Dove stiamo andando come Società?

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e dal punto di vista storico-occupazionale e sociale, quali sono gli orizzonti più probabili?

È dalla scomparsa dei Giudici Dott. Giovanni Falcone e Dott. Paolo Borsellino, che l’Italia, ha perso l’immagine putativa di baffi e fermezza che non sono mancati a nessun uomo che si è trovato ad essere presente a se stesso negli anni ‘80, e a vedere chiaramente ciò che voleva: parlo di in assoluta minoranza, e parlerò sempre di un’assoluta minoranza, perché essere persone buone di Cuore come viene popolarmente inteso, non significa affatto essere brave persone o contribuire al bene di questo Paese: non sono morti, sono stati uccisi Falcone e Borsellino, in un silenzio che qualcuno ha pensato persino fosse pacificante.
Ma faccio una premessa che è in realtà una considerazione politica: la Repubblica Italiana aveva avuto l’illusione, fino a quel 16 marzo 1978, che si andasse tutti verso una civica compattezza, garante ‘nel durante’ e poi dopo, in grado di arginare dominazioni non comunicanti, visibili nei tratti di questi 1600 km, in nome di una distribuzione economica collettiva che avrebbe a prescindere, garantito una degna convivenza tra perfetti sconosciuti: poi però, hanno bestemmiato, come da tradizione romana, e hanno rapito un Uomo che non si godeva le acque di una penisola anche sua, perché ‘Uomo di Stato’, questa era la caratura di Aldo Moro, ucciso il 9 maggio dello stesso anno ( ricordiamo Peppino Impastato), dagli stessi interessi transatlantici che hanno visto Bettino Craxi cercare in qualche modo di ammalarsi velocemente, perché la situazione, era ormai irreversibile.
Il meccanismo americano, che noi avremmo dovuto utilizzare per una trentina d’anni – tempo di sfuggire dalla povertà e dalla sottomissione imposta dal regime sovietico a mezza Europa dell’est – aveva in realtà già dato mandate dispari con un piano Marshall che tutto era meno di un regalo: avete mai sentito parlare di Stati che ‘regalano’ soldi agli altri Stati o anche voi avete perso amici per 20 euro? I più scaltri, favoriti soprattutto dalla loro posizione, gli inglesi, che poi in realtà sono rimasti in parte barbari ( a parte il traffico diurno della City e il livello di vita molto agiato, parlo di indole), e lo hanno dimostrato a luglio picchiando i tifosi italiani Campioni d’Europa, come se vincere significasse vincere su qualcuno o addirittura sottrarre: vincere è vincere, e noi abbiamo perso.
Allora se gli inglesi sono barbari, i tedeschi molto luterani ( più con gli altri in realtà: la messa in discussione della propria morale pregiudicherebbe una certa germanicita’) , i francesi altezzosi e per questo rivoltosi, ( la Marsigliese), noi italiani, che siamo stati il quarto ed ultimo Paese che ha avuto soldi da quegli Stati Uniti che in realtà erano anche un po’ nostri, chi siamo?
Noi italiani, siamo un popolo che dimentica, e credetemi, può sembrare la più gentile delle posizioni, ma di femmineo questo atteggiamento non ha nulla, noi dimentichiamo per codardìa, che non è proprio dimenticanza: è dichiarata omertà, noi siamo dichiaratamente omertosi, di navigata silenziosa arroganza.
Perché dico questo.
Un Paese che – è sotto gli occhi di tutti – possiede da solo il 70% del patrimonio artistico e monumentale mondiale, dovrebbe dire ai suoi cittadini semplicemente questo: ‘ 1) imparate ad essere ospitali 2) imparate le lingue, che qui si crea un indotto economico mai visto in nessun altro Paese al Mondo, altro che la Svizzera.’
Una volta avviato l’ingranaggio economico, e smaltita una burocrazia che ha visto invece aumentare passaggi di concessioni e tasse edilizie perché si doveva oliare le tasche degli amici degli amici e poi ancora di altri amici, si doveva prendere questo Paese, da nord a sud, e girarlo a cartolina vivente.
Creato l’afflusso turistico e stanziati fondi per le strutture ricettive, si sarebbero poi dovuti affiancare ristoranti di ogni genere dove la musica più cantata sarebbe dovuta essere quella delle forchette, a tutte le ore: le posate, i bicchieri, una festa continua su un’economia interna che poteva gonfiarsi solo di questo, e ancora dovevamo giocare la carta Manifattura, Moda, Calzature, Vini, Formaggi, Ferrari, tutta ‘roba’ anche questa, che si spediva all’estero, e veniva pagata a lingotti d’oro, e noi avremmo preso sia in import che in export valute di ogni tipo, diventando quello che eravamo destinati ad essere, il Paese più ricco al Mondo.
Avete visto come sarebbe andata se non fossero stati uccisi Moro, Falcone e Borsellino? Se, quell’atteggiamento nei confronti dello Stato, del Lavoro, della Costituzione, della Vita, avesse avuto il tempo di essere visto, ripetuto ed assimilato da sempre più generazioni, diventando cimelio di un petto tricolore che non avrebbe più distinto così nettamente il verde, il bianco e il rosso, perché sarebbero diventati bandiera, ognuno nella propria tonalità, ma non è andata così.
Di cosa si vivrà quindi nei prossimi 20 anni e più, o meglio, di cosa vivrà la maggior parte della gente: di sussistenza, perché siamo diretti su un fondo che non abbiamo mai conosciuto, e qui sento di dare una svolta all’articolo.
Quello che è stato scritto fino a qui, è stato scritto in considerazione del fatto che avere un atteggiamento ottimista nei confronti della vita, non può e non deve significare non essere però realisti: ci rialzeremo, ma stiamo arrivando ad una profondità che non abbiamo mai conosciuto, e saper leggere com’è andata, e perché ci troviamo qui, sarà la svolta, per non tornarci mai più.
Considerate che in questo momento ci sono due forze in gioco: una politica, ed una popolare, che non sono mai state così lontane; ed è questa l’opportunità che sta già nascendo.
‘Disidentificarsi’ non dalla politica, ma da atti politici, che hanno portato ad un’ormai dichiarata situazione di emergenza perenne – a cui manca solo l’introduzione di un reddito universale che verrà preso in parte anche dalle pensioni già esistenti – sarà il giro di boa di una società che avrà come sempre la possibilità di scegliere, o in una direzione, o, nella direzione contraria di una prima scelta, e a nulla varrà anche questa volta il silenzio: è assenso.

