Quanto è vero che l’istruzione è un ascensore sociale! Certo, purché i produttori dell’ascensore e gli ascensoristi facciano bene il loro mestiere, cosa che evidentemente negli ultimi anni non è stata: perché oggi l’istruzione non fa più la stessa differenza rispetto agli anni scorsi?
Le principali cause sono da ricercare fondamentalmente in due ambiti temporali ben distinti: quello relativo al periodo di studi e quello successivo all’ingresso nel mondo del lavoro.
Sono argomenti scomodi e impopolari, ma il toro va sempre preso per le corna, invece che essere inseguiti da esso…
Oggi la qualità della scuola non sembra essere al livello di quella di periodi passati: quello che vedo ridursi giorno per giorno è l’autorevolezza dell’istituzione stessa. Sicuramente ci saranno dei motivi “tecnici” di cui non sono in grado di parlare, ma credo che una responsabilità importante ce l’abbia il nucleo familiare, che troppo spesso difende l’erede di casa di fronte al cerbero corpo insegnante, addossando a quest’ultimo gli insuccessi della creatura magari lasciata troppo libera di decidere tempi e modi dell’impegno scolastico. Sia chiaro: non sono fautore della mamma-tigre del sud est asiatico (ho lavorato per qualche anno con i coreani: so bene cosa voglia dire), ma le chiocce italiche stanno facendo qualche danno… A questo aggiungiamoci una parola che è letteralmente veleno per troppe istituzioni pubbliche e in generale per i sindacati: la meritocrazia. Fino a quando non si introdurranno aumenti di merito al posto di anacronistici e populistici scatti uguali per tutti, indipendentemente dalle capacità e dall’impegno profuso, la qualità della scuola si appiattirà verso il basso, area in cui la sacra missione dell’insegnamento non ha dimora. Evidentemente questo discorso ha validità in tutti i gradi scolastici, fino all’università.
Una volta raggiunto l’agognato titolo di studio, nascono un’altra serie di problemi: aspettative gerarchiche professionali che si hanno dopo il conseguimento del titolo stesso (quadro aziendale in 2 anni, dirigente in 3, presidente dell’azienda in 5), certezza (spesso disattesa) di trovare sotto casa e immediatamente il lavoro sognato (oggi in parte realizzata dal lavoro in remoto), ipotesi retributive iniziali. Queste tematiche in realtà non sono nuove: esistevano già nei decenni passati, ma dopo un primo forzato, sano bagno di realismo, testa bassa e a lavurar! Oggi invece non si accetta di andare lontano da casa (ricordate le proteste di qualche anno fa degli insegnanti che venivano “deportati” al nord? Raccontatelo agli operai emigrati negli anni scorsi…), non si accettano contratti di stage (quando si inizia a lavorare, si è poco più di un intralcio al lavoro): è più facile lamentarsi dell’assenza di lavoro e sentirsi costretti ad emigrare all’estero, dove comunque si inizia con uno stage, poi si seguono i vari gradini gerarchici, sottoponendosi quotidianamente a valutazioni meritocratiche.
La sintesi di questi comportamenti porta anche un malcelato senso di onnipotenza e una certa frustrazione per non essere capiti e osannati dalla gente: qual è la massima sintesi di quanto appena scritto? Il vangelo di una certa parte politica (per fortuna pesantemente ridimensionata alle ultime elezioni politiche): uno vale uno! A causa di questa corbelleria ci siamo ritrovati sui sacri scranni degli emeriti idioti, alcuni titolati, ma pur sempre idioti! CI siamo ritrovato come ministro dello sviluppo economico uno che come unico rigo del suo curriculum aveva la vendita di noccioline e bibite allo stadio o un onorevole che basava le sue visioni future di economia nazionale su quanto gli raccontava il suo idraulico! Potrei fare tanti altri esempi, ma mi censuro, tanto ci siamo già capiti…
Ne usciremo da tutto ciò? Certo: noi italiani abbiamo bisogno di vedere il precipizio per renderci conto che siamo troppo vicini al bordo.
A riprova che il sentiero al ritorno del buonsenso è già visibile, lo scorso governo ha osato proporre un fondo da 300 mln da distribuire agli insegnanti basati su criteri meritocratici. Ovviamente i sindacati hanno approfittato della fine prematura della legislatura per bloccare tutto, ma almeno il muro è stato scalfito
Un altro esempio: non tutti i giovani bravi e che abbiano voglia di lavorare fuggono all’estero, perché la concorrenza nazionale non è tantissima e approfittano della desistenza dei “neet” (not in education, employment or training – non a scuola, al lavoro o in formazione) nostrani per trovare velocemente lavoro, magari non dietro casa, ma discretamente retribuito e con buone prospettive di carriera, tanto la concorrenza è poca…
Io penso sempre positivo: il ritorno alla voglia di crescere come nel secondo dopoguerra arriverà, magari non subito, ma arriverà. Magari facciamogli trovare la porta aperta, così non perderà tempo nemmeno a suonare il campanello…
Gerardo Altieri





