H2O, un bene di tutti

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Ognuno di noi sarà pesato a gocce. Sta nella nuvola e nel pozzo, nella neve e nella noce di cocco, negli occhi e nel fiume, nell’arcobaleno e nel lago, nel ghiaccio e nel vapore della pentola sul fuoco, nella bocca. È la maggioranza della superficie. È la maggioranza del corpo. Una persona è acqua che cammina, dall’acqua di placenta all’acqua del sudario. Sta nella nuvola e nel pozzo, nella neve e nella noce di cocco, negli occhi e nel cuore.

Nel corso dei secoli e in ogni angolo della terra, la sacralità e il rispetto per l’acqua sono stati elementi ricorrenti nelle culture e nelle visioni religiose del mondo. L’acqua ha assunto un’importanza fondamentale per lo sviluppo delle società umane, poiché, i primi insediamenti sedentari, si svilupparono vicino ai corsi d’acqua. Le prime civiltà idrauliche, nacquero circa 3000 anni fa lungo i bacini di grandi fiumi come il Tigri, l’Eufrate, il Nilo, l’Indo, il Fiume Giallo e il rapporto tra queste e l’acqua era principalmente basato sulla gestione della scarsità e sul controllo delle piene del fiume. I sumeri in Mesopotamia, gli assiri, i babilonesi, gli egizi e altre fiorenti civiltà fluviali, come quelle dell’India e della Cina, si ingegnarono nella costruzione di argini, canali, bacini di raccolta e una serie di opere idrauliche progettate al fine di sfruttare le acque dei fiumi per il proprio sostentamento. “L’acqua è tanto necessaria, tanto indispensabile alla vita da aver assunto un significato che ne estende l’importanza ben oltre il suo valore intrinseco. In un mondo panteistico nel quale ogni cosa era abitata dagli dei, anche l’acqua doveva esserlo. 

Nessuna forma di vita può fare a meno dell’acqua. La vita sulla Terra è iniziata con l’acqua, nell’acqua sono nati i primi organismi e solo in seguito sono riusciti a svilupparsi al di fuori. A livello umano, il suo utilizzo non è una questione di scelta o preferenza a seconda delle esigenze individuali o del cambiamento degli stili di vita, ma una necessità vitale da soddisfare con giustizia e in maniera responsabile. L’acqua non è né può essere considerata una merce, una “risorsa” cosa che si vende e acquista, un bene di proprietà privata.

I popoli della Mesopotamia e del Medio Oriente, afflitti da stress idrico anche in tempi biblici, hanno in tutte le Sacre Scritture un’ampia varietà di episodi e di racconti incentrati sull’acqua, nei quali spesso si invitano i credenti a offrire la propria acqua a chiunque ne abbia bisogno come parte del dovere di ospitalità. L’acqua è vita, è dono di Dio, è il principio di tutte le cose. Nell’induismo è considerata come una divinità femminile, simbolo di vita e purificazione, in Cina è simbolo di fertilità, gli egiziani basavano la loro vita sulle piene del Nilo, ed è anche un elemento che ritroviamo costantemente nella sfera religiosa: i riferimenti all’acqua nei Testi Sacri sono molteplici, per esempio, nella Bibbia ce ne sono più di 200 e anche per la Genesi, la vita è nata dall’acqua (come il resto anche per il Corano). La società moderna contemporanea, caratterizzata dalle grandi conquiste della scienza e della tecnologia, tende a dissacrare i miti, acqua inclusa, ma ciò non vale in assoluto, soprattutto nelle zone colpite dalla siccità. Purtroppo la realtà è diversa: i diritti e gli interessi individuali hanno prevaricato su quelli umani e sociali e da bene comune l’acqua è diventata bene economico. Nella religione odierna “del mercato” il rapporto tra le culture, le comunità e l’acqua si è completamente interrotto. Gli abitanti delle zone aride del nostro pianeta, da sempre hanno avuto grande considerazione e rispetto per l’acqua e si sono adattati alla scarsità, riuscendo, nel corso degli anni, a provvedere al proprio sostentamento, utilizzando mezzi di pompaggio e pozzi rudimentali, che però si sono dimostrati inefficaci nel corso del tempo. L’acqua bene depredato e divenuto sempre più scarso, è stato trasformato in bene economico e la sua gestione in un business per i mercati finanziari. La quantità totale di acqua sulla terra è di circa 1,4 miliardi di chilometri cubi, ed è facile pensare che abbondi e che quindi non abbia in sé un grande valore. In realtà la quantità di acqua dolce utilizzabile dall’uomo è pari solo al 0,02%. Con l’avvento della società industriale e della logica capitalistica, l’acqua, come accennato in precedenza, perde la sua connotazione di “elemento divino” e diviene una delle componenti naturali cui l’uomo attinge senza limiti per soddisfare le proprie necessità. 

Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita. Allo stesso modo, e al di là di qualsiasi approccio antropocentrico e tecno-produttivista, l’acqua ha i suoi diritti alla vita, ad un suo buono stato ecologico. Da qui l’importanza fondamentale di una politica idrica di salvaguardia, cura e difesa della vita e del diritto alla vita, al di là delle concezioni strumentali dell’acqua al servizio del benessere umano. Il trattamento delle acque reflue è d’importanza fondamentale non solo per consentire agli esseri umani di ricatturare una “buona” acqua rigenerata per i loro bisogni, ma anche per rinnovare la vita degli ecosistemi. Pertanto, gli investimenti collettivi nel trattamento delle acque servizi igienico-sanitari devono essere pubblici e, se in caso eccezionale e provvisorio dovesse essere coinvolto il capitale privato, occorre garantire che le priorità d’investimento nei diversi settori di trattamento e riciclaggio non siano definite in funzione dei rendimenti finanziari sul capitale e del principio “chi inquina paga” perché, in tal caso, l’obbedienza al principio di redditività porterebbe a favorire il trattamento e il riciclo di usi più inquinanti dell’acqua, il che è incompatibile con il principio di vita.

  “Prima delle risorse esistono i bisogni. Per il loro soddisfacimento gli esseri umani utilizzano (o hanno utilizzato), in modo diverso nel tempo e nello spazio, fonti di energia e materie prime trasformandole con appropriate tecnologie. Nel momento in cui ciò è avvenuto quelle fonti di energia e quelle materie prime sono assunte al “rango” di risorsa”.  Vandana Shiva, fisica ed ecologista indiana, riflette sul modo in cui le risorse naturali siano diventate, secondo la visione occidentale, materia morta, manipolabile dagli esseri umani: “La relazione delle persone con la natura veniva così trasformata, passando da una relazione fondata sulla disponibilità, sulla limitazione e sulla reciprocità ad una basata sullo sfruttamento illimitato”. Secondo l’autrice, dal punto di vista filosofico, la relazione tra “una cultura ecologica e la natura rigeneratasi” è in primo luogo una relazione etica, nella quale i limiti sono considerati inviolabili e, di conseguenza l’azione umana è contenuta. Viceversa, la relazione tra “una cultura industriale ed una risorsa naturale” si riduce ad un problema puramente economico, i limiti sono percepiti come vincoli da rimuovere e gli aspetti etici relativi alla natura vengono distrutti. Nei paesi occidentali, il problema della scarsità idrica non è sentito come imminente dato che l’acqua, per ora, pare essere sufficiente al loro fabbisogno giornaliero e anzi, considerando anche che il suo costo è relativamente modesto, se ne favoriscono gli sprechi. Anche nel nord del mondo però, l’acqua non è una risorsa illimitata: secondo il rapporto del WWF  (agosto 2006), anche i paesi ricchi saranno toccati dalla crisi mondiale dell’acqua, a causa della crescente siccità, dell’estinzione delle zone umide del pianeta, che sono dovute a loro volta ai mutamenti del clima, alla gestione non responsabile e all’inquinamento. Alla luce di quanto descritto non è facile rimanere indifferenti: è innegabile che di questo passo l’umanità corre il rischio di vivere un futuro privo d’acqua. E’ quindi comprensibile che se, mentre fino ad alcuni decenni fa l’acqua era considerata solamente argomento di natura tecnica o economica, a partire dagli anni ’90 si verifica una nuova tendenza: l’acqua diventa argomento d’interesse prioritario nell’agenda degli Stati a livello nazionale e internazionale. Il problema dell’acqua, ai giorni nostri, non è solo un problema dovuto a metodi d’irrigazione non sostenibili, ma è sempre più legato a questioni come l’inquinamento, i cambiamenti climatici, l’utilizzo di acqua da parte delle industrie, ma anche gli sprechi, per usi domestici, soprattutto nelle società occidentali. Durante la conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro l’acqua è vista come un elemento essenziale per la vita delle persone e che per tale motivo va tutelata sia in quantità sia in qualità. Diverso è il