Riconoscere, interiorizzare, agire

0
32

«Non dovremo riprendere l’ambizione del pensiero semplice, che era quella di controllare e dominare il reale; dobbiamo esercitarci a un pensiero capace di operare con il reale, di dialogare con lui, di negoziare con lui”.

Acquisire consapevolezza significa innanzitutto essere informati su un argomento. Il termine deriva dal latino “consapere”, ovvero “avere coscienza”. Consapevolezza, quindi, è innanzitutto la conoscenza di qualcosa e insieme la capacità di rendersi conto dell’importanza e del valore di questa cosa, oltre che del proprio rapporto con essa. La differenza, infatti, tra conoscere ed essere consapevoli di un argomento è data proprio dal fatto che, quando se ne ha consapevolezza, lo si interiorizza, lo si fa proprio e si determina la forma in cui agire. “È la costruzione originale del proprio modo di rapportarsi col mondo – in quanto sapere identitario, davvero capace di elevare una persona al di sopra dell’ignoranza e della piana informazione. È il caso della consapevolezza del rischio, che non frena ma rende accorti; della consapevolezza delle proprie capacità, che orienta ed entusiasma; della consapevolezza del dolore, che rende compassionevoli e gentili; della consapevolezza di essere amati, che rende invulnerabili” 

Sempre connessi a internet, ciò nondimeno buoni lettori di libri, abili compositori della propria biblioteca, dentro e fuori l’ecosistema digitale, in ragione di un esperto arbitraggio individuale tra vecchie e nuove tecnologie della conoscenza: in sintesi, questo è il profilo che è possibile tracciare quando si interrogano gli italiani adulti acculturati (persone con una età di 25 anni e oltre, laureate, utenti di internet) sulle proprie abitudini e sui comportamenti diretti alla formazione e alla trasmissione del sapere. Oggi il segmento della popolazione più acculturato sembra avere piena consapevolezza in merito alle qualità dei diversi strumenti che lo accompagnano quotidianamente nella soddisfazione dei propri bisogni culturali e nell’alimentazione dei propri interessi, e sembra muoversi con una certa disinvoltura nella direzione di una integrazione tra le diverse tecnologie  ‒  tradizionali e digitali  ‒  in chiave critica e adattiva, pur conservando una considerazione elevata per il libro cartaceo e per il mondo editoriale.

L’analisi complessiva della mappa degli strumenti di conoscenza utilizzati in relazione alle diverse sfere di interesse stimola alcune considerazioni sulla evoluzione dei rapporti tra l’utenza e i diversi media. Nel tempo, hanno perso potere attrattivo giornali e riviste per molti degli argomenti elencati, e il sistema radiotelevisivo non si classifica ai primi posti negli impieghi di tipo formativo e culturale. Anche il modello incentrato sulle librerie domestiche, arricchite da collane di volumi ed enciclopedie, vede fortemente ridimensionata la sua tradizionale centralità. La geografia dei “luoghi” della conoscenza e del sapere si contraddistingue oggi per un bilanciamento tra due polarità ‒ il mondo del libro e la galassia della rete ‒ all’insegna di un percorso di progressiva integrazione basato sull’arbitraggio individuale continuato di chi, di volta in volta, a seconda dei propri gusti e delle proprie esigenze, ridefinisce gerarchie e impieghi delle fonti. Il modello che si sta delineando, a partire dall’analisi delle abitudini di ricerca e di studio degli italiani acculturati, si rafforza quando si prendono in considerazione le diverse tipologie di dispositivi.

Il quadro si rovescia, e sfuma la predilezione accordata ai testi cartacei a favore dell’ambiente digitale, quando si considera l’attività di consultazione di dizionari ed enciclopedie.   L’ingresso degli scaffali digitali a popolare virtualmente la biblioteca domestica è certificato dal fatto che lo strumento più utilizzato per “sfogliare” il vocabolario è il pc (56,2%), mentre continua ad avvalersi dei tradizionali dizionari cartacei una percentuale inferiore a un quarto dei rispondenti (il 21,8%). E si noti che appena l’1% del campione afferma di non ricorrere mai ai dizionari, quale ne sia il formato, cartaceo o digitale maggiormente utilizzati in relazione ai differenti generi editoriali.

