Il fascino del veleno

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Benvenuti al primo episodio di “Minuti Daria”. Iniziamo insieme questo viaggio alla scoperta di un mondo che credevate di conoscere, ma forse non è proprio così.

Oggi parleremo della seduzione perversa del veleno e di abiti assassini.

Il veleno è un’arma raffinata e silenziosa tanto calamitante quanto terrifica. È l’arma dei vili, di criminali che si nascondono nell’ombra.

Ora, come ci insegna il medico ed alchimista del XVI sec. Paracelso,

Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit”

ossia

“Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.

Sappiate dunque, che se si supera quella che viene chiamata la “dose-soglia”, qualsiasi sostanza può diventare nociva o letale per un essere vivente. Ma cosa accade in particolar modo in un organismo umano grazie ad alcuni veleni riconosciuti universalmente come mortali? Il curaro, con cui ad esempio gli indigeni dell’America del sud intingevano le loro frecce, riconoscibile dal gusto estremamente amaro e dall’aspetto resinoso nero, provoca una tale paralisi dei muscoli, da non permettere in nessun modo alla disgraziata preda, di espandere la gabbia toracica e i polmoni, fino alla morte per arresto respiratorio definitivo.

La stricnina in meno di un’ora, uccide inducendo le “stricniche”, convulsioni micidiali che lasciano spaventosamente coscienti fino all’ultimo respiro.

Il cianuro è indiscutibilmente il micidiale veleno che ha mietuto più vittime al mondo. Senza andare lontano, basti pensare al fatto che era presente nelle camere a gas dei nazisti e che fu utilizzato per il più grande suicidio collettivo della storia moderna, comandato a più di 900 adepti da Jim Jones, capo della setta del “Tempio del Popolo”. Per Jones morire era come “un po’ di riposo”, così, il 18 novembre del 1978, dopo un delirante e persuasivo discorso alla folla dei suoi seguaci, impose loro di bere un bicchiere di un cocktail raccapricciante, presente all’interno di un bidone, composto da cianuro di potassio, Valium, succo di frutta, cloruro di potassio e idrato di cloralio, spingendo altresì le madri a far ingerire lo stesso preparato ai propri figli, alcuni addirittura neonati; ricordo ancora l’orrore che provai quando poco tempo fa mi capitò casualmente di vedere il filmato originale dell’epoca, dove la scena finale viene ripresa dall’alto. Ma questa è un’altra storia.

Il cianuro, grazie al fatto che avvince con facilità il ferro, uccide per anossia, cioè bloccando l’impiego dell’ossigeno alle cellule che muoiono quindi “asfissiate”. La bocca si riveste di una schiuma sanguigna (!) e la morte sopraggiunge rapidissima per arresto cardiaco o respiratorio. Ha un peculiare odore di mandorle amare, lo stesso che potrebbe conservare la vittima in seguito al decesso. Citando la Dott.ssa Annalisa Bucchieri, direttrice di “Polizia moderna”, “Se avessimo sciolto cinque grammi di cianuro nell’inchiostro usato per stampare questa pagina, il trasporto di ossigeno nel vostro sistema circolatorio sanguigno sarebbe già bloccato, le pupille inizierebbero a dilatarsi, il vostro viso assumerebbe un aspetto cianotico e tempo di arrivare alla fine di questo periodo sareste morti in preda alle convulsioni”.

L’arsenico, soprannominato “polvere degli eredi” per ovvi motivi, ampiamente usato nel Rinascimento (come dimenticare la presunta spietata assassina Lucrezia Borgia e il suo anello cavo colmo di questa polvere), è molto solubile in acqua e privo di sapore ed odore. Causa vertigini, feroci gastroenteriti fino al decesso per paralisi respiratoria o cardiaca o per shock dell’apparato gastroenterico. Quest’ultima immagine mi richiama immancabilmente alla memoria, una scena di un film del 1965 “La Meravigliosa Angelica”, che da piccola mi colpì moltissimo: l’affascinante Angelica, protagonista di romanzi ambientati nel XVII secolo, tramutati poi in una nota saga cinematografica, essendo la favorita del re di Francia, era il naturale bersaglio delle invidie e gelosie delle altre dame di corte. Numerosi quindi di conseguenza, i tentativi di farle fare una brutta fine. La prima a tentare la fortuna fu Mademoiselle Desoeillet, che dedita simpaticamente alle messe nere, pensò bene di farle recapitare un abito avvelenato. Angelica come potete immaginare riuscì a salvarsi (anche perché altrimenti, la saga non avrebbe potuto avere un seguito). Ciò che la salvò, fu notare che in terra, vicino all’abito che le era stato donato, c’era stranamente una grande foglia. Essendo stata messa a conoscenza di questa scortese consuetudine di avvelenare con estrema facilità i propri ipotetici antagonisti, capisce che è il caso di chiamare immediatamente la sua serva per chiederle dei chiarimenti. Quando la ragazza arriva, la dama prende il vestito avvolgendolo in una vestaglia, ed inizia a frustarla con il vestito, urlandole contro: “Parla! Parla! Devi parlare! Chi è che te l’ha data? Chi ha messo il veleno?”. Lei chiede pietà, ma poi martoriata nelle carni dalle frustate velenose, confessa, per poi morire subito dopo tra atroci spasmi.