modo di affrontare il discorso pochi anni dopo durante il Second Water Forum del 2000: all’Aia dove l’acqua è presentata non più come un diritto, ma come un bisogno. Come rileva Riccardo Petrella: “La differenza esistente fra il concetto di diritto e quello di bisogno è una differenza sostanziale: affermare che l’acqua è un diritto implica riconoscere che la collettività ha la responsabilità di creare le condizioni finanziarie, politiche, sociali, affinché questo diritto possa essere esercitato. Appartiene quindi alla collettività il dovere di assicurare la soddisfazione di un diritto che è inerente alla stessa natura di essere umano. Inserire invece l’acqua nella sfera dei bisogni significa individuare nella capacità del singolo di soddisfare il bisogno la possibilità di soddisfazione dello stesso. Non c’è nessuna responsabilità collettiva. C’è l’individualizzazione della responsabilità, in nome della responsabilizzazione dell’individuo”. In pratica, dal 2000, prende avvio il processo di privatizzazione dell’acqua: nel Regno Unito è stata l’espressione di una scelta politica del governo Thatcher.   Forti spinte per la privatizzazione sono presenti in Germania Federale, in Irlanda, in Italia, nei Paesi Bassi. Moltissime le città nel Sud del Mondo in cui da diversi anni tale privatizzazione si è verificata. Il capitale privato è consapevole del fatto che i servizi per l’acqua sono diventati un settore di attività molto redditizio. Così le grandi multinazionali dell’acqua, spingono perché si sviluppi il mercato dell’acqua. Grazie alla loro potenza finanziaria, alla loro tecnologia e alle loro enormi competenze accumulate negli anni, esse sperano di assicurarsi il controllo di questi mercati.   La Nestlé ha iniziato a commercializzare in Pakistan la sua prima acqua “purificata”, acqua di rubinetto trattata con l’aggiunta di minerali. Tuttavia, viene da chiedersi come mai gli Stati siano così inclini a cedere ai privati la responsabilità di servizi così importanti. Questo avviene quando il bene comune cede il passo alla competitività: il mercato ha finito con l’assorbire il potere istituzionale-politicoburocratico, troppo indebolito e incapace di rispondere alle esigenze della collettività.  Il risultato è sempre lo stesso, in altre parole un’impennata dei prezzi dell’acqua potabile e il business delle acque minerali. In definitiva con la privatizzazione l’acqua diventa schiava delle regole di mercato, e perde il suo status di res communes omnium. Il che è inaccettabile, se si pensa che l’Obiettivo del Millennio fosse viceversa quello di ridurre della metà il numero di persone private dell’accesso all’acqua potabile. A Dublino s’insiste sul valore dell’acqua, e sulla necessità che essa non vada sprecata. Questo però non può significare renderla inaccessibile a chi già prima aveva difficoltà a procurarsela: infatti, chi ne usufruiva già in precedenza, è disposto a pagare un po’ di più pur di non rimanerne privato. Attualmente, purtroppo, la situazione è questa: è nei paesi in via di sviluppo che si combatte quotidianamente con la sete, è nella parte “dimenticata” del mondo che i popoli si trovano costretti a impugnare le armi per contendersi questo bene così prezioso. Quindi, oltre alla concessione ai privati dello sfruttamento di sorgenti, pozzi, acquedotti e canali, la mercificazione dell’acqua segue anche un’altra strada: quella del consumo di acqua in bottiglia. L’industria dell’acqua minerale è un settore molto redditizio, in costante crescita ed è anch’esso controllato da grandi imprese private che traggono enormi profitti dallo sfruttamento di un bene demaniale che, come tale, fa parte del patrimonio inalienabile dello stato. La tendenza alla distruzione della sacralità della natura, cui si è accennato, si è verificata contemporaneamente a un altro processo: la distruzione della natura come bene comune. Se con bene comune s’intende un bene fruibile da chiunque e verso cui tutti hanno gli stessi doveri, l’acqua rientra senza dubbio in questa categoria. “La differenza esistente fra il concetto di diritto e quello di bisogno è una differenza sostanziale, come già detto, affermare che l’acqua è un diritto implica riconoscere che la collettività ha la responsabilità di creare le condizioni finanziarie, politiche, sociali, affinché questo diritto possa essere esercitato. Appartiene quindi alla collettività il dovere di assicurare la soddisfazione di un diritto che è inerente alla stessa natura di essere umano. Il capitale privato è consapevole del fatto che i servizi per l’acqua sono diventati un settore di attività molto redditizio.  “storicamente, quello relativo all’acqua è sempre stato trattato come un diritto naturale – un diritto che deriva dalla natura umana, dalle condizioni storiche, dalle esigenze elementari e dalle idee di giustizia. I diritti all’acqua come diritti naturali non nascono con lo stato: scaturiscono da un dato contesto ecologico dell’esistenza umana. In quanto diritti naturali, quelli relativi all’acqua sono diritti di usufrutto: l’acqua può essere utilizzata ma non posseduta”. La proprietà collettiva dell’acqua intesa come diritto naturale, deriva dalla natura dell’uomo in quanto tale e si situa al di sopra delle leggi dello stato. Con la nascita e lo sviluppo delle civiltà presso i corsi d’acqua, nasce anche la “dottrina del diritto ripario” che consiste nel diritto all’utilizzo dell’acqua di un bacino idrografico, da parte degli abitanti degli insediamenti circostanti. I diritti ripari più antichi erano incentrati sulla condivisione e sulla collaborazione dei membri di una comunità e avevano come fine ultimo l’equa distribuzione della risorsa e il suo uso sostenibile, tenendo in considerazione le necessità della popolazione e rispettando i limiti degli ecosistemi naturali. “Le risorse non rinnovabili delle Terra devono essere utilizzate in modo da evitarne l’esaurimento futuro e da assicurare che i benefici del loro sfruttamento siano condivisi da tutta l’umanità”. Bisogna però fare una distinzione: “L’acqua, si afferma, non è un bene economico come gli altri, soggetto alle leggi del mercato, ma è un bene generalmente pubblico, cui devono essere applicati criteri economici, nella misura in cui ciò è possibile”. Si delinea una nuova visione del diritto all’acqua, centrata non più tanto sull’irrinunciabilità dell’acqua, quanto sul giusto prezzo che le si può attribuire; questo con l’intento di valorizzare il prezioso elemento e di somministrarlo nelle quantità ottimali, in base alla disponibilità economica. E’ importante cogliere la differenza tra le due conferenze internazionali: a Kyoto si parla di acqua come di un “bisogno” dell’uomo, gestibile secondo le regole di mercato; a Firenze ci si riferisce all’acqua come a un “diritto umano”, indipendente dalle leggi di mercato. Le riserve mondiali di acqua per abitante nel 1950 erano pari a 16.800 m³, nel 2000 sono diminuite a 7.300 m³ e, se le previsioni dell’ONU non mentono, nel 2025 ci saranno solamente 4.800 m³ disponibili, per una popolazione mondiale che invece cresce in modo sostenuto. E’ evidente che si deve fare qualcosa per fermare o almeno per rallentare questa tendenza, dal momento che l’acqua è una risorsa limitata e preziosa e uno sfruttamento eccessivo compromette la sua capacità di rigenerazione. Esistono ormai da anni nuove tecniche consolidate, che permettono di diminuire la domanda del settore agricolo e del settore industriale, come esiste la possibilità di ridurre l’inquinamento o di riciclare l’acqua. Per quanto riguarda il settore agricolo, che è il destinatario del 70% dei prelievi di acqua a livello mondiale, i consumi potrebbero essere diminuiti in modo significativo. Anche evitare di usare quantità eccessive di pesticidi e fertilizzanti permette di preservare un buono stato delle acque e quindi di aumentarne la disponibilità.  I cambiamenti nel tipo di coltivazioni e nelle abitudini alimentari possono incidere sulla disponibilità di acqua: paesi con risorse idriche limitate potrebbero dare la priorità alla produzione di colture che richiedono poca acqua e importare quelle che ne richiedono di più; in questo modo, “ogni importazione di cibo equivale ad importare acqua in forma condensata”.