L’insegnante, il sacerdote, il leader politico sono figure alle quali nel passato è stato attribuito, in diversa misura, il ruolo di mediare sistemi di pensiero, valori di riferimento, stili di vita, e assegnato il compito di contribuire all’evoluzione degli assetti culturali della società. Così come la scuola, l’università, la biblioteca sono luoghi tradizionalmente riconosciuti come “cattedrali” del sapere. Tuttavia, la rivoluzione digitale ha contribuito a determinare un rimescolamento valoriale e simbolico, per cui alcune figure paradigmatiche del passato hanno perso smalto e capacità di penetrazione nell’imaginario collettivo, e il percorso individuale da seguire per la propria crescita culturale è divenuto meno certo. Sono apparsi all’orizzonte nuovi riferimenti culturali e strumenti di trasmissione dei codici di interpretazione della realtà, generati in gran parte dalla diffusione di internet e dei dispositivi digitali.  

I processi formativi dei saperi in epoca medievale venivano attivati presso le botteghe, intrecciando tali esperienze con questioni più generali dedicate all’apprendimento e alla trasmissione dei saperi disciplinari (umanistici, giuridici, scientifici, artistici ecc.) con uno sguardo aperto ai processi storici, culturali e sociali che hanno trasformato il processo formativo. I focus sulla storia delle idee è in parte un tentativo di spostare la storia dell’educazione da un approccio basato sui “grandi uomini” alle influenze tecnologiche, economiche e politiche su idee e rappresentazioni.

Negli ultimi decenni le società occidentali hanno subito cambiamenti tanto profondi che gli studiosi hanno difficoltà a studiarle ricorrendo ai vecchi nomi e alle vecchie teorie. Alla consapevolezza delle carenze delle vecchie categorie analitiche spesso non corrisponde, però, altrettanta capacità propositiva; la società attuale viene definita prevalentemente per negazione o differenza rispetto a quella che ci ha preceduti. Per indicare questa tendenza, in letteratura vengono utilizzati due termini, sfortunati dal punto di vista lessicale, ma immediati nel riferirsi al fenomeno in oggetto: post-ismo ed end-ismo. Sono stati proclamati: la fine della storia, la fine del capitalismo, la fine delle ideologie, ma anche il post-industrialismo, il post-fordismo, il post-moderno, il postmodernismo. I sostenitori delle teorie della società dell’informazione sono stati tra i primi a farsi portatori dell’esigenza di individuare, in positivo, le caratteristiche peculiari della nuova società. Per quanto con opinioni e argomentazioni differenti, essi concordano sul fatto che il processo di convergenza tra la tecnologia dell’informazione e della comunicazione rappresenti una tecnologia rivoluzionaria e segni l’inizio di una nuova era. La novità dell’attuale rivoluzione non risiede in un nuovo strumento, ma nel valore centrale assegnato alla comunicazione. Il computer, piuttosto che i primi elaboratori elettronici in periodo bellico oppure l’invenzione del microprocessore nel 1971, vengono considerati come un simbolo della rivoluzione, al pari del tornio e 7 dell’orologio per le trasformazioni precedenti. In questo dibattito, il termine tecnologia viene dell’orologio per le trasformazioni precedenti. In questo dibattito, il termine tecnologia viene inteso non nel ruolo restrittivo in cui lo intendono la scienza pratica o applicata, ma nel senso più ampio di ogni deliberata estensione di un processo naturale.

 Con società della conoscenza ciò che si vuole valorizzare è il fatto che gli individui, nella vita personale e nel lavoro, continuamente sono tenuti a cercare, elaborare, acquisire il sapere e la conoscenza come un nuovo capitale e come fondamento strutturale dell’economia e dello sviluppo sociale. È questo il contesto in cui uomini e donne determinano la propria maggiore o minore libertà, autorealizzazione e autonomia, in base alla propria capacità o incapacità di accedere e far uso di saperi, competenze e, in generale, di competenze di apprendimento continuo. Sinteticamente la società della conoscenza potrebbe essere definita come una società che stimola e consente che tutti i suoi membri e gruppi sviluppino continuamente le loro conoscenze, capacità e attitudini. 

