Io penso positivo
Ma non vuol dire che non ci vedo
Io penso positivo in quanto credo
Non credo nelle divise
Né tanto meno negli abiti sacri
Che più di una volta
Furono pronti a benedir massacri
Non credo ai fraterni abbracci
Che si confondon con le catene
Io credo soltanto
Che tra il male e il bene
È più forte il bene
Sono passati 28 anni da quando Jovanotti ha cantato per la prima volta queste parole, estratte dal brano “Penso Positivo”, primo singolo dell’album “Lorenzo 1994”. Il brano, che era in ballo con “Serenata Rap” per aggiudicarsi il posto di primo singolo e che poi si rivelò essere la scelta più giusta nonostante i dubbi e le perplessità dei produttori, racconta il modo in cui la società cerca di dividere le persone attraverso contraddizioni. Jovanotti, invece, rivendica un pensiero e un messaggio positivo.
Sì, sono passati 28 anni, ma queste parole sembrano ancora estremamente attuali.
Dopo gli ultimi anni passati ad indossare mascherine, non poter salutare con una stretta di mano, ma con un tocco del pugno prima e del gomito poi, a lavorare da casa in “smart worki”, (cit. dell’ex premier Giuseppe Conte), a rinunciare ai viaggi all’estero e ai viaggi in generale, a non poter organizzare cene in più di quattro, sei, otto persone, ma solo se facenti parte della stessa famiglia, a fare la fila fuori dal supermercato e poterci andare solo una persona per nucleo familiare, a togliere le mascherine d’estate perché “qui non ce n’è coviddi” e a rimetterle subito a settembre perché il coviddi c’era e c’è ancora. A cambiare i colori alle regioni: bianco sei buono, verde sei ok, arancione sei ok, ma non troppo quindi resta a casa, rosso sei cattivo. A fare test antigenici fai da te una volta a settimana perché “sono stato a contatto con una persona positiva”, a tornare ad una parvenza di normalità, ma la mascherina nelle zone centrali delle città sì, in periferia no. A tornare a casa alle 22 per il coprifuoco. A chiedere “l’hai fatto il vaccino?”. A pensare “dai che sta finendo” e poi la curva dei contagi si rialza. A sperare che la guerra scoppiata in Ucraina finisca il prima possibile.
Dopo gli ultimi due anni e mezzo passati così, di positività ce n’è voluta tanta e ce ne vuole ancora. Ma occhio, non positività ai tamponi, di quella ne abbiamo piene le scatole.
Quante volte avete pensato “ma chi me lo fa fare, io esco e me ne frego”? E quante volte, poi, l’avete fatto davvero? Per senso di colpa o senso civico? O perché si pensava positivamente che la situazione si sarebbe normalizzata nel giro di qualche mese?
Eppure dopo due anni e mezzo passati così, proviamo per l’ennesima volta a tornare ad una parvenza di normalità. Quindi via le mascherine, ma non nei mezzi pubblici, e via le code fuori dai negozi. Basta con i posti limitati, via libera ai concerti e spettacoli teatrali (e finalmente, aggiungerei).
E speriamo che questa volta l’ondata di positivismo duri più a lungo delle due precedenti estati.
Perché, sì, io penso positivo, ma non vuol dire che non ci vedo.
Roberta Conforte





