La crescita culturale di un Paese passa anche attraverso la tutela del suo patrimonio architettonico

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La moderna concezione di realtà produttiva riconosce alla manutenzione un ruolo sempre più cruciale. La manutenzione è attualmente vista come un servizio volto a preservare costantemente inalterata l’efficienza di macchinari e impianti, senza per questo trascurare allo stesso tempo le esigenze della qualità, dell’efficienza energetica e della sicurezza.

La necessità di nuovi scenari in ambito dei beni culturali è suggerita dalla consapevolezza che la manutenzione non deve essere considerata come attività di routine ma si sostanzia come attività di contenuto culturale e comporta osservazione, valutazione, registrazione, competenze specialistiche, e che la conservazione programmata le cui azioni sono il controllo, la prevenzione, la manutenzione si traduce “in quella cura di coevoluzione che meglio si attaglia alla vitalità del costruito storico, luogo dell’abitare e del divenire, dove quindi il conservare non può esaurirsi nella lotta contro il mutamento.  La parola manutenzione sembra avere, nel campo dell’architettura e dei Beni culturali, un connotato di limitata incisività, quasi innocuità”.  In realtà, in relazione alla manutenzione sul costruito, sull’edilizia storica e sui monumenti, le attività di manutenzione, invocate già da alcuni esponenti del dibattito sul restauro a fine Ottocento, nonché da diverse Carte internazionali sul restauro , sono da sempre state considerate la prevalente modalità di intervento sulla città esistente: “attuate per interventi capillari, costanti e diffusi, hanno consentito che gli edifici storici ed i monumenti giungessero sino a noi e che noi potessimo oggi riattualizzarne la funzione anche come oggetti di cultura e d’uso”. Soltanto da pochi decenni, la proposta di considerare la manutenzione come strategia alternativa al restauro è stata accolta, studiata e inserita nella legislazione, sebbene fosse una prassi necessaria, abitudinaria, già largamente diffusa, conosciuta ma non regolamentata ossia l’inversione di tendenza che ha messo in luce un percorso alternativo alla storica pratica del restauro: la conservazione programmata. Dall’approfondimento e dallo studio del processo conservativo, sono state messe a fuoco le sue attività fondanti: la prevenzione e la manutenzione (art. 29 del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, D. Lgs. 42/04). Tuttavia non possono essere celate le ambiguità di significato che ha assunto e assume il termine di manutenzione in relazione agli ambiti normativi e operativi di riferimento che prefigurano approcci teorici e metodologici molto differenti: la manutenzione sui beni culturali risulta ben diversa da quella edilizia a livello di obiettivi, principi, strategie decisionali, procedure progettuali e attività operative. Il tema della manutenzione è connaturato alla disciplina architettonica: numerosi trattati oltre a registrare le regole del buon costruire, dispensavano consigli sull’impiego corretto dei materiali e sulle modalità di cura al fine di assicurare una maggiore durevolezza dei manufatti. Tale prassi nel passato costituiva un’attività costante: già alla fine del IV secolo gli imperatori Valentiniano, Valente, Graziano, Arcadio e Onorio assicuravano esenzioni o rimborsi sino a un terzo delle tasse a quelle città che sviluppavano attività di manutenzione sugli edifici pubblici e, in particolare, su fortificazioni e terme; Dal dibattito sulla nascente disciplina del restauro dei monumenti antichi sono scaturite riflessioni sulle urgenze della manutenzione. Già dalla metà dell’Ottocento, John Ruskin sosteneva la preminenza delle attività di manutenzione minuta e costante, rispetto alle più distruttive attività di restauro. E’ ben noto l’accorato richiamo: “Prendetevi cura solerte dei vostri monumenti e non avrete alcun bisogno di restaurarli. Poche lastre di piombo collocate a tempo debito su un tetto, poche foglie secche e sterpi spazzati via in tempo da uno scroscio d’acqua, salveranno sia il soffitto che i muri dalla rovina. Vigilate su un vecchio edificio con attenzione premurosa; proteggetelo meglio che potete e ad ogni costo, da ogni accenno di deterioramento. E tutto questo, fatelo amorevolmente, con reverenza e continuità, e più di una generazione potrà ancora nascere morire all’ ombra di quell’ edificio”. Un intervento di restauro rappresentava una manomissione, un’azione moralmente scorretta: nessuno poteva infatti sostituirsi al vecchio artefice, come nessuno poteva sostituire la materia con cui era realizzata un’opera. Il restauro significa la più totale distruzione che un edificio possa subire: una distruzione alla fine della quale non resta neppure un resto autentico da raccogliere, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto. Non inganniamo noi stessi in una questione tanto importante; è impossibile in architettura restaurare, come è impossibile risuscitare i morti. Che riproduzione si può eseguire di superfici che sono consumate di mezzo pollice?”. La conservazione dell’architettura esistente, dunque, comportava la salvaguardia della memoria, dell’individualità, dei valori esistenziali di ogni civiltà, soprattutto dell’autenticità materiale. L’evidente attualità delle affermazioni di Ruskin relative alla necessità della prevenzione, della manutenzione, di interventi che possono soltanto rallentare il processo di un degrado naturale ed inevitabile, chiarisce il motivo per il quale il teorico inglese è considerato il “padre della conservazione.

