Dal cuore alla relazione, passando per l’empatia

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L’empatia è ormai un termine abbastanza conosciuto e inflazionato. Tuttavia non è molto conosciuto il suo reale funzionamento né si conosce fino in fondo la grande utilità che può apportare nell’intersoggettività e nel dialogo.  L’empatia è una condizione imprescindibile per una reale apertura al dialogo e all’esperienza dell’amore. Ogni giorno, attraverso un costante esercizio alla consapevolezza e un percorso di trasmutazione verso il bene, possiamo imparare i fondamenti dell’empatia attraverso una vera apertura di cuore, un superamento di ogni forma di egoreferenzialità volta a giudicare in modo assolutizzante e separativo, un costante impegno nella ricerca del “fare anima”, sia possibile porre le condizioni per un’autentica comprensione dell’altro e di se stessi.

Che cosa sia l’empatia e quali siano i processi cognitivi ed emotivi che mediano la condivisione delle emozioni degli altri. Approdando alle più recenti ricerche di natura psicologica si vuole rendere il senso di una relazione che, oltre che inter-umana, è anche inter-culturale. E pertanto è di grande attualità dato il continuo confronto scontro, dovuto alle reciproche differenze che le persone avvertono incontrandosi. Nel gioco delle relazioni l’empatia non riesce comunque mai a colmare l’abisso che si apre tra l’io e l’altro, ma il muoversi intenzionale della coscienza in direzione dell’altro, quasi a volerne penetrare la coscienza, consente di avere percezione del vissuto altrui. Grazie al processo empatico la scoperta dell’altro avviene per mezzo di adombramenti e di un sentire, un fühlen, che non è un organo di senso, ma un procedere per tentativi con le proprie facoltà intellettive. Per secoli, filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l’idea che l’essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia, quindi, non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune sensazionali scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi e hanno dimostrato, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri. Alla luce di questo nuovo approccio, si propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani: se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quello industriale dalla ragione, con la globalizzazione e la transizione all’era dell’informazione, si fonderà sull’empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona. Tale risultato è stato però ottenuto a caro prezzo: per crescere e prosperare, società via via più complesse e sofisticate hanno richiesto sempre maggiori quantità di energia e risorse naturali, imponendo un pesante tributo all’ambiente sotto forma di un notevole aumento dell’entropia.

L’ideologia corrente esorta all’empatia confondendola con l’altruismo o persino con la bontà. È un errore fatale. Attraversando arte, filosofia e psicologia, viene smontata la connessione semplicistica e falsa tra morale ed empatia e viene costruita una, più complessa, tra empatia e umanità. Tutti siamo empatici, ma non tutti siamo buoni. L’empatia, infatti, è necessaria anche ai torturatori, ai sadici, e il mondo contemporaneo, con i suoi muri e le sue derive securitarie ne fornisce innumerevoli esempi contrappone il «noi» agli altri. Noi non siamo buoni perché siamo empatici ma possiamo diventare migliori conoscendo l’empatia, la sua forza, le sue strategie, i suoi segreti.

La capacità di capire e di gestire le emozioni tue e degli altri coprire le abilità dell’intelligenza emotiva per: acquisire una più profonda comprensione dei sentimenti e delle emozioni; superare situazioni difficili, grazie a un atteggiamento positivo; sviluppare la capacità di interagire con gli altri sul posto di lavoro e nella vita personale. Le emozioni sono informazioni importanti, che aiutano a progredire nella conoscenza di se stesso e degli altri. Strumento di pace e di conoscenza. L’atteggiamento empatico, individuato come scelta ed atto volitivo, in un mondo dominato da una comunicazione sempre più veloce e “senza fili”, in cui le relazioni umane assumono forme nuove e ancora in divenire, diventa fondamentale una riflessione intorno alle dinamiche che sono alla base della connessione mentale ed emotiva tra le persone, rivolgendo l’attenzione alla sfera affettiva dell’essere umano che tanta parte gioca nella sua natura relazionale e sociale. Soprattutto per coloro che sono chiamati a educare e formare le nuove generazioni emerge la necessità di riportare al centro quella capacità empatica che consente alle persone di entrare in sintonia con chi le circonda e instaurare delle relazioni vere, basate su una reciproca comprensione, oltre le barriere stabilite da genere, età, cultura, ruolo e molto altro ancora.