Per quanto possa sembrare incredibile, la storia è ricchissima di episodi di questo genere. Tra i veleni più amati per intingere i vestiti dei propri nemici vi era appunto l’arsenico di cui abbiamo parlato, e la cicuta. Gli abiti venivano intrisi di queste sostanze qualche ora prima di essere donati.

Un personaggio non immaginario ma realmente esistito, questa volta non vittima ma carnefice, è stata invece la “regina nera”, Caterina de’ Medici. Tanto audace ed intelligente quanto perfida, nel 1500 fece prima introdurre l’uso degli indumenti intimi alle gentildonne della corte di Francia, sottolineandone l’imprescindibilità per andare soprattutto a cavallo, salvo poi avvelenare come minimo 20 delle sue dame, regalando loro mutande contaminate da potente veleno: con l’escamotage di invitarle a fare una passeggiata a cavallo nei boschi, pazientava subdolamente che iniziassero a sudare a contatto con la sella per poi lasciarle morire tra terrificanti tormenti.

Quella che non è mai mancata all’uomo, è la fantasia nei metodi per nuocere ai suoi simili. Il passato ci fornisce un fiume di esempi. Il Rinascimento, periodo notoriamente pervaso da intrighi di corte, è stato anche la culla degli alchimisti; le loro occulte pozioni e i magici intrugli, concorsero allo scoppiare della passione per i veleni che loro conoscevano alla perfezione, e di conseguenza anche al divampare di un’ansiosa psicosi. Nacque così la figura dell’ “assaggiatore di corte”, che ci auguriamo che fosse ben pagato data la sua breve carriera. Per uccidere il guardingo sovrano di Napoli Ladislao I, che si avvaleva appunto dei servigi di questa figura, fu contaminata di una sostanza mortale l’unica cosa che non avrebbe mai pensato di far saggiare, i genitali di una sua amante perugina. Ergo, sembra che lui morì nel 1414 a soli 38 anni non di un’infezione alla prostata come sosterebbero gli storici. Vista la zona avvelenata, verrebbe da chiedersi anche come fece l’amante a sopravvivere. Un altro rinascimentale sistema omicida, era quello di spalmare di sali arsenicati unicamente un lato della lama di un coltello, lasciando l’altro integro. Si recideva quindi un frutto e si invitava ad assaggiare la parte avvelenata, dopo aver rassicurato il malcapitato che aveva visto mangiare in realtà la parte inoffensiva.

Noi italiani venivamo considerati dei maestri del settore. Tra le specialità non si può non menzionare quella che veniva chiamata “la camicia all’italiana”: sapone e arsenico venivano amalgamati per bene e poi con questo preparato veniva frizionata la parte inferiore della camicia della vittima. La scarsa igiene della propria persona e gli abiti che venivano lavati sporadicamente e indossati per giorni, contribuivano quindi al felice esito della cospirazione dato che il poverino passava a miglior vita tra raccapriccianti ulcere e mostruosi eritemi.

Facciamo ora un gran salto all’indietro e immergiamoci nei miti greci per andare a scoprire qual è il vestito avvelenato più celebre in assoluto: la Tunica di Nesso.

