Sportività e Vittorie

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“Chi ha spirito sportivo vince senza competere.”

Fin dalle sue origini la civiltà europea evoca il potere della vittoria: le città celebrano i propri atleti, gli agonistici occupano un ruolo decisivo nella mentalità comune e le Olimpiadi scandiscono il tempo storico, tutto questo influisce ancora sul nostro modo di vivere   ed è lo sport. In dialogo con autori come Omero, Pindaro, Platone, Virgilio, Tito Livio, si può ricostruire le radici storiche, filosofiche, letterarie e religiose dell’agonismo: dalle mura di Troia agli splendori di Olimpia, passando per la lunga crisi nel Medioevo, fino ad arrivare alla rinascita moderna e all’età contemporanea, quando competizioni e spettacoli sportivi ritornano al centro della vita pubblica, ma questa volta su scala planetaria. Scopriremo cosi che due atleti come Michael Jordan e Ulisse, o la Champions League e le corse dei carri al Circo Massimo, o due figure carismatiche come l’allenatore Marcelo Bielsa e l’apostolo Paolo, hanno molto in comune. Perché il potere della vittoria non risparmia nessuno, promettendo l’eternità di una gloria che dura solo un istante. Questo è il mondo in cui vorremmo vivere in permanenza, sempre slalom esaltanti, prodigiose seconde manches, o nei circuiti staccate repentine, idealmente all’ultimo giro. Lo sport è un’occasione di confronto con i grandi temi dell’uomo, una vera e propria palestra di riflessione filosofica. Eppure in Italia non ha mai trovato un adeguato interesse da parte degli accademici e degli studiosi di filosofia in genere. Le cause di questa indifferenza sono molteplici ma non hanno più ragione di esistere alla luce della cultura odierna. Anche se le principali tematiche della filosofia dello sport sono una delle discipline più attuali e meno esplorate, in cui l’attività motoria e sportiva è considerata un mezzo di miglioramento per l’uomo. Un sapere che certamente non si limita al mondo degli   accademici, ma si rivolge con forza ai giovani, ai quali può fornire una straordinaria opportunità di riflessione su molti dei principali problemi della contemporaneità.

Lo sport rappresenta oggi uno dei fenomeni culturali di maggiore complessità e diffusione nella società contemporanea. La sportivizzazione della società e della cultura è un processo inarrestabile che presenta profonde implicazioni educative e richiede lo sguardo attento e critico della pedagogia quale scienza umana per essere compreso. Utilizzando un approccio ermeneutico volto a fare emergere le valenze, le contraddizioni e i paradossi del rapporto tra pedagogia e sport, si arriva alla genesi storico-culturale della pratica sportiva evidenziando come essa sia, sin dalle sue origini, profondamente educativa. Lo sport quale universale culturale è portatore di valori e virtù educative molto profonde che però non possono emergere da soli e hanno infatti bisogno di un complesso processo di estrinsecazione che solo una scienza normativa e progettuale quale appunto la pedagogia può portare a compimento nella sua pienezza. Questa estrinsecazione trova la sua concreta attuazione nell’azione consapevole e critica degli agenti educativi dello sport, primi tra tutti la famiglia, l’allenatore e gli insegnanti di scienze motorie che attraverso una formazione più efficace, dovranno essere aiutati a svolgere nel miglior modo possibile il complesso compito etico ed educativo al quale sono chiamati dalla società e dalle nuove generazioni. Un sapere che certamente non si limita al mondo degli accademici, ma si rivolge con forza ai giovani, ai quali può fornire una straordinaria opportunità di riflessione su molti dei principali problemi della contemporaneità.