 È accertato che tutto il sistema di emozioni derivi davvero dal particolare essere dei nostri neuroni motori a specchio? Non bisogna giungere a conclusioni affrettate, potrebbe trattarsi di esasperare una forma di comportamentismo e di riduzionismo biologico. Da una parte, è sublime che tutti noi riconosciamo e riusciamo a percepire lo stato emotivo di un altro, a partire da ciò che fa. Dall’altro si cerca la risposta che soddisfi del tutto la capacità propria dell’uno di stare insieme all’altro da noi. Si cerca la capacità di fronteggiarsi, nel contesto dell’incontro. Come riusciamo a comprenderci, in uno spazio comune? E cosa interviene quando non vi riusciamo nel modo opportuno? Dobbiamo ancora scandagliare altre parti del nostro cervello, oppure esiste una regola, un nocciolo duro, da cui proviene una speciale lingua di verità? Non sembra esserci una lingua tramite cui capirci esaustivamente, senza il contesto a specchio. Né sembra esistere una lingua più comprensiva, a livello emotivo. Davvero, dunque, siamo di fronte al linguaggio universale dell’uomo?

Una delle parole che spesso sentiamo invocare è empatia; si parla di politiche dell’empatia, di movimenti empatici, di relazioni basate sull’empatia e ci si dimena cercando di dimostrare come una capacità animale, che già Charles Darwin ma ancor prima David Hume lodavano, possa esorcizzare le conflittualità esistenti nella nostra contemporaneità.

Dagli anni ’90, dopo il declino subìto nella prima metà del ’900, l’empatia torna alla ribalta grazie alle recenti scoperte dei neuroni specchio, divenendo una caratteristica di importanza fondamentale per la nostra specie, soprattutto all’interno delle dinamiche sociali e di cooperazione, in un’epoca attraversata dall’avvento del web, dalla globalizzazione e dall’individualismo.

Per quanto il termine rimanga spesso vago, anche nella letteratura scientifica, si è soliti identificarlo come la capacità umana, ma non solo. Di “mettersi nei panni dell’altro”, una sorta di abilità nel decifrare le emozioni, le intenzioni e gli stati mentali altrui; ciò che però negli ultimi decenni è venuto a manifestarsi in modo più marcato è la visione o sarebbe meglio dire speranza di vedere nell’empatia il mezzo curativo e il collante ormai minato dall’individualismo, per risanare le nostre vite atomizzate.

L’empatia ha molti nomi: compassione, cura, proiezione, simpatia,… la si ritiene un sentimento morale di partecipazione o identificazione con il vissuto dell’altro che permette a più soggetti di allinearsi entro uno stesso tono emotivo condiviso, e creare così le basi per azioni e pratiche di condivisione e solidarietà. In quest’ottica pare impossibile non pensare a questa abilità come un qualcosa di buono a priori, una sorta di garante per la giustizia sociale, un link per connetterci ai vissuti altrui. Ma siamo davvero sicuri che questa nostra definizione ingenua del fenomeno dell’empatia possa esaurire ciò che essa è? La sua etimologia deriva dal greco en-pathein, letteralmente “sentire dentro”, termine che nella cultura occidentale col tempo ha assunto vari e molteplici significati, divenendo una sorta di termine ombrello che racchiude in sé svariate capacità cognitive, coinvolgendo diverse aree neuronali ed emozioni individuali o collettive. Su che cosa sia l’empatia non c’è un consenso unanime, ma per praticità solitamente ci si riferisce a tutti quei processi causati dall’osservazione diretta di un’alterità, processi che ci permettono di comprendere lo stato psicofisico della stessa.

Sappiamo anche che questo fenomeno è sempre un processo situato avviene cioè in uno spazio e in un tempo precisi, nella relazione tra un soggetto che manifesta un’emozione più o meno consciamente e un altro che la percepisce entro un orizzonte comune. L’incontro con l’altro, però, non si può ridurre alla superficiale attestazione della presenza del corpo altrui, né all’analisi delle sue espressioni. É di più, un oltre che è l’individuo stesso. Nella relazione con un’alterità non ci troviamo dinanzi a semplici corpi spogliati di ogni prospettiva e connotazione, né a semplici emozioni extracorporee, prive di contesto; l’altro ci appare come un’unità di mente e corpo inscindibile che interrompe il nostro vivere.

