Il Caro…green deal

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I rincari tanto meno di armi di distrazioni di massa per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai nodi veri dell’economia con dati occupazionali che restano al minimo storico e una produzione industriale che continua a deludere, è tempo di serietà e non di distrazioni.  

Attività produttive, negozi e imprese stanno adeguando i propri listini al pubblico per sostenere i maggiori costi energetici a loro carico e non fallire, scaricando i rincari di luce e gas su prezzi e tariffe. Dagli alimentari alla ristorazione, passando per turismo e trasporti, in tutti i settori si stanno registrando nell’ultimo periodo forti rincari che pesano sulle tasche dei consumatori. Una situazione particolarmente pericolosa e contro la quale il Governo deve intervenire con urgenza perché, a fronte dell’ondata di rincari in arrivo, le famiglie reagiranno contraendo i consumi, con immensi danni per l’economia nazionale. Un problema che non riguarda solo le famiglie ma anche le aziende che vedono crescere enormemente i costi di produzione. Il forte aumento del costo dell’energia nel corso del 2021 è dovuto prevalentemente all’aumento del costo del gas naturale, causato da diversi fattori: la ripresa economica, l’inverno particolarmente freddo nel Nord Europa e la forte domanda di gas da parte della Cina. Al fine di evitare balzi eccessivi delle bollette dell’energia, molti governi hanno preso provvedimenti o li stanno per prendere. Va però detto che in qualche misura i rincari sono funzionali alla lotta al cambiamento climatico. Sono funzionali a far credere all’opinione pubblica che a causare gli aumenti non siano tanto le numerose gabelle non direttamente collegate al consumo di energia che compongono il costo della bolletta e i costi dell’approvvigionamento dalle fonti fossili e la speculazione sui prezzi operata dalle imprese del settore, bensì quella sorta di vezzo radical chic ambientalista che, senza alcuna attenzione pragmatica ai costi economici della transizione ecologica  continuano ad insistere per accelerare il passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili.  l’Italia ma tutto il mondo industrializzato alle prese con la ripresa produttiva post-pandemica e, velenosamente, aggiunto che, quindi, nel nostro Paese non saremmo di fronte ad alcun complotto per ritornare al nucleare “come alludono i soliti sospettosi dall’umor nero” ricorda come “più di metà dell’elettricità del nostro fabbisogno viene dalle centrali termoelettriche a ciclo combinato alimentate con metano”;  inoltre, che gli aumenti riguardano tutti i Paesi europei “indipendentemente dalle loro fonti energetiche predilette, compreso nucleare o rinnovabili”, Le cause dietro all’aumento dei prezzi di gas ed energia elettrica in Europa sono tante, e sono peraltro una fetta di una crisi più ampia, internazionale. Si tratta anche, riducendola all’osso, di un problema di squilibrio tra la domanda forte e l’offerta insufficiente. La Russia non ha aumentato le forniture verso il continente, limitandosi a rispettare gli obblighi contrattuali ma senza prenotare capacità di esportazione aggiuntiva. La resistenza di Mosca rientra in una strategia di pressione che punta a raggiungere due obiettivi: il primo è l’entrata in funzione del gasdotto Nord Stream 2; il secondo è convincere l’Europa a sottoscrivere più contratti di lungo termine, piuttosto che affidarsi alla compravendita spot. L’insistenza sui contratti a lungo termine, invece, si spiega con la necessità del paese di garantirsi una fonte di reddito per il futuro, visto che la transizione ecologica, su cui Bruxelles ha puntato moltissimo, dovrebbe ridurre il consumo di fonti fossili in favore di quelle rinnovabili. 

Perché si verificano rincari così alti? Non c’è una sola ragione: c’entra la transizione ecologica, ma anche gli strascichi della pandemia e le tensioni geopolitiche. Dopo un periodo di rallentamento dovuto alla pandemia, le attività produttive hanno ripreso – prima in Cina e poi nel resto del mondo – determinando un rapido aumento della domanda per le materie prime, difficili da reperire sia per problemi di disponibilità sia di trasporto. Compresi i semiconduttori «quei minuscoli chip che fanno funzionare tutto: smartphone, scooter e monopattini elettrici, treni o intere fabbriche intelligenti» che la presidente von der Leyen vuole far produrre in Europa, senza dipendere dalla Cina.

