Intorno agli anni 70, inizia a svilupparsi l’esigenza di salvaguardare il sistema ambientale dalle attività industriali ed economiche poste in essere dall’uomo. Difatti, è proprio questo il periodo che vede la nascita dei primi studi, catalogati sotto la denominazione di “economia ambientale”, condotti da economisti ed ambientalisti, come ad esempio Boulding ed il suo saggio concernente l’importanza della salvaguardia nei confronti del sistema ambiente. Spinta da questa sempre più crescente preoccupazione nei confronti dell’ecosistema e della sua tutela, la Commissione Europea nel 1972 evidenzia come vi sia la necessità di modificare la visione e il modo di pensare alla crescita economica, sottolineando che l’European Economic Community dovesse impegnarsi nel raggiungimento e nella messa in opera di politiche volte alla riduzione degli impatti negativi nei confronti dell’ambiente. Proprio in relazione a questo, nel 1973 viene redatto il primo Environment Action Programme, volto all’attuazione di una politica ecologica che permetta una maggiore salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo. L’incontro tra l’economia circolare e l’Unione Europea avverrà solamente nel 2013.
L’ambiente non può essere considerato come un fattore esterno ostile all’uomo ma deve essere considerato come un dato indissociabile dall’organizzazione e dalla promozione del progresso umano ed ancora l’ambiente naturale fornisce risorse limitate e permette solo in parte di assorbire i rifiuti e di neutralizzare gli effetti nocivi. Esso costituisce una risorsa di cui si può fare uso ma non abusare e per la quale è necessario provvedere una gestione ottimale
Da questi due estratti risalta subito che il sistema ambientale non debba essere considerato come un elemento esterno, ma esso deve essere identificato come un contesto strettamente interconnesso alla vita e attività umana, e che dunque deve essere preservato evitando il più possibile impatti negativi. Anche il secondo estratto possiede molte caratteristiche associabili al concetto di economia circolare: difatti si evidenzia come debba essere posto in atto un sistema in linea con gli studi condotti dall’ecologia industriale e rimarca la necessità di ridurre il depauperamento delle risorse, enucleando la caratteristica di limitatezza e chiusura del sistema ambiente; caratteristica riscontrata anche da molte scuole di pensiero e discipline: partendo dall’industrial ecology agenda sino alla definizione del sistema Cradle to Cradle. A testimonianza di come tale Action Programme è da considerare che abbia avuto un ruolo centrale nella definizione delle nuove linee guida concernenti lo sviluppo economico dell’Unione, è importante evidenziare come molte direttive siano state adottate molto rapidamente dopo la sua pubblicazione: alcuni esempi possono essere fatti prendendo a riferimento la Direttiva sui rifiuti adottata nel 1975 o la direttiva concernente il riuso nel settore agricolo dei fanghi di depurazione adottata nel 1986. Successivamente alla pubblicazione del primo Action Programme, le politiche Europee riguardanti il contesto ambientale ed economico vennