Giuseppe Tosti, le emozioni nell’arte del disegno

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Incontrando Giuseppe Tosti, mi perdo nella magia dei suoi disegni. Giuseppe è persona brillante capace di mettersi in discussione perché rivolto a nuove strade e linguaggi da scoprire e percorrere nel mondo dell’arte. La sua passione per il disegno lo ha portato a confrontarsi con tecniche diverse ma, a mio avviso, sempre con bei risultati. Faccio fatica ad usare termini equilibrati perché penso che i disegni di Giuseppe Tosti abbiano il dono di dar vita alle emozioni, soprattutto quando le generazioni degli anni ottanta e novanta vedono prendere forma i propri eroi. Per me è stato così.

Chi è Giuseppe Tosti?

Mah, Giuseppe Tosti è un eterno ragazzo teramano di 48 anni. Lavoro a Teramo, la mia città, nella Polizia Locale ed ho la passione per l’arte. Nasco da famiglia teramana, ho una figlia, Elena, che adoro. Sono una persona normalissima che ha una vita normalissima all’interno di questa Città. Nulla di più!

Come e quando nasce la passione per l’arte?

Il mio interesse per l’arte si fonda, generalmente, sull’apprezzamento di qualsiasi sua forma. A condizione, ovviamente, di essere in grado di comprenderla. Poi la mia passione è quella per il disegno ed in particolare per quelli che riescono a trasmettere una storia da raccontare.  Questa predilezione nasce da quando ero piccolissimo. Seduto su un seggiolone c’era mia madre che per darmi la pappa mi faceva dei disegnini e ricordo che li copiava dagli albi a fumetti di “Braccio di Ferro” oppure “Geppo il diavolo buono” o “Tiramolla”. Mia madre li disegnava davanti a me oppure mi leggeva queste storie e credo sia questo il motivo per il quale in me è nata questa passione enorme per il fumetto ed in generale per qualsiasi forma d’arte che racconti una storia dall’inizio alla fine. Penso alla letteratura ed al cinema ad esempio.

Il tuo è un Talento naturale o c’è anche un percorso di studi che hai affrontato?

Io sono un autodidatta. Cosa vuol dire questo? Che ho letto tanto, ho copiato tanto ed ho cercato di vedere tanto. Poi a ventitré anni ho frequentato per due anni la neonata scuola del fumetto a Pescara e questa è stata un’esperienza molto formativa.  Tra i docenti c’era un giovanissimo Carmine Di Giandomenico, teramano, che adesso lavora per la DC Comics e che ancora non aveva pubblicato i suoi primi fumetti (proprio in quegli anni, ho avuto il privilegio di vederli nascere). Siamo diventati molto amici con Carmine. Come dicevo questa è stata un’esperienza formativa perché i docenti di quella scuola d’arte hanno dato un nome a delle tecniche che non conoscevo ma che tentavo di utilizzare in maniera puramente istintiva. Perciò mi sono reso conto che non ero così bravo e che quindi avevo molto da migliorare.

Nella tua esperienza artistica, qual è quella a cui sei più legato?

Un’esperienza a cui sono legato è quella della collaborazione con un grande fumettista italiano, Giuseppe Barbati, purtroppo scomparso molto giovane solo qualche anno fa, e che disegnava per la Bonelli gli albi “Nick Raider” e “Magico Vento”. Lui mi ha migliorato ed ho fatto con lui un percorso particolare  proprio nella scuola del fumetto di Pescara. Nel 2004 ho realizzato alcuni fumetti “Pulp” ed “Horror”  per delle fanzine che sono state distribuite solo in Emilia Romagna. L’ultimo lavoro di un certo valore è stato nel 2017 quando ho disegnato il calendario della Polizia Locale di Teramo. Ho fatto dei disegni che poi sono stati colorati molto bene da un bravissimo colorista, Fabiano Noli, anche lui teramano. In questo lavoro ho illustrato alcuni scorci del centro di Teramo dove ho raffigurato alcuni agenti vicini alla gente ed inseriti nei luoghi più riconoscibili e caratteristici del centro della nostra città. Il Calendario fu realizzato dal Comando della Polizia Locale di Teramo e dall’allora Assessore di riferimento Silvio Antonini e furono distribuiti nelle scuole.  Purtroppo è un lavoro che forse non ha avuto una grande visibilità perché in quell’anno, proprio nel periodo in cui lo avremmo dovuto distribuire e pubblicizzare, dovemmo affrontare molteplici criticità; dal terremoto alle successive eccezionali nevicate. Però lo ricordo come un discreto lavoro. Tra l’altro ci fu anche la collaborazione di Carmine Di Giandomenico che ne disegnò la copertina. Quindi in sostanza un bel lavoro che forse pochi ricordano.

Tra i tuoi disegni impossibile non notare Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo che, nato alla fine degli anni ottanta ha suscitato l’attenzione e l’interesse di tantissimi lettori. Cosa rappresenta nel tuo percorso artistico?

Ti dirò che ha rappresentato qualcosa per me legato allo sviluppo della personalità. Dylan Dog è stata una vera folgorazione! In quegli anni io leggevo soltanto fumetti umoristici ed ero un bambino quando uscì Dylan Dog nell’ottobre del 1986 ed io frequentavo la seconda media. Spinto da un amico che me lo consigliò, comprai uno dei primi numeri in un’edicola alla fine di via Pannella lungo il tragitto che facevo per recarmi alla scuola che frequentavo, la “D’Alessandro”. Passare dall’umoristico a questo tipo di linguaggio, certamente nuovo, è stato qualcosa di eccezionale. Mi succedeva un qualcosa che, purtroppo, le nuove generazioni non riusciranno più a cogliere e cioè il gusto della spasmodica attesa, ogni mese, della uscita del nuovo numero, anche per vedere di volta in volta chi lo avrebbe disegnato. A differenza dei fumetti umoristici, che erano quasi sempre uguali nel tratto, Dylan Dog aveva un tratto diverso ogni mese a seconda del suo disegnatore. Sono impazzito per il personaggio, per la maniera di raccontarne ogni storia, per il linguaggio, per la sceneggiatura, per i disegni! Non ho perso un numero originale dal numero uno per i primi dieci anni almeno. Sono diventato un ”Bonelliano” convinto appassionandomi anche ai fumetti che sono usciti successivamente come “Nathan Never”, “Nick Raider” e “Magico Vento”. Per tornare a Dylan Dog è stato amore a prima vista assolutamente! È difficile spiegare oggi ai nostri ragazzi che qualcuno si possa emozionare per delle immagini ferme in bianco e nero, illustrate con delle scritte ferme all’interno delle classiche “nuvolette”. Oggi è tutto un po’ diverso, pieno di effetti speciali, mentre in un fumetto così realizzato si poteva cogliere anche la fatica del disegnatore osservando i dettagli di ogni singolo disegno. Insomma sensazioni bellissime.

Il disegno, l’arte del fumetto, quanto sono stati e sono importanti, come linguaggio universale, nello stimolare le culture dei vari popoli?

Credo che il disegno sia stata una delle prime innate forme di comunicazione. Pensiamo ai graffiti nelle grotte che stanno a simboleggiare quelle che erano le avventure degli uomini delle caverne oppure ai bassorilievi ed alle immagini nelle tombe dei Faraoni. Quindi è naturale nell’uomo questo modo di esprimersi e comunicare. Poi si è andato perfezionando. Tra il ‘700 e l’800 appaiono le prime vignette umoristiche nei giornali dell’epoca, per poi arrivare, nel 1894, alla nascita del primo fumetto in America; lo “Yellow Kid” il bambino giallo. Da lì è esploso il fumetto con le pubblicazioni americane, con i suoi supereroi, quelle giapponesi con i manga, i bellissimi tratti chiari del fumetto belga e francese e poi quelli italiani, dal “Corriere dei Piccoli” fino alla Bonelli. Una maniera di raccontare molto naturale, secondo me la più naturale che ci sia.

Dopo lo scoppio della pandemia e con i venti di guerra nel cuore dell’Europa, secondo te, l’arte che ruolo può avere in questi tempi?

 Mi riallaccio al tema del numero del Magazine “Universo 25”, quello del famoso esperimento che ha mostrato che l’assenza di ruoli sociali determina un allontanamento delle persone ed addirittura potrebbe determinare la fine della società così come noi la intendiamo. È compito di tutti poter ridurre le distanze che ci sono tra le persone e la maniera più semplice è quella che viene utilizzata oggi dai giovani, quella dei social, che però secondo me non è idonea; l’utilizzo di queste piattaforme è eccessivo e tende a sostituire quella che è una vera e sana socialità.  Le persone si avvicinano condividendo idee, progetti, sensazioni ed emozioni. Magari parlando dello stesso libro che hanno letto o vedendo insieme un film o uscendo insieme guardandosi e parlando. Questa è una cosa che ci è stata tolta. Socializzare vuol dire anche condividere idee ed emozioni e non immagini e filmati su Whatsapp o Tiktok. Il compito dell’arte è quello di dare delle emozioni condivise. Questo è stato recentemente spiegato molto bene gli artisti del cinema e del teatro che hanno rivendicato quello che era il loro ruolo, nel momento in cui le persone erano chiuse in casa, di riuscire a dare serenità e svago. C’è bisogno anche di altro adesso. C’è bisogno di tornare ad uscire, uscire dai propri gusci, uscir fuori di casa senza aver più paura di tornare ad incontrarsi, nei modi più corretti ed in ossequio alle elementari norme di prudenza, di rimodellare in maniera più adeguata quella che è una socialità la cui forma vedo negli anni divenuta sempre più malata.

