Divisare

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“Architettore chiamerò io colui, il quale saprà con certa, e maravigliosa ragione, e regola, si con la mente, e con lo animo divisare”, si legge nel De Re Aedificatoria, un testo del 1450 dell’architetto Leon Battista Alberti che coniò la parola divisare: disegnare con la mente, ossia applicare, introdurre l’elemento fantastico nella ragione, nel razionale; l’importanza del disegno ancora prima di giungere sulla carta, e quindi nella testa! La bellezza non è solo una questione di estetica, e Leon Battista Alberti paragonando un edificio ad un essere vivente, ci dice che la sua bellezza andrà a relazionarsi con l’armonia della natura, divenendo un criterio etico, oltre che sociale. Alberti fu un architetto, e non solo, rinascimentale che allontanandosi da una visione medioevale dell’arte, introdusse l’importanza, per un artista, di possedere un’ampia conoscenza, della matematica, ma anche della storia e non ultimo della poesia. Se i viaggi nel tempo fossero sperimentabili, ne farei uno nel futuro (non ne sono sicura) e tanti nel passato, uno certamente da lui. Alberti è conosciuto, tra l’altro, per aver aperto la questione di una letteratura volgare che gareggiasse con la classica, dunque la sua fù una figura innovativa e geniale. Il portale per accedere al viaggio e saltare nel suo tempo, se c’è, è sicuramente celato nel sipario di un piccolo ma delizioso teatro della seconda metà dell’ottocento: Teatro dell’Iride a Petritoli, in provincia di Ascoli Piceno, conosciuto grazie ad una esibizione teatrale degli Archifolli, architetti un po’ folli e un po’ folletti, guidati da Lamberto Santoni, un affascinante regista che seppe si con la mente e con lo animo divisare una magnifica compagnia teatrale. Gli Archifolli, ormai, non recitano più, ma continuano a dialogare di architettura e di arte nella Bottega di Erminia, dove Lamberto crea le immagini che ha in testa, poiché lui, essendo anche architetto conosce bene l’arte del divisare, e allora gli acquerelli, sotto le sue mani diventano ‘squaquerelli’, di tutte le dimensioni, che danno forma anche ad oggetti, prendendo vita da un mondo onirico un po’ felliniano, ma non in bianco e nero. La vita “E’ una lunga e luminosa scia di contaminazioni: magiche metamorfosi”, cita il mio romanzo d’esordio, e a proposito di contaminazioni io e Lamberto ci sediamo fuori dalla Bottega – sulle sedie da lui trasformate in arte, arte da vivere – a discorrere di alcuni luoghi divenuti una sorta di musei a cielo aperto:

Cosa pensi della street art che in Italia è diventata una forma d’arte urbana consolidata?

Quando in Italia negli anni 70/80 apparvero i graffiti, quelli realizzati con bombolette spray, io storcevo il naso perché li vedevo come scarabocchi sui muri. Poi capii che erano forme di protesta pacifica contro i soprusi.

Il Writer non si espone. Con il suo indecifrabile ideogramma e la sua espressione artistica comunica il suo dissenso libero da regole.

La street art invece permette all’artista di comunicare il suo messaggio ad un ampio pubblico, in un contesto urbano, negli spazi pubblici, a volte illegalmente ma spesso autorizzati, firmando la propria opera.

Non opera in incognito, anzi spesso viene incaricato da enti e amministratori comunali.

Essendo nata nelle periferie di New York, pensi sia un fenomeno più americano che italiano, oppure può ben integrarsi con la nostra arte classica e in particolare con la nostra architettura?

Si penso che sia un fenomeno molto americano; credo che in America sia nata per la necessità degli artisti di avere ampi spazi, nonché luoghi pubblici dove dare maggiore divulgazione e visione alle lore opere. In Italia ho la sensazione che poco si integra con la nostra arte classica, con la nostra architettura ma al contrario si sovrappone ad essa. In Italia la Street Art, a me sembra, non viene divulgata come opera d’arte fine a se stessa ma come un mezzo per riqualificare spazi urbani degradati, o paesi abbandonati che necessitano di nuova vita. Vedi paesi come Braccano, Aielli, Cocciano, ecc. Ho l’impressione che questo tipo di arte venga usata per mettere delle pezze sui nostri fallimenti urbanistici.

La libertà di espressione, in campo artistico, ha delle regole o canoni da rispettare affinché non si perda l’essenza dell’arte?

Credo che l’arte contemporanea in generale non ha regole. L’artista detta le sue regole, sta all’osservatore recepirle. Materiale per critici d’arte, filosofi, galleristi, mercanti, non certo per l’uomo comune, spesso disorientato ma abituato a guardare, ascoltare, opere dove l’equilibrio, l’armonia, la perfezione sono il suo riferimento di bellezza.

Grazie Lamberto, credo che Leon Battista Alberti sarebbe d’accordo con te sull’equilibrio e l’armonia come riferimento cardine di bellezza, e per le pezze non saprei, ma se mi accompagni al Teatro dell’Iride e sono fortunata, faccio un salto a chiederglielo.

Alessandra De Angelis

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