Il potere dei like ed il consenso virtuale

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Tra meme e rebranding, la politica è in cerca like

La campagna elettorale si gioca a colpi di click, non più tv e manifesti ma messaggi monoverbali lanciati attraverso le piattaforme social scatenando la fantasia degli utenti tra challenge e hashtag virali.

“Da quando la comunicazione digitale è entrata nella vita delle persone non vale più la regola del va bene tutto purché se ne parli. Le contro narrazioni online esistono da quando esiste la rete e, la responsabilità di chi fa comunicazione siano essi addetti ai lavori o si occupino degli scenari della comunicazione, è quella di tenere la contro narrazione sotto al livello di guardia. I meme nella comunicazione politica esistono probabilmente da quando questa è arrivata in rete”. Paolo Iabichino pubblicitario e scrittore, ha così commentato lo scenario politico della campagna elettorale in una recente intervista televisiva condivisa sui suoi canali social, evidenziando come le sorti del 25 settembre 2022 siano dibattute prevalentemente sulle piattaforme digitali: in una società in cui i giovani sono sempre più connessi, anche la politica deve trovare nuovi canali per diffondere i programmi. E quale miglior mezzo se non la comunicazione elettorale tramite i principali social network?

Così i leader dei maggiori partiti politici italiani hanno iniziato a editare “video-pillole” e a sponsorizzare post per raggiungere più utenti possibili. Al tempo stesso, anche gli influencer sono scesi in campo incidendo sulle dinamiche della propaganda con le proprie opinioni. A colpi di like l’obiettivo è ingaggiare i più, inclusi gli astensionisti, attraverso messaggi monoverbali più o meno efficaci dal punto di vista della comunicazione. I manifesti elettorali risultano meno impattanti di un post sui social che diventa virale anche a seguito di uno scivolone. I canali più sfruttati sono Twitter, seguito da Facebook e Instagram. TikTok è la vera novità dove, nel giro di 10-15 secondi, si propongono i propri must sperando di diventare virali ma spesso si diventa cringe. Cosa significa questa parola? È tipica del gergo social e significa ciò che provoca imbarazzo.
Dal punto di vista comunicativo, i politici su TikTok sono risultati cringe perché hanno dimostrato una mancata conoscenza del target e delle dinamiche interne alla piattaforma scelta e, le modalità di produzione dei contenuti, sono poco in linea con il contesto in cui sono inseriti.

 La politica ha il dovere di adattarsi ai mezzi comunicativi e ogni volta che si cerca di raggiungere nuovi target tramite nuovi canali è sempre opportuno riuscire a sposare la retorica e le dinamiche della piattaforma usata. Al contrario, si rischia di non essere credibili e di essere etichettati come cringe.

Paolo Iabichino nella sua intervista ha sottolineato che: “La politica che eccede nell’uso delle piattaforme, rischia di cadere troppo nel cliché pubblicitario mentre siamo nel momento in cui molti brand si ritrovano a fare politica e attivismo risultando più credibili nelle loro prese di posizione rispetto a tanta parte dei nostri politici”.

Indubbiamente i social si confermano ottime opportunità per fare comunicazione e campagna elettorale a patto che siano ben gestiti e ci siano contenuti. Avere più followers non è sinonimo di vittoria, la politica ha logiche diverse dalla comunicazione di prodotto.  Il social è un media e permette di avere una grossa visibilità ma questo non basta a vincere le elezioni. Possedere tanti seguaci permette di parlare ad un pubblico ampio e vasto ma senza una strategia, idee aderenti al territorio, concretezza, leadership i volumi non servono a molto. L’esito delle elezioni lascerà spazio per riflettere anche su quanto preziosa sia la comunicazione e la consapevolezza dell’uso delle dinamiche dei linguaggi più appropriati per instaurare un dialogo capace di entrare in contatto con l’utente e consolidare fiducia.

Cristina Mignini