Qual è il prezzo personale e sociale della comodità?
Nell’ultimo ventennio, abbiamo assistito ad una “crescita a ritmo crescente”, con tendenze esponenziali nei due anni caratterizzati dalla pandemia di Sars-Cov-2, del commercio elettronico e delle grandi aziende multinazionali attive nel settore del digital retail. E se per i consumatori millennials e nativi digitali si può considerare tutto questo come un semplice passo avanti su un normale percorso di “evoluzione”, per la classe dei “60 e più” si potrebbe quasi definire una “rivoluzione”.
D’altro canto, se si è parlato spesso dei rischi ai quali sono esposti bambini, ragazzi e giovani, rispetto alle “nuove tecnologie” sembra che, invece, ai cosiddetti boomers non ci pensi nessuno. Nati tra il 1946 al 1964, i boomers oggi hanno dai 60 anni in su. Una buona fetta di questa popolazione si è tenuta al passo con la tecnologia ma per molti di loro, specie per i più anziani, il mondo digital è faticoso, se non inaccessibile. Accanto a questo problema di digital divide, e ad altri rischi simili a quelli che corrono i loro figli e nipoti, esiste, celato, un altro problema, con ricadute potenzialmente più ampie e gravi, che riguarda, invece, proprio l’uso consueto e apprezzato delle nuove tecnologie.
I nostri “diversamente giovani”, molti dei quali hanno raggiunto l’ambita meta della pensione, hanno riprogrammato e acquisito, nel tempo, ritmi di vita e abitudini che, fino ad oggi, hanno cadenzato le loro giornate. Per molti di loro, specialmente per chi vive in piccoli centri, è stato possibile mantenere relazioni umane apprezzabili e una vita sociale soddisfacente anche (e, in alcuni casi, soprattutto) in funzione delle “faccende” e delle “commissioni” da svolgere in giro tra negozi e botteghe. L’incontro con gli acquisti via internet, prima alimentati da curiosità e come atti occasionali, poi, tra lockdown, allarmi e green pass vari, divenuti quasi indispensabili, hanno fatto apprezzare anche ai mitici boomers quanto possa essere facile, agevole e comodo, scegliere, ordinare, pagare e ricevere qualsiasi prodotto o merce comodamente seduti nel salotto della propria casa.
E l’incontro al panificio con il vecchio collega di lavoro? Le chiacchiere e i consigli scambiati dal ferramenta con il commesso e gli altri avventori, tutti appassionati di “fai da te”? E la passeggiata per raggiungere il supermercato più vicino o, come spesso fanno gli anziani, per fare il giro delle offerte nei vari punti vendita della città? Niente più shopping il sabato? Niente più acquisti in quella boutique così agée che finora era rimasta in piedi solo grazie a clienti affezionati e altrettanto vintage?
Relazioni umane, nuove conoscenze, movimenti e spostamenti capaci di riempire ore intere aiutando corpo e mente a mantenersi attivi. Ma anche economia locale che sopravvive, negozi cosiddetti di prossimità che, nei piccoli centri o nei quartieri delle metropoli, hanno fino ad oggi avuto senso in funzione della presenza di queste persone, senza le quali uno dietro l’altro potrebbero chiudere tutti, lasciando spazio solo alle grandi superfici commerciali o alle grandi aziende di vendita online di prodotti di ogni genere.
Sarà sicuramente più comodo, un mondo fatto così. Ma sarà anche un mondo complessivamente più ricco, più sano, più solidale, più vivibile e, in sostanza, più umano?
Alvise Brugnaro