Ripensare l’acqua significa liberare il futuro dell’umanità dalle catene della disuguaglianza e dell’ingiustizia; tutelarla dalla guerra per l’acqua; liberare il futuro della vita dalle catene della dominazione predatoria dei vecchi e nuovi “signori dell’acqua”, già all’opera in tutto il mondo; preservare questo pianeta dal furto della vita rappresentato dall’impoverimento e dall’esclusione di alcuni; sprigionare la forza creativa dell’utopia, farla uscire dalla prigione del pragmatismo, realismo e cinismo dei ceti dominanti.

Il   miglioramento della produttività dell’acqua in agricoltura, la riduzione delle perdite e degli sprechi nelle reti, la desalinizzazione acqua di mare, la produzione di acqua mediante la cattura di umidità su larga scala, il trasporto di acqua su lunghe distanze. La soluzione non risiede nelle tecniche di gestione capitalista come quella insita nel prezzo di consumo d’acqua, nelle banche idriche, nei mercati dell’acqua, nella coca-colizzazione dell’acqua e nell’uso massiccio di acqua in bottiglia. Tutto ciò ha ampiamente dimostrato di essere insufficiente e, persino, di condurre a risultati apparentemente non voluti come l’accentuazione delle ineguaglianze di fronte a situazioni di “stress idrico” tra categorie sociali, comunità locali e priorità negli usi più specificamente, l’acqua di irrigazione per la produzione agricola, l’esportazione e gli usi alimentari dei consumatori delle classi sociali ricche non può essere una priorità, come invece accade oggi. Allo stesso modo, non può essere prioritario l’uso dell’acqua per coltivare la terra per la produzione di energia tra l’altro destinata al trasporto stradale. C’è un urgente bisogno di ricostruire una bioagricoltura che valorizzi localmente e in maniera sostenibile il capitale della terra e dell’acqua per i bisogni vitali delle popolazioni, nel quadro di un sistema di cooperazione, scambio e condivisione. Sulla base del principio della sovranità dello Stato, spesso definita sovranità nazionale, gli Stati attuali non accettano l’idea che le acque sul loro territorio debbano essere salvaguardate e valorizzate per il rispetto della vita di tutti gli abitanti della Terra ed i loro diritti. Questo comportamento si traduce nell’incapacità di concepire una politica globale cooperativa e solidale dell’acqua nel contesto, per esempio, dei dibattiti e delle scelte relative alle strategie di “lotta” contro il cambiamento climatico. E ciò anche se tutti convengono che le conseguenze più drammatiche per gli esseri umani del disastro climatico in corso riguarderanno l’acqua, la sua disponibilità e qualità. In queste condizioni, sarà estremamente difficile realizzare una politica di lotta al cambiamento climatico a una politica dell’acqua cooperativa e solidale. Anche il settore industriale, per il quale sembra che la domanda di acqua è in aumento, potrebbe ridurre l’inquinamento delle acque, attraverso l’installazione di nuovi impianti di depurazione, che permettono di ripulire le acque prima di riversarle nei fiumi e nei mari.

