela a raggiungere e a identificarsi con il bello.  L’artista è convinto che il senso della vita non sia   racchiuso nella realtà, ma nell’immaginazione di essa. La visione e il sogno sono più belli di qualsiasi realtà mediocre, essendo la bellezza un’immagine che ci colpisce e che ci trasmette emozioni. Il vizio, accostato al senso dell’orrido e del ripugnante, diviene indispensabile per definire il concetto di bellezza. Amare la vita significa renderla unica, perfetta, sovrumana, fino all’esasperazione del piacere. 

Con l’estetismo D’Annunzio cerca di innalzare la sua istintiva sensualità nell’amore, nel piacere, nel bello. Dunque l’arte si basa soprattutto sulla sua sensualità che si ha quando il poeta sente con gioia e voluttà i profumi, i colori, i suoni e con la sua immaginazione rendeva tutto più bello, per questo D’Annunzio non seguì nessuna regola d’arte. Egli sostituì il senso estetico al senso morale e visse intensamente al di fuori di ogni regola del comune comportamento civile.

 Il ruolo dell’estetica al giorno d’oggi Gli studi e le interpretazioni letterarie e filosofiche del passato riguardo il concetto di estetismo, hanno lasciato una traccia molto profonda nel mondo odierno, ed è possibile accorgersene ed evidenziarlo soltanto guardandoci intorno. Quanto può influenzare oggi l’aspetto di una persona? Quale ruolo può avere la bellezza nel mondo dello spettacolo, del lavoro o della scuola? Quanto conta l’apparire? Ricerche e indagini psicologiche e scientifiche mostrano come le persone di aspetto gradevole siano molto più avvantaggiate di quelle meno attraenti, in tutti i campi. Sembra impossibile che in un mondo “evoluto” e progredito come il nostro, possano esistere dei criteri basati sulla superficialità, invece che sull’essere e non apparire. Eppure mai come ora questo aspetto è reso importante.  Da sempre esistono detti come “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” oppure “la bellezza sta negli occhi di chi guarda”. Al  contrario invece, è stato provato attraverso degli studi psicologici, che la bellezza ha delle leggi tutt’altro che soggettive: la statura, la conformazione dei denti, la grandezza della pupilla, il colore dell’iride, la presenza di occhiali, l’assenza o presenza di barba, la lunghezza e il colore dei capelli, la grandezza e rotondità di occhi e labbra, le proporzioni del volto, la colorazione della pelle, la forma e grandezza del naso, il peso, la conformazione muscolare, il rapporto tra larghezza dei fianchi e della vita, la conformazione delle gambe, la presenza di difetti dermatologici come ne, lentiggini, per citare solo alcuni esempi che la ricerca ha dimostrato contribuire significativamente alla valutazione dell’attrattività estetica di un individuo. Conseguenze della bellezza, non bellezza nella quotidianità. Per rendersi conto dell’importanza nella vita di tutti i giorni, basti pensare al caso negativo infatti, se  mettiamo a confronto una persona bella con una meno attraente, a parità di contenuto comunicativo, le persone belle sono più persuasive di quelle esteticamente meno affascinanti. Inoltre, trovano più facilmente lavoro e tendono ad avere impieghi più prestigiosi. Sul piano giudiziario, le persone gradevoli tendono a essere giudicate meno colpevoli rispetto a persone non attraenti e il loro comportamento, anche se sbagliato, viene giustificato da “cause esterne”, anziché associarlo alla volontà colpevole dell’individuo. Bellezza nel lavoro L’attrattività di una persona gioca un ruolo importante anche nell’assunzione per un posto di lavoro. Infatti, le persone belle tendono a raggiungere postazioni di lavoro più prestigiose e con più successo, dovuto all’autostima.