Descrivere la società della conoscenza come organizzazione che apprende conduce ad analizzare aspetti della stessa come propri di un’organizzazione, intesa come sistema in cui gli individui e le conoscenze diventano elementi indispensabili per il suo corretto funzionamento. Dalle teorie dei sistemi viene recuperata l’attenzione ai saperi e all’apprendimento come condizioni necessarie per il corretto funzionamento e il progressivo sviluppo della società sistema aperto e finalizzato a uno scopo. I singoli individui sono valorizzati in quanto portatori non più soltanto di conoscenze formali o esplicite e trasmissibili, ma anche di saperi relativi al proprio vissuto e alle proprie esperienze che diventano un bene sociale da conservare, sviluppare e diffondere. Per questo, con l’espressione risorse umane non si intende semplicemente la forza lavoro o dipendente in senso tradizionale. Quello che tale espressione vuole mettere in risalto è una visione nuova del rapporto lavorativo in cui il lavoratore o dipendente non si limita a espletare i doveri di produzione o di servizio previsti dal proprio contratto di lavoro ma si assume nuove responsabilità. Il dipendente viene, infatti, coinvolto non solo nella fase di produzione ma anche in quella di creazione e valorizzazione del prodotto o servizio. Il lavoro cessa di essere considerato un semplice strumento di sussistenza e diviene un ambito dell’esistenza umana in cui ognuno può avere la possibilità di affermarsi e realizzarsi in maniera personale) assumono, così, un valore senza precedenti in quanto aspetti della vita odierna, quali la condivisione delle informazioni, i continui e sempre più diffusi contatti interpersonali e gli scambi di comunicazione svincolati da limitazioni spaziotemporali, oltre a permettere all’individuo stesso di scegliere il proprio percorso di vita e di lavoro e di veder valorizzate le proprie competenze, rendono possibile l’innovazione e la costruzione di una conoscenza diffusa. Tale conoscenza diventa così patrimonio di saperi naturali, storici, scientifici, tecnologici dell’intero sistema di cui l’individuo fa parte. È messa in risalto, quindi, la necessità di integrare la dimensione individuale e quella collettiva dei processi di apprendimento per favorire la crescita di sistemi e organizzazioni in grado di conservare e sviluppare comportamenti, abilità, valori e conoscenze in relazione alle finalità degli stessi. Di qui la necessità che le strategie politiche, organizzative e istituzionali mirino alla promozione di educazione e apprendimento per rendere tutti gli individui partecipi e attivi nel processo di costruzione della società della conoscenza stessa. L’attenzione è allora rivolta al ruolo dell’educazione, nella vita di ogni individuo e collettività e in misura permanente, ai continui cambiamenti della società che si trasforma anche grazie allo sviluppo di media, informazioni e tecnologie. L’uso stesso delle cosiddette nuove tecnologie permette che momenti educativi e formativi e momenti di lavoro si alternino vicendevolmente e convivano, liberi da limitazioni spazio-temporali che caratterizzavano i momenti educativi tradizionali. 

