La guerra… del cibo

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Fino all’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, tutte le questioni relative all’approvvigionamento del cibo, seppur gravi per le condizioni di nutrizione delle popolazioni del Terzo Mondo, come per le fasce impoverite dalla pandemia in Occidentale, si limitavano ad una distinzione molto netta. Tra chi ne ha disposizione talmente tanto da poterlo sprecare nei paesi ricchi; e chi è sottonutrito per ragioni essenzialmente economiche a seguito di diverse tipologie di crisi dalle carestie, ad eventi naturali, passando per i diversi conflitto. 

Lo scoppio e soprattutto il perdurare della guerra russo-ucraina ha cambiato radicalmente questa prospettiva. Perché affamare le popolazioni che vengono aggredite è una delle strategie più vecchie, efficienti e brutali che si conoscano e che la Russia ha praticato anche in altri scenari e periodi della sua storia belligerante. E si accompagna la guerra del cibo ad interrompere l’erogazione della corrente elettrica, dell’acqua e a distruggere le infrastrutture. Per fiaccare la popolazione, ma pure per rispondere indirettamente alle sanzioni. Perché l’Ucraina svolgeva un ruolo fondamentale di approvvigionamento di materie prime alimentari per diversi paesi. Una volta il “granaio del mondo” era l’Egitto, come ci hanno insegnato più i film su Cleopatra che i libri di storia, ora si guarda all’ Est Europa. Kiev da sola è responsabile del 12% delle esportazioni di grano e del 16% di mais. Si sale al 50% della produzione mondiale di olio di semi di girasole (aggiungendoci Mosca, si supera l’80%). È chiaro come i prezzi di alcuni prodotti secondari collegati a queste tipologie di alimenti primari siano così aumentati. Basta fare un giro attento al supermercato senza farsi ingannare dalle offerte per accorgersene. E capire che più continuerà la guerra più si aggraverà. Perché vanno aggiunti i tempi della ricostruzione… e dei raccolti distrutti. E della forza lavoro mancante. 

E poi c’è lo spettro della strategia di accerchiamento di Putin: il famigerato accesso al mare a sud a cui la Russia ambisce da tutta la sua storia imperialista e non solo. E che le permette di strozzare meglio tutte le repubbliche ex sovietiche. Bloccando oggi le armi, domani il commercio. Di qui la Crimea sul Mar Nero, il Donbass, l’attacco feroce a Mariupol e Odessa che collegherebbero idealmente l’ex U.R.S.S. alla Transnistria, altra questione aperta. Quel territorio de iure nella Repubblica Moldava, è nei fatti una zona indipendente, non riconosciuta dall’ONU, con capitale Tiraspol. La guerra strisciante scoppia parallelamente a quella balcanica: la dichiarazione unilaterale di indipendenza risale al 1990 con la guerra dal marzo al luglio del 1992, risolta da un cessate il fuoco garantito a tre: Russia, Moldavia e Transnistria, che ha creato una fascia demilitarizzata con 20 località a ridosso del fiume Dnestr. Nel 2014 ha chiesto la sua integrazione alla Russia in seguito alla secessione della Crimea via referendum dall’Ucraina. Un tassello di quell’accerchiamento che questa guerra sta rendendo sempre più evidente e che allarma l’Occidente. Perché le conseguenze come dimostra anche solo l’aspetto del cibo, arrivano lontanissimo, anche nelle rosticcerie dall’altra parte del globo.

Angela Oliva

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