Prosperità inclusiva, la vera sfida di centri grandi e piccoli

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L’emergenza Covid-19 oltre alle gravi conseguenze sulla salute della popolazione, sul sistema sanitario e sui sistemi economici, sta contribuendo a modificare una serie di dinamiche socio-spaziali che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il lockdown ha imposto una netta separazione tra spazio pubblico e privato, generando atmosfere surreali, quasi inverosimili, sia all’interno delle abitazioni che all’esterno; la casa è diventata una sorta di esperienza abitativa esclusiva per miliardi di persone, il contenitore di tutte le nostre sfere sociali, il luogo in cui siamo stati obbligati a rimanere e che ha generato in molti di noi sentimenti contrastanti, talvolta di conforto e talvolta di scoraggiamento. Dalle finestre delle nostre case le strade, le piazze e i giardini ci apparivano deserti e immobili, privi di quell’energia che da sempre li ha contraddistinti; il mondo esterno sembrava essersi fermato, le metropoli sembravano essersi volatilizzate, le città sembravano essersi ritirate e svuotate di tutte le funzioni che prima le caratterizzavano; le città che da sempre sono state sinonimo di vicinanza, aggregazione, sinergia e adiacenza dei suoi abitanti con i servizi ad essa connessi, in questa situazione di emergenza appaiono come carcasse senza vita, vuote, desolate, prive di energia. Le misure di contenimento dell’epidemia attuate nel nostro Paese hanno portato a una limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali senza precedenti; per la prima volta dal periodo del dopoguerra in Europa, è stata imposta una limitazione della libertà di movimento, al quale si è aggiunto il distanziamento sociale. La forzata reclusione ha causato in molte persone una necessità maggiore di riappropriazione dello spazio esterno; mai come in questo momento abbiamo rimpianto la dimensione fisica, sociale e umana nel rapporto con gli altri e con il contesto urbano; per l’essere umano il distanziamento rappresenta una forma di vita innaturale che entra in conflitto col bisogno naturale di connessione e legami sociali. Le misure di distanziamento hanno messo a dura prova le abitudini delle persone, in particolare quelle che riguardano la distanza interpersonale tra le persone. Il termine prossemica è stato coniato per la prima volta dall’antropologo americano Edward T. Hall nel 1963 ed è una disciplina che studia il comportamento sociale dell’uomo e lo spazio che un individuo frappone tra sé e gli altri. Durante la pandemia, nonostante i cittadini abbiano avuto un comportamento resiliente e si siano adattati alle restrizioni imposte per fronteggiare il contagio, con la progressiva riapertura, in alcuni spazi della città come locali, luoghi di movida non è stato però possibile rispettare le norme di distanziamento sociale, questo perché sono luoghi che si basano sul concetto di socialità e la distanza imposta corrispondente in parte a quella personale e in parte a quella sociale sopra descritte diventa difficile da mantenere, risulta essere innaturale per la tipologia di contesto in cui ci si trova. Nel 1851, il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ci parla del principio della giusta distanza e utilizza la figura del porcospino, per costruire una metafora sulle relazioni umane: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”. Questo pensiero può rappresentare quindi un suggerimento per il futuro, di intendere la distanza che ci è stata imposta in questo periodo di emergenza come un punto di partenza da cui riorganizzare le nostre relazioni sociali e ripensare le configurazioni spaziali all’interno delle città tenendo conto delle criticità che le forme insediative attuali hanno messo in luce a seguito della pandemia. La pandemia ha infatti messo in luce la correlazione che c’è tra la salute umana e la coesione sociale e quale implicazioni essa può avere sul benessere della popolazione. Diversi sono i livelli di coesione sociale all’interno dei contesti urbani, le relazioni di vicinato rappresentano uno degli elementi chiave per la vivibilità dei quartieri e la tutela dell’ambiente. Prima, durante e dopo una crisi, la coesione sociale e in particolar modo le relazioni di vicinato rappresentano elementi importanti per la salute della popolazione. Durante una crisi, la coesione sociale gioca un ruolo fondamentale.). La coesione sociale permette alle persone di adattarsi alle disposizioni imposte per prevenire la diffusione del contagio, funge da rimedio a situazioni particolarmente critiche e vulnerabili, riduce inoltre la necessità di spostamenti vincolati liberando così spazio e tempo per la mobilità attiva. Le drastiche restrizioni a cui siamo stati sottoposti per mesi, hanno cambiato il nostro modo di rapportarci alle persone e agli spazi della città, la distanza che ci è stata imposta sarà ciò che ci porteremo dietro come segno di questo particolare periodo storico la pandemia rappresenta pertanto un evento in grado di cambiare in modo radicale il nostro modo di vivere e di