Scriveva Urbani nel 1976 che “in ogni caso, anche con la migliore delle tecniche, il restauro rimane pur sempre un intervento post factum, cioè capace di riparare un danno, ma non certo d’impedire che si produca né tantomeno di prevenirlo. Perché questo sia possibile occorre che prenda corpo una tecnica, alla quale qui diamo il nome di conservazione programmata, rivolta prima che verso i singoli beni, verso l’ambiente che li contiene e dal quale provengono tutte le possibili cause del loro deterioramento. Il suo obiettivo è pertanto il controllo di tali cause, per rallentare quanto più possibile la velocità dei processi di deterioramento, intervenendo, in pari tempo e se necessario, con trattamenti manutentivi appropriati ai vari tipi di materiali” . Questa visione rappresentò uno scarto notevole rispetto alle teorie precedenti in quanto concepiva la manutenzione come una serie programmata di interventi pianificati e attivati da un rilevamento dei fattori di rischio. Da questo approccio si sviluppò qualche anno più tardi la metodologia di analisi del rischio del patrimonio architettonico, che a sua volta condusse a ideare la Carta del rischio (strumento sviluppato tra il 1991-1997): consisteva non in una mappa cartacea, ma in un complesso di mappe informatiche e banche dati continuamente aggiornabili che permetteva di calcolare sul territorio l’interazione dei fattori di danno potenziale (dipendenti dall’azione dell’uomo e dalle dinamiche del suolo, delle acque, dell’aria) con le condizioni di vulnerabilità dei materiali costitutivi dell’edilizia storica, nonché con l’entità e il pregio degli edifici presenti nell’area considerata.  La Carta del Restauro di Roma del 1883, dichiarava, seppure senza parlare ancora di manutenzione e prevenzione, la priorità di azioni che scongiurassero il restauro, privilegiando il consolidamento e la riparazione: “I monumenti architettonici, quando sia dimostrata incontrastabilmente la necessità di porvi mano, devono piuttosto venire consolidati che riparati, piuttosto riparati che restaurati, evitando in essi con ogni studio le aggiunte e innovazioni. Finalmente con la Carta italiana del Restauro del 1972, si introdusse l’idea di prevenzione e manutenzione come attività facenti parte della conservazione insieme al restauro e alla salvaguardia; nasce quindi la nozione di manutenzione nell’accezione attuale del termine:  essa è intesa come l’insieme delle attività che attraverso una cura continua, attuata tramite approccio preventivo, possono controllare l’effetto del degrado sulla materia. “S’intende per salvaguardia qualsiasi provvedimento conservativo che non implichi l’intervento diretto sull’opera: s’intende per restauro qualsiasi intervento volto a mantenere in efficienza, a facilitare la lettura e trasmettere integralmente al futuro le opere. Premesso che le opere di manutenzione tempestivamente eseguite assicurano lunga vita ai monumenti, evitando l’aggravarsi del danno, si raccomanda la maggior cura possibile nella continua sorveglianza degli immobili per i provvedimenti di carattere preventivo, anche al fine di evitare interventi di maggior ampiezza. Infine nel 1987 la Carta della Conservazione e del Restauro degli oggetti d’arte e di cultura ribadì che la programmazione e l’esecuzione di cicli regolari di manutenzione e di controllo di un monumento architettonico fossero la sola garanzia per una prevenzione tempestiva e appropriata all’opera. 