Conosciamo tutti il semi-dio della mitologia greca Eracle (Ercole secondo quella romana). Qui lo incontriamo reduce dalle dodici fatiche. La sua nota sovrumana forza, inizia a vacillare quando ex abrupto, diviene uno come ce ne sono molti, che s’innamora e prova addirittura dolore fisico. Le sue disgrazie iniziano quando perde la testa per la figlia di Eneo re di Pleurone, la splendida Dejanira. Subito dopo essere riuscito a sposarla, i due innamorati partono raggianti per il viaggio di nozze, tuttavia quello che accade poi, tramuta la favola in un incubo. Giunti al guado di un fiume, si palesa dinnanzi a loro un centauro di nome Nesso, che li convince di essere stato mandato nientemeno da Zeus per traghettarli incolumi sull’altra riva. Si sa però, che dei centauri, tendenzialmente non è che ci si possa fidare granché, infatti, trasportata per prima Dejanira, con Eracle che ve lo dico a fare, tutto fiducioso dall’altra parte, Nesso tenta di abusare della ragazza. L’eroe non si fa attendere e scocca una freccia intinta nel veleno del mostro l’Idra di Lerna e lo centra perfettamente tra cuore e polmoni. Prima di esalare l’ultimo respiro, la canaglia ha il tempo di sussurrare all’orecchio della candida fanciulla: “O mia dolce Dejanira, conserva un po’ del mio sangue. Sappi che è un potentissimo filtro d’amore, e chiunque ne verrà a contatto, anche solo per un attimo, non potrà mai più tradirti con un’altra donna”. L’inganno è perpetrato. Dejanira non è che ci rifletta tanto a lungo, ora è nel fior fiore della sua bellezza, ma vedi mai che con l’avanzare dell’età, il suo vigoroso marito non decida di voler cogliere un bocciolo più fresco? Pertanto con una mossa felina, intanto che Eracle nuota fiducioso verso di loro, imbeve con molta cura la camicia del centauro con il suo magico sangue e lo cela all’interno di uno scrigno.

Passano una ventina di anni e ritroviamo la nostra amica impegnata a lagnarsi con il pubblico della tragedia di Sofocle, del fatto che suo marito è tutto fuorché un casalingo in pantofole, e immerso nelle sue avventure, non fa ritorno a casa da tempo immemore. Ancora intenta nel suo assolo, ecco dunque far capolino l’araldo Lica con le ultime news: Eracle ha vinto l’ennesima battaglia e nel suo bottino di guerra rientra anche un’incantevole giovane, della quale lo stesso si è perdutamente invaghito. Tuoni, fulmini e tempeste! “Cosa si pretenderebbe da me: far entrare in casa una vergine, che forse a quest’ora non è nemmeno vergine, al pari di un marinaio che prende a bordo, volontariamente, un carico rovinoso?” (Op.cit.541 sgg). Ci manca pure che venga addirittura soppiantata dal ruolo di regina, bisogna correre ai ripari! In quel momento le ritorna in mente la camicia del centauro intrisa del filtro d’amore e accecata dalla gelosia, decide di donarla ad Eracle, inviandogliela tramite il buon Lica.

Eracle, infilatosi la camicia, viene investito da fitte agghiaccianti. Il sangue di Nesso era avvelenato: le sue carni vengono divorate senza pietà e il dolore gli trafigge le ossa, “come se a morderlo non fosse un tessuto ma migliaia di vipere velenose” (Op. cit. 734 sgg). Vano ogni sforzo del poveruomo di strapparsela di dosso. Nel frattempo le imprecazioni verso la moglie si sprecano, “Maledetto il giorno che t’ho incontrato!” avrebbe potuto dire il nostro eroe, citando Carlo Verdone.

 A questo punto entra in scena il giovane Illo loro figlio, dannato più che mai contro la madre. La vorrebbe morta per quello che ha causato a loro padre che sta morendo sotto i suoi occhi e gli sta chiedendo addirittura di accendere una pira e dargli fuoco, per porre fine a quell’atroce dolore che gli sta consumando il corpo.

Dejanira attonita da una parte ed affranta dall’altra, non sa dove sbattere la testa, non si spiega come sia potuto accadere, lei credeva che fosse solo un filtro d’amore, non avrebbe mai voluto far del male al suo amato! Il coro greco impietoso incalza:“ Il destino avanza, svela inganni e le annunzia tremende sciagure” (Op.cit.844 sgg). La donna, all’udire quelle funeste parole, non regge il colpo e si uccide. Illo, rinvenutala priva di vita, si chiede angosciato e pentito di averla aggredita in quel modo, perché la madre sia arrivata ad un gesto tanto estremo, e il coro risponde:

Perché il soffrire, non è diverso dall’attesa del soffrire

Daria Testoni

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