Certo i movimenti corporei sono originariamente comunicazioni e scambi con il mondo esterno, ma soprattutto rivelano l’altro in tutta la sua complessità e inimitabilità, a scapito di tutte le risposte imitative immediate che biologicamente possiamo avere.

Vedere un volto triste può ben provocarmi una smorfia di tristezza, ma illumina anche la presenza di un individuo da me indipendente, che ha un vissuto diverso dal mio che, per quanto potrà sembrarmi famigliare, sarà sempre prospettico e quindi soggettivo, simile quanto distante dal mio vissuto. L’empatia richiede perciò attenzione, memoria, immaginazione e soprattutto apertura, l’andare oltre le risposte emotive immediate per avvicinarsi all’altro tenendo bene presente la distinzione tra me e colui o colei che mi sta davanti. Le risposte empatiche variano, non esistono risposte “tutto o niente”, estremamente positive o totalmente negative: piuttosto ognuno di noi oscilla tra il polo dell’iperempatia (eccesso di empatia) e la mancanza di coscienza per le modalità in cui entra in relazione con gli altri.

Le situazioni di forte stress, l’uso di sostanze psicoattive e alcune patologie psicologiche sono alcuni dei fattori che determinano il variare delle nostre risposte, ma anche il contesto, le credenze personali, i pregiudizi, il rapporto che intratteniamo con il destinatario e il nostro stato d’animo contribuiscono a determinare il grado di empatia che saremo in grado di sostenere nella relazione con l’altro.

Nelle nostre vite utilizziamo spesso la metafora della connessione: siamo sempre e tutti connessi, ce lo ripete la scienza, l’universo è formato da connessioni di atomi, corpi, habitat, pianeti, galassie e così via; ce lo ricordano i nostri smartphone tra trilli e vibrazioni, e ce ne rendiamo conto ogni qualvolta proviamo ad incastrare i nostri mille impegni quotidiani. Ma può la connessione essere sufficiente per creare empatia?

La risposta è no; i processi globali, città, mercati, social network, finanza vissuti nei modi più disparati a livello individuale e culturale devono essere riconosciuti nella loro natura di processi situati e prospettici, come modalità di vivere specifiche di individui e gruppi, perché è solo in questo contesto, quello dove il senso comune, la realtà globale, si incontra e scontra con le modalità di percezione a livello individuale o collettivo che può darsi empatia.

Essa necessita di tempo, di apertura a diverse prospettive e vissuti, di comprensione e immaginazione, qualità ben distanti dalle regole del mondo attuale, in perpetuo movimento frenetico. Richiede tempi e spazi che non siano di mera connessione ma di condivisione, di esperienza relazionale che possa mettere in risalto le contraddizioni tra l’esperienza personale e la sfera politico-sociale, lo scarto sempre presente tra la vita individuale e quella comune.

L’empatia così descritta non è un sentimento, un’emozione immediata alla vista dei patimenti altrui, la cosiddetta “empatia affettiva, è piuttosto uno sforzo costante per aprirsi all’altro, un processo che richiede un coinvolgimento non solo emotivo ma più propriamente cognitivo, empatia cognitiva, che ci coinvolge e ci chiede di essere disponibili ad essere cambiati nella relazione con l’altro.

Proprio per la sua natura di esercizio e processo impegnativo spesso può fallire, può cioè non favorire l’associazione e la cooperazione e, in alcuni casi, estremizzare il senso di appartenenza al proprio gruppo d’origine a scapito di un’apertura verso coloro che sono riconosciuti come “diversi”, creando così quella modalità di relazione basata sull’opposizione amico, nemico che alimenta le conflittualità dei vari gruppi sociali.

Possiamo pensare l’empatia in chiave fenomenologica come un fenomeno concreto, un incontro sensibile tra più individui dove entrambi sono parti di una relazione, la relazione empatica, nella quale gli stati mentali altrui si colgono proprio e solo all’interno di queste manifestazioni psichiche e fisiche.


