La censura si la censura no

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Ai media è tutto permesso? Chi li controlla? Queste domande vengono poste di frequente e la risposta è tutt’altro che semplice. Secondo alcuni, è il pubblico a controllare i mezzi di comunicazione, in quanto può spegnerli o disdire l’abbonamento. Ma come può disdire l’abbonamento se in una città c’è soltanto un quotidiano che informa sui fatti locali? Secondo altri, è il mercato a controllare i media. Tuttavia, quando scompare un quotidiano di qualità, e invece un giornale scandalistico sopravvive, si è chiaramente in presenza di un fallimento del mercato. Altri ancora chiedono che lo Stato tenga a freno i media.  Il compito dello Stato non è di limitare tale libertà, bensì di garantirla. I media veicolano informazioni, aiutano a interpretare le dinamiche della società contemporanea e, allo stesso tempo, orientano le opinioni politiche dei cittadini, altrimenti isolati all’interno di un contesto culturale troppo articolato e vasto per poter essere compreso attraverso la conoscenza diretta o la comunicazione interpersonale. Il “discorso pubblico”, nell’accezione lata del termine, si è trasferito dai luoghi tradizionali di incontro, come le piazze, i caffé, le assemblee, alle arene mediatiche. Per poter svolgere correttamente la propria funzione, i mezzi di comunicazione di massa devono garantire informazioni complete, imparziali, varie, attendibili. È necessario assicurare ai cittadini l’accesso ad informazioni di diversa provenienza, in modo che non siano influenzati da una sola fonte dominante. Occorre offrire varietà di contenuti, in grado di soddisfare i multiformi interessi presenti nella società. Allo stesso tempo, si rende necessaria la previsione di meccanismi trasparenti che consentano di verificare l’indipendenza effettiva dei media o, comunque, di comprenderne gli eventuali condizionamenti. L’etica dei media riguarda il discorso collettivo, il corretto funzionamento di quella sfera pubblica che collega gli uni agli altri mediante interessi e progettualità comuni. La sfera pubblica è essenzialmente una zona per il dibattito libera da restrizioni, che serve come luogo di esplorazione delle idee per la formazione di un’opinione pubblica. La sfera pubblica è parte del regno “privato”, in quanto costituita da privati cittadini, e vive separatamente sia dalla sfera della pubblica autorità, sia dal mercato: si definisce “pubblica” non perché imputabile alle istituzioni pubbliche, ma perché resa possibile da un ruolo attivo del pubblico e accessibile a tutti. È irrealistico pensare che i media, pubblici e privati, possano essere totalmente impermeabili all’influenza dello Stato e dei poteri economici; ma è ugualmente irrealistico ritenere che la sfera pubblica possa funzionare adeguatamente senza il contributo dei media.  La giustificazione ontologica del servizio pubblico radiotelevisivo risiede nella sua funzionalizzazione all’interesse generale, che si compie attraverso una complessiva attività informativa, culturale ed educativa a favore dei cittadini, svolta con caratteri di universalità, responsabilità culturale, adeguatezza finanziaria, indipendenza. Nell’ultimo decennio, tuttavia, la dipendenza dal guadagno pubblicitario e la rincorsa all’audience hanno fortemente appiattito le differenze qualitative tra i palinsesti pubblici e quelli privati. Non solo. L’indipendenza della RAI è da sempre negata da un meccanismo di lottizzazione selvaggio, che, sfruttando la logica della “parlamentarizzazione”, persegue fini tutti interni al sistema partitico e ad essi sacrifica l’interesse generale ad una programmazione universale, da cui la parlamentarizzazione trae origine. L’idea di individuare e di affermare principi di etica pubblica in un settore delicato qual è la cronaca e l’attività giornalistica porta con sé lo spiacevole retrogusto di un’informazione di Stato, della censura imposta dai poteri pubblici. Tuttavia, dato il ruolo dei giornalisti nella formazione dell’opinione collettiva e nella definizione dell’agenda pubblica, non ci si può sottrarre ad una riflessione sulle regole deontologiche ed etiche cui si ispira l’attività di mediazione culturale del giornalista. L’idea non è quella di imporre comportamenti dall’alto, ma di ridurre le distorsioni al discorso critico mediante l’applicazione di regole deontologiche. La questione che balza all’occhio è l’anomalia, tipica del nostro ordinamento, di regole etiche e deontologiche applicabili solo agli iscritti all’Ordine professionale dei giornalisti. L’anomalia non consiste tanto nell’esistenza di un Ordine professionale avente ad oggetto un diritto costituzionale, la cui legittimità resta senz’altro difficile da comprendere, quanto nel fatto che regole concernenti lo svolgimento di un’attività che si suppone libera – in quanto espressione di una libertà costituzionale, come riconosce la stessa Corte costituzionale nell’affermare la legittimità costituzionale dell’Ordine  siano poi rivolte ai soli iscritti ad uno degli elenchi tenuti dall’Ordine, quasi che costoro, nella realtà contemporanea, fossero i soli depositari della funzione informativa. Partendo dal presupposto che l’attività di informazione non può che essere libera ai sensi dell’art. 21 Cost., l’applicazione delle regole deontologiche ai soli iscritti all’Ordine crea un evidente vulnus al diritto dei cittadini a ricevere un’informazione attendibile ed ispirata a criteri di lealtà, buona fede, correttezza, che evidentemente prescinde dallo status dell’operatore. Il discorso sull’etica dell’attività informativa, intesa quale attività di preminente interesse generale, non può limitarsi alle regole sulla professione giornalistica riguardanti gli iscritti all’Ordine, ma deve investire la qualità del “discorso pubblico” in quanto tale. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure da ben oltre un anno governi e altre autorità fanno affidamento sulla censura e sulle sanzioni per ridurre la qualità delle informazioni a disposizione del pubblico è davvero inaccettabile pensare che oggi tanti siano i cittadini che rischiano la propria vita in nome della libertà d’informazione. La stampa che arricchisce la nostra vita e ci permette di conoscere la vastità del mondo negli ultimi anni è diventata l’obiettivo scelto, il nemico da eliminare. Sono sempre di più i giornalisti che oggi lottano con forza per difendere il diritto d’informazione da nuove censure sempre in agguato, che girano il mondo per raccontarci, senza filtri, che le guerre ancora esistono e che  con le loro inchieste raccontano alla società le dinamiche delle organizzazioni criminali. Sono sempre di più i giornalisti che pagano con l’arresto, con l’ostracismo e addirittura con la vita il diritto di libertà. Numerosi sono stati i rapporti fatti negli ultimi anni, da organizzazioni di tutto il mondo, per comprendere le reali difficoltà in cui versa il giornalismo. Giornalisti italiani costretti a vivere sotto protezione a causa delle minacce ricevute. A tal riguardo l’UE per far fronte alla situazione in cui versano i mezzi d’informazione ha istituito un fondo di emergenza per i media e la stampa e proteggere così la libertà di informazione e i giornalisti. La storia dell’uomo ci dimostra che l’informazione è potere o sviluppo delle tecnologie dell’informazione, a partire dalla nascita della scrittura, con l’invenzione della stampa ed oggi con la diffusione di Internet  ha sempre messo in risalto nella società le due facce della medaglia,  cioè la conquista di potere da parte di chi controlla e gestisce queste stesse tecnologie e dall’altra parte la necessità della democrazia. Dunque la libertà di stampa è uno dei diritti inalienabili per il mondo del giornalismo e della comunicazione. È una delle garanzie che ogni stato, insieme ai propri organi d’informazione, dovrebbe garantire ai cittadini e alle associazioni. Per nostra conoscenza  la  Dichiarazione di Windhoek è un documento composto da principi di stampa liberi, emessi da giornalisti africani durante un seminario organizzato dall’Unesco nella capitale della Namibia, dal 29 aprile al 3 maggio 1991, intitolato “Promuovere un indipendente e pluralista organo di stampa africano” quest’importante documento nacque con lo scopo di raccogliere i media pluralisti indipendenti di tutto il mondo sotto un’unica volontà e strumento di democrazia, fondamentale per accrescere i diritti universali dell’uomo: la diffusione della libertà di stampa, dunque  il significato e l’importanza della libertà di stampa all’epoca dei nuovi media, riflettendo  sul ruolo della stampa estera in Italia e dell’informazione ai tempi delle limitazioni personali e sociali dovute alla crisi pandemica. La libertà di stampa è una questione quanto mai attuale, un diritto di cui molti sono spesso privati anche nelle più stabili delle democrazie. La libertà di stampa è la libertà dei cittadini di essere informati, la libertà dei giornalisti di informare e di svolgere il proprio mestiere senza il peso di minacce o di precarietà. La classifica 2020 realizzata da Reporter Without Borders in merito alla libertà di stampa nel mondo vede l’Italia al 41° posto, dietro tutte le altre maggiori potenze europee e di Paesi in via di sviluppo come Ghana, Namibia. La crisi sanitaria avrà peggiorato la situazione di fatto c’è in una nota diffusa  dal Consiglio Europeo si sottolinea che il ruolo è più che mai essenziale affermando il principio che gli organi di informazione siano liberi e indipendenti. Ma, di fatto c’è che la libertà di stampa continua ad essere minacciata. I giornalisti continuano a lavorare in condizioni molto difficili.  L’UE è determinata a fare di più, in Europa e altrove; continuerà a coordinarsi con organizzazioni e meccanismi a livello internazionale e a sviluppare nuovi approcci, come ad esempio la proposta della Commissione europea per una legge sui servizi digitali, volta a responsabilizzare le principali piattaforme affinché rendano i loro sistemi più equi, sicuri e trasparenti. Continueremo anche ad agire per contrastare la disinformazione e a ricercare, assieme a tutti i partner, modalità efficaci per aiutare i media indipendenti a portare avanti modelli di business sostenibili. La libertà di pensiero e parola, anche a mezzo stampa, in Italia è sancita dall’art.21 della nostra Costituzione che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