Lo sport vive alimentato prima di tutto dalla sua dimensione agonistica. La sua connaturale bellezza è proprio quella di saper far nascere sempre nuove ed avvincenti sfide, con se stessi e con gli altri. Nel nostro tempo esso non rappresenta più soltanto un gioco: è una cosa seria perché muove enormi cifre di denaro, un aspetto sconosciuto allo sport dell’antichità, ed è una cosa seria perché sa muovere grandi passioni. E nutrire una passione significa, in qualche modo, patire, soffrire per un obiettivo, ma anche prendere parte, dare sapore alla propria esistenza, conoscendosi e sfidandosi. Sconfitta e vittoria sono i due volti, le due estreme espressioni, della competizione, un termine che non può riservarsi solo alle discipline sportive definite nelle regole e correlate ad un punteggio e quindi comunemente ritenute agonistiche. La dimensione competitiva, in senso più ampio, riguarda anche il camminare in montagna, il palleggiare un pallone sulla spiaggia, una partita a carte: ovunque le capacità fisiche e mentali sono messe alla prova; ovunque è presente la tensione al misurarsi, al superare sé stessi, al confrontarsi; ovunque, soprattutto, è in attesa dell’esito finale. Se è vero che dal profondo dell’uomo, individuo razionale, simile dei suoi simili in umanità, fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme ad altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci, è altrettanto vero che tale relazione si fonda sulla differenziazione, sulla distinzione, arrivando fino alla reciproca contrapposizione, nel senso più positivo del termine, elementi che sottolineano, preservano e tutelano l’identità di ciascuno. La competizione, la sfida, l’agonismo sono quel contesto dell’interrelazione in cui meglio viene in luce la distinzione. Posto che sia quindi privo di significato eliminare, e non solo dallo sport, la dimensione della competizione, che tra l’altro nelle discipline sportive trova la sua espressione maggiormente regolamentata, è ragionevole ipotizzare che il male maggiore, il grande nemico dello sport, sia oggi l’esasperazione di questa dimensione competitiva. Il peso di cui si è caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini di immagine e di denaro, è divenuto sempre maggiore, ed è sotto gli occhi di tutti come questa situazione rischi non solo di snaturare la bellezza dello sport, ma la sua stessa fisionomia. Gli interessi economici prevaricanti, la spettacolarizzazione esasperata, il ricorso al doping, il razzismo, la violenza negli stadi ne sono una testimonianza. Che lo sport sia oggi, come sostengono alcuni autori, “una forma di compensazione di istanze psichiche deluse, o uno scarico di energia eccedente, o una via d’uscita per la realizzazione di aspirazioni tipiche della dimensione antropologica o allevate dalla vita quotidiana moderna” , è certamente corretto, ma l’interesse che suscita l’attività sportiva, non solo agonistica, ed il suo successo sono fondamentalmente legati al fatto che essa rappresenta l’espressione sociale praticabile più eclatante della dimensione competitiva, della ricerca di autoaffermazione, di quella tensione alla distinzione di sé dagli altri fondamentale e connaturale ad ogni essere umano. Lo sport moderno ha fatto sua la razionalizzazione tipica della società contemporanea: la sistematicità dell’addestramento, la ricerca dell’ottimizzazione del risultato, il principio di prestazione e la misurazione della stessa, la giustificazione funzionale della autodisciplina. Ma a questa oggettività, alla rigidità delle regole, lo sport è in grado di abbinare con successo il suo opposto: l’invenzione, la soggettivizzazione del comportamento, che rappresentano un’infrazione nei confronti della redditività economica, una concessione allo spreco, al valore simbolico, non pratico, dell’attività. Gli atleti non si allenano, né gareggiano solo per denaro, privilegio comunque di pochi: in un’epoca in cui si è perso il compiacimento del prodotto del lavoro, quest’ultimo è divenuto solo un mezzo per migliorare la propria qualità di vita, lasciando inerti parte delle energie e delle abilità umane. Queste trovano così espressione nelle attività ludiche e sportive che “rappresentano l’esibizione pubblica di quello che l’uomo sa fare: sono lo spettacolo, il luogo della manifestazione del desiderio” .