Quindi, le attività di manutenzione (sono attività che coinvolgono direttamente la materia del manufatto e sono considerate indispensabili al fine di rallentare o contenere la progressione dei fenomeni di danneggiamento; sono progettate ed eseguite con lo scopo di riparare situazioni di danno, ove possibile rimuovendone le cause.

La trasformazione della manutenzione edilizia in strategia di settore trova radice intorno agli anni Settanta in cui affiora il problema della conservazione delle risorse, che si traduce in maggiore attenzione ai fenomeni ecologici e ambientali: “il progressivo invecchiamento del patrimonio immobiliare, la scarsa qualità tecnologica degli edifici realizzati nel secondo dopoguerra, le sempre più urgenti necessità di protezione del patrimonio culturale; la presa di coscienza dei notevoli costi aggiuntivi dovuti a difetti di progettazione, la stagnazione del mercato delle nuove costruzioni connesso all’inversione dei trend demografici di crescita, hanno portato al superamento della manutenzione intesa come sommatoria di interventi isolati e circoscritti nel tempo”. Negli anni Novanta, la manutenzione sul costruito è divenuto un ambito che ha creato nuova occupazione ed è stato foriero di innovazioni organizzative e procedurali. Grazie ad una ridefinizione dei principi della cultura industriale, la concezione di processo manutentivo programmato ha sostituito la manutenzione come riparazione. Un modo di pensare e agire alternativo rispetto al passato che promuove le strategie cura, prevenzione, manutenzione, alle tattiche : restauro, una cultura dedita alla riflessione di indagare, decidere piuttosto che al fare l’intervento, l’immateriale l’organizzazione, la gestione, l’appropriatezza d’uso  al materiale, tecniche aggiornate, prodotti risolutivi, il raggiungimento dell’efficacia a lungo termine rispetto al beneficio immediato.