C’è un’opera a cui sei maggiormente legato? 

No, sinceramente. Durante la pandemia stando di più a casa, in maniera autodidatta, mi sono dedicato allo stile figurativo, all’illustrazione realistica. Usando semplicemente delle matite ho fatto dei ritratti di personaggi famosi e meno famosi nella maniera più realistica possibile. Il Primo ritratto l’ho fatto a mia figlia …è venuto benino ed ho deciso di studiare questa metodologia, ripeto da autodidatta, così ne ho poi realizzati altri, alcuni dei quali li avete pubblicati. È una tecnica i cui risultati mi piacciono molto e credo che la approfondirò. Per questo non sono legato a nessuna opera del passato, anzi quando le osservo le trovo sempre un po’ ingenue pensando che avrei potuto fare meglio. A me piace sempre quel che faccio al momento e non guardo mai i disegni che ho realizzato in precedenza. Anche perché non lo faccio per vivere e se non mi piacesse non disegnerei. Per me è un hobby e non mi sento un artista, semplicemente mi diverto. In questo momento sto realizzando la copertina de La Città Magazine che sta uscendo, quindi in questo momento sono legato all’idea che sto cercando di sviluppare ed a questo disegno.

Qual è il tuo pensiero sul mondo dell’arte oggi?

Sono lontanissimo dal conoscere quello che è il fumetto di oggi. Io sono un “ragazzo di un tempo” e quindi legato ai “Diabolik”, “Dylan Dog”, “Nathan Never” degli anni ottanta e novanta e, quindi, a quel tipo di linguaggio che adesso è invecchiato. Ragion per cui non sono in grado né di fare una critica o di dare un giudizio sulle nuove forme di fumetto che ci sono. Posso dire che, rispetto al Dylan Dog di Tiziano Sclavi dove era riconoscibile uno stile nella costruzione della storia, nei disegni, nei testi, oggi i nuovi albi sono completamente diversi. Sicuramente ottimi lavori, ma sarà che sono cresciuto io, sarà che è cambiato il linguaggio, nel leggerli non ho più quelle emozioni che mi davano quei primi numeri di cui ti ho parlato. Probabilmente la colpa è mia! Ripeto sono sempre stato un cultore delle forme d’arte che mi raccontassero una storia, come ad esempio il cinema. Ed anche qui noto una differenza abissale tra quello degli anni ‘70, ‘80 e ‘90 con quello di adesso. I contenuti oggi, salvo rare eccezioni, sono quasi zero. Adesso manca proprio la storia non c’è l’anima dentro, non la vedo più. Li vedo come grandi polpettoni di effetti speciali e non mi piace. Paradossalmente non apprezzo neanche più i film sui supereroi (cosa per la quale sarei andato matto essendo tratti dai fumetti) perché troppo inflazionati, pieni di grande tecnica, ma svuotati di argomenti.  Le serie televisive le trovo migliorate, ma la cosa non mi fa contento perché la serie televisiva è un altro dei modi per farti stare a casa e per farti avere un appuntamento fisso magari una o più volte a settimana quando invece credo che si debba tornare ad uscire per incontrarsi nella maniera più sana possibile.  Per le altre forme d’arte non ho quella preparazione per poter dare giudizi. 

I tuoi prossimi progetti?

Non ho progetti, perché non disegno per lavoro ma lo faccio solo per hobby. Quando mi verrà in mente un disegno lo farò per puro piacere nei miei ritagli di tempo. Questo è il bello ed il brutto di non aver reso la tua passione un lavoro. Credo che chi abbia avuto questa fortuna in sorte sia felice perché non avrà mai avuto nemmeno la sensazione di lavorare. Alla lunga però, ci sarebbero comunque di fatto dei lavori e delle scadenze da rispettare. In questo modo anche la tua passione può rischiare di diventare routine lavorativa e rischi di allontanarti da quella che è la sua forma più pura. Invece io per vivere faccio altro e quella che è la mia passione resta una passione. Quindi è qualcosa di bello e di puramente personale che va al di là di quello che possono essere i giudizi o altro. È una cosa che mi piace fare e basta. 

Come potremmo definire l’arte di Giuseppe Tosti?

Non mi sento minimamente un artista. Faccio dei disegni per hobby e sono alla continua ricerca di nuovi linguaggi da scoprire e con cui confrontarmi. Sono una persona che si diverte a disegnare nulla di più. 

Roberto Falò

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