Che l’Italia sia, da nord a sud, una terra ricca, anzi ricchissima, di ogni ben di Dio, è cosa più che risaputa e universalmente riconosciuta. Che si tratti di doni della natura o frutti dell’ingegno e delle “mani” dell’uomo, di ogni cosa, in ogni campo dello scibile e del realizzabile, in Italia ce n’è da far girare la testa, c’è così tanto da non riuscire ad avere il tempo, in una sola vita, di vedere e godere ogni cosa.
Nei secoli, molti popoli (e molti invasori) hanno desiderato (e bramato) i “tesori” italici, da molto prima che la penisola assumesse il nome di Italia, e molti di questi hanno a loro volta arricchito questa lingua di terra del loro passaggio, ricchezze su ricchezze, storia su storia, cultura, arte, musica, architettura, vestigia di ogni genere, su altrettanta precedente abbondanza.
Un luogo prospero e affascinante come pochi al mondo, generato da molte popolazioni e capace, a sua volta, di generare un popolo che continua ad essere amato (e talvolta invidiato fino ad una tonalità troppa accesa tendente all’odio) in tutto il mondo. La fenomenologia dell’Italia e dell’italiano, nel mondo, è stata fin troppo oggetto di studio, mentre, nel contempo, centinaia di milioni di persone provenienti da tutto il globo sceglievano di “assaggiare” un pezzetto di questa meraviglia del mondo, alimentando un fiorente comparto economico basata sul turismo. Un settore con così tanto potenziale da aver indotto taluni ad immaginare, a fronte di investimenti in strutture, in “mentalità” e capacità gestionali (necessariamente da aggiornare negli autoctoni italici), una trasformazione pressoché totale dell’economia italiana in una economia “a trazione turistica”.
Una visione che non abbiamo potuto vedere realizzata, finora, e che forse non vedremo realizzarsi mai. Non in questi termini. Non nei termini di un Paese che, nella sua autonomia politica, economica e culturale, sceglie di “specializzarsi” nella vendita del bello, in ogni sua forma, del piacere, attraverso ognuno dei cinque sensi, della gioia e della leggerezza, sia pure temporanea e superficiale, ma comunque benefica e rigenerante. Asfissiati come non mai nella morsa di “spread”, ricatti internazionali, spending review, austerity energetica, climate change e tante altre spaventose parole in inglese, noi italiani stiamo perdendo, per primi, una parte importante di noi stessi, della nostra personalità, del nostro fascino. Stiamo perdendo una parte importante, quindi, di ciò che vorremmo vendere, nel pacchetto turistico, ai nostri ospiti. Ospiti, sì, ma in casa “nostra”, di nostra proprietà. E quindi ospiti che alimentano la “nostra” economia e portano prosperità alla prosperità, ricchezza su ricchezza, come è accaduto secoli fa, per continuare a rinnovare le bellezze e il valore di una terra unica al mondo.
Invece, sembra che questo attuale rattrappirsi, ritrarsi e sottomettersi, unitamente all’incapacità sopravvenuta di comportarsi “all’italiana”, con una risata scanzonata e un atteggiamento tra il fatalista e il menefreghista di fronte alle difficoltà e ai problemi che ci attanagliano, stia spianando la strada ad un futuro nel quale l’Italia sarà, sì, un “parco divertimenti” a 360°per i turisti di tutto il mondo, ma nel quale gli italiani potranno al massimo fare la parte del “personale folcloristico e ammaestrato”, sotto un padrone che di italiano non avrà nulla, se non tutto il patrimonio che nel frattempo sarà riuscito a comprarsi per un tozzo di pane e qualche promessa in campagna elettorale.
Cassandro Ripitt