Nella eccellenza sportiva il principio della meritocrazia, elitistico nella sua sostanza, viene ad associarsi al principio della democrazia: chi si afferma nello sport lo fa perché ha delle doti, l’accesso al primato non è chiuso a chi parte da una situazione di svantaggio sociale, anzi per molti atleti è un ascensore sociale.
Nello sport, la sinergia campione – pubblico fa gravitare l’individualismo ed il tribalismo, presenti nella società moderna, verso l’unità. Infatti se la meritocrazia e la selettività rendono l’attività sportiva inevitabilmente individualistica, lo stadio rende lo spettacolo espressione della massa, in un rituale della tribù in cui l’evento agonistico è solo il “rito centrale”. Le migrazioni settimanali delle folle variopinte di bandiere e sciarpe “evocano lo spirito delle antiche fazioni, ne ricostruiscono l’identità, in questo momento storico contrassegnato dall’anomia, dalla frammentazione, dalla disintegrazione sociale”.
Lo sport, ancora, è luogo in cui si può riaccendere il senso della vita: in un mondo foriero di dubbi e relativizzazioni, lo sport offre una concreta possibilità di cimentare il senso più elementare di sé, fondato su destrezza e bravura fisica, insomma su braccia e gambe. Il ritorno alla fisicità potrebbe venire anche interpretato come una regressione, in un tempo come il nostro che privilegia l’elaborazione intellettuale, ma una regressione che “lascia leggere anche il contrario: la spinta verso la ricerca, l’esplorazione delle possibilità, l’andare oltre”. Il gusto del gesto atletico, la fantasia del gioco, la ricerca dell’azione corale, le espressioni di attesa e di gioia per un risultato, non sono banalmente riconducibili al piano della semplice istintualità, ma esprimono qualcosa che va dall’intima tensione del singolo atleta, fino alla matrice culturale di un popolo. Tra la razionalizzazione, che cerca di spiegare ogni cosa, e la difficoltà di cogliere i fini ultimi, lo sport si esprime in un terreno intermedio, in quello chiamato “attività di divertimento mimetiche”. Libero dalla razionalizzazione, lo sport salva dunque l’imprevedibilità dell’evento, il gusto di non sapere chi vincerà, dando all’azione o all’attesa un senso eccitante, di sapore antico, una forma singolare di interruzione e forse di controllo di quella che può essere detta la crisi della modernità. L’incertezza di una partita di basket o di una gara di ciclismo non è forse una modalità di controllo della non-sicurezza quotidiana? “Nel recinto delle gradinate e del terreno di gioco, zona delimitata della città, lo sportivo impara a convivere con l’insicurezza”  ed esorcizza la paura: l’eventualità di una sconfitta, nel tempo la sua inevitabilità, aiutano ad apprendere una sorta di resistenza alla realtà avversa che, tutto sommato, impedisce la fuga, preferendo l’incertezza alla rassegnazione. E questo perché la sicurezza quotidiana, spessissimo coincide con la routine: lo sport assume quindi una “funzione de-routinizzante”. La civilizzazione ha limato gli eccessi dei comportamenti, bloccando anche l’espressione delle emozioni: oggi non ci si lascia andare. Le occasioni per farlo sono rare: quella più frequente, socialmente tollerata è lo spettacolo sportivo in cui è possibile raggiungere un “eccitamento controllato” sia come praticanti, che come spettatori.