Questi problemi hanno coinvolto anche le materie prime con cui si produce la maggior parte dell’energia in Europa: il prezzo del petrolio è aumentato del 200% dalla primavera del 2020 e quello del gas naturale del 30% solo nel secondo trimestre del 2021. A questo si aggiunge il fattore meteo. La primavera è stata particolarmente fredda, con temperature più basse della media fino a maggio, mentre l’estate è stata molto calda. Cosa che ha fatto lievitare anche il prezzo del gas, la cui domanda è aumentata prima per il riscaldamento domestico e poi per produrre l’energia per compensare la domanda crescente di elettricità destinata ad alimentare i condizionatori.

I costi della C02. Un altro fattore poi è l’aumento dei prezzi dei permessi per emettere anidride carbonica, che le aziende in Europa si scambiano attraverso l’Emission trading system. Il sistema di emissioni “a quote” stabilito dall’Unione europea si basa su un principio: le grandi aziende di tutta Europa devono pagare per poter inquinare. 

Le aziende più inquinanti devono quindi acquistare altri permessi se vogliono continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni. Le aziende più “pulite” possono vendere le quote inutilizzate. Una forma di tassazione ambientale, che ha l’obiettivo di rendere quindi sconveniente l’utilizzo di energia da fonti fossili, favorendo il passaggio a forme di energia più pulite, come quelle rinnovabili. Ogni Stato dell’Unione europea in questo modo incassa proventi maggiori o minori dalla vendita delle quote di emissione a seconda della fonte di energia più utilizzata per la produzione di energia elettrica. La Polonia, ad esempio, è quella che ottiene le entrate maggiori perché le sue società energetiche utilizzano principalmente il carbone. Segue la Germania con il 16,6% perché ricorre al carbone e al gas. In Italia il gas naturale occupa una quota molto rilevante – il 40% la Francia ricava invece molto poco dalle quote  perché il nucleare ha un peso rilevante nella generazione di energia elettrica.

 

Ora, visto che le politiche ambientali, sempre più restrittive, hanno fatto aumentare la domanda di quote, si sta verificando un boom dei prezzi, che sono ai massimi storici, intorno a 50 euro per tonnellata di anidride carbonica. Così può succedere che le aziende recuperino questo costo sulla bolletta energetica e quindi sulle tariffe dei consumatori.

L’aumento del gas e la Russia. Secondo l’Arera, il prezzo del gas del terzo trimestre 2021 «risulta in aumento di circa il 50% rispetto a quello utilizzato per l’aggiornamento del secondo trimestre 2021». Si preannuncia quindi un forte aumento in bolletta per il gas. Perché? Anzitutto perché, la maggior parte del fabbisogno energetico in Italia viene coperta con il gas. Che, nonostante sia una delle fonti meno inquinanti, rimane comunque una delle più care a causa dei costi di importazione. E qui nascono i problemi maggiori.

Oltre agli intoppi nei giacimenti del Mare del Nord che hanno ridotto la disponibilità del gas prodotto in Europa e il progressivo esaurimento di uno dei più importanti giacimenti nei Paesi Bassi, va aggiunto anche il fatto che l’Asia sia stata la prima a ripartire con l’economia. E così le navi sono partite prima verso Cina e Giappone e dopo verso l’Europa.

Inoltre, sono calate le esportazioni della Russia verso l’Unione europea, a causa delle tensioni politiche a poche settimane dall’inizio dell’accensione dei riscaldamenti, insomma, le scorte europee sono in calo di circa il 20%.

Nel frattempo, però, è stato annunciato il completamento di Nord Stream 2. Gazprom, la principale azienda energetica russa, dovrebbe iniziare a fornire gas alla Germania attraverso il nuovo gasdotto a ottobre. La costruzione doveva terminare nel 2019, ma è stata ritardata per l’opposizione degli Stati Uniti, che hanno criticato il progetto perché renderebbe l’Europa troppo dipendente dalla Russia per il suo approvvigionamento energetico. 

In Italia è in arrivo un “caro prezzi” sulle materie prime. L’aumento interesserà prodotti come pasta, pane, farina e derivati, a fronte di un vero e proprio boom dei rincari.  In precedenza si è fatto riferimento agli aumenti di natura energetica. Un produttore di farina, ad esempio, si vedrà costretto ad aumentare il costo del proprio prodotto a fronte di un aumento complessivo relativo alle spese per la produzione dello stesso, nel dettaglio, a un costo maggiore riferito al consumo di elettricità. Discorso analogo per gas e carburante, che influiranno in modo non indifferente sui costi generali, rispettivamente, per la produzione e il trasporto della merce. A influire sul costo finale delle materie prime vi è anche l’aumento generale del trasporto stesso. Il noleggio dei container, a causa dei problemi provocati dalla pandemia, comporta una spesa più elevata che in precedenza. E’ emerso che in Ucraina si è verificato un calo dei raccolti, in un paese da cui spesso proviene una quantità non indifferente di scorte di grano; e non solo: la decisione della Russia di ridurre le esportazioni avrebbe provocato ulteriori conseguenze a catena, ricadenti sui prezzi finali delle materie prime. A fronte di aumenti eccessivi, infatti, il rischio è quello di perdere clienti, che opterebbero per soluzioni dai costi minori. Un esempio è dato dal pane surgelato, un’alternativa meno costosa rispetto al pane fresco. 

