Basterebbe sostituire alla parola “leali”, il termine “autentici” e forse la risposta alla domanda avrebbe minori tentennamenti.
Questo perché la “lealtà” è considerata al pari di un atteggiamento basato sulla sincerità e quindi riferito al nostro interlocutore.
Allora subentrano varie riserve mentali che hanno a che vedere con il “tornaconto” e dunque con le possibili conseguenze che possono nuocerci se siamo sinceri.
Pensiamo all’adolescente che inizia a costruirsi una vita autonoma, che può confliggere con le regole ricevute dai genitori o dagli insegnanti.
E’ chiaro che quel ragazzo, che ha un IO in formazione, sa di poter fare delle esperienze che possono portarlo anche a sbagliare, ma che se non le facesse, incorrerebbe nel rischio di dipendere da direttive degli adulti.
In questo senso l’adolescente è consapevole che “trasgredire” lo porterà ad andare incontro a rischi, ma è l’unica strada che gli permette di vivere delle emozioni interamente sue.
L’adolescente poi cresce e si rende conto (o dovrebbe rendersi conto) che verrà apprezzato e considerato se si sarà dimostrato “affidabile” e dunque, coerente con la “parola data”.
Questo processo di consapevolezza lo acquisirà però solo intorno ai 22-24 anni: una fascia di età che corrisponde con l’ingresso nell’età matura e che lo porterà a fare esperienza nel settore lavorativo, dal quale prende corpo il senso della “responsabilità”.
La lealtà è questo: essere coerenti con la parola data, avere una sola faccia, anche se questa potrebbe essere non conveniente.
Pensiamo al testimone che deposita in tribunale la sua versione dei fatti: la sua deposizione, sotto giuramento, permette alla legge di giovarsi di elementi che consentono al giudice a procedere verso la verità e, dunque, di emettere una sentenza rispondente a quanto accaduto.
La persona non leale è, viceversa, inaffidabile: esprime una identità che è ambigua, dalla “lingua biforcuta” come veniva sentenziato dal clan dei saggi degli indiani d’America.
Il comportamento corrente induce a ritenere “la lealtà” come un modo di essere che ci allontana dal successo, che ci fa perdere delle opportunità, che non ci fa salire “sul carro del vincitore” nel caso di una competizione elettorale, che inevitabilmente va a concludersi con una compagine che vince e l’altra che perde.
Se però pensiamo che una persona leale è circondata da una aura di ammirazione e di considerazione che la rende “oggetto meritevole della stima altrui”, allora possiamo giungere alla conclusione che, essere leali rappresenta un investimento sulla nostra immagine.
Ernesto Albanello