Nel disagio che lo sport evidenzia, libera e spesso sana, c’è anche il segno del futuro, dice quel che l’uomo vuole e non vuole: “queste spinte non disciplinate fanno una prova, escono alla luce, brancolando, nelle vicende sportive ”. Lo sport di vertice, sovraccaricato di valenze, non riesce più ad assolvere il suo ruolo di compensatore sociale, perde la sua prerogativa di terreno in cui la sconfitta è accettabile, in cui l’insicurezza, la paura di perdere, insita in ogni essere umano, è affrontata in ambiente protetto. La sconfitta non è più né accettata, né accettabile: va eliminata, rimossa nelle sue cause e nelle sue conseguenze, sublimata dalla spettacolarizzazione, annegata nella quotidianizzazione.
Del resto il messaggio della vittoria ad ogni costo è vivo ad ogni livello, perché presente nella società prima ancora che nello sport. I bambini lo recepiscono sin dalla tenera età, bombardati da personaggi presentati loro dai media come sempre vincenti. Una volta creato il mito, l’idolo, la corsa all’egocentrismo, all’affermazione incontrollata di sé, è aperta, sin dall’infanzia. Se poi questo mito è sportivo, l’interesse rischia di riassumersi tutto esclusivamente in un interesse per la vittoria, anziché primariamente per la pratica sportiva, creando o un pericoloso disadattamento o un abbandono precoce.
L’atleta, in passato, era considerato un modello soltanto tecnico, di cui si imitava il gesto atletico, il dribbling, il lancio, al massimo, con l’avvento della tv, il modo di esultare. Con la disponibilità dei denari degli sponsor, rispetto ai quali forse non ha molte colpe nel non saper resistere, lo sportivo è diventato un modello per altri comportamenti: l’uso di un deodorante, la merenda con quel cioccolato, la guida di un’automobile.