Da quanto detto si evince il fondamentale ruolo che la bellezza ha assunto fin dai tempi dell’antichità, e che tutt’oggi continua ad avere.  Bello è ciò che riesce a trasmetterci sensazioni, ciò che riesce a coinvolgerci, a stupirci e talvolta anche ci spaventa. Tale concezione può trovare interpretazione nel sublime, così grande ed elevato, esso è in grado di trasmetterci fortissime emozioni che spaziano dall’incanto al vero e proprio terrore. La potenza di tali sentimenti, racchiusa nella bellezza e nella sua massima sublimazione la bellezza appare quasi come un paradiso, in quanto sinonimo di grazia, armonia ma l’eccessiva importanza che ad essa viene attribuita, la porta però a trasformarsi in un qualcosa di artificiale, finto, soltanto apparente. Dando troppa importanza all’estetica, si rischia che vengano dimenticati i veri valori in grado di rendere davvero bella una persona, in altre parole i valori che hanno origine dall’interiorità. il termine “bellezza” rappresenta un fascino particolare, ma nel momento in cui si cerca di trovare una definizione si è aperto un mondo di significati grandissimo. Oh è proprio una bella parola!… È adatta a tutto. In origine forse però era usata solo per esprimere eleganza, proprietà, delicatezza, raffinatezza… Le persone erano belle per gli abiti che indossavano, per i sentimenti che provavano, per le loro scelte, ma ora con questa unica parola si esprime ogni tipo di giudizio con qualsivoglia soggetto’’. Bellezza soggettiva: è legata al soggetto che percepisce attraverso i suoi sensi il mondo che lo circonda e questa percezione dipende dalle caratteristiche del soggetto, dal suo giudizio, spesso legato allo stato psicologico ed emotivo del momento in cui giudica, perciò puo essere diverso da persona a persona e anche nella stessa persona in fasi diverse della sua vita. Bellezza oggettiva: in questo caso il giudizio di bellezza è legato a dei canoni prestabiliti di equilibrio, proporzione, armonia. Bellezza apollinea è intesa come armonia serena, ordine e misura. Dionisiaco: sul frontone opposto dello stesso tempio di Apollo era raffigurato Dionisio, Dio del caos, dell’infrazione di ogni regola, esprime la possibilità dell’irruzione del Caos nella bella armonia. Bellezza dionisiaca è una bellezza conturbante, gioiosa, pericolosa, contrapposta alla ragione e spesso raffigurata come follia, Agostino dirà che Dio ha disposto ogni cosa secondo ordine e misura. La bellezza comincia ad apparire nel mondo quando la materia creata si differenzia e prende figura e colore.

Kant pone alla base dell’esperienza estetica il piacere che questa produce nel soggetto. Afferma infatti che bello è ciò che piace senza che l’origine del giudizio derivi da un concetto razionale o da una regola prestabilita.

Nella seconda metà del Novecento, l’ideale di bellezza si declina in modelli e canoni infiniti. Facendo riferimento in particolare alla bellezza femminile ‘’paradossalmente è negli anni Ottanta, gli anni della diversificazione dei cosmetici, dei colori e delle composizioni chimiche, che i volti finiscono per uniformarsi. Volti preconfezionati, da comporre come dei puzzle firmati dai grandi stilisti, colori da combinare a seconda dell’effetto desiderato. Molteplici sono i significati che stanno dietro a questo termine. Nella società attuale c’è una grande enfasi sulla ricerca della bellezza esteriore: però dedicarsi solo alla cura della bellezza esteriore può diventare una pratica vuota se non è accompagnata da una altrettanto attenta cura della propria interiorità. La bellezza esteriore può essere espressione di una bellezza interiore, ma può anche nascondere una persona orribile e corrotta come ad esempio Dorian Gray di Oscar Wilde che aveva venduto l’anima in cambio della giovinezza e bellezza. Credo che l’arte sia importante per arricchire l’interiorità come afferma Todorov “L’ulteriore vantaggio dell’arte intesa in senso ampio, con racconti, immagini, ritmi, è che si rivolge a ogni essere umano e con discrezione invita ciascuno ad aprirsi alla bellezza del mondo”.

Maria Ragionieri

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