Senza acqua non c’è vita. Senz’acqua non c’è attività economica. Per questo l’acqua è oggetto di un business la cui importanza cresce di giorno in giorno: l’acqua è una commodity come il petrolio, il ferro, il gas, la cui scarsità crea opportunità di investimento. Investire sull’acqua, il cosiddetto oro blu, oggi ha più senso che mai. E’ uno di quegli investimenti che si può definire legato a un megatrend, quelle potenti tendenze che a livello globale indirizzano verso un fine comune l’azione di governi e di organizzazioni sovranazionali, muovono ingenti investimenti pubblici e privati, attivano sforzi in ricerca e sviluppo, influenzano la formazione universitaria.

Non c’è da sorprendersi, quindi, se nel piano varato l’anno scorso dal presidente Joe Biden  per potenziare le infrastrutture degli Stati Uniti l’acqua occupa un posto di rilievo. 

 Molte cose potrebbero essere fatte per migliorare la rete degli acquedotti municipali che perdono notevoli quantità d’acqua e per sensibilizzare l’opinione pubblica al risparmio attraverso delle campagne informative che in primis dovrebbero essere promosse dai poteri pubblici. 

Ciascun individuo è un consumatore e un utilizzatore di acqua. In quanto tale, egli ha una responsabilità verso gli altri consumatori. Usare l’acqua in maniera sconsiderata significa abusare del patrimonio naturale.

“Gli usi e gli abusi dell’acqua nascono spesso dalla percezione errata della “facilità” con cui noi possiamo accedere alla risorsa, aprendo il rubinetto e riempiendo un bicchiere, dissetandosi ad una sorgente di montagna ecc. Non dobbiamo dimenticare la complessità del ciclo dell’acqua, sia esso naturale o industriale e la sua fragilità”.

La presa di coscienza dell’incertezza storica si compie oggi nel crollo del mito del progresso. Un progresso è possibile, ma è incerto. All’incertezza del futuro si aggiungono tutte le incertezze dovute alla velocità e all’accelerazione dei processi complessi della nostra era planetaria. Tale incertezza deve accompagnare sempre il principio etico di precauzione che soprattutto in presenza di situazioni di incertezza scientifica, in campi caratterizzati dalla realistica possibilità di gravi conseguenze, impedisce di utilizzare la mancanza di certezza come argomento per ritardare la necessaria azione preventiva. Nonostante comunque, le incertezze e le difficoltà sperimentate quotidianamente, si possono ugualmente costruire in concreto prospettive di inclusione e partecipazione nei diversi campi, dall’educazione ambientale al volontariato, sui temi del risanamento ambientale ed idrico in particolare lavorando seriamente sui problemi reali dei nostri ambienti di vita “per non perdere l’acqua in un fiume di parole”.