Si impone una cultura della sconfitta che permetta di affrontare una questione fondamentale per chi si avvicina alla pratica motoria e sportiva: il desiderio della realizzazione di sé, investendo energie e tempo, sopportando fatiche e rinunce per un obiettivo sportivo, è un impegno che si scontra con la durezza della sconfitta, il dolore di un infortunio, la percezione del limite, l’evidenza della superiorità di un avversario.

Si è detto che la competizione si pone come esaltazione della distinzione, come magnificazione del “sé” nella dinamica sociale delle reciproche relazioni: l’altra dimensione, quella della socialità, dell’essere in relazione, nasce dall’incontro e dalla scoperta dell’altro. Nella relazione, nel confronto, situazioni che lo sport offre quotidianamente, l’incontro con l’altro e la distinzione di sé possono risultare polarità spesso inconciliabili: “Chi perde conosce il valore della sofferenza e della sconfitta, perché il Figlio di Dio le ha valorizzate. Per lui può esserci una gioia più profonda che nasce dall’aver dato, dato se stesso negli allenamenti, o nei rapporti reciproci per costruire una squadra, dato tutto di sé nella esibizione al pubblico. Solo dalla donazione, dall’amore nasce la gioia interiore, più limpida, più pura, per chi vince, se ha lottato e vinto per amore, e per chi perde se ugualmente ha lottato e perso per amore. Allora lo sport diventa autentico e sarà elevato alla sua dignità sociale. Potrà contribuire a ricreare gli uomini in questa civiltà troppo stressante, ad essere un elemento di affinità, di fratellanza e di pace tra popoli e nazioni. Anche senza rifarsi ad un fondamento religioso, in cui l’esempio del dare la vita offerto da Gesù, crocifisso, abbandonato, e risorto, è il più compiuto, si può ritenere che il dono abbia una capacità di “creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone” per la sua gratuità, senza pretesa di restituzione.  Se dunque prima di tutto chi mi sta accanto, l’altro da me, è dono per me ed io per lui, la sconfitta e la vittoria acquistano un sapore particolare: un atteggiamento di questo tipo è capace di trasformare uno sconfitto in autentico vincitore. È dunque certamente banale ridurre la sconfitta a semplice rassegnazione dignitosa di fronte ad un risultato avverso. Una accezione più alta è quella che lega una cultura della sconfitta ad una nuova cultura della vittoria: saper perdere per saper vincere. “Si è vincitori solo il momento dopo che abbiamo avuto il coraggio di capire i risvolti virtuosi e misteriosi del dolore, della rinuncia, della fatica, dei doveri” parole sacerdotali. Esaltare il valore dell’avversario, riconoscerne qualità e meriti, apprezzarne la bellezza e l’efficacia del gesto, la tenacia e la virtù, è il primo, seppur difficile, itinerario da percorrere. Un maestro in questo senso è nel saper comprendere e far comprendere ai suoi giocatori “il bello della sconfitta”, come lui stesso la definisce, è Enzo Bearzot, l’ultimo grande condottiero vincente degli azzurri del calcio: “Il bello della sconfitta – ha spiegato  – sta innanzitutto nel saperla accettare. Non sempre è la conseguenza di un demerito. A volte sono stati più bravi gli altri. Più sei disposto a riconoscerlo, quando è vero, quando non stai cercando di costruirti un alibi, più aumentano le possibilità di superarla. Anche di ribaltarla. La sconfitta va vissuta come una pedana di lancio: è così nella vita di tutti i giorni, così deve essere nello sport. Sbaglia chi la interpreta come uno stop nella corsa verso il traguardo: bisogna sforzarsi di trasformarla in un riaccumulo di energie, prima psichiche, nervose, e poi fisiche.” “Nel calcio ogni sconfitta è utile, a patto di saperla leggere.” E i suoi ragazzi tornavano a casa tranquilli, perché aveva spiegato loro che le pagelle che contavano non erano quelle dei giornali, ma le sue, stilate non in base a una vittoria o una sconfitta, ma in base ad un arco di rendimento. Dare il giusto peso alla vittoria è fondamentale, soprattutto rispetto alla natura: chi ha raggiunto obiettivi estremi raramente parla di conquista. È cultura della sconfitta variare la dieta sportiva televisiva del pubblico, non sovraccaricandola del monoalimento calcistico: potrebbe portare un guadagno in termini di relativizzazione del calcio e di scoperta della bellezza di altre discipline. Praticare in prima persona una certa disciplina o quantomeno assistervi in diretta, anziché con gli occhi della tv, può aiutare una percezione più diretta della fatica, dell’impegno richiesto e degli ostacoli oggettivi, nella prospettiva di una sana cultura dei limiti. Vivere secondo i canoni dello sport significa immergersi in una temporalità, quella sportiva, che vorrebbe offrire l’illusione di aver vinto persino il più grande dei limiti, la morte: se la storia non è stata in grado di guarire le civiltà dal male della morte, lo sport offre l’immortalità delle sue imprese, dando al presente sportivo un valore eterno.
La comprensione, l’accettazione, la valorizzazione, in ultima analisi l’amore del limite fisico si impone come sfida affascinante e, vorremmo dire,  indispensabile: essa non solo apre la possibilità di una condivisione con la natura e con gli altri della propria finitezza, ma dischiude la comprensione di una dimensione trascendente, questa sì davvero infinita, che abita in ciascuno. Il nulla ed il tutto, il finito e l’eterno, si incontrano, risolvendo nell’amore l’antitesi, volti di una unità che richiede la distinzione, e di una distinzione che invoca l’unità.

Per definizione la sportività è lo spirito di correttezza e di lealtà a cui deve improntarsi il comportamento di chi compete in una gara sportiva e di chi vi assiste, è inoltre lotta all’inganno e anche alla violenza fisica e verbale quindi, per definizione la sportività è lo spirito di correttezza e di lealtà a cui deve improntarsi il comportamento di chi compete in una gara sportiva e di chi vi assiste, è inoltre lotta all’inganno e anche alla violenza fisica e verbale, chiaro quindi che la sportività non conosce tempo ed età ma solo sane abitudini. Sono gesti, infatti, degni di ovazione e che commuovono, cenni di sportività genuina, scene iconiche, esempi concreti di gran cuore e di vita vera che rimangono scalfiti nella mente di chi li ha ricevuti e di chi vi ha assistito. Esempi che devono necessariamente essere applicati in ogni altra circostanza che la vita ci ripropone: amicizia, politica, famiglia, lavoro per farne di essa stessa lo sport più bello che sia. 

Maria Ragionieri