“La storia è sempre scritta dai vincitori. Quando due culture si scontrano, chi perde viene cancellato e il vincitore scrive i libri di storia, libri che sostengono la sua causa e condannano quella del nemico sconfitto.“ Questa citazione è tratta dal Codice da Vinci di Dan Brown, ma ognuno di noi vanta un insegnante di storia, o di latino, che gli abbia spiegato questo concetto magari riferito alle traduzioni del De Bello Gallico. Le fonti dei vinti, specie in una storia di grandi vittorie come quella romana è preponderante, se non unica. Ma oggi la guerra è cambiata. Si combatte con diverse armi. Anche con le parole e i mezzi di comunicazioni. E uno strumento privilegiato è la censura. I dittatori ne comprendono più di altri, quasi a pelle la centralità. Basti pensare alle strategie comunicative del Minculpop di fascista memoria. Ma gli esempi sono tanti.
La Censura in Russia: nelle parole e nei social. Non a caso quasi immediatamente dopo l’attacco Putin ha impedito ai social di essere fruiti in Russia, quelli americani in primis, come pure Tik Tok che è cinese, ma imperante come il paese da cui proviene. Da un punto di vista comunicativo è importante che il popolo russo sostenga l’operazione che il n.1 del Cremlino sta raccontando. Non ha mai parlato di guerra, attenzione perché le parole sono cruciali rispetto all’opinione pubblica. Ma di denazificazione e poi di smilitarizzazione dell’Ucraina. E spesso nei discorsi in cui ha parlato direttamente ai russi non si è risparmiato sui temi storici – ad onor del vero con ricostruzioni assai fantasiose – per giustificare la motivazione del ritorno alla potenza russa che fu: potete sceglie se l’ex URSS, la grande Russia o nell’escalation del delirio quella zarista. Come se domani mattina il presidente X dichiarasse che Roma vuole tornare ai confini dell’Impero nell’anno tale. La storia a volte ricorre, ma di sicuro passa.
È anche vero che esiste anche un racconto mediato, questa volta né dai leader, né dai social: quello dei colleghi giornalisti. Delle grandi testate mondiali e dei pochi giornalisti sul campo. Quelli più a rischio, quelli più noti che in questi anni hanno raccontato l’Afghanistan, ad esempio, come le “primavere arabe”. Che in questi giorni stanno lavorando per diverse testate e con mezzi di fortuna. Con la difficoltà della benzina razionata in territorio ucraino e delle “guide” locali che se sono rimaste è per combattere nella Resistenza. Facendoci sapere di più dell’orrore: dei civili morti, dei bambini, dei milioni di profughi che stanno cercando di scappare fisicamente dall’Ucraina lasciando il cuore nel proprio paese. Forse anche per questo sarebbe più etico lasciare a loro il ruolo da protagonisti in questo racconto senza tentazioni da protagonismo social. Perché poi anche nel confine sicuro della Polonia a far scattare una figura barbina per una maglietta non c’è nessuna censura per ora.
Sul campo poi in specie in Russia – in Ucraina per ora sono di più – sono rimasti tra gli italiani praticamente i giornalisti freelance, i meno tutelati della categoria che stanno raccontando questa guerra su quel fronte. Dopo la decisione storica e dolorosa delle Rai di chiudere l’ufficio di corrispondenza da Mosca per sicurezza. Troppi rischi di finire nel mirino delle sanzioni incrociate. In questa brutta stagione riassunta da una frase che in questi giorni rimbalza sui social scritta da un cittadino russo colpito dalle sanzioni americane: “Non mi interessa il Dondss, ridatemi Netflix”. Il riassunto di quello di occidentale che il popolo russo sta perdendo in questa guerra. Quello che per ora sa per l’azione della censura del suo leader.
Angela Oliva





