L’acqua nella letteratura d’ogni tempo

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Da Omero a Talete, da Platone a Montale, tutto scorre come un fiume

Principio primo, archè, forza primigenia da cui tutto deriva, a cui tutto tornerà, l’acqua è l’elemento essenziale che costituisce ogni manifestazione sensibile. Così Talete, che agli albori del pensiero filosofico, in qualità di primo pensatore della natura e osservatore razionale della realtà, spiega il principio e la causa delle cose del mondo. Similmente con Eraclito, al quale si attribuisce la massima “Panta rei os potamòs – tutto scorre come un fiume”; si comprende la potenza dell’elemento acqua. Essa è implacabile e “su quanti entrano negli stessi fiumi acque diverse e ancora diverse scorrono”. Prima di loro, antecedenti ai filosofi presocratici, l’acqua è all’origine della creazione dell’universo, che seppur narrata attraverso i miti, non può prescindere dalla natura. Nella Teogonia di Esiodo, gli elementi della terra sono immersi in quel brodo primordiale da cui tutto si genera e infine tutto torna a dissolversi dando origine a nuova vita. Scrive Pindaro nella I Olimpica: “Eccelle l’acqua su tutto in natura”, per la sua preziosità, come l’oro, dal poeta viene qui messa a paragone con il prestigio delle Olimpiadi. E traendo da lui ispirazione, sfrutto il volo pindarico per giungere infine a Platone che nel Timeo descrive la composizione della natura circostante attraverso i quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. In tal senso il Demiurgo platonico plasma l’universo secondo una visione armonica, sistemando ogni elemento in una sinfonica melodia, quasi a comporre la sua opera d’arte.

“[…] Così il dio pose acqua e aria in mezzo a fuoco e terra, e li compose fra loro, per quanto era possibile, secondo la stessa proporzione. In questo modo il fuoco stava all’aria, così l’aria stava all’acqua, e come l’aria stava all’acqua, l’acqua alla terra, li unì insieme e compose il cielo visibile e tangibile. Mediante questi quattro elementi il corpo del mondo fu generato, secondo un’armonica proporzione […]”. Secondo la visione platonica, i suddetti elementi, tra cui l’acqua, di cui pure è composto il corpo, generano nell’essere umano le sensazioni. “[…] Era impetuosa l’ondata che affluiva e refluiva e che procurava il nutrimento, ma le impressioni che giungevano dall’esterno determinavano in ciascuno ancor più scompiglio. Qualora il corpo incontrasse all’esterno un fuoco estraneo, o anche la solidità della terra, o l’umido scorrere delle acque, o fosse sorpreso dal turbine dei venti portati dall’aria; e quando i movimenti causati da tutti questi fenomeni, attraversavano il corpo, colpivano l’anima: così in seguito furono chiamati sensazioni […]”.

Dalla lettura dell’opera platonica, muove la mia trattazione; poiché in termini filosofici, da essa possiamo comprendere come l’acqua sia stata e continui ad essere elemento ispiratore per le culture di ogni epoca. È il suo continuo fluire ad animare lo spirito umano, dalla sua potenza muovono quelle sensazioni che, è il caso di dire, confluiscono nell’arte, nella poesia e nella musica. In secoli di letteratura, sono ricorrenti i temi legati all’acqua e alle sue figurazioni; nei componimenti che si succedono, la “profondità” di tale elemento si trasforma a seconda del contesto poetico in cui è chiamata a concretizzarsi. L’immersione purificatrice; il viaggio per acqua; il naufragio; lo specchio in cui si riflettono l’anima e il corpo dell’uomo; l’elemento che scandisce il tempo della vita e della morte; la potenza creatrice e distruttrice del mondo sensibile.

