Era il 1997 quando fu siglato il protocollo di Kyoto, forse il più importante trattato internazionale in essere in materia ambientale. L’11 dicembre di quell’anno fu pubblicato questo accordo riguardante il surriscaldamento globale che prende il nome dalla città giapponese – appunto Kyoto – in cui si tenne la Conferenza delle parti – COP 3 – delle Nazioni Unite. Si tratta della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nota con l’acronimo di UNFCCC. Erano trascorsi cinque anni da quella di Rio de Janeiro nel 1992, nota come il primo Summit della Terra dove viene approntata la prima proprio la prima bozza di convenzione a cui nel 1995 a Berlino durante la COP 1 si aggiunsero gli obiettivi riguardo alle emissioni sottoscritti in Giappone.
Ci vorranno molti anni però perché venga sottoscritto anche da paesi davvero importanti: bisogna aspettare il 2004 perché lo facciano due superpotenze come la Russia e il Canada. Soprattutto i nordamericani hanno avuto un rapporto travagliato con la Convenzione, tanto da uscirne un anno prima che nel 2012 il protocollo terminasse il primo periodo di impegno. Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica da parte della Russia, il 55esimo paese a farlo come previsto.
Nel marzo del 2013 erano 191 gli Stati che hanno aderito e ratificato il protocollo di Kyoto, che con l’accordo di Doha è stato prolungato dal 2012 al 2020, con ulteriori obiettivi di taglio delle emissioni di elementi di inquinamento: diossido di carbonio e altri cinque gas serra (metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo). Con in aggiunta la possibilità di servirsi di un sistema di meccanismi flessibili per l’acquisizione di crediti di emissioni, come la realizzazione di progetti nei paesi in via di sviluppo o lo scambio di crediti tra quelli industrializzati e quelli con economia in transizione. Oppure il Meccanismo di Sviluppo Pulito, che permette di massimizzare le riduzioni ottenibili a parità di investimento.
Ma il discorso ambientalista delle COP delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) non si è fermato a Kyoto, tanto che ultima in ordine di tempo è stata la 26esima ospitata dal Regno Unito alla fine del 2021 a Glasgow, in partenariato con l’Italia. Ha riconosciuto l’importanza di giovani, – come il suo simbolo, Greta Thunberg – donne e comunità indigene nella lotta alla crisi climatica, e stabilito che la transizione ecologica debba essere giusta ed equa. La COP26 ha visto tutti i leader mondiali a confronto per limitare gli aumenti delle temperature e contrastare i cambiamenti climatici. L’orizzonte di questo cambiamento culturale importante che parte dalla centralità del Pianeta Terra, dalla sua salute, da cui dipende inevitabilmente la nostra, prevedono l’obiettivo ambizioso della riduzione massiccia delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030.
Angela Oliva