rapportarci con lo spazio circostante, i modelli insediativi, l’organizzazione della mobilità, della produzione, gestione e consumo; un evento in grado quindi di ristabilire un nuovo equilibrio tra uomo, natura e tecnologia. È stata addirittura ipotizzata una contro-urbanizzazione, con lo spostamento dalle città verso aree più interne e vecchi borghi abbandonati; l’emergenza Covid-19 ha così riaperto il vecchio dibattito delle città vs le campagne, a cui diversi architetti di fama internazionale hanno preso parte. “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”, così l’archistar Stefano Boeri ha espresso la sua opinione riguardo il tema; egli vede il Coronavirus come un’occasione per riscoprire tutti quei borghi abbandonati di cui l’Italia ne è piena, sostenendo quindi che coloro che possiedono delle seconde case e lascino le proprie città per trascorrere più tempo in questi luoghi aperti. Ha espresso un parere simile anche Massimiliano Fuksas, egli ritiene che la città sia diventata una prigione e la campagna può essere una soluzione se si ha la possibilità di fare smart working. Inoltre, i paesini sono caratterizzati da un forte senso di comunità rispetto alla città e presentano una capacità di soluzione superiore a essa in caso di difficoltà, la riappropriazione di questi spazi non deve però rappresentare un lusso per pochi, ma deve essere un’alternativa per tutti. Bisogna tenere presente che lasciare le città a favore della rinascita di vecchi borghi abbandonati, implicherebbe degli investimenti per rivitalizzarli non indifferenti, che rappresenterebbero quindi un lusso al giorno d’oggi date le disuguaglianze sociali esistenti; lo smart working non sempre è possibile a causa della scarsità delle connessioni web in molte aree marginali, inoltre a causa della mancanza di strutture sanitarie adeguate, la speranza di vita in queste aree marginali risulterebbe essere più bassa rispetto a quella delle aree urbane invece si inserisce nel dibattito partendo da una riflessione sulle aree interne, ed è surreale pensare di trasferirsi a vivere in campagna, poiché mancano i collegamenti e le reti di comunicazione, mentre sarebbe più opportuno considerare le opportunità che le periferie delle città hanno da offrire. Da quest’ultime è possibile ricavare spazi di socialità all’aperto e nel verde rimanendo però in un contesto urbano prossimo ai servizi, nel dibattito città  la fuga verso la campagna è plausibile, ma più per condizioni momentanee; nel medio lungo periodo, poiché l’uomo è da sempre stato un animale sociale, la città continuerà a appresentare un bisogno esistenziale per esso, una forma primaria del vivere collettivo, in cui è possibile riconoscere i valori della comunità, le città sopravviveranno a qualunque virus, continuando ad accogliere la maggior parte dell’umanità. “Dovremo portare la campagna in città e non viceversa. La salvezza del futuro sta nel preservare la natura la fuga nei borghi non deve diventare la fuga dai problemi delle città e dei territori italiani” quindi le abitazioni del futuro non saranno in campagna, ma la città, da sempre sinonimo di densità e vicinanza, luogo in cui le persone, le economie e le culture si incontrano, continuerà a esserne il centro nevralgico e per questo è necessario creare una connessione tra aree urbane e i centri minori, per mezzo di “corridoi ecologici”. Quest’ultimi rappresentati da fiumi, torrenti, laghi, vallate, tramite un progetto di paesaggio sarebbero in grado di fornire ossigeno e aria pulita, nonché di garantire un maggior diradamento edilizio. Qualsiasi sia lo scenario che si vuole assumere, la pandemia ha generato una condizione di profonda incertezza, che ha portato a interrompere alcune delle pratiche tradizionali che da sempre abbiamo utilizzato per pianificare e progettare i nostri territori tenendo presente che ci troviamo in un contesto in cui le risorse sono limitate, sarà necessario programmare e pianificare degli interventi volti a promuovere un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, capace di rafforzare la resilienza dei nostri territori, improntato sulla conversione green del modello economico attuale ed evitare che gli investimenti per la ripresa ripropongano modelli di sviluppo insostenibile le città sono sistemi estremamente complessi, fatti di relazioni dinamiche tra l’ambiente fisico costituito da infrastrutture, reti di comunicazione e trasporto, natura esterna e l’ambiente sociale, costituito dalle comunità e dalle relazioni sociali; allo stesso tempo le città sono anche molto vulnerabili a causa del gran numero di persone che vi abita. Sempre più frequenti sono i rischi a cui le città vengono sottoposte, la gestione dei rischi rappresenta quindi un elemento fondamentale nella concezione di governo delle città e del territorio, agendo attraverso il sistema fisico e il sistema sociale delle città. È possibile quindi definire la città resiliente come una città costituita dai sistemi fisico e sociale, in grado di reagire a eventi esterni, adattandosi ed evolvendo verso nuovi stati, differenti da quello di partenza.