Dove dovremmo quindi andare?
Dovremmo andare nelle biblioteche.
Dovremmo andare nei nostri borghi, dovremmo tornare a leggere, dovremmo tornare a parlare, dovremmo tornare a riscoprire un’identità critica, un’identità che ci permetta di accogliere delle macchine ma che non permetta alle macchine, create da processi di industrializzazione umana, di togliere occupazione all’uomo: capite?
Dovremmo tornare quindi a riflettere su quanto sia possibile non accettare più alcune dinamiche, perché una cosa è certa, e lo ha dimostrato la ciclicità della storia: a livello occupazionale, e quindi in parte economico, sociale, e socialmente come concetto di urbanizzazione, educativo, sia familiare che di passo scolastico, l’uomo che non ha una visione compiuta della propria vita, per quanto possa andare a finire in mani bianche, non saranno mai bianche quanto le sue.
Sapete qual’è un buon esercizio per vedere decisamente più chiaro? È la pratica dei sogni, o l’esercizio del puzzle lo chiamano gli immaginalisti.
Prendete due uomini – o donne che siano – e prendeteli alla fine della loro vita: uno dei due è realizzato, l’altro no, perché?
Uno sciamano si fa guidare dalla propria anima, un uomo invece non ha il coraggio di dare le briglie allo sciamano, e pensa di poter vivere senz’anima: e questo è dove siamo.
Il puzzle, con cui tutti abbiamo giocato da piccoli, è un insieme di piccoli minuscoli pezzi, che vengono buttati a caso sul pavimento, ed il passaggio fondamentale sembra quello di unire i pezzi per poi arrivare all’immagine finale, ed invece è l’esatto contrario: uno sciamano che vince, ha sempre presente l’immagine che ha di se, e sa chi sarà in tutti i passaggi della sua vita.
Non gli interessa se gli altri gli danno altri pezzettini facendogli credere che sono pezzi del suo puzzle, e non gli interessa neppure sforzarsi di unire quei pezzettini all’inizio, lui i pezzettini li unisce alla fine: sono arrivato a Madrid. Non mi interessa se ora mi trovo a Firenze e piove: tra 3 ore sarò a Milano, e poi passerò per la Francia, e non mi interessa se in Francia mi inviteranno a Parigi e mi diranno che a Parigi si sta benissimo, perché io sto andando a Madrid.
Certo non sarà come avevo previsto: mi perderò, vedrò cose che non avrei mai pensato di vedere, ma arriverò, e il viaggio lo racconterò da lì, che sapevo da sempre sarebbe stata la mia meta, perché il mio sciamano avevo chiaro dove mi stava portando, ed era impossibile mancare il bersaglio.

Giuseppe Percoco

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