L’individuo è allora un mondo da scoprire tramite la percezione delle manifestazioni che il corpo dell’altro permette di cogliere, è il corpo, ancor prima del sentimento di condivisione, che mi permette, preriflessivamente, di cogliere l’altro come vivente con esperienze proprie. Perciò l’empatia non potrà essere uno stato mentale privato e individuale, ma piuttosto un fenomeno relazionale che dipende dalla presenza di due individui, entrambi i quali, lungi dall’essere passivi, sono attivi e partecipi al processo. Comprendere l’altro non significherà rappresentarci internamente la sua emozione, né proiettare su di lui la nostra idea di tale patimento, ma piuttosto comprendere la sua prospettiva, la sua risposta a ciò che ha vissuto, con la possibilità di aprirsi a nuovi orizzonti di significato e di azioni anche per noi stessi.


In ultima istanza l’empatia è la possibilità stessa di vivere, laddove vivere per i corpi animati significa relazionarsi ed essere irriducibilmente proiettati verso l’esterno e quindi a rendersi manifesti entro le relazioni, lasciando che queste ci indirizzino verso nuovi scenari e chance di azione.

Viviamo da molto tempo in uno stato costante di emergenza, con un sovraccarico di emozioni che, nel caso della guerra in Ucraina, si unisce a una forte empatia e si può andare incontro anche a reazioni opposte quando le nostre risorse e la capacità di reagire a uno stato di emergenza si esauriscono, come può capitare adesso dopo due anni di pandemia, si può provare anche totale disinteresse o apatia.

Nell’ultimo decennio il concetto di empatia ha guadagnato un’attenzione crescente nel mondo delle scienze umane, come una modalità responsabile di stare al mondo e di relazionarsi con gli altri. Naturalmente non sono mancati sostenitori e detrattori, convinti che si possa praticare un eccesso di razionalità o di emotività. La filosofa americana Gruen confuta questa posizione e propone il concetto di «coinvolgimento empatico», una percezione partecipe focalizzata sul raggiungimento del benessere dell’altro. Un processo esperienziale che implica un insieme di emozione e cognizione, attraverso cui siamo consapevoli di intrattenere relazioni e veniamo invitati a essere attenti e responsabili, prendendoci cura di bisogni, interessi, desideri, debolezze, speranze e sensibilità altrui. Un processo a cui ci si educa progressivamente prendendo le distanze da sé, per far spazio al nostro sé migliore, aperto all’altro. Solo così diventeremo realmente «empatici», in grado di ridefinire la nostra relazione con gli altri, umani e animali, e di far fronte alle grandi sfide, conflitti internazionali, povertà, sostenibilità ambientale perché praticare l’empatia nel modo corretto significa dare linfa alla speranza di un mondo migliore.

Il tema dell’empatia chiama a un confronto con l’esperienza vissuta, a un approfondimento delle emozioni, delle reazioni corporee, degli atti mentali che intervengono nei rapporti con gli altri. Chiama soprattutto a un passaggio dalla filosofia a una delle realtà più importanti per la vita di ognuno: la scoperta dell’esistenza dell’altro. Restituire all’empatia la sua specificità di atto che sta alla base delle svariate forme dell’entrare in relazione è un modo per rendere più concreto il vivere insieme agli altri e per rispondere a un bisogno confuso, ma non per questo meno urgente, di quest’epoca.

