(e attenzione ai clamorosi autogoal)
Il “cambiamento”, spingendo ogni persona ad uscire dalla propria zona di comfort, trova sempre nella società umana e nelle sue espressioni istituzionali, individuali e collettive, una grande resistenza, per non dire una vera e propria opposizione. Prima ancora che una questione di punti di vista, di opinioni, di ideologie, di “pro” e di “contro”, si tratta di un meccanismo naturale quasi automatico (e purtroppo molto allenato e molto strumentalizzato) di difesa, basato sull’immobilità. Per molti, il cambiamento è un salto verso l’ignoto, tale per cui, non potendo avere la certezza che, oltre la cortina di nebbia, atterreremo su qualcosa di solido e sicuro, si resta ben saldi al proprio posto. Almeno, finché qualche scossone o qualche “spintone” non ci scaraventa al di là del “cerchio di fuoco” che, in realtà, abbiamo appiccato con le nostre mani. Qualcuno avrà riconosciuto, nella metafora appena descritta, un istruttivo film di animazione dal titolo “I Croods”, famiglia preistorica alle prese con il dilemma “chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Con un’ulteriore interessante chiave di lettura, interessante per i tempi di pandemia che stiamo vivendo, sul rapporto tra “sicurezza” e “libertà”. Ma questa è un’altra storia…
Dunque, dicevamo, il cambiamento genera tensioni, individuali e sociali. E quanto più il cambiamento è radicale, tanto più, secondo un ben noto principio della fisica, ci si oppone con una forza uguale e contraria. Nel campo dei diritti umani e civili, queste dinamiche sembrano a volte sottovalutate ovvero le soluzioni che si adottano per contrastare la naturale “vischiosità” in tema di cambiamento assumono il carattere di palliativi, quando va bene, o di veri e propri “autogoal”. Alcuni cambiamenti epocali nelle relazioni tra esseri umani, sono dovuti passare attraverso conflitti e vere e proprie guerre, come, ad esempio, per togliere dalla società civile la schiavitù (almeno quella ufficiale). Altri, si sono manifestati, in tempi probabilmente più “maturi”, con l’azione, l’esempio e la concertazione di rappresentanti illuminati o da consessi globali che sono riusciti a proclamare, quanto meno sulla carta e in veste di “visione” desiderabile del Mondo, principi e valori universali ai quali ispirarsi per cambiare, in meglio, la vita del maggior numero possibile di esseri umani.
Uno dei processi evolutivi che, a mio parere, di più dovrebbe insegnare sulle resistenze al cambiamento e sugli errori di valutazione fatti nel tentativo di “forzare” le persone e la società verso un nuovo “status”, è la lotta per i diritti e le pari opportunità delle donne. Senza potermi addentrare qui nella complessa tematica, riterrei comunque palese che, se si parla ancora di una “questione femminile” dopo 80 anni dalla conquista del voto e dopo 50 anni dai movimenti femministi più infervorati, se siamo ancora a finanziare progetti per l’effettiva realizzazione delle pari opportunità per le donne, a parlare di “quote rosa”, a realizzare interventi (sempre troppo “a spot” e sempre poco integrati con il resto dell’azione educativa) nelle scuole, e tanto altro ancora, evidentemente non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo di nuova società nella quale il tema non esiste più nel dibattito collettivo perché “non c’è nessun problema da risolvere e nessuna questione da sollevare”. Soluzioni palliative, errori di valutazione e, tante volte, comportamenti nel gruppo delle “richiedenti diritti” che sono risultati egoistici e, quindi, lesivi e controproducenti per la “battaglia di genere”, si possono riscontrare, numerosi, in questi ultimi 50 anni.
Che aspettative possiamo farci, quindi, rispetto ad altri processi di cambiamento innescati da nuove richieste, nel campo dei diritti umani e civili, che altre persone intendono avanzare alla società, e quindi alla testa, al cuore e alla pancia di ogni persona appartenente alla collettività?