 La resilienza di una città sta anche nel riconoscere la sostenibilità di un intervento edilizio piuttosto che un altro, se esso è stato progettato minimizzando gli impatti negativi, sul piano sociale, ambientale ed economico; la resilienza rappresenta quindi una delle caratteristiche che contribuiscono alla sostenibilità della città e  la sostenibilità dei servizi è rappresentata da un’accessibilità diffusa, grazie alla quale gran parte della popolazione vive dove lavora e viceversa si può spostare senza l’utilizzo di veicoli; i cittadini rappresentano la priorità all’interno di questo intervento volto a creare tante città slow in un’unica città smart. In un periodo come quello che stiamo vivendo, questo tipo di trasformazioni sono da considerarsi essenziali per la “rinascita” della città. A seguito del dibattito contemporaneo, la pianificazione urbana potrebbe tendere verso lo sviluppo delle cosiddette città della prossimità, per garantire ai cittadini una maggiore vicinanza ai luoghi della produzione e dei servizi. La sfida per le città della prossimità sarà quella di riscoprire il loro naturale policentrismo, in modo tale da permettere ai cittadini di muoversi nei pressi della loro abitazione. Il concetto di “nei pressi della propria abitazione” che ha caratterizzato il periodo di quarantena può quindi diventare un progetto di città per il futuro, tramite il ripensamento dello spazio pubblico e la promozione di un sistema di trasporto sostenibile.

La città della prossimità si configura quindi come un fluido arcipelago di quartieri sostenibili e autosufficienti, connessi tra loro da parchi, aree pedonali e percorsi ciclabili nei quali non sarebbe più necessario l’utilizzo di mezzi a motore; Con il 2021 lo smart working pare passato, in molti casi, dall’essere solo una misura emergenziale a costituire una stabile modalità di lavoro.

In parallelo si registra una tendenza all’allontanamento dalle grandi città, con i loro problemi di affollamento, per trasferirsi in zone decentrate, quando non addirittura in aree poco popolate e immerse nella natura.

A dare il via all’inversione di tendenza sono stati i lavoratori trasferitisi anni fa nelle metropoli e che hanno approfittato della possibilità di lavorare da remoto per tornare nei paesi d’origine.

In seguito il desiderio di spazi aperti e verdi, accentuato dall’esperienza del lockdown, unito al perdurare della pandemia con le sue esigenze di distanziamento sociale, ha innescato in molte famiglie, spesso giovani, la volontà di trovare una dimensione di vita in grado di conciliare sicurezza e lavoro con ritmi più equilibrati. Così molti borghi scarsamente abitati, se non addirittura spopolati, hanno ripreso vitalità, anche fuori dalla stagione turistica.  Si evidenziano quindi processi a tutti gli effetti di “ritorno” ai territori d’origine sono stati riscontrati fin dai primi giorni di questa emergenza Covid. Dal Nord verso il Sud dell’Italia, ma anche dai centri urbani verso i villaggi, dalla costa verso l’interno, dalla pianura verso le montagne. I numeri sono ancora piccoli per parlare di una inversione di tendenza rispetto al decennale spopolamento di certe aree però qualcosa sta succedendo e impone una riflessione, anche qui, sul tipo di rinascita che si prospetta. Il futuro riparte allora non da un movimento all’indietro, come l’espressione “ritorno” farebbe pensare, ma in avanti per creare ecosistemi capaci di raggiungere un vero equilibrio, capaci di agire per il bene collettivo, capaci di garantire un accesso democratico alle risorse, con nuove forme di governance decentralizzate che agiscono verso modelli di prosperità inclusiva. È la sfida dei piccoli borghi della nostra attualità. Promuovere progetti per la rigenerazione, valorizzazione e gestione del grande patrimonio di storia, arte, cultura e tradizioni presenti nei piccoli centri italiani, integrando obiettivi di tutela del patrimonio culturale con le esigenze di rivitalizzazione sociale ed economica, di rilancio occupazionale e di contrasto dello spopolamento. Sarà decisivo ripensare il fuori, togliendo spazio alle auto, puntando sul verde. Così è stato a New York, a metà Ottocento: la popolazione si era quadruplicata, e non c’era più spazio, e la densità non funziona. Il paesaggista e urbanista Olmsted realizzò così Central Park, un parco gigantesco che è nato da una preoccupazione igienica.

Maria Ragionieri

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