In campo medico iniziarono tutte quelle ricerche tese a mostrare come effettivamente l’empatia fosse una capacità che può essere insegnata, e che non fosse quindi solo una caratteristica innata dell’essere umano. Nelle ricerche condotte, sono stati reclutati medici specializzandi in sei discipline differenti per studiare se, dopo aver ricevuto una breve formazione all’empatia, le loro capacità di comprendere i segnali emotivi dei pazienti miglioravano e con esse la capacità di reagire in modo efficace. Nello specifico la formazione consisteva nell’imparare a interpretare in modo corretto le emozioni dei pazienti, attraverso lo studio del linguaggio del corpo e della postura. Non solo: è stato insegnato loro anche come gestire situazioni difficili e avere un controllo sulle proprie emozioni. Come avveniva la valutazione? Erano direttamente i pazienti a valutare le capacità empatiche dei medici, prima e dopo la formazione, senza che i pazienti stessi sapessero i dettagli dello studio. Il risultato: l’empatia poteva essere insegnata e appresa. I medici che parteciparono alla formazione, infatti, ricevevano un punteggio decisamente più alto sulla scala dell’empatia rispetto a chi non aveva preso parte alla formazione. Questo incremento di empatia porta con sé altri due risultati: i pazienti si fidano di più del proprio medico portando beneficio anche alla salute stessa, ma non solo. I medici che hanno un livello maggiore di empatia nelle interazioni con i propri pazienti risultano più soddisfatti del proprio lavoro e quindi meno esausti. La comparsa del termine empatia agli inizi del ‘900 con il termine tedesco Einfühlung che equivale e dire ‘immedesimazione’ questo termine veniva utilizzato dagli esteti tedeschi con l’intento di descrivere l’esperienza di osservare un’opera d’arte fino ad arrivare a sentirsi parte dell’esperienza emotiva evocata. Il primo significato dato quindi all’empatia è legato a una connessione con l’arte. Vediamo poi nel corso del tempo come questo termine viene confuso con altri. È un esempio la differenza tra la parola sympathy ed empathy: la prima è provare un senso di pena per qualcuno, quindi più simile alla compassione, la seconda invece implica il senso di condivisione dell’emozione.

A questo punto emblematico è il rimando allo psicologo Carl Rogers che sottolinea l’importanza del come se: io posso condividere l’emozione dell’altro, ma come se fosse la mia, altrimenti, se mi concentrassi solo sul mio disagio non potrei arrivare ad una risposta empatica e quindi a fornire il mio aiuto. Bisogna quindi comprendere la differenza tra empatia proiettiva e autentica proiezione empatica. Nella prima non si crea un’esperienza di connessione, ma viene utilizzata l’esperienza dell’altro per poter parlare delle proprie esperienze. L’empatia comprende invece la nostra capacità cognitiva dei sentimenti degli altri, distinguendo quindi i nostri sentimenti dai loro.

Arriviamo così al 1959, quando lo psicoanalista Heinz Kohut definisce l’empatia come un’introspezione vicariante, quindi come la capacità di considerare i sentimenti degli altri come se fossero i nostri, ma in un secondo momento analizzarli in modo oggettivo.

Dopo un breve excursus sul termine empatia si entra più nel vivo di cosa sia questa capacità umana. Molte ricerche hanno dimostrato che le stesse reti neurali che si attivano quando si vive un’esperienza, ad esempio di dolore in prima persona, sono le medesime che si attivano quando si osserva qualcuno viverla. Il nostro cervello è pronto e predisposto a provare dolore per gli altri fondamentalmente per due ragioni. Una si può definire per sopravvivenza: il cervello osserva cosa provoca dolore nell’altro e lo evita per se stesso. In secondo luogo, ma non meno importante, si prova dolore anche solo guardando qualcuno provarlo, in modo da aiutarlo. Ci sono dei neuroni specializzati in questo, nel capire cosa accade all’altro in quel substrato di mente che si può definire intelligenza della mente condivisa.

Molte ricerche ancora dimostrano come l’empatia sia cablata nel nostro cervello e abbia tre dimensioni: affettiva, cognitiva e la preoccupazione empatica.

Riassumendo: prima condividiamo il sentimento altrui, in un secondo momento, grazie all’aspetto cognitivo, comprendiamo cosa l’altro sta provando e per ultimo, l’unione di questi due aspetti porta alla ‘reazione empatica’: ci preoccupiamo concretamente di offrire il nostro aiuto all’altro. Non sempre però questa reazione porta ad un atto concreto, spesso sfocia ‘semplicemente’ in un senso di compassione.

Una vera svolta dell’empatia si ha nel 1996 quando un gruppo di ricercatori a Parma, fece una scoperta – per serendipity – eccezionale. Nello specifico ciò che scoprirono fu che l’area della corteccia premotoria dei macachi, si attivava sia quando erano loro stessi a compiere un’azione, sia quando la vedevano compiere. Senza volerlo scoprirono i neuroni specchio.

