Il tramonto delle consuetudini tra frenesia e relax

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Permettetemi la citazione di Quèlo (alias un bravissimo Corrado Guzzanti): volevo subito svelarvi nel titolo chi fosse per me l’assassino…

Chi mi conosce sa che sono visceralmente legato a Irsina (MT), il mio paese d’origine, e che appena posso ci vado volentieri (anche grazie al fatto che per una fortunatissima, quasi unica, congiunzione astrale, mia moglie – friulana – lo adora anch’essa), perciò per me il lavoro da remoto è una manna!

Sono uno dei primi fortunati ad aver potuto utilizzare il lavoro in remoto già parecchi anni fa: subito dopo l’inizio del mio percorso professionale aziendale mi era stato assegnato un lavoro sul territorio, perciò andavo in sede un paio di giorni al mese e passavo tanto tempo in automobile (ormai avrete capito tutti che adoro guidare) e poi la sera in albergo a riordinare quanto fatto durante la giornata. Parliamo di 25 anni fa, quando c’erano già i laptop a disposizione di noi personale itinerante, ma poi i documenti si stampavano e si mandavano via fax, oppure si mettevano su un dischetto e si mandavano per corriere in ufficio. Quando sono rientrato a lavorare dietro una scrivania, è stato quasi un supplizio: la vita itinerante era pesante, soprattutto per le limitazioni relazionali a livello privato, ma mi dava totale autonomia, invece dopo 3 anni ho dovuto riadattarmi a delle liturgie che non mi appartenevano, che mi sembrava riducessero la mia produttività.

Qualche anno dopo la tecnologia ha trasformato tanti di noi in “nomadi professionali”, grazie a tutti gli strumenti atti a poter essere sempre più produttivi anche in giro: questo è stato un grosso cambiamento nel modo di lavorare. D’altro canto però la vita lavorativa e quella privata non erano più delle rette parallele, ma hanno iniziato ad intersecarsi frequentemente, regalando un tanto desiderato grado di elasticità lavorativa, ma facendo correre a molti il rischio concreto di diventare “workaholic”. Ma ciò che non andava ancora bene erano i processi lavorativi: in tante aziende non si erano evoluti di pari passo con i nuovi strumenti tecnologici a disposizione, così come a volte l’approccio mentale di qualche persona lavorativamente “tradizionalista”.

La maledetta pandemia almeno un vantaggio lo ha portato: ha impresso una fortissima accelerazione al lavoro in remoto (non lo chiamo smart working, perché a volte non è così smart, ma è solo in remoto…). Nel fuggi fuggi dei giorni precedenti il primo lock down tanti lavoratori e studenti spesso originari di paesi della provincia del profondo sud si sono subito recati nella terra natia, per non rimanere intrappolati nelle grandi città messe forzatamente in letargo. Poi c’è stato un veloce cambio di paradigma lavorativo, dapprima nelle aziende private, successivamente anche negli uffici pubblici, sdoganando definitivamente il lavoro e le lezioni a distanza: grazie a questo, finalmente tanti come me non dovevano più recidere drasticamente il cordone ombelicale che li lega alla terra natia. Oppure semplicemente talaltri hanno provato a lavorare da posti più ameni di una asettica area direzionale di città, ma trovandosi un posto più amabile: un casale in campagna, una casa in un paese di alcune migliaia di abitanti, in cui ci si saluta per strada anche se non ci si conosce, oppure in un posto marittimo dove prima ci si andava solo ad agosto, oppure in montagna o alta collina, godendo di una temperatura più bassa di 10° rispetto alle citta, ecc.

Ovviamente non è che le città si siano desertificate, però la mia personale esperienza è che gli interminabili serpentoni di automobili della Capitale siano diventati un po’ più corti: addirittura durante la chiusura delle scuole le code quasi spariscono! Nei miei viaggi a Milano o Bologna, città in cui ho vissuto, riconosco la stessa cosa.

Tutto ciò ha comportato una situazione win win per i paesi e per le grandi città: i primi perdono un po’ di quella sonnolenza che li caratterizza durante la settimana (ma il sabato del villaggio per fortuna lì esiste ancora), beneficiando anche di un sano incremento di business per le attività locali, le seconde tendono a ripensare il loro modo di essere, perdendo una parte di quella frenesia che da troppo tempo le assilla.

“Uè raga, che sbaaatti: ci si vede per un apeee?????” No, l’aperitivo non si fa per recuperare lo sbattimento, ma per coltivare relazioni sociali rilassate.

“Aho’! Che famo sabbbato: annamo ar Warner a vede ‘n film?” No, ci mettiamo in salone e ci guardiamo un film di qualche canale a pagamento sul maxischermo all’uopo predisposto, così non facciamo ore di coda per parcheggiare e prendere i popcorn o la pizza

Sia chiaro: io sono il primo ad aver voglia ogni tanto di fare una meravigliosa passeggiata tra Piazza Navona, Pantheon e Piazza di Spagna, oppure inebriarmi dell’atmosfera di Piazza Duomo o della Galleria, ma non più di una volta al mese. So di non essere neutrale, ma tante volte sono stato parte in causa di quelle conversazioni che ho simpaticamente menzionato prima e francamente devo dire che non mi mancano molto.

Credo che anche una piaga enorme come la pandemia abbia portato un’opportunità per riflettere sui nostri paradigmi di vita: il lockdown ha forzatamente rotto delle consuetudini che non ci facevano vedere altri modi e opportunità per vivere le nostre vite. E se considerassimo questo come un punto di (ri)partenza delle nostre vite?

Dimenticavo: questo pezzo l’ho scritto dalla mia casa nel centro storico di Irsina, ça va sans dire… 

Gerardo Altieri

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