Forse un altro problema che dovremmo imparare a riconoscere e a gestire è proprio quello delle aspettative. Forse, più che aspettarci, il meglio o il peggio da una situazione, dovremmo provare a costruire scenari. Per qualcuno, sembrerà una sorta di inutile vezzo lessicale, voler distinguere tra scenari e aspettative, ma c’è una componente importante che differenzia gli uni dalle altre ed è il grado di oggettività, e quindi di distacco emotivo, dei primi rispetto alle seconde. Non per nulla, sono le aspettative, in quanto accompagnate da un coinvolgimento emozionale e da un desiderio personale, a creare le frustrazioni, nel momento in cui vengono disattese. Uno scenario è uno degli stati futuri possibili, elaborato sulla base di informazioni disponibili, previsioni e considerazioni, in prevalenza (o esclusivamente) frutto di processi razionali. Razionalmente, dunque, lo scenario che può delinearsi di fronte alle richieste di una comunità (relativamente) nuova come quella LGBTQI+, non può che essere uno scenario di resistenze, di conflitti, di dibattito e discussione, caratterizzato da un percorso che non dovrebbe prescindere da interventi di informazione, di formazione, di educazione, quindi strutturali e finalizzati a migliorare la conoscenza degli individui, cosicché, diradata la cortina di fumo attorno a ciascuno, lo sguardo possa rassicurare la mente su ciò che ci aspetta alla fine del salto in avanti, che siamo invitati a fare.
Nell’ultimo anno, però, alcune iniziative, alcune forzature, alcune proposte, anziché lavorare nella direzione della conoscenza e della rassicurazione, hanno spinto molti individui ad erigere, velocemente, muri più alti e barriere più resistenti al cambiamento. In questo processo controproducente, hanno recitato la parte del leone i decisori politici, probabilmente più preoccupati e/o interessati al consenso elettorale che alle specifiche richieste dei propri cittadini, che hanno strumentalizzato, da una parte o dall’altra, ogni situazione. Accanto alle responsabilità dei politici, però, restano anche quelle dei “richiedenti” con le loro ingenue (?) aspettative riposte nell’operato (disinteressato? sincero? consapevole?) dei loro rappresentanti e nella velocità con la quale il cambiamento poteva manifestarsi. La percezione di un mondo che gira alla velocità di una notizia sui social e di essere in presenza di una forte accelerazione di tipo tecnologico (e tecnocratico) impressa alla società tutta e alle sue regole di convivenza, ha creato la convinzione che si potesse ottenere tutto e subito, anche solo con l’approvazione di una nuova legge. Lo stop imposto, invece, all’ormai famigerato DDL Zan, ha come smontato tutto, rafforzando le posizioni dei “renitenti al cambiamento” e facendo fare un clamoroso passo indietro a tutti gli sforzi che, negli ultimi 15 anni, erano stati profusi. Ecco come le aspettative disattese arrivano a generare frustrazione che, a sua volta, può sfociare in rabbia (e al limite in violenza) o in depressione (e quindi ad abbandonare lotta e obiettivi).
Purtroppo, qualcuno ha già gettato i semi per un ulteriore raccolto di frustrazioni o per favorire la risalita delle tensioni sociali tra “gruppi” di genere. E la comunità LGBTQI+ dovrebbe essere la prima a ragionare meglio sugli scenari possibili (e attendibili) e a porsi in maniera più strategica nella lotta per la doverosa conquista dei propri diritti. Che senso ha, ad esempio, non porre un’attenzione maggiore a ciò che sta accadendo nel mondo dello sport, laddove è stato consentito a persone di sesso biologico maschile, anche in assenza di una avviata transizione fisica, di prendere parte alle gare e ai campionati delle categorie femminili? Che tipo di risposta individuale e sociale “di gruppo” ci si può aspettare dal mondo delle “femmine biologiche” nel momento in cui verranno messe “dietro” nelle classifiche, nei record, nei premi, nelle carriere universitarie (si pensi agli Stati Uniti), nelle assunzioni presso i gruppi sportivi di Stato, nelle scelte degli sponsor, da “maschi (o ex maschi) biologici”? Quale “vittoria di Pirro” potrà rappresentare questo tipo di conquista se, anziché cercare alleanze con chi combatte da decenni per i propri diritti, si decide di andare ad occupare gli spazi conquistati dalle donne, ingaggiando una guerra tra poveri nella quale, si sa, ci guadagnano solo i (soliti) ricchi?
Non credo che saranno gli asterischi a cambiare il mondo, né le imposizioni di legge a generare risultati ottimali, soprattutto nel lungo periodo. Per colmare i gap, prima di tutto culturali, delle persone e farle sentire “adeguate” al cambiamento, ci vorrebbe tanto lavoro di formazione ed educazione. E non facendo promozione e propaganda “specifica” ma lavorando su concetti universali che, da soli, basterebbero a cancellare in un solo colpo non solo le discriminazioni ma anche la necessità di avere un miliardo di leggi e regolamenti e interi apparati di potere. Me ne vengono in mente tre, che, se ci pensate bene, potrebbero reggere l’intera convivenza umana, per sempre e in pace: il rispetto, il principio di reciprocità (“non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te”), l’amore per la vita, in ogni sua forma (“ama il prossimo tuo come te stesso”).
Sandro Scarpitti


