C’è un’esperienza straordinaria, molto rara, che ogni essere umano dovrebbe fare prima o poi.
Chi l’ha provata ne conserva un ricordo indelebile e ne parla come uno dei momenti più importanti della propria vita.
Chi l’ha provata più volte ne parla come di qualcosa di cui non vorrebbe fare più a meno, che vorrebbe ogni giorno nella propria vita.
E poi, c’è chi è disposto a pagare qualcuno che fornisce questa esperienza per professione.
Ah già, non ho ancora detto di quale esperienza si tratta, anche se credo che molti abbiano già capito: parlare con qualcuno che ti ascolta, ti capisce e non ti giudica.
Sì, lo so, molti di voi non sanno di cosa parlo e credono si tratti di una leggenda metropolitana, un racconto di fantasia equiparabile a certe storie che narrano di UFO e altri prodigi da stregoni e fattucchiere, eppure, tutto questo esiste: si chiama empatia.
“In psicologia, la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva”.
Questa è solo una definizione che, nella pratica, trova non pochi ostacoli in quanto solo pochi fortunati tendono a sviluppare buone doti empatiche in modo naturale, mentre per il resto dei poveri mortali c’è un duro lavoro da fare, soprattutto nella nostra società individualista e narcisista che continua a nutrirsi di apparenze a scapito della sostanza.
Ma quanta banalità in questa prima parte dell’articolo, vero?
È tutto così ovvio, tutto così noto che nemmeno il tentativo di essere ironici o sarcastici trova giusta soddisfazione davanti a un argomento che ha affollato ogni tipo di consesso televisivo, dagli albori del Maurizio Costanzo show, ai più recenti webinar a sfondo psicologico tenuti da coach, counselor, guru, operatori olistici, “…due coccodrilli ed un orango tango, due piccoli serpenti e un’aquila reale, il gatto, il topo, l’elefante: non manca più nessuno; solo non si vedono i due liocorni.”
E allora perché scrivere un articolo su un argomento tanto logoro?
Ma che ne so, me l’hanno chiesto dalla redazione e io l’ho fatto; pure voi però invece di criticare e basta, potreste mettervi al mio posto ed essere un po’… empatici, sì, empatici.
Ecco la novità: invece di parlare di empatia forse è il caso di provare ad esserlo e scoprire che gli UFO, gli Dei, gli Alchimisti, esistono davvero, sono dentro di te e fanno vere magie ogni volta che chiudi la bocca e ascolti con il cuore oltre che con le orecchie.
Chi ascolta con il cuore “vede ciò che c’è dentro” vede oltre la superficie, in profondità, lì dove gli occhi non possono arrivare e le parole non servono perché nessuna parola è emozione, ma solo un codice convenzionale per dare un nome alle emozioni.
Tutto sommato, se prendete due orecchie e le unite, la forma assomiglierà molto a quella di un cuore: dite che è un caso?
Però, qualcuno potrebbe obiettare: ma tu fai il business coach, che c’entri con questo argomento? Non dovresti parlare di business e di aziende?
E dai… un po’ di empatia!
Ci stavo arrivando: le aziende sono fatte di persone e di tecnologie e sapete cosa distingue una persona da un robot o da un algoritmo? L’esperienza sensoriale ed emozionale.
Quando mi dicono che le macchine e i computer toglieranno lavoro alle persone mi viene da sorridere, perché le macchine fanno tante cose meglio e più velocemente degli umani tranne una cosa: non sanno fare gli umani.
Quando una macchina avrà la pelle d’oca ascoltando il racconto di un amico che si è salvato da un incidente “per miracolo”, allora sarò pronto a cambiare idea.
L’errore che molti stanno facendo è di insistere a fare lavori che può fare una macchina, quando bisognerebbe concentrarsi esattamente sul contrario, su tutto ciò che una macchina non può e, almeno per molti anni, non potrà fare.
Vuoi essere competitivo? Resta umano.
Vuoi che la tua azienda sia competitiva? Assumi umani migliori e investi nel miglioramento di quelli che sono con te.
Te la immagini la Apple senza Steve Jobs? No, vero? E sai perché? Perché senza l’umano Steve Jobs, la Apple non esisterebbe e non avrebbe tanti “adepti”, sì, perché Apple non ha clienti, Apple ha “seguaci” che non vogliono un prodotto, ma l’idea che c’è dietro quel prodotto, lo spirito con cui sono nati, quel “Think different” che li fa sentire così speciali.
Se togli l’idea e l’ossessione che Jobs ha messo in Apple, rimangono solo circuiti.
Empatizza con un circuito se sei capace.
Ezio Angelozzi
Formatore e business coach