Dopo il 1996, furono molti gli studi sulla reazione emotiva di fronte alle emozioni degli altri, come quelli della neuroscienziata Singer nel 2004, che in un suo articolo parla della reazione che abbiamo quando osserviamo il dolore altrui dimostrando come nel campo della scienza si cominci a spostare l’attenzione, dalle emozioni individuali, alle reazioni di chi vede l’emozione dell’altro.

 Ci sono degli aspetti che possono aumentare o diminuire il nostro grado di empatia. Proviamo infatti maggiore empatia per le cause che ci sono più vicine, tendenza che viene chiamata dagli psicologi favoritismo dell’in-group, a discapito dell’out-group. Qui un punto fondamentale: alcuni studi hanno dimostrato che in molti individui anche il colore della pelle inficia sulla reazione empatica. Ad esempio hanno dimostrato che soggetti bianchi hanno un ritardo nel valutare espressioni di soggetti con la pelle nera. Ciò porta con sé una conseguenza che dovrebbe essere naturale: formare all’empatia è fondamentale per non continuare a rischiare che la nostra società compia errori legati all’incomprensione emotiva.  Un equilibrio tra l’empatia cognitiva e quella affettiva è pertanto necessario.  Spesso infatti chi cerca di fare felice qualcuno, crede di farlo perché mosso da empatia, ma magari il più delle volte lo fa per sentirti accettato. Come si capisce questo? Perché ci aspettiamo qualcosa in cambio e quando questo tarda ad arrivare ci adiriamo. Tra le storture dell’empatia, un’altra forma di impostura dell’empatia, è quella rappresentata dai cosiddetti ‘genitori elicottero’, quelli cioè che sono troppo protettivi nei confronti dei propri figli. In questo modo, i loro figli non avranno mai la possibilità di sviluppare le proprie capacità. Non solo: si aspetteranno che in ogni ambito, come quello lavorativo, ci sia questo trattamento di protezione. Viviamo ormai in un mondo digitalizzato, dove non ci rispecchiamo più negli occhi degli altri, ma in uno schermo digitale che il più delle volte ci offre una realtà distorta. La conseguenza di ciò che accade a livello cerebrale a causa di tutta questa digitalizzazione o per meglio dire, nell’uso che se ne fa ha inevitabilmente delle conseguenze sulla nostra empatia. Il meccanismo ‘digitale’ per cui si salta da un sito all’altro, da una notizia all’altra, non portando approfondimento di nessun genere, fa sì che il nostro cervello abbia interazioni più veloci giungendo così a giudizi più affrettati. In questo modo è inevitabile che l’empatia venga scansata a favore di un’empatia superficiale, del tutto inesistente. Davanti ad uno schermo alcuni strumenti dell’empatia visti precedentemente, il contatto visivo tra tutti, viene meno e questo ci porta ad essere ‘comunicatori meno empatici’. In aggiunta, attraverso la comunicazione digitale, le conversazioni diventano più ambigue. L’emozione dell’altro viene dedotta, non attraverso lo scambio di informazioni quali lo sguardo o il tono di voce, ma prendendo in considerazione altri dettagli superficiali e fuorvianti, come il ritardo nella risposta o il tipo di emoticon utilizzata. Altra conseguenza dell’aumento del digitale nelle nostre vite, è l’aumento dell’insicurezza che nasce dal fatto che attraverso i social network vediamo la rappresentazione delle vite altrui come perfette, nelle quali sembra non esistere imprevisto. Il fatto però è proprio questo: sembra. Quanto di ciò che vediamo attraverso la finestra digitale è vero? Tutto ciò, come si traduce a livello cerebrale? Con dei cambiamenti che non giocano a favore della specie umana. Ciò che sta cambiando in modo fondamentale sono i sistemi di ricompensa. Degli studi hanno rivelato infatti che il nostro cervello rilascia dopamina quando sente il suono di una notifica del proprio cellulare, e ne rilascia di più di quando legge poi l’effettivo messaggio. Si ipotizza anche una diminuzione della capacità di concentrazione a causa di un cervello che si adatta al ricevere informazioni brevi. Altri studi dimostrano come gli adolescenti fatichino a comprendere le espressioni degli altri e questo accade perché le interazioni faccia a faccia vengono sempre meno. Questo non accade solo negli adolescenti, in cui la capacità empatica si sta sviluppando, ma anche negli adulti dal momento che, così come l’empatia può essere imparata, è vero anche il contrario. Cosa accade se muore o si indebolisce la società, tendenzialmente aperta, e trionfa la comunità, tendenzialmente chiusa? Se, in particolare, trionfa un comunitarismo tecnico? L’individuo perde la sua libertà e la sua privacy, la società si spacca in frammenti comunitari, viene uccisa la società civile quale critica dell’esistente e viene marginalizzato se non represso il conflitto di idee e di progettualità, moltiplicando al contrario gli scontri sociali. Su tutto, cresce il potere di connessione, di convergenza, di collaborazione indotta tra gli individui, imposto dalla nuova comunità tecnica. L’egemonia, in senso gramsciano, è oggi della tecnica, dei suoi modi di organizzare la vita, tecnica come biopotere, e di orientare i pensieri, i comportamenti e le azioni degli uomini mediante apposite biopolitiche. È nato un nuovo “stato di minorità” (Kant) degli uomini, per loro pigrizia e per loro viltà. Con la rete quale nuovo “girello per bambini” che aiuta gli uomini a muoversi, ma anche a non crescere mai, avendone sempre bisogno per fare e per pensare, per dire e per comunicare. Sempre più dentro ad una condizione di minorità tecnica. 