La produzione russa di alluminio primario rappresenta circa il 6% della produzione mondiale. Il mercato globale dell’alluminio è al momento in deficit e qualsiasi interruzione delle disponibilità di metallo aggraverebbe seriamente lo sbilancio. Poiché l’Europa è una delle principali destinazione per l’alluminio russo, è certo che qualsiasi limitazione porterebbe a significativi rialzi nei premi europei. Ma le conseguenze per il settore dell’alluminio non si limiterebbero ad un aumento dei premi. Infatti, le fonderie di alluminio in Europa stanno attraversando un momento assai difficile a causa dei prezzi elevati dell’energia, tanto che alcune sono sul punto di chiudere. Allargando lo sguardo anche agli altri metalli, il potenziale impatto delle sanzioni colpirebbe anche nichel, rame, palladio e platino, dei quali la Russia è un importante produttore inoltre la Russia è il secondo produttore di petrolio al mondo.

Dunque sarà l’Europa a scontare pesanti conseguenze nel caso di sanzioni contro la Russia. Nei giochi di guerra tra Stati Uniti e Russia, gli europei si troveranno a pagare un prezzo molto, ma molto alto. E questo, moltiplicato per milioni di famiglie, si può stare certi che avrà un effetto deprimente sull’economia nazionale, con il rischio di bloccarne la ripresa post-pandemia.

Il rincaro del gas sul mercato internazionale, a cui si sono sommati i primi effetti del Green deal, il piano Ue per la transizione verde che  presentato pochi mesi fa come «il più ambizioso al mondo», convincendo i 27 paesi Ue ad approvarlo, quale linea guida per il futuro dell’economia europea. Un progetto di cui, soltanto ora, si cominciano a scoprire gli errori, primo fra tutti il costo molto elevato da pagare per la riduzione delle emissioni di CO2. Un costo scaricato da Bruxelles non solo sulle industrie maggiormente inquinanti acciaio, ferro, cemento, fertilizzanti, ma anche sui trasporti prezzo della benzina e sulle famiglie, con bollette di gas e luce più care.

Risultato: mentre in marzo il prezzo della CO2 era di 40 euro per tonnellata, ora è salito a 60, con tendenza a salire. Un aumento destinato a incidere sui rincari delle bollette non solo dei prossimi mesi, bensì dei prossimi anni, in tutti i paesi europei. Un rialzo di prezzo messo in atto soprattutto da Russia e Norvegia per recuperare i mancati introiti causati dalla forte riduzione dell’export di gas durante la pandemia, a cui è seguita, negli ultimi mesi, una domanda di gas molto forte da parte dei paesi europei, con immediata ricaduta sul prezzo. Il forte rincaro delle bollette di gas e luce potrebbe innescare un diffuso malcontento sociale, che potrebbe tradursi in opposizione al Green deal europeo. «Non possiamo permetterci che la questione sociale finisca per contrapporsi a quella climatica. “ Questa  è una minaccia, ora che si discute  dei rincari dei prezzi dell’energia» parole scandito  davanti alla seduta plenaria del parlamento europeo. L’ autorevolezza e i toni rassicuranti di Mario Draghi «i tempi del Green deal devono essere ambiziosi, ma compatibili con le capacità di adattamento delle nostre economie», sembrano per ora sufficienti per tenere sotto controllo la situazione sociale. Quindi gli annunci allarmistici  le preoccupazioni dei partiti sono funzionali a far credere all’opinione pubblica che a causare gli aumenti non siano tanto le numerose gabelle non direttamente collegate al consumo di energia che compongono il costo della bolletta e i costi dell’approvvigionamento dalle fonti fossili e la speculazione sui prezzi operata dalle imprese del settore, bensì quella sorta di vezzo” radical chic” ambientalista che, senza alcuna attenzione pragmatica ai costi economici della transizione ecologica , continua ad insistere per accelerare il passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili.

Maria Ragionieri