Racconta Ungaretti nelle liriche del Porto Sepolto, ancora durante la Grande Guerra, che l’attività poetica è simile ad un’immersione subacquea “Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti”. Per il poeta, il porto sepolto rappresenta il luogo mitico in cui tornare per ricercare le proprie origini e da cui ripartire; così l’immersione nelle acque del porto, assume funzione rituale e purificatrice, ricongiungersi con l’universo per tornare alla luce portando con sé i canti, quali ritrovamenti dagli abissi dell’anima. Talvolta la volontà di immergersi del poeta, rappresenta la rassegnazione ai mali della vita, si tratta di abbandonarsi alla volontà delle correnti e al flusso impetuoso dell’acqua. È quanto accade a Montale, il suo sentimento è esplicitato in Ossi di seppia. In un dialogo tra l’io poeta e il Mediterraneo scrive: “M’attendo di ritornare al tuo circolo, s’adempia lo sbandato mio passare”. Sulla riva, soglia dello spazio sacrale, l’uomo esule attende di fare ritorno all’eternità del mare. Per Saba, l’immersione negli abissi è necessaria a portare alla luce il dolore umano: “Si tratta di arrivare a dire il fondo della vita, il dolore, ma prima ancora si tratta di ritrovare l’originaria verità delle parole […]. Il poeta è colui che piange e capisce per tutti […]”.

Navigando attraverso la sacralità e la trascendenza dell’elemento liquido è possibile trovare approdo nella profondità dell’essere, in tal caso l’acqua si fa specchio dell’uomo e della sua coscienza. Il Narciso di Ovidio, chinandosi sulla superficie delle acque primigenie, vi trova il riflesso di sé, e attribuisce all’elemento non solo il proprio volto, ma anche il proprio sentimento amoroso. “Mi piace, lo vedo, ma ciò che vedo e che mi piace non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore. E a mio maggior dolore, non ci separa l’immensità del mare, o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate: un velo d’acqua ci divide! E lui sì vorrebbe donarsi: ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d’acqua, verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca. […] Io, sono io! L’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più!”. Similmente i poeti hanno fatto dell’acqua un correlativo oggettivo del proprio stato interiore. In Ungaretti: “E l’uomo curvato sull’acqua sorpresa dal sole si rinviene un’ombra cullata e piano franta”. Il Narciso contemporaneo trova nell’acqua un tramite per il proprio riconoscimento, quel riflesso è il momento di intimità spirituale (a tratti sensuale nelle Metamorfosi ovidiane) tra l’uomo e la natura. L’immensità dell’acqua accoglie il sentire dell’essere umano, ed egli sovente se ne serve per esplicitarlo. Così Saba in L’ora nostra: “L’ora che la mia vita in piena va come un fiume al suo mare”. E se la maturità sfocia lenta nel mare calmo, la giovinezza trova sfogo nelle acque in tempesta: “La giovinezza è un mare tempestoso; mai pace la tua barca vi trova”.

Ad estrema esaltazione del significato sacrale, la presenza dell’acqua evoca i caratteri del locus amoenus, una dimensione ideale, a tratti bucolica, come accade nel Canzoniere di Petrarca. “Chiare, fresche et dolci acque, ove le membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo ove piacque (con sospir’mi rimebra) a lei di fare al bel fianco colonna; herba et fior’ che la gonna leggiadra ricoverse co l’angelico seno; aere sacro, sereno, ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse […]”. In Petrarca, discepolo dello Stilnovo dantesco, si celebra la figura della donna, figura eterea, come la Beatrice di Dante, immersa nell’elemento acqueo, a onorare il candore della purezza ultraterrena. L’acqua, sulla quale nasce anche la Venere del Botticelli, placa l’amore carnale, purificandone le pulsioni incontrollate, come accade nel mito di Diana e Atteone: “Il colore che prendono le nubi, colpite dal sole in fronte, o l’aurora purpurea apparve sul volto di Diana vista senz’abito. E quella, per quanto stretta tra le tante compagne, si volse sul fianco e indietro girò il viso e, come se avesse avuto pronte le frecce, prese l’acqua che aveva e con quella il volto dell’uomo bagnò e, inondando i capelli con fiotti vendicatori, aggiunse parole che predicevano futura sventura – Ora racconta pure d’avermi vista senz’abito, se riuscirai. E senza altre minacce, dà al capo bagnato le corna di un giovane cervo, allunga il collo, appuntisce la sommità delle orecchie, trasforma le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe e ricopre il corpo di pelo striato; anche paura aggiunge: fugge l’eroe figlio di Autonoe e, mentre corre, si meraviglia di essere così veloce”.

Se fin dall’età classica il viaggio per mare assume i caratteri della tracotanza umana, intenta a sfidare i propri limiti, arrivando al Romanticismo esso diviene poi un male necessario, strumento di superamento ed estraniazione dal dolore. È quanto accade al capitano Achab di Moby Dick: “Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l’ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrirebbero, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano”. In Baudelaire emerge il legame contrastato tra L’uomo e il mare: “[…] Entrambi siete tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha sondato il fondo dei tuoi abissi; mare, nessuno conosce le tue intime ricchezze: tanto gelosamente serbate i vostri segreti! E tuttavia da secoli innumerevoli vi fate guerra senza pietà né rimorsi, tanto amate la strage e la morte, o lottatori eterni, o fratelli inseparabili!”.

Nel corso del Novecento, l’uomo sperimenta che l’attraversamento delle acque costituisce una metafora della sua intera esistenza, una ricerca del proprio destino, da affrontare coraggiosamente, anche se non sempre florido. Il vecchio pescatore Santiago del romanzo di Hemingway, Il vecchio e il mare, persevera solitario, nonostante le avversità della natura. “Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo, e capì che nessuno era mai solo sul mare”. Così Ungaretti nel Silenzio: “Me ne sono andato una sera, […] dal bastimento verniciato di bianco ho visto la mia città sparire lasciando un poco, un abbraccio di lumi nell’aria torbida sospesi”. E servendomi dei voli di Pindaro, come non ricordare il viaggio di Ulisse. Nei canti di Omero, l’acqua è allo stesso tempo potenza creatrice e distruttrice delle cose del mondo. Questa la predizione di Tiresia nel libro XI dell’Odissea: “Morte dal mare / ti verrà, molto dolce, a ucciderti vinto / da una serena vecchiezza”. E Ulisse affronta la suddetta morte, lasciata l’isola di Calipso: “Così dicendo Poseidone radunò i nembi, sconvolse il mare brandendo il tridente, tutti scatenò i turbini di tutti i venti, e coperse di nubi la terra e il mare; notte venne dal cielo. […]. Allora si sciolsero petto e ginocchia a Odisseo, e disse irato al suo cuore magnanimo – oh me infelice! Che ancora mi capita? Ora l’abisso di morte è per me sicuro – Molto tempo rimase sommerso, non fu capace di tornar subito a galla, sotto l’assalto della grande onda: le vesti l’appesantivano, che Calipso lucente gli aveva donato. Finalmente riemerse e dalla bocca sputò l’acqua salsa, amara, che a rivi gli grondava dal capo”. 

Ma l’acqua è anche la via attraverso la quale ricongiungersi con la propria terra, il mare segna la rotta di Ulisse verso casa, nel libro V: “(Calipso) Lo ritrovò seduto sulla sponda del mare, ove le guance rigava di lacrime, e i suoi dolci anni consumava col pensiero del ritorno; perché́ per la ninfa non lo pungeva amore. […]. Sui lidi seduto e sui romiti scogli, con dolori, con gemiti, con pianti struggeva l’anima, e con lacrime spesse guarda l’infecondo mare”. L’uomo, dunque, non può sottrarsi alla sua condizione di navigante della vita, e in tutti i casi, prima di giungere al suo approdo, affronta inevitabilmente i pericoli del naufragio, a lui la scelta: solcare i mari, abbandonandosi al dolce naufragar leopardiano, o rinunciare all’infinità dall’acqua.

Virginia Chiavaroli