L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che a tutt’oggi almeno la metà degli 8 miliardi delle persone nel mondo non ha ancora una copertura completa dei servizi sanitari essenziali, e anche se questa percentuale è migliorata dal 2000 esistono ancora tante disparità tra i vari Paesi.
È stato rilevato nel 2010, che le persone nei Paesi più ricchi hanno comunque speso per l’accesso ai servizi sanitari circa il 10% del loro budget familiare, ma circa 100 milioni di quanti vivono con meno di 2 dollari al giorno sono finiti in estrema povertà per avere l’assistenza sanitaria, tanto che quella spesa viene definita “catastrofica”, e questa è una palese ingiustizia! Non dovrebbe accadere di dover scegliere tra curare la propria salute o far vivere i propri cari sommersi dalle ristrettezze economiche! Oggi, dopo l’esperienza della pandemia, è ancora più urgente cercare soluzioni per offrire l’UHC alla globalità delle persone, che tra l’altro rispetto al passato ha aspettative più alte e chiede ai governi interventi mirati a offrire in modo diffuso, e non come un privilegio per pochi, servizi efficienti e cure avanzate.
La copertura sanitaria universale o UHC è un tema rilevante per l’affermazione in modo concreto dei diritti umani, che altrimenti restano solo negli intenti politici come principio astratto.
Certo, il progetto dell’UHC sembra difficile da realizzare, perché è costoso un sistema che estenda la copertura sanitaria a tutta la popolazione, garantisca tutti i servizi e le prestazioni necessarie senza caricare le persone di ulteriori costi diretti, ma il suo raggiungimento rappresenta il target 3.8 dei Sustainable Developed Goals, e quindi non è relegato tra gli obiettivi ambiziosi del mondo ideale!
L’Agenda 2030 dell’ONU, che è stata firmata il 25 settembre 2015 da 193 Paesi con lo scopo di costruire un presente e un futuro sostenibili, nell’intento di assicurare salute e benessere per tutti, pone di perseguire questi traguardi: ridurre la mortalità materna, la mortalità neonatale e quella dei bambini sotto i cinque anni,vincere la lotta contro le epidemie, ridurre di un terzo la mortalità causata da malattie non trasmissibili con la prevenzione e i trattamenti efficaci, prevenire e trattare l’abuso di sostanze, garantire a tutti l’accesso ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, raggiungere appunto una copertura sanitaria universale, ridurre il numero di morti e malattie causati da sostanze chimiche, contaminazione e inquinamento, finanziare la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci per le malattie trasmissibili e non trasmissibili soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, aumentare i fondi destinati alla sanità e al personale sanitario con attenzione particolare ai Paesi in via di sviluppo, rafforzare la capacità di tutti i Paesi di segnalare, gestire e ridurre i rischi legati alla salute. Per tutto ciò, non esiste una soluzione uguale per tutte le realtà, ma si tratta di avanzare nel processo secondo le possibilità di ogni Paese.
Ma come?Attraverso i gesti quotidiani e le scelte coerenti con l’etica! Infatti, con l’impegno condiviso si può migliorare il welfare in generale e di conseguenza l’estensione della copertura sanitaria, che vede già un’ottima valutazione riconosciuta all’Italia per le prestazioni del SSN, ma nella realtà rimangono ancora tante differenze tra regione e regione. Troppi pazienti ancora oggi sono costretti ad affrontare il disagio dei “viaggi della speranza” lontano dalla propria residenza o a rivolgersi alla sanità privata per avere cure tempestive, e questo anche dopo aver onestamente contribuito con le imposte dovute alle spese per sostenere la sanità pubblica. Se una soluzione può venire dall’assicurazione sanitaria privata, bisogna farlo capire in tempo ai cittadini, perché da anziani è quasi impossibile stipulare polizze sanitarie: troppo oneroso!
Un altro fronte su cui agire, per avere quei servizi sanitari che l’Agenda 2030 affida all’impegno dei politici, è quello di tornare a porre l’accento anche sui doveri, che tutti i cittadini hanno a fronte dei diritti. Per decenni, abbiamo permesso la crescita dell’evasione fiscale, di svolgere un lavoro senza vere competenze solo per favoritismo, abbiamo visto concedere bonus a chi non cerca proprio un lavoro e vive di espedienti, ma ora è tempo di cambiare rotta e investire invece nella copertura sanitaria universale, che è un bene soprattutto per i veri svantaggiati, le vere vittime quando mancano investimenti coraggiosi.
Poi, bisogna diffondere uno stile di vita responsabile a tutela della salute personale e degli altri con la formazione a partire dalla scuola dell’infanzia, che può aiutare la prevenzione dalle dipendenze e dalle malattie, educando all’alimentazione sana, all’igiene e alla cura di sé. Con l’attenzione ai gesti quotidiani si possono evitare sprechi di risorse e di cibo, si può curare l’ambiente con la raccolta differenziata e la riduzione della plastica…sono tanti gli atti che possono incidere sul cambiamento, rendendo consapevoli che l’utilitarismo uccide il buon vivere sociale, e non in senso metaforico!
La guerra in corso in Europa e i tanti teatri di conflitto nel mondo dimostrano che solo se la vita è rispettata come sacra e la solidarietà abita con noi, si possono risolvere le emergenze e le varie povertà: altrimenti, le spese per le armi e per mantenere il controllo del territorio sottrarranno sempre risorse ai servizi per i cittadini.
Senza questo cambio di passo, che richiede tempi lunghi di attuazione, l’UHC resterà solo una chimera, mentre il patto sociale fondato sul rispetto delle regole di civiltà si dissolverà senza produrre benefici per nessuno, perché nella degenerazione delle relazioni tutto viene compromesso!
La salute parte del ben-essere, e dubito che possano goderne le persone chiuse nel loro tornaconto, non attente alla promozione dei diritti per tutti…pensiamoci, e forse arriverà il tempo del progresso reale.
Paola Giorgi





