Il porto, ha sempre avuto su di me una fascinazione particolare. Ho dei ricordi indelebili che odorano di mare e, di pesce, ricordi che vibrano nel frastuono di voci urlanti, quelle delle donne dei marinai. Ho bene in mente quelle figure di donne forti, di solito sempre ben coperte, che gridavano “pesce fresco”, sballottolando le cassette con i pesci appena pescati che saltellavano poveretti, e si torcevano tarantolati. Erano ancora vivi o mossi dall’abile venditrice? Me lo chiedevo sempre, nonostante avessi sette o otto anni, frequentavo la scuola primaria, le vecchie “elementari”. Ero attratta da quel mondo duro, quello dei marinai che uscivano per giorni e notti, avventurandosi sopra le acque del mar adriatico verso l’orizzonte, in cerca di pesci da rivendere. I merluzzi erano il nostro forte. E quando tornavano, al porto sembrava festa. Tutte le massaie più abili che cercavano di accaparrarsi il pesce appena sbarcato, direttamente sulle banchine, prima che arrivasse nelle mani delle abili venditrici urlanti, disposti dentro le cassette col ghiaccio, rettangolari, ben disposte sopra i loro carretti. Mia madre aveva il mio stesso dubbio, o forse lei lo aveva trasmesso a me e io non lo ricordo, dubbio che venisse poi mischiato, con qualche pesce “appuzzito” dal tempo, per usare un termine dialettale che rafforzi l’immagine senza dover scendere nei particolari. Probabilmente anche le altre donne temevano l’inganno, oppure correvano per imitazione, senza chiedersi il motivo. A volte succede.
Il porto mi ha sempre rapita ma, non la pesca, quella che si fa per sport, fermi su uno scoglio, o su una riva. In quel mondo statico ho sempre visto fastidio, lo stesso che provo quando vedo le lezioni di Yoga. Eppure i primi pescatori fermi sul posto, stavano li per necessità, non per sport, ma per il bisogno di mangiare e di approvvigionare cibo per la famiglia. Forti nelle braccia e ostinati nello spirito, attendevano pazienti il risultato.
La pesca, dunque, come ottimo esercizio per allenare la resistenza, non quella fisica – anche se fisico e mente sono silenziosamente collegati – bensì quella mentale, che deve sopportare, spesso, più del fisico. La nostra mente come qualsiasi muscolo del corpo va allenata, per non perdere la memoria, per non perdere il nostro prezioso tempo, speso a conoscere, a vivere, per non perdere la pazienza. Ahimè io la perdo spesso questa “benedetta pazienza”. Perché si dice così? Mi sovvengono le parole di Gesù quando dice agli apostoli <<Io vi farò pescatori di uomini>>; ci vuole pazienza nella pesca, così come con le anime degli uomini, che non credono, che non vedono.
E, allora, non posso non ricordare la pesca miracolosa del povero Simon Pietro, avvenuta dopo la deludente stanchezza di una giornata fallimentare. “Benedetta pazienza” perché benedetta dal Signore? Se ci affidiamo ad un atteggiamento paziente, se sapremo attendere, arriverà un premio? Non so rispondere con certezza, ma posso avvicinare la pazienza, che purtroppo non mi appartiene, all’idea di tenacia, e quindi si, se abbiamo tenacia, il premio arriva.
E’ possibile che durante il nostro personale cammino, saremo in grado di mantenere un idea, un proposito, un sogno, uno scopo, con tenacia, perdendo tuttavia la pazienza, e quindi la speranza. E’ umano perderla, ma la tenacia, credo, sia la spalla che sostiene la pazienza e quindi la speranza. Si può vacillare e sbandare ma, grazie alla tenacia e ad un atteggiamento interiore calmo, è possibile raddrizzare ciò che si piega. Nel frattempo, alleniamoci a non perderla, io provo con la pesca!
Alessandra De Angelis





