Proviamo per un momento a pensare come possa sentirsi il portatore di una specificità tra quelle che sono racchiuse in LGBT , a non potersi esprimere in tutta la propria essenza.
A me sembra che un acronimo simile, abbia la fisionomia di un “ghetto”, di una sorta di miscuglio di diverse identità sotto il profilo sessuale, che faticano a venire allo scoperto.
Anzi, per meglio dire, mi fa pensare ad una “identità in codice” tanto per non turbare le coscienze, così da lasciarle “beatamente” al riparo dall’avere la percezione che la “sana” collettività eterosessuale presenti qualcosa di “riprovevole” da tenere a debita distanza.
Cosa vuol dire tutto questo?
Che in effetti il cosiddetto “senso del pudore” non viene mai smantellato dalla ipocrisia che lo ha sempre accompagnato.
Allora, a questo punto, si mettono in atto degli accorgimenti che servono a spostare gli ambiti in prospettive nuove.
In realtà non cambia nulla perché le falsità di sempre, le insincerità di cui la società perbenista si è sempre nutrita, tornano prepotentemente: solo che, per effetto di una cultura cresciuta (vera o presunta?), vanno ad assumere ruolo e spazio, le tolleranze di un tempo.
Già…la tolleranza: di cosa si tratta in effetti? Dei vizi privati e delle pubbliche virtù che hanno sempre contraddistinto la cosiddetta “doppia morale” con la quale prosperavano, fino al varo della Legge Merlin, i cosiddetti “bordelli” che permettevano alla “buona borghesia” rigorosamente maschile, di soddisfare le proprie pulsioni (che, non a caso, si chiamavano “case di tolleranza”.
Non c’erano all’epoca le lesbiche, i gay, i bisessuali ed i transgender, cioè quelle persone identificate con l’acronimo oggi coniato per classificare chi è portatore di una sessualità non etero?
Certamente esistevano, ma andavano tenute nascoste: dovevano apparire come soggetti affetti da “deviazioni” e, come tali, da non rendere pubbliche e manifeste.
Ci sono voluti anni di lotte e di parate all’insegna di una “trasgressione” esibita per indurre le istituzioni ad ammettere che la eterosessualità non fosse l’unica “strada” percorribile per l’appagamento sessuale.
La ragione andava ricercata sempre su una linea di demarcazione che separava la sessualità finalizzata alla procreazione dalla sessualità praticata per puro godimento.
Sotto l’ombrello della “eterosessualità” tutto era permesso e concesso, in quanto le pulsioni soddisfatte anche non con finalità procreative, rientravano in una modalità di approccio che si riferiva pur sempre alla“moltiplicazione” della specie.
Come la mettiamo, al contrario, con una sessualità lesbica o gay o con la bisessualità o ancora con chi ha una sessualità biologica non corrispondente alla percezione di sé in ambito psicologico?
Che poi significa il sentirsi intrappolati in un corpo maschile pur vivendosi con una sensibilità femminile o, al contrario, percepirsi uomini pur con sembianze nettamente riconducibili all’altro sesso?
Evidentemente, stiamo esplorando una “galassia” di sessualità che con la procreazione poco ha a che vedere. Allora sentiamo che è giunto il momento per cui determinate identità vengano allo scoperto, compresi i rischi che la collettività potrebbe correre.
Tutto questo determinerebbe (come già sta accadendo) una forte contrazione di nascite collegata ad una genitorialità bianca, europea, occidentale a vantaggio di un incremento di nuovi nati dalla pelle scura, bruna, gialla od olivastra che sono il frutto di concepimenti avvenuti da parte di immigrati di etnia africana o balcanica oppure asiatica o di altre provenienze.
Del resto la mescolanza di quelle che un tempo erano definite, “le diverse razze” è sempre avvenuto in questo modo, nei secoli e nei millenni passati.
Solo che prima tutto questo veniva raccontato sui libri di storia, come un sintomo di “dissolutezza dei costumi” che avrebbero poi permesso l’espansione di altre stirpi (caduta dell’Impero Romano) moralmente più solide.
Adesso sta crescendo la consapevolezza che determinate identità sessuali debbano (e possano) coesistere pacificamente con la maggioranza eterosessuale senza che questo debba necessariamente essere visto come “un modello decadente”.
Ernesto Albanello