 L’informazione italiana rischia di morire nella sostanziale indifferenza delle istituzioni che invece dovrebbero difenderne il ruolo e la funzione costituzionale, con i provvedimenti che servono a rilanciare il settore che restano fermi in Parlamento, dalle proposte di legge di contrasto alle querele bavaglio, a quelle sul contrasto al precariato, sull’abolizione del carcere per i giornalisti, sulla tutela delle fonti. Oggi, c’è l’esigenza di elaborare nuove proposte politiche per far sentire la propria voce sulla libertà di stampa a difesa della democrazia. Il silenzio che avvolge il fenomeno della censura, la sostanziale tolleranza delle autorità che ne permette la propagazione, la disattenzione della società civile che subisce senza neppure protestare sono perciò inspiegabili. Al silenzio si aggiunge la minimizzazione. È facile fare credere che il problema riguardi poche persone, soltanto i giornalisti e fra loro quelli più faziosi e imprudenti. Non è così. I giornalisti minacciati (che pure sono numerosi) sono soltanto le vittime più dirette della censura violenta. Essa in realtà colpisce direttamente anche molti intellettuali, scrittori, attori, registi, opinionisti, attivisti, scienziati e tutti quelli che appena introducono nel dibattito pubblico informazioni e commenti fuori dal coro, idee nuove potenzialmente in grado di danneggiare determinati interessi (economici, politici o di altra natura) sono ostacolati con minacce e ritorsioni.

Ancora più numerose sono le vittime indirette della censura violenta, se consideriamo una vittima chi ne è danneggiato: i lettori dei giornali, gli utenti dei notiziari radiotelevisivi e online, gli operatori sociali, gli attivisti e tutti quelli che, a causa delle minacce, degli abusi e delle ritorsioni rivolte contro i giornalisti, non ottengono dai media informazioni che avrebbero diritto di conoscere e vedono così conculcato il loro diritto di partecipare liberamente al dibattito pubblico.

È evidente perciò che la censura violenta danneggia l’intera società, poiché limitando la libertà d’informazione, limita la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica, È un tarlo che corrode la democrazia.

