<<Riuscite ad immaginare un mondo in cui gli esseri umani siano per natura e istinto caratterizzati da collaborazione e amore, invece che da competizione e invidia?>> (Amit Goswami).
L’essere umano è ripetitivo, vive la sua vita come se spingesse il tasto di riavvolgimento all’infinito, per cui la risposta sarà senz’altro negativa. Non riesce ad immaginarlo perché non lo comprende. Non riesce ad immaginarlo in quanto fatica ad immedesimarsi in un tipo di vita concentrata sulla collaborazione; non la sente, non la vede.
La competizione viene praticata già sui banchi di scuola primaria, perdendo l’educazione della condivisione che si attua solo nella scuola materna, dove il bimbo possiede ancora un certo grado di empatia primitiva, che gli psicologi chiamano “contagio”. Nelle prime fasi di relazione tra madre e figlio, infatti, si verifica un “mimetismo affettivo” molto importante, e questo avviene naturalmente, come nelle prime tappe evolutive dell’umanità, la quale, tuttavia, ora, sembra essere immersa in una stasi evolutiva inquietante. L’uomo crede a ciò che vede e vede ciò in cui crede, motivo del suo impantanamento in questa sorta di “rewind”, tuttavia c’è una speranza di un salto quantico evolutivo che ha a che fare con l’intenzione di trovare una soluzione, un impulso istintuale, per alcuni molto vivo, come accade ai creativi, che immaginano e quindi vedono, ma per immaginare prima devono sentire.
Secondo alcuni fisici, la prossima fase dell’evoluzione umana sarà quella della mente, una mente intuitiva concentrata sul sovramentale, basata sull’integrazione delle emozioni, che nella nostra cultura, attualmente immersa nell’abbaglio della razionalità, vengono represse. E dunque torniamo all’empatia, come concetto fondamentale per educare l’essere umano verso le emozioni, verso il prossimo, con il quale deve, per forza di cose, entrare in relazione. Senza empatia sarà difficile negoziare e quindi impedire conflitti come quello attuale. Occorre calarsi nei panni degli altri per capire le loro ragioni, altrimenti nessuno riuscirà a lasciar andare qualcosa.
L’empatia non è esclusivamente legata all’affettività, se non quella primitiva, ma è anche un’esperienza cognitiva, ossia frutto del pensiero riflessivo. Generalmente, sono le persone meno concentrate su se stesse ed i propri problemi, quelle che riescono ad entrare empaticamente nella prospettiva dell’altro; sono coloro che tendono verso una responsabilità etica ampia, che si rivolge a tutte le creature e all’ambiente stesso, la terra, senza la quale non vivremo. La nostra felicità dipende anche dall’ambiente in cui viviamo. Dobbiamo inseguirla, la felicità, sceglierla (il libero arbitrio insegna…), immaginando e quindi percependo il mondo come parte di noi.
Come allenarsi all’empatia per migliorare noi stessi e il mondo, il mondo e quindi noi stessi?
Un mezzo efficace, dimostrato anche dalla scienza, è la lettura, che non solo ci spinge verso un pensiero riflessivo ma ci conduce a riempire gli spazi, ossia ad immaginare ciò che non ci viene detto, bensì semplicemente mostrato o anche solo accennato dall’autore. Leggere romanzi quindi e non saggi, non è solo una forma di intrattenimento come spiega Keith Oatley – romanziere anglo-canadese e professore emerito di psicologia cognitiva all’Università di Toronto – in un articolo pubblicato su “Trends in Cognitive Sciences”, ma stimola l’empatia e quindi l’evoluzione dell’umanità.
<<La mente umana è paragonabile ad una farfalla che assume il colore delle foglie sulle quali si posa. Si diventa ciò che si contempla.>> (Gustave Flaubert).
Alessandra De Angelis





