Se fossi costretto a scegliere, non avrei dubbi e più che propendere per ciò che è “fatto in Abruzzo” sarei orientato a dare valore all’abruzzesità.
Lo stesso vale per il made in italy e l’italianità, sia chiaro, perché in Abruzzo o in Italia possono venire a produrre, come vengono, anche cinesi, finlandesi o africani, magari possono ottenere anche la cittadinanza ma impiegheranno generazioni per assorbire e fare propria la cultura italiana.
Wow! Ho detto cultura! Sì, ho detto cultura ma non intendo riferirmi al significato, per altro errato, che mediamente gli si attribuisce e che la sminuisce, limitandosi a rilevare il grado e il tipo di istruzione, ma ben più ampiamente il vivere e l’appartenere a uno stile di vita che distingue noi italiani dagli altri popoli.
Distinguersi non significa essere migliori, ma diversi; diversi nel modo di mangiare, di vestire, di relazionarsi e perfino di muovere ogni singolo passo.
Certo, se nasci a Firenze, a Roma o a Venezia e passeggi ogni mattina tra le opere d’arte più importanti al mondo, ti nutri di cibi e di una cucina che non ha eguali e sei immerso nel bello e nell’eleganza a ogni piè sospinto, avrai un bel vantaggio di partenza rispetto a qualcuno che nasce e vive in un sobborgo di Boston.
Quindi, per me, non è tanto importante il made in Abruzzo ma il “Pensato da un abruzzese”.
A questo punto, considerata la poca voglia di leggere che c’è nei social, credo di essermi già meritato l’appellativo di campanilista, per cui, per i pochi che continueranno a leggere, proverò a entrare in dettagli e spiegare il mio punto di vista.
La creatività, l’ingegno, la capacità di avere un certo tipo di mentalità, sono inevitabilmente influenzati dall’ambiente, sia inteso come luoghi che come società, per cui se in Svezia sono giunti a una visione aperta e senza tabù della sessualità, in Italia siamo più aperti e senza tabù sulle connessioni tra politica e mazzette, stando ai fatti di cronaca.
Credo che in svedese non ci sia la parola “zoccola”, ma siano molto sensibili alla parola ladro!
Chi sta meglio?
Ma non siamo qui per fare confronti, piuttosto torniamo alla nostra abruzzesità che per quanto italiana, si declina in abruzzese.
Sarebbe così facile citare i grandi nomi dei grandi personaggi nati in Abruzzo: potrei partire da D’Annunzio, passare per Corradino D’Ascanio (inventore dell’elicottero e creatore della Vespa) e concludere con l’incommensurabile Madonna Louise Veronica Ciccone, le cui origini sono riferibili al piccolo borgo di Pacentro, ma perché dovrei farlo?
Davvero qualcuno di noi è ispirato da questi personaggi o li conosce così bene da averli eletti a propri mentori? Probabilmente la risposta è no per la maggior parte delle persone che stanno leggendo.
Allora cos’è l’abbruzzesità?
Per come la vedo io è l’esperienza quotidiana di vivere con persone che si alimentano di una lentezza e della conseguente capacità creativa dovuta alla possibilità di essere un po’ sospesi tra le accelerazioni della tecnologia e del business e la quiete maestosa di luoghi ancora incontaminati.
Questo mix ha dato origine a un popolo capace sia di grandi intuizioni e considerevoli guizzi imprenditoriali, sia alla conservazione di riti e abitudini come il pranzo domenicale in famiglia o la scampagnata, con la condivisione di pantagrueliche quantità di cibo, preparato rigorosamente secondo ricette antiche e con ingredienti scelti con cura.
Ora riflettiamo un attimo: a parità di capacità e col medesimo grado di preparazione, secondo voi chi ha maggiori probabilità di avere una grande intuizione, uno chiuso in un ufficio al centro di Milano dopo essere stato nel traffico o in metropolitana? Oppure uno che ha l’ufficio di fronte al mare o su una collina e per arrivarci, ogni giorno percorre il lungomare o una strada collinare tra campi coltivati e alberi da frutta?
C’è bisogno di aggiungere altro o vogliamo creare il brand “pensato in Abruzzo?”.
Ezio Angelozzi
Formatore e business coach





