Che ne sarà di noi. Kubrick lo sa.

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C’è un film che è ancora attualissimo, e val la pena di dargli una chance. Si chiama 2001 A Space Odissey diretto da Stanley Kubrick. In questo film, che non è certo di facile lettura pur essendo illuminante, si racconta (fra le mille altre cose) di una spedizione su Giove da parte di un gruppo di astronauti. L’astronave su cui viaggiano è interamente controllata da una evolutissima intelligenza artificiale. Hal 9000, questo il suo nome, si accorge di non funzionare come dovrebbe. E siccome gli astronauti dubitano di “lui”, Hal 9000 attua un piano per sabotare l’equipaggio. 

Ancora oggi, a distanza di anni, quello di Kubrick è il più grande esempio di come si può raccontare l’intelligenza artificiale in modo mai banale, mai pomposo. 

2001 è anche un viaggio alla scoperta dell’essere umano, delle sue paure, dei suoi fallimenti e di ciò che potrebbe invece perseguire al fine di sopravvivere ai tumulti dell’universo e della stessa umanità. 

Il film inizia con un nostro antenato che scopre un modo per uccidere un altro nostro antenato, attraverso un’arma. È una delle sequenze più importanti della storia dell’arte, non solo del cinema. Nessuno può immaginare che il film finirà come finirà. Per chi non lo ha ancora visto, evito di fare spoiler. Vi dico solo che dopo aver visto questa pellicola di Kubrick ho cominciato a scrivere, ed ora ho il privilegio di essere dietro queste parole insieme a voi che mi state leggendo. 

Kubrick iniziò la sua storia a New York, come fotografo. I suoi ritratti erano così belli che ben presto il buon Stanley si fece un nome in tutta la Grande Mela. Arrivarono poi i primi film indipendenti: autentiche perle per chi ama il cinema. Stanley non era ancora un regista, ma stava provando a diventarlo. Quel che accade nella seconda parte della sua vita è qualcosa di assolutamente unico: Stanley affronterà quasi ogni genere cinematografico, riuscendo a fare capolavori diversissimi fra di loro, eppure sempre con lo stesso marchio inconfondibile di quello che un tempo era solo un giovane fotografo. Stanley ha ripudiato la guerra in tutte le sue forme con Full Metal Jacket. Con Eyes Wide Shut, Stanley ci ha avvisato che il nuovo secolo avrebbe stravolto i rapporti sessuali e che il potere non è quello che vediamo, ma ciò che vive nell’ombra e decide. 

E con Barry Lyndon ci ha mostrato che la luce nel cinema la si può fare anche con le candele: di fatto il suo capolavoro viene realizzato prevalentemente con la luce naturale e con…Le candele, appunto.

Stanley Kubrick ha messo la sua firma indelebile nei libri di storia del cinema. In 2001 il maestro ci avverte che l’intelligenza artificiale non è un aspetto da sottovalutare nella creazione dell’uomo del futuro. E che una macchina simile a un uomo, non può che fallire anch’essa. La grandezza del cinema di Kubrick non sta nel raccontare il presente. Sovente il maestro si cimenta in storie dove è più il passato o il futuro a parlare. 

In un momento storico dove i cinema chiudono, è bene ricordarsi di Kubrick per risolvere una domanda di cruciale importanza per noi: Chi siamo? Dove stiamo andando? Quale sarà il futuro che ci aspetta? Nei film di Kubrick, essenziali per capire cosa significhi la parola “cinema” o il termine “composizione”, sembra quasi esserci una risposta. 

Risposta che invece non troviamo nello sguardo finale che Marcello Mastroianni ci regala nel grandissimo film di Federico Fellini “La dolce vita”. Troviamo però qualcos’altro: una malinconia fortissima, avvolta nel vento. Quello di Fellini non è un avvertimento, ma quasi una considerazione. Sembra quasi che, con la Dolce Vita, Federico Fellini voglia dirci: “Il mondo cambierà, non possiamo farci molto. La distanza fra le generazioni aumenterà. La religione non riuscirà a salvarci. Arriverà un mostro dall’acqua, e noi lo sottovaluteremo, ridendoci sù”. Quel mostro poi sarebbe arrivato davvero, con gli anni di piombo in Italia. Anni ancora enigmatici, mai del tutto risolti. A proposito, pochi giorni fa è comparsa la stella delle Brigate Rosse a Saxa Rubra. Fellini lavora per allegorie. Kubrick per simboli da decifrare. Entrambi hanno il dono della luce. Entrambi ancora ci parlano. Entrambi potrebbero ancora dirci tanto di ciò che saremo, di qui a poco. Le loro telecamere sono rimaste esposte da qualche parte. Loro, invece, sono dovuti andare via, avendo esaurito ogni riserva su questa terra. 

Quanto mancano le loro visioni. 

Quanto manca un pubblico che non vuol soltanto distrarsi, ma illuminarsi.

Quanto manca entrare in un cinema, aspettare che le luci scendano, e sentire il brivido dietro la schiena per una scena in grado di raccontare chi siamo. 

Quanto manca, a questa nostra modernissima società, ipertecnologica e schiava dei social, perdersi in un rettangolo nero in attesa di una risposta. 

Una risposta… Dalla luce.

Marco Cassini

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