La filosofia tutta italica della perdita

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Ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande “perditore” di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa… e la testa, per un mostr… per una donna come te”. Questa autodefinizione che il ragioniere più famoso del cinema italiano pronuncia in Fantozzi contro tutti è una sorta di elogio della “filosofia della perdita tutta italica”. 

Una sorta di cultura del disastro, del sentirsi sempre come un vaso di coccio vicino a Paesi d’acciaio – come Germania, Francia o Gran Bretagna – anche se siamo colmi di tante ricchezze. Un po’ ci sentiamo e ci comportiamo come se fossimo condannati non proprio alla sconfitta, ma quantomeno alla sudditanza. Ed è un meccanismo che viene riprodotto anche in molti dei nostri rapporti sociali, che possono condizionare financo le relazioni internazionali. Ma come dimostra il lungo – composto da ben 10 film – e fortunato ciclo dedicato a Fantozzi arriva anche la revanche: anche se bisogna aspettare il capitolo n.7 per avere finalmente Fantozzi alla riscossa, che culmina addirittura nel successivo Fantozzi in paradiso.

Perché in fondo siamo un popolo che si rialza – perché c’è il sole, il mare, la bellezza, l’arte – e spesso lo fa con allegria, anche nei momenti più difficili. Pensate solo a quanto abbiamo cantato per esorcizzare la paura, suonato, impastato, cucinato durante il lockdown. E siamo stati abbastanza capaci anche di farlo di rispondere come comunità che è sempre un modo ottimistico di farlo e che spesso non ci appartiene. 

In fondo in un passato glorioso e lontano come il Rinascimento che dall’Italia invase il mondo spazzammo via il Medioevo e per larga parte riuscimmo a costruire anche dei progetti che andassero oltre il campanilismo. Quell’innato contrasto che è simboleggiato per antonomasia, per esempio, dalla guerra tra Guelfi e Ghibellini – e che continuando poi con nomi diversi e in epoche diverse – ha permeato e contraddistinto il nostro agire e il nostro comportarci. Forse troppo spesso come il ragioniere nato dalla fantasia e scrittura del grande Paolo Villaggio dimentichiamo la riscossa, quello che abbiamo dentro, che ci abbiamo messo, quello che siamo stati e potremmo ancora essere. 

Angela Oliva

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