L’antica festa dei separi a Cocullo, un richiamo al rispetto per gli altri e la natura

0
289

Autostrada A25 da Pescara verso Roma, da Est verso Ovest, immediatamente prima di entrare nella galleria che inizia a penetrare il cuore dell’Appennino, appare in alto e d’improvviso un aggregato di case, abbarbicato su di un colle. Tante casette l’una sull’altra sembrano sostenersi in una disposizione armonica. La strada corre vicina, percorre un tratto che accompagna l’insieme di mura che ora sembra snodarsi davanti agli occhi, prima che il tunnel porti all’interno della terra nella quale regna la vita del paese che porta il nome di Cocullo. È in provincia dell’Aquila, a metà tra la Valle Peligna e la Marsica, nell’alta valle del Sagittario. Come ogni piccolo borgo d’Abruzzo è visitabile con escursioni a piedi per ammirare il centro storico, apprendere del patrimonio artistico e culturale e visitare i beni che la natura gli ha donato. Nella parte alta emerge il centro storico con le mura medievali dove svettano la Chiesa della Madonna delle Grazie del XIII secolo, il Castello dei Conti di Celano e la Fontana Medievale. Dal mucchio delle abitazioni si distingue la cupola della chiesa di San Domenico che sembra sorreggere il campanile. San Domenico di Sora era un abate, monaco benedettino,  riformatore della vita monastica a cavallo tra il X e l’XI secolo. Considerato guaritore dal morso dei serpenti, è Santo Patrono di Cocullo dove vengono conservati come reliquie, un molare e un ferro della sua mula.  Dal 2012 ogni 1° maggio viene festeggiato in paese e portato in processione ricoperto di serpenti che ne avvolgono il corpo ligneo. Pare che il rito provenga dal culto di Angizia, la dea dei Marsi esperta di arti occulte, guaritrice e incantatrice di serpenti. Per venerarla si faceva sfilare in corteo a primavera, evidente quindi anche il legame con la fertilità nel culto pagano legato alla dea.  Ricoperta di serpi che lei stessa aveva insegnato a rendere innocui, a non avvelenare, che poi venivano uccisi al termine del rito, cosa che oggi non accade. Alla fine di marzo i rettili di diverse varietà innocue, vengono prelevati dagli esperti “serpari”, custoditi in scatole di carta e nutriti. Al termine della festa sacra-profana vengono riportati esattamente dove erano stati presi. Ognuno porta un segno di riconoscimento e capita anche che, da un anno all’altro si ritrovino gli stessi, emersi dopo il letargo invernale. Una festa unica nel suo folclore piena di colori, zampogne e ciaramelle, sfilate in abiti tradizionali dove donne con ceste sulla testa portano pani sacri chiamati ciambellani come offerta al santo e fiori.  Quest’anno il rito della campanella tirata con i denti per tenerli sani e forti è stato cancellato, come anche la raccolta del pietrisco dietro l’altare, da spargere attorno alle case a protezione dei serpenti, ma questo non ha reso l’evento meno emozionante. La processione dei serpenti che è tornata a vivere dopo due anni di stop, ha visto arrivare circa diecimila persone provenienti da ogni parte della regione e da terre ancora più lontane, giornalisti, tv italiane e straniere, amanti dello sport e turisti, oltre alla grande folla di fedeli che, come ogni anno, hanno atteso per poter toccare il santo e proteggersi da problemi dentali, morsi di serpenti e rabbia. Protagonisti assoluti i mansueti serpenti che si lasciano accarezzare, circondano colli, busti e braccia delle persone come a voler smentire leggende e testi sacri che li legano alla tentazione, al male e alla disobbedienza. E invece a maggio queste povere bestiole forse vogliono dirci che ognuno può vivere bene nel proprio ecosistema, seguendo l’indole della propria natura senza disturbare e senza far del male, con il dovuto rispetto verso altre forme di vita, quello che ognuno dovrebbe avere nei confronti di ogni essere vivente su questo pianeta. 

Maria Zaccagnini