Metafora della società della conoscenza può essere anche quella che la definisce come società dei consumi mettendo in evidenza tutti gli aspetti della società stessa che riguardano la produzione, la diffusione e il mercato di beni di consumo. Molto rilievo, in questo caso, viene dato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione perché è proprio attraverso esse che si rende possibile un accesso allargato ai beni, alle informazioni e alle comunicazioni. È necessario, pertanto, poter puntare sul fatto che la società contemporanea, in quanto fondata sul sapere e sulle conoscenze, sul ruolo delle informazioni e sulle capacità degli individui di produrre, vendere e usare le nuove merci permetta ai singoli di acquisire una nuova consapevolezza per accedere ad esse, per organizzarle, per produrle. L’auspicio è che tutti possano non solo avere libero accesso alle informazioni ma anche che siano in possesso delle competenze necessarie per controllarle e gestirle. L’accesso facilitato alle informazioni, ai saperi, alle conoscenze che sono necessarie per “stare al passo” e evitare esclusioni e insicurezze, la rapidità con cui si effettuano comunicazioni e si intessono relazioni mettono, infatti, l’individuo davanti a dinamiche sociali nuove e complesse che rendono obsolete le vecchie regole e sicurezze che aiutavano l’individuo a vivere nella società (le dinamiche relazionali sono, per esempio, accelerate dal superamento delle limitazioni di spazio e tempo). Ciò può condurre gli individui a situazioni di blocco, di confusione o di disagio sociale. Pertanto, ancora una volta, l’accento è posto sulla necessità di accedere alle opportunità di apprendimento delle abilità e competenze necessarie per imparare ad apprendere e a muoversi con consapevolezza e capacità critiche in questi nuovi e mutevoli contesti. Tentare di definire il concetto di learning society è molto complesso. Si potrebbe sintetizzare dicendo che la società della conoscenza è una società che stimola e consente che tutti i suoi membri sviluppino continuamente le loro conoscenze, capacità e attitudini. Il mezzo principale attraverso cui arricchire la propria conoscenza è l’istruzione, ma concorrono anche i mass media, le organizzazioni sindacali, le industrie, il commercio e altro. L’informazione, la comunicazione interna ed esterna, le scelte di vita e di lavoro, il rapporto tra sistema sociale e i suoi membri, rappresentano aspetti fondamentali affinché il sistema della lerning society possa vivere.

La trasformazione della conoscenza umana, da elemento basilare ad oggetto del processo produttivo, diventa così la conseguenza della modificazione delle tecnologie che sono alla base della società contemporanea. In particolare, si è passati da tecnologie per la produzione di beni materiali a tecnologie per la produzione di sapere. Naturalmente, ciò non significa che si siano completamente abbandonati i precedenti sistemi produttivi in favore di quelli nuovi ma, più semplicemente, nella società in rete, le tecnologie per la produzione del sapere rivestono una maggiore importanza. A questo proposito, il sociologo afferma che si è passati da un paradigma definito industrialismo ad un paradigma definito informazionalismo. L’informazionalismo, dal canto suo, ha posto le basi per la formazione della Network Society. La società della conoscenza assume dunque la duplice veste di cornice semantica con la quale leggere e comprendere le caratteristiche dei nuovi sistemi economici e sociali, e di un’ambizione delle nuove democrazie che rimanda a considerare gli usi sociali della scienza e della tecnica e le possibilità di una governance democratica dei loro sviluppi.  L’Unione Europea ha a lungo dibattuto su questo tema puntando sulla transizione verso una società della conoscenza fondata su grandi investimenti tecnologici e scientifici, sulla diffusione dei saperi e competenze tecniche e dell’informazione per le scelte collettive e sulla crescita marcata dei livelli di scolarizzazione della popolazione. Pur nella varietà di queste posizioni è possibile rintracciare un comune filo rosso che vede una definizione di conoscenza differente rispetto al passato. A differenza dell’idea tipica della società industriale, quello che caratterizza la società della conoscenza è un sapere che non ha più il compito di semplificare la realtà attraverso leggi che regolano l’ordine del mondo, ma è piuttosto un sapere che scopre la complessità e ne raccoglie la sfida.

«Non dovremo riprendere l’ambizione del pensiero semplice, che era quella di controllare e dominare il reale; dobbiamo esercitarci a un pensiero capace di operare con il reale, di dialogare con lui, di negoziare con lui”.

«la conoscenza è la massima espressione di partecipazione, un contesto sociale che richiede agli individui non solo la possibilità di acquisire nuove conoscenze, ma anche un’inedita capacità di produrre e sviluppare nuove conoscenze e competenze, perché essi possano essere protagonisti del loro sviluppo individuale, professionale e sociale.”

Maria Ragionieri

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui