Androide o essere umano? A noi la scelta.

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Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi che cosa gli passa per la testa? 

Be’, io lo so. So cosa passa nella testa di Riley.”

Gioia, Inside Out film Disney

Alla ricerca continua di nuove possibilità, emozioni e coinvolgimenti che ci diano quello di cui sentiamo la necessità. Le storie ci appartengono, ognuno è dentro la propria esistenza bisognosa di appoggio, legni ai quali aggrapparsi per non annegare. Ognuno in una realtà fatta di mattine, lavoro, serate, incontri, viaggi. Ma di cosa si tratta se non di continua ricerca? Ci sentiamo soli e allora cerchiamo sguardi, calore, compatibilità, complicità. Spesso il nostro vicino non ci guarda o non troviamo negli altrui occhi ciò di cui abbiamo un disperato bisogno: identificarsi in qualcuno. Un altro essere umano come noi, che troviamo compatibile con i nostri sentimenti. E allora ci affidiamo agli animali o alla tecnologia senza tirare in ballo la necessità di interfacciarsi con le persone. Assistente personale, vocale, navigatore, coach, sono esempi di come ci siamo abituati a parlare con intelligenze artificiali con cui stabiliamo rapporti di fiducia perché non ci deludono, ci ascoltano e rispondono alle nostre domande e perché è più facile del confronto con altre persone. La tecnologia è parte integrante delle nostre esistenze ormai, robot che sostituiscono l’uomo per fornire assistenza in casa a persone sole o sempre più presenti in locali pubblici all’avanguardia. Negli Stati Uniti è già stato creato un robot in grado di sentire l’empatia con un suo simile e poi c’è Eva, l’androide che riesce a ricambiare il sorriso degli esseri umani. Passi da gigante per la scienza che crea continuamente nuove forme di vita artificiale in grado di sostituire l’uomo. Argomento che produce sempre dibattito questo, se da una parte le entità sovrasviluppate  forniscono ausilio e colmano vuoti, dall’altra fanno perdere sempre di più il fondamento della convivenza tra i popoli, l’aspetto umano sbiadisce lasciando posto all’arida consapevolezza del distacco. Sempre più lontani l’uno dall’altro, uniti soltanto da impulsi e circuiti elettrici, niente di strano se pensiamo che qualche anno fa si parlava di microchips obbligatori per tutti, sottocutanei. Il “Dispositivo di identificazione a radiofrequenza a circuiti integrati o transponder RFID incapsulati in un involucro di vetro” ci trasformerebbe tutti in numeri, contenitori di ogni informazione relativa ad ognuno. Controllo è la parola d’ordine e ci fa chiedere: dove siamo arrivati? Dove andremo a finire? Certo la mancanza di socializzazione ci renderà sempre più distaccati e sempre meno attenti all’altro. Ma facciamo un passo indietro, al piacere di guardarsi negli occhi, di ascoltare, di percepire certi messaggi che il corpo emana, le sensazioni, le emozioni, le complicità. E allora torniamo nelle piazze, passeggiamo, parliamo, lasciando l’hi-tech dove non riesce ad interferire, proviamo a salvare la forza che ha il valore più alto che possa esistere, salviamoci la vita.

Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero.”

William Butler Yeats

Maria Zaccagnini