Passando infatti tutto il tempo di fronte ad uno schermo si perde la capacità empatica incentivata invece nell’incontro con l’altro. Le emoji in qualche modo rivestono il compito che hanno il tono di voce e lo sguardo in una conversazione. L’utilizzo di queste in qualche modo ha reintrodotto la dimostrazione delle emozioni, ma non possono ovviamente sostituire l’empatia. Bisogna ricordare che l’empatia è un tratto tipicamente umano, e a questo proposito come sarebbe triste se un giorno tratti che sono così tipicamente umani, fossero affidati a delle fredde macchine. Un conto è farsi aiutare da esse, un conto è farsi sostituire.

 Nel settore, della politica e della leadership l’influenza dell’empatia ha inevitabilmente a che fare con le emozioni infatti: ‘i grandi leader sono estremamente sensibili alle emozioni altrui e sono molto bravi a regolare le proprie’. A questo si aggiunge il fatto che, neurobiologicamente parlando, tendiamo a prediligere un leader che esprima emozioni ed empatia. Un leader che non riesce a trasmettere empatia, ma che trasmette solo ansia, può causare anche danni psicologici alle persone che ha intorno.

C’è anche il leader che utilizza la falsa empatia approfittando dei bisogni dell’uomo, quelli in cima a quella che nel 1943 Abraham Maslow definì come la gerarchia dei bisogni. Le persone, secondo questa teoria, si concentrano prima sui bisogni ritenuti primari, come il cibo, il senso di appartenenza e solo in seguito perseguono bisogni più filosofici come ad esempio l’ideale di democrazia. Sfruttando quindi la paura della perdita dei beni per sopravvivere, un leader utilizza falsa empatia per raggiungere il consenso.

Una maggiore empatia può arricchire sia se stessi che l’intera società. Ogni settore e aspetto della vita umana può trarne un miglioramento. Nell’ambito familiare una maggiore empatia si traduce nella possibilità dei genitori di aiutare i figli nel realizzare le proprie potenzialità. I politici potrebbero rappresentare le esigenze di tutti, le aziende potrebbero, investendo davvero sui propri dipendenti, ricavare più successo perché chi forma l’azienda, si sentirebbe davvero realizzato e compreso.

Entrare in contatto con l’empatia ci permetterebbe di riconoscere l’umanità condivisa, ci aiuterebbe a non lasciarci condizionare dai pregiudizi legati alla razza, all’etnia, alla cultura o qualsiasi cosa ci faccia credere che siamo diversi come esseri umani. In questo è necessario che i leader mondiali comprendano che siamo tutti connessi in questo è necessario che ci sia più spazio per l’empatia.


Maria  Ragionieri

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