L’ironia di un ribelle che si affidava al vizio e al talento

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I vezzi di un artista, si sa, sono sempre molti e disparati. Basti pensare al termine Bohémien così tanto diffuso anche nel linguaggio comune e riferito in passato proprio agli artisti che, prima ancora di raggiungere la notorietà, si dedicavano a una vita disordinata, dissoluta e viziosa che diventava un vero e proprio modo di vivere ravvisato ad esempio nei poètes maudit o anche della nostrana Scapigliatura di fine 800.

C’è però un artista che più di tutti ha fatto della sua vita e della sua poetica il senso del vizio in tutte le sue forme e maniere incarnando una figura ibrida tra il dandy legato all’estetica e all’eleganza (nonostante come testimoniano moltissimi documenti nonché le varie foto non fosse certo di bellezza notevole come il suo Dorian Gray) e il vizioso spregiudicato ed eccentrico. Parliamo naturalmente di Oscar Wilde che vide la sua carriera letteraria decisamente subordinata alla sua personalità a dir poco provocatrice e peccaminosa. Si auto definì socialista e, pur non dichiarandola, non cercò certo di nascondere la propria omosessualità a causa della quale subì un processo, così come fu condannato a due anni di reclusione per sodomia. Celebre – e incriminante – fu nel processo la sua famosa frase: «L’amore che non osa pronunciare il proprio nome».

Il suo manifesto poetico fu però, senza dubbio, quello contenuto in due dei suoi più celebri aforismi:

 

«Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni».

 

e ancora:

 

«L’unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi».

 

Del resto la sua vita è stata coerente con la sua opera e ritroviamo ne Il ritratto di Dorian Gray, che racconta la degenerazione dei desideri e della propria bellezza, qualcosa di malsano che – ispirandosi naturalmente al Dottor Faust – rappresenta proprio il conflitto tra il piacere e la moralità, il confine mancato tra il piacere e il vizio, che è sicuramente un confine molto molto labile, ma oltrepassarlo significa cadere nella dipendenza patologica che, automaticamente, in qualsiasi ambito, conduce alla rovina. Da una presunta libertà si passa dunque ad una nuova schiavitù.

Il risultato, oltre alle questioni “legali”, è quello di una figura ribelle, che guarda al proprio mondo con ironia e distacco, che non accetta di piegarsi ai dettami sociali di una società, in questo caso quella dell’età vittoriana, che con il suo atteggiamento borghese rifiuta alcuni costumi ritenuti degradanti e imbarazzanti. Certo… è una ribellione che costa cara all’ autore nonché al personaggio della sua opera principale – Dorian Gray, appunto – che diverranno esempi delle conseguenze della mancanza di misura e di morale, ma anche quelli di una società che, spesso, degenera nella borghesia più triste e deleteria che, a sua volta, sfocia nella negazione di se stessi. 

Flora Fusarelli

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