Da agricoltura a pastorizia: come la produzione cambia la società

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Neolitico, età della pietra nuova. Un periodo fondamentale per l’evoluzione della società umana.

I gruppi umani si aggregano e scelgono, con un grado elevato di consapevolezza, di organizzare la produzione per il loro sostentamento con un sistema agricolo stanziale.

È questo il periodo del grande cambiamento che vuole l’abbandono (lento e territorialmente non omogeneo) della più semplice società di cacciatori-raccoglitori.

Piccole bande nomadi si aggregano creando gruppi stanziali organizzati in tutti i settori sociali. Culturalmente ed economicamente.

Ciò richiede un territorio adatto, gli agricoltori hanno bisogno di grandi spazi provvisti di pianure fertili dove l’irrigazione e la lavorazione della terra renda possibile le coltivazioni intensive, prima con l’aratro a mano poi con l’aratro a trazione animale.

Fino a qui nulla di nuovo, l’abbiamo studiato un po’ tutti a scuola. Sono concetti più o meno conosciuti. Ma che valore e significato hanno queste prime organizzazioni sociali?

Dovete immaginare che le prime comunità organizzate con struttura economica agricola potevano avere varie grandezze. Si sviluppano in prima battura in medio oriente per poi passare lentamente (ma non troppo) alla penisola europea. Rivoluzione agraria è il nome che viene dato al fenomeno che si sta diffondendo e che sta cambiando la storia del Sapiens.

Ma cosa richiede questo sistema: un’organizzazione complessa e centrale. Nasce il concetto di accumulo e redistribuzione dei beni con il controllo di un potere centrale. Grandi comunità accumulano beni i magazzini comuni e una certa fascia sociale che chiameremo elite si preoccupava di garantire una corretta redistribuzione dei beni, ma anche la tutela e la conservazione di essi.

Il Italia il sistema e simile ma con villaggi di minori dimensioni. Il concetto di base non cambia. Vige un certo egualitarismo, nel modo di abitare, di produrre, di governare. Di questo ci parla l’archeologia. Se ci spostiamo nell’età del bronzo in Italia (tra III e II millennio a.C.), passando per una serie di innovazioni venute dal periodo precedente denominato età del rame (tra IV e III millennio a.C.) approdiamo in un mondo con caratteri emblematico. 

L’Italia è divisa in varie realtà ma quella che più ci interessa per il nostro discorso sono le Terramare.

Le Terramare sono insediamenti a ridosso del fiume Po’ caratterizzati da una tipica cinta fortificata a terrapieno e un fossato riempito di acqua incanalata dal fiume che cingono l’area abitata. La loro economia è a base agraria accompagnata da allevamento di animali domestici. Cosa ci dice l’archeologia delle Terramare?

La nostra amata disciplina fa parlare i resti di questi siti abitati che raccontano una storia di equalità sociale. Le strutture delle capanne all’interno delle cinte murarie si presentano simili per dimensioni e vicine l’una all’altra.  Ma anche gli ambienti funerari, ad incinerazione, ci presentano sepolture simili e vicine tra loro. Una società senza capi? Non esattamente. Una elite che si connota come tale c’è, esiste, ma non ha ancora la possibilità di governare in maniera assoluta la comunità, si può dire che la dirige, ma di certo non ha ancora la forza di comandare la popolazione. Dobbiamo anche contare che, l’agricoltura in genere, non crea una ricchezza tale da permettere una grande accumulazione di beni. Non come la pastorizie.

È sempre durante l’arco dell’età del bronzo che avviene un altro importante cambiamento. L’economia di alcuni territori italiani cambia lasciando l’agricoltura per il più redditizio allevamento di bestiame. Le pianure vengono abbandonate e vengono scelte le alture come sede dei villaggi. La scelta sembra ovvia e allo stesso tempo obbligata: i capi di bestiame si spostano e possono essere portati in collina, ma allo stesso tempo devono essere difesi in maniera più attenta. Data la loro natura mobile possono essere catturati e di conseguenza spostati. Sono più redditizi, soprattutto perché producono la lana, materiale necessario per produrre tutti i prodotti tessili dell’epoca, ma sono facilmente disperdibili. Devono essere tutelati.  Come farlo? Creando una rete di insediamenti su alture per tutto l’arco alpino e prealpino, anche perché le greggi hanno bisogno di pascoli di costa d’inverno e di alpeggio d’estate. Lo spostamento è necessario non solo per cercare cibo ma anche per tutelarsi dalle intemperie. Con una transumanza est ovest che va dall’arco appenninico fino alle coste, l’adriatico centro settentrionale, tra il Molise e l’Emilia, passa ad un’economia a base pastorale. Cambia l’economia, cambia la società e la sua cultura. La vendita della lana crea una ricchezza che permette accumulo di beni non necessari. Nella età del bronzo troviamo ripostigli sotterranei di asce o pugnali in bronzo, metallo che viene stipato e non recuperato. Che sia a scopo cultuale o di tutela ciò che interessa al nostro discorso è la privazione. Il metallo è un bene di lusso, se te ne privi significa che puoi permetterti di farlo!

Su questo discorso arriviamo fino all’età del ferro nel I millennio a.C. l’accumulo di beni è eccezionale. Se prendiamo ad esempio solo la necropoli di Campovalano nel teramano è innegabile come privarsi di beni di lusso da seppellire sotto le tombe a tumulo con i propri cari sia possibile. Vi immaginate cosa significa seppellire un defunto con un carro da guerra? Se non avete mai visto niente del genere vi consiglio di andare nel parto archeologico della Necropoli di Campovalano o al museo di Campli dedicato al territorio e al sito in questione. Nella tomba n 2 troverete un carro (smontato) e sepolto. Sarebbe come se oggi si seppellissi il nonno con la Ferrari! Eccezionale vero. Be l’economia del popolo vissuto a Campovalano era ancora a base pastorale. Quanto accumulo di ricchezza è stato possibile! 

Questo è solo un esempio, su base archeologica, di come l’economia cambia la società e viceversa la società influenza le scelte economiche.

Con questo articolo abbiamo fatto insieme un altro piccolo passo nella storia per capire le dinamiche della nostra identità. 

Andrea Di Giovanni

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