La censura violenta è quindi un problema sociale, drammatico e attuale, ma non è percepito come tale. Non è chiaro ai più che gli episodi d’intimidazione, le minacce e le ritorsioni contro i giornalisti rappresentano un fenomeno che ha matrice, dinamiche e finalità unitarie e perciò deve essere contrastato con strategie e misure specifiche. Invece molti pensano che le minacce ai giornalisti siano un insieme di fatti episodici e slegati ai quali non bisogna dare molta importanza. Lo consente la limitata consapevolezza del fenomeno. Intervenire o non intervenire per impedire le intimidazioni e la censura violenta non influisce sul consenso politico, risolvere il problema o lasciarlo irrisolta non fa guadagnare né perdere voti. Ciò spiega anche perché rimangono disattese numerose raccomandazioni a intervenire che le massime organizzazioni internazionali (Onu, Osce, Consiglio d’Europa, Parlamento europeo) negli ultimi anni hanno rivolto ai governi nazionali, richiamandoli all’obbligo positivo, (ovvero al dovere imposto dall’adesione a vari Trattati internazionali) di adottare misure di contenimento e contrasto della censura violenta. Per convincere le autorità a combattere la censura violenta, è necessario fare entrare la questione nel mercato del consenso politico; è necessario farla conoscere ai cittadini per ciò che è. Sarebbe facile facendo leva sui fatti, se si  conoscessero sistematicamente le violazioni più gravi del diritto d’informazione e le sue conseguenze sociali,  e utilizzando  sistematicamente questo nome saremo un grande passo avanti perché dice chiaramente e in modo efficace di che cosa parliamo e ci permette di fare capire che i paesi democratici stanno covando un male che avevano messo fuori legge da quasi un secolo e che oramai dovrebbe sopravvivere soltanto nei paesi autoritari, essendo connaturato con i regimi non-democratici, sarebbe importante considerare questo aspetto della questione e dire che, purtroppo, i Governi dei paesi liberi e democratici, stanno lasciando rientrare dalla finestra un terribile male che avevano messo fuori dalla porta. Lo stanno permettendo ignorando l’impegno di difendere i valori liberali dello Stato di diritto da ogni minaccia un impegno sottoscritto con l’adesione ai Trattati internazionali che lo prevedono. Queste inadempienze consentono alla censura di diffondersi come una malattia contagiosa incontrastata. Questa malattia oscura le notizie sgradite al potere, impone una censura che nessuna legge e nessun codice coerente con lo stato di diritto potrebbero consentire e In Italia e in Europa, istituzioni e autorità dovrebbero fare di più per combattere la censura violenta ma ancora non vogliono arrendersi alla realtà che mostra la necessità di farlo. Si affidano a osservatori più indulgenti, a medici pietosi che fingono di non vedere l’estendersi della malattia e rinviano gli interventi necessari. E intanto questa malattia che affligge la libertà di informazione continua a diffondersi, si incancrenisce, miete nuove vittime, anche nel cuore d’Europa. Queste reazioni sotto tono fanno una pessima impressione. Fanno pensare che in un certo senso noi europei abbiamo cominciato a rassegnarci, ci stiamo convincendo che è inevitabile subire questi atti di ritorsione estrema contro i giornalisti e dobbiamo limitarci a contrastarli con la retorica. Spero che sia solo un’impressione, che la realtà sia diversa. Spero che i fatti successivi si incarichino di smentire in modo categorico l’impressione che l’assuefazione abbia guadagnato terreno. Ma non basta sperarlo. Bisogna impegnarsi affinché i fatti smentiscano la brutta impressione. Bisogna mobilitare tutti i difensori della libertà e dello stato di diritto. Bisogna convincere tutti coloro che puntano sulla rassegnazione che questa battaglia si può vincere facendo in ogni paese ciò che necessario ed è possibile fare in ogni paese, applicando le Raccomandazioni delle istituzioni internazionali finora inapplicate. Bisogna aiutare gli increduli a superare la loro incredulità (più o meno sincera) che non ha alcuna ragione di essere.

Oggi questa incredulità è la barriera che impedisce di affrontare e risolvere il problema. È la barriera da abbattere. Occorre che le forze sociali, le vittime indirette della censura violenta, facciano sentire la loro voce. Occorre rendere più ampia la consapevolezza del fenomeno. Occorre diffondere più ampiamente il patrimonio di conoscenze e i dati di fatto accertati e convalidati da autorevoli istituzioni.

 Questa è la sfida per chi vuole difendere la libertà di stampa e di espressione dalle intimidazioni che assediano giornali e giornalisti.