L’acqua, inoltre, non è distribuita in modo omogeneo su tutto il pianeta: vi sono zone nel mondo che ne hanno in abbondanza e altre che devono fare i conti con delle situazioni estreme di scarsità, come la regione mediorientale e nord africana, che è senza dubbio una delle più aride del mondo. I grandi progetti ingegneristici, come la costruzione di grandi acquedotti, permettono di trasferire l’acqua su grandi distanze, ma oltre agli ingenti investimenti, questi progetti hanno lo svantaggio di causare inevitabili danni all’ambiente e contribuiscono ad alimentare i sospetti e le tensioni tra gli stati. La possibilità di ricavare acqua dolce dal mare attraverso la desalinizzazione, al momento appare a molti come la soluzione tecnologica migliore per arginare la crisi. La tecnologia è una delle possibili risposte al problema della scarsità, ma da sola non basta. Per i sostenitori del libero mercato, come si è visto, la soluzione sta nell’aumento delle tariffe, che dovrebbero scoraggiare gli utenti dal fare un uso eccessivo di acqua, ma che la renderebbe ancora più inaccessibile agli strati più poveri della popolazione mondiale. La gestione privata dell’acqua, come viene sottolineato nel Rapporto sullo Sviluppo Umano 2006 delle Nazioni Unite, non ha prodotto i risultati sperati. Le esperienze di Uruguay, Bolivia e Sudafrica dimostrano che il settore privato non è sempre in grado di garantire acqua per tutti a prezzi giusti. Nonostante ciò, nelle conferenze internazionali ufficiali dell’acqua prevale la tendenza alla privatizzazione, la quale è incoraggiata anche dalle grandi istituzioni finanziarie mondiali, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Infine la questione della distribuzione ineguale delle risorse idriche diventa sempre più rilevante a causa dei conflitti che possono sorgere tra paesi sempre più bisognosi di acqua, anche per l’inefficienza dell’attuale legislazione internazionale. Su questo versante, la via da percorrere dovrebbe essere quella della cooperazione, facendo in modo che vengano adottate norme generali basate sul principio dell’uso equo e ragionevole di questa vitale risorsa. Al termine di quest’analisi si possono provare varie sensazioni, che spaziano dalla preoccupazione allo stupore, dalla rabbia alla voglia di attivarsi per contribuire alle campagne in atto per rendere l’acqua un bene alla portata di tutti. Difficile però restare indifferenti: la questione è così grande, riguarda tutti, nessuno escluso, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione, dallo schieramento politico. Il dovere di ognuno di noi è quello di sostenere le iniziative per l’acqua, di portare all’orecchio di tutti i problemi connessi all’acqua, e le iniziative per migliorare la situazione. Possiamo essere tutti attori della campagna per l’acqua bene comune, non c’è bisogno di una chiamata, di una convocazione: dal momento che ogni singola persona usufruisce dell’acqua, ogni singola persona deve impegnarsi per sostenere la lotta contro lo spreco e contro la sete. Gli ambiti in cui si può dar spazio all’informazione sono tanti: gli spazi nazionali, le amministrazioni locali , i luoghi della formazione , le comunità di immigrati testimoni della vita del Sud e mediatori per gli scambi culturali. L’essenziale è aprire le menti verso una logica interculturale, diffusa, globale, poiché rimanere nel proprio piccolo mondo non aiuta a comprendere i veri problemi. Per noi che siamo abituati ad aprire il rubinetto tutte le volte che ne abbiamo bisogno, non è automatico capire cosa significa fare chilometri di strada con delle taniche piene d’acqua per l’uso domestico. L’acqua, come la terra, i semi, le piante, gli animali, gli esseri umani, fa parte della grande comunità della vita sulla Terra. A questa corrisponde un universo multiplo e complesso di funzioni, diritti, responsabilità a tutti i livelli territoriali. In una prospettiva umana, i principi unificanti consentono a questo universo di “vivere bene” senza frequenti rotture “esistenziali” e senza conflitti distruttivi quando il suo operato è ispirato e guidato da principi di complementarietà, cooperazione, sicurezza comune, condivisione, solidarietà, tolleranza, non violenza, libertà comune. In altre parole, non affida il futuro del mondo e della vita sulla Terra ai meccanismi di rivalità e di esclusione, alle logiche di dominio e di predazione, ai processi di appropriazione o esproprio oligarchico al servizio degli interessi dei pochi. Pertanto, l’acqua e il diritto alla vita devono essere liberati dalla morsa mortale della potenza cieca del mercato, della distruzione del valore da parte della finanza privata speculativa, dell’imprigionamento del rigetto e dell’odio verso l’altro alimentato dai sovranismi assoluti detti “nazionali”.

La creazione di un Parlamento Mondiale per l’Acqua e di un Forum Mondiale dei diritti economici e sociali dell’acqua sono gli strumenti adatti per favorire la partecipazione della collettività alla questione idrica, con la speranza che un domani non tanto lontano i bambini di oggi possano trovare un pianeta Terra più sano e accogliente e che imparino, a partire da oggi, a rispettarlo e amarlo, in quanto loro casa.

Maria Ragionieri