Blonde: il cinema che racconta la figura della donna

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Storie di ieri e di oggi

Un report del Viminale afferma che nel 2022 in Italia i femminicidi sono stati 125. Più di uno ogni tre giorni. 

Solo con un decreto del 10 Marzo 1946 le donne hanno avuto l’opportunità di votare nel nostro Paese. E nel Codice di Famiglia del 1865 veniva stabilito che le madri non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, non potevano essere ammesse ai pubblici uffici. Se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, poiché ciò spettava al marito.

Questi sono solo alcuni dei dati che dimostrano, una volta ancora, quanto solo una manciata di anni fa le donne vivessero in una condizione di subordinazione e, spessissimo, di infelicità. 

E adesso? Le cose stanno davvero cambiando? Sicuramente si. 

Ma non sempre nel modo migliore. E i numeri del Viminale non lasciano spazio a dubbi: in molte relazioni l’uomo non riesce a placare la propria violenza nei confronti del corpo femminile. È uno scontro impari e codardo che non lascia scampo a chi è fisicamente più debole. Ovviamente. Ma non è anche la dimostrazione che un certo numero di uomini non riconosce il nuovo ruolo della donna? Non è forse un non accettare che la donna possieda le libertà che da sempre avrebbe dovuto avere?

La società di oggi si interroga spesso su questo. E spesso si avventura nel trovare soluzioni. Spesso non risolutive.

Il cinema in questo senso ha lo straordinario potere di mostrare le cose in modo molto più profondo. Il cinema non è un cartellone su di una piazza in un centro cittadino con su scritto “stop alla violenza”. No. Va ben oltre. Il cinema può fare aprire gli occhi. È recente, per l’appunto, l’uscita di Blonde su Netflix. È la storia, privatissima, di Marylin Monroe. È un racconto struggente, a tratti anche troppo, in cui il regista ci mostra le violenze che la grande attrice americana ha subito sin dall’inizio della sua carriera. Molte delle cose che si vedono nel film non corrispondono al vero (e allora perché fare un film su un personaggio realmente esistito?). 

È un ottimo tentativo di raccontare una storia usando diversi linguaggi stilistici, dal bianco e nero all’uso di dissolvenze particolarissime. Il film, però, risulta sin troppo esplicito: c’è una scena di sesso orale che ha fatto molto discutere. È una scena stilisticamente grottesca e nel linguaggio artistico del film ci può stare. Solo che… Questo voler a tutti i costi spingere su un linguaggio esplicito (dove guarda un po’ è sempre la donna a far cose) sembra essere controproducente e anche stravisto, poiché pone l’attrice Ana de Amas a interpretare una donna abusata (Marylin) essendo lei stessa in condizioni di nudo esplicito sul set durante la sua performance in più di un’occasione. 

Era davvero necessario mostrare tanta nudità? Per l’arte è quasi una normalità vedere una donna svolgere scene esplicite. Negli ultimi 15 anni in particolare, abbiamo assistito a tante immagini (anche molto belle) dove l’erotico, quasi pornografico, è diventato “normale”. 

E ditemi: in quanti film negli ultimi dieci anni avete visto, al contrario, un membro maschile con tanta facilità? A me viene in mente il famoso horror Midsommar, dove il protagonista affronta una sequenza del film senza veli, in una difficilissima scena di sesso. Questa pellicola, inoltre, è interessante anche per la figura della donna. Dunque per chi ama il genere, lo consigliamo. 

Tuttavia i nudi di scena femminili sembrano maggiori di quelli maschili. 

Che tipo di implicazioni ha, questo, sulla vita professionale di una attrice?

Su un set un’attrice professionista deve spogliarsi, rimanere nuda per lungo tempo a fini artistici, mettere il suo corpo nelle condizioni di rendere reali scene esplicite, lavorare con un altro corpo per rendere la scena credibile… Beh…

Credetemi se vi dico che non sempre è una condizione semplice da sostenere per una donna. E bisogna in queste righe ricordare che anche il mondo del cinema contemporaneo soffre delle stesse, malatissime regole viste nel film Blonde. Dove il rischio di un abuso REALE è sempre dietro l’angolo.

Mostrare tutto questo nudo non indebolisce ancor di più la figura della donna, anziché rafforzarla? Un qualche sciagurato non rischierebbe di vedere la donna come un oggetto anziché un corpo pensante, unico, magico, da scoprire e riscoprire?

Il nudo non è da sempre la conquista di un’intimità? 

Farne un uso e un abuso non lo rende forse meno… Speciale?

Come mai, allora, molto spesso sono proprio le donne a mostrarsi senza veli anche sui social?

Il cinema da sempre ha il grande dono di mostrare una strada alla società. I social hanno il grande dono di dimostrare alla società ciò che siamo: su molti profili Instagram è la donna stessa a postare fotografie di sé stessa in modi diversi. La voglia di piacere, di potere dimostrare una propria libertà di espressione, è chiarissima. Sembra quasi il voler riappropriarsi di anni, decenni di subordinazione. 

Tuttavia questi post vengono spesso interpretati in un modo diverso da una certa tipologia di uomini che applicano subito etichette spesso non corrispondenti al vero, riversando in queste donne un senso di frustrazione. 

È vero anche che moltissime donne, per sbarcare il lunario, utilizzano il loro corpo per pubblicare contenuti pornografici a pagamento su piattaforme dedicate come Onlyfans. Si tratta di siti dove è possibile vendere contenuti privatissimi a pagamento. Moltissime sono le ragazze che, attraverso il proprio corpo, trasformano la loro cameretta in una zona a luci rosse facendosi pagare per un filmato più spinto o per una fotografia dei propri piedi. 

Il sito vita.it sostiene che sono 120.000 le donne che si prostituiscono in Italia. 

Altre statistiche riportano numeri di poco inferiori, ma comunque altissimi. 

Esiste quindi un fenomeno che porta il mostrarsi senza veli a un punto di non ritorno, dove la donna stessa accetta la condizione di essere un oggetto di compravendita. E forse questo è il punto più basso del femminismo, della femminilità, dell’essere donna. 

Ma è anche il punto più basso di questa nostra società, che non riesce a garantire un lavoro stabile ed economicamente appagante. Per molte ragazze vendersi è una questione di necessità. E tutto questo avviene proprio nel momento storico più importante, quello odierno, dove la donna sta lentamente trovando lo spazio che merita. 

Si… Lentamente…

125 donne morte all’anno sono 1000 donne morte in dieci anni. È tanta roba, se ci pensate. 

Siamo ben lontani dall’obiettivo di rendere “normale” il rapporto fra l’uomo e la donna. 

La donna… “La più bella creatura che abbia prodotto la bella madre natura”, per usare le parole del grande drammaturgo Carlo Goldoni. 

Marco Cassini

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