Quando da un incontro non cercato nasce un’opera d’arte

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Quando si parla di un’artista come Michetti, la prima opera a cui generalmente si pensa è la celebre tela “La figlia di Jorio” dipinta nel 1895 e conservata ancora oggi in un salone della Provincia di Pescara. Alla vista dell’opera, si rimane senza parole. La parete a destra della porta d’ingresso è interamente occupata dalla tela, immensa. 5,50 metri per 2,80. E si resta inermi, ci si sente piccoli davanti a tanta magnificenza e maestria. Eppure, i colori che vediamo oggi non sono i colori che aveva pensato Michetti. L’artista ha utilizzato una miscela di sua invenzione a base di glicerina, per la quale ha ideato anche un sistema di stesura sul supporto. Purtroppo, però, il tempo non è stato clemente e l’aspetto originale del dipinto è compromesso a causa della corrosione del colore. E nonostante il colore non sia come Michetti lo aveva pensato, è un’opera di indubbia meraviglia, cromaticamente parlando.

La versione finale del dipinto non ha richiesto molto tempo per la realizzazione, ma è stata preceduta da lunghi anni di elaborazioni e bozzetti.

La scelta del tema è dettata da una scena a cui ha assistito a Tocco da Casauria assieme all’amico Gabriele D’Annunzio: una giovane donna di bell’aspetto era stata oggetto di provocazioni da parte di un gruppo di mietitori, ubriachi dopo il lavoro nei campi, ed era stata inseguita per le strade del paese. La scena colpisce Michetti a tal punto da creare una numerosa serie di studi e bozzetti supportati dalla sperimentazione fotografica. Non a caso, infatti, sia la figura maschile sulla destra, sia quella femminile accanto a lui, sono tagliate come da un’inquadratura fotografica.

L’occhio dello spettatore, però, viene catturato dalla figura femminile in primo piano. La ragazza, avvolta da un mantello che solleva per coprirsi il volto, sembra procedere a passo spedito per sfuggire agli sguardi e alle provocazioni dei contadini e mietitori allungati dietro di lei, stanchi dopo la giornata di lavoro nei campi.

Sullo sfondo, la Majella impone la sua eleganza.

Il dipinto è stato eseguito ad Orsogna e infatti la Majella così com’è stata realizzata si vede solo ed esclusivamente da questo paese. Ed è proprio qui che Michetti viene folgorato dalla vista di una paesana dalla fiera bellezza intenta a raccogliere l’acqua da una fonte con la sua conca di rame e con grandi orecchini color oro. 

Da questo momento in poi molti racconti si sono sovrapposti, nessuno dei quali corrisponde alla verità. Giuditta Saraceni, così si chiamava la giovane diciannovenne che ha stregato il pittore, era una ragazza dalla forte tempra, schiva. Michetti non fa in tempo a fermarla e la fa rincorrere dal sindaco, che in quel momento era con lui. Ma Giuditta si dilegua e non si fa trovare. Michetti non si arrende. La cerca per le vie del paese e la ritrae di nascosto, senza farsi vedere. E nella Torre di Bene, oggi spazio espositivo di mostre di vario genere, dove alloggia in quel periodo, realizza diversi bozzetti. 

Una volta rientrato a Francavilla esegue l’enorme tela.

Diversi anni dopo, nel 1959, Giuditta Saraceni vede l’opera per la prima volta, ma non ne conosciamo la reazione.

Come posso affermare che questa sia la versione più attendibile? Beh, perché Giuditta Saraceni era la mia trisavola.

Roberta Conforte