In molti hanno considerato il fenomeno fake news “preoccupante” e chiedono un forte intervento delle istituzioni; non chiamiamole più «fake news», false notizie, chiamiamole per quel che sono davvero, «disinformazione», manovre globali per creare in quantità industriale, con l’appoggio di Stati, lobby e poteri occulti nascosti nel web, campagne di menzogne ad hoc per inquinare il libero dibattito delle nostre democrazie: questa la scelta del Rapporto finale dell’High Level Group convocato dalla Commissione Europea per combattere il fenomeno. Oggi «fake news» è slogan che avversari politici e media usano come clava, uno contro l’altro. Anche l’Ordine dei Giornalisti è pronto a collaborare nella lotta alle notizie false veicolate in rete. A molti vengono chieste spesso conferme sulla fondatezza di notizie che vengono fatte circolare sui social. Una piaga che esiste da tempo, I giornalisti devono essere sempre in prima linea nel verificare le fonti e raccontare la verità sostanziale dei fatti. Non è possibile tollerare manipolazioni e falsificazioni di informazioni fondamentali, soprattutto in una fase di emergenza epocale come il covid. L’attuale battaglia contro le fake news intende censurare l’informazione alternativa, per orientare il consenso e garantire gli interessi delle élite. Le «fake news», le «notizie false», non sono un’invenzione dei nostri tempi. Da sempre chi ha il potere o chi lo combatte, chi crea e controlla l’informazione e chi la subisce, hanno usato a volte lo strumento della «falsa notizia» per raggiungere i propri scopi, che potevano essere politici o religiosi, ideologici o criminali, economici o familiari. Nella storia ci sono stati esempi macroscopici di «notizie false» che hanno continuato a vivere per decenni o per secoli: si pensi alla «scoperta» della cospirazione ebraica internazionale descritta nei Protocolli dei Savi di Sion, forse la più colossale fake costruita poco più di cento anni fa;  I regimi totalitari, ovviamente, furono tra i maggiori inventori e creatori di «fake news: i nazisti ritennero gli ebrei e i socialdemocratici responsabili della «coltellata alla schiena» che portò alla sconfitta tedesca. Nel 1918  i sovietici considerarono nemici del popolo milioni di operai e contadini, riempiendo così, gli uni e gli altri, i campi di lavoro, di prigionia e di sterminio che contrassegnarono la politica criminale dei due regimi in Italia, nel dopoguerra, molti giornali a grande diffusione sono stati coinvolti nel falso rinvenimento dei diari di Mussolini, e altrettanto è accaduto in Germania per quelli attribuiti a Hitler. La disinformazione si è sempre presentata in modo articolato, ed è sulla convinzione di una diffusa disinformazione voluta dal potere che sono circolate numerose contestazioni delle verità raccontate dai media. Teorie del complotto hanno messo in discussione che Neil Armstrong, il comandante dell’Apollo 11, avesse mai posto piede sulla luna. Cosa c’è di nuovo, allora, nelle «fake news» di cui si parla con insistenza da qualche tempo e che sono state ultimamente intrecciate con il termine di «post-verità» ’è il mutamento che internet prima e poi il successo e il diffondersi dei social successivamente hanno determinato nel rendere tutti partecipi dell’informazione, quasi che le notizie «vere» possano essere tali solo se approvate, condivise e accettate dalla stragrande maggioranza, e che false notizie possano diventare vere se, a loro volta, condivise e accettate da un numero consistente di persone. Un aspetto centrale delle attuali «fake news» è il rifiuto-accusa delle notizie della carta stampata, ma anche la circolazione di notizie che quella stessa stampa avrebbe censurato: nella campagna elettorale americana del 2016 Donald Trump e i suoi seguaci urlavano «fake news» ad ogni notizia giornalistica che non soddisfaceva il loro punto di vista; e, al tempo stesso, facevano circolare notizie «fake» che acquistavano la parvenza di veridicità proprio perché diffuse e rilanciate sui social. Quando l’obiettività dei fatti diventa meno rilevante e significativa delle convinzioni personali o dei sentimenti e delle emozioni, nel mondo dominato da internet e dai social, la strada per le «fake news» e la «post-truth» diventa sempre più percorribile, ma se diamo un’occhiata alle cause del populismo, dei discorsi d’odio ecc., ci si accorge che queste non sono su Internet si trovano nella società stessa ed è proprio il clima sociale che dovremo cambiare.

Maria Ragionieri

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