L’origine dello studio dei problemi della manutenzione si può far corrispondere, al periodo della Rivoluzione industriale quando, a seguito della diffusione delle prime macchine a vapore, si comprese che qualsiasi arresto accidentale del ciclo produttivo, dovuto a guasti imprevisti delle macchine, implicava gravi perdite economiche: dunque, “il perfetto stato di efficienza dei macchinari [venne] subito assunto come condizione necessaria per la massimizzazione dei profitti”. Le motivazioni principali che tuttora invitano all’esecuzione della manutenzione sono determinati dalla convenienza economica, appunto, e dalla normativa in termini di sicurezza, ovvero dai rischi esistenti sul piano della sicurezza dei lavoratori. Con il trascorrere del tempo, il concetto di manutenzione muta insieme alle strategie manutentive. Inizialmente si tendeva a minimizzare gli effetti negativi di guasti improvvisi adottando provvedimenti di emergenza, procedendo secondo una “manutenzione a posteriori” che si eseguiva sui macchinari per correggere episodicamente rotture. Tale strategia evidentemente non teneva in considerazione la possibilità di programmare gli interventi, ponendosi in contrapposizione ai tipi di manutenzione preventiva. Soltanto nel momento in cui si comprende la stretta relazione tra competitività economica e prestazioni del servizio di manutenzione, si matura il concetto di “manutenzione produttiva”, che prevede l’introduzione di una logica di manutenzione preventiva secondo la quale è opportuno intervenire prima del verificarsi dell’effettiva rottura di un macchinario, secondo una previsione sistemica del guasto. L’obiettivo alla base delle strategie di manutenzione preventiva, dunque, é quello di razionalizzare la gestione tecnica ed economica degli interventi necessari a mantenere inalterato nel tempo il livello qualitativo di un impianto e a ristabilire i livelli di efficienza e di affidabilità dei componenti soggetti a fenomeni di obsolescenza e di degrado. A prescindere dal processo manutentivo, emergono tre principi fondamentali: l’azione manutentiva si basa sulla razionalizzazione delle risorse, sulla previsione dei comportamenti nel tempo, sulla prevenzione di eventi che modificano le condizioni di qualità richieste; la manutenzione è un fattore che concorre alla produttività ed è il “risultato di un processo che vede coinvolti la pianificazione, l’organizzazione, il controllo”. «Italia è ormai un Paese a tempo; serve un Piano nazionale centrato sul riuso e sulla cultura della qualità delle costruzioni» emergono dati poco positivi in merito agli investimenti in infrastrutture, ai piani di manutenzione di strade e viadotti, alla crescita della rete ferroviaria e alle ricostruzioni in aree sismiche.

Lo stato di manutenzione del patrimonio edilizio esistente, residenziale ma soprattutto delle infrastrutture, non corrisponde alle necessità; la vetustà strutturale del patrimonio sommata a fattori esogeni di origine naturale sismicità, frane, alluvioni, cambiamenti del clima o antropica incuria, scarsa manutenzione, utilizzo inappropriato, incremento di carico aumentano giorno dopo giorno il rischio di collasso delle strutture. L’Italia non dispone di un catasto delle strade né una valutazione dello stato di manutenzione. Una recente ricerca presentata dal World Economic Forum nel suo «Global Competitiveness Report» sulla qualità complessiva delle infrastrutture di un paese da, estremamente scadente, a ottima assegna all’Italia il punteggio di 4,7, valore inferiore a Cina, Turchia, e degli altri paesi europei . Quando si parla di Italia che vorremmo, non possiamo dimenticarci dell’Italia che fisicamente vorremmo, di quei monumenti tangibili e reali che abbiamo e che dovremmo proteggere, e di come vorremmo che fossero trattati. I beni culturali fanno parte di una memoria storica che non dobbiamo essere disposti a perdere, costituiscono risorse uniche e non rimpiazzabili che solo un determinato Paese possiede; e se c’è qualcosa di cui gli italiani possono vantarsi, questo è sicuramente il patrimonio culturale che hanno avuto la fortuna di ereditare in secoli di storia. La valorizzazione dei beni culturali presuppone prima di tutto la loro tutela, che sta nel loro riconoscimento, nella conservazione, la protezione e il restauro. Sono ancora molti, infatti, i siti di grande valore storico e culturale che sono abbandonati a loro stessi da molti anni, che richiedono un degno restauro e una giusta valorizzazione. Ville, abbazie, giardini abbandonati e altri luoghi che hanno un grande potenziale purtroppo sembrano essere stati dimenticati. Il recupero di strutture architettoniche è diverso e forse più delicato rispetto a quello di un dipinto o di una scultura, i quali possono più facilmente essere musealizzati e protetti, posizionandoli in un luogo sicuro. Per quanto riguarda gli edifici, invece, se non hanno una funzione, il rischio è che diventino impossibili da recuperare e da mantenere. 

Dunque, la priorità l’avrebbe la valorizzazione sul piano culturale “Mettere le nostre opere a disposizione della conoscenza in modo tale da contribuire alla crescita cultuale del Paese”.

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Tutela l’ambiente, la biodiversita’ e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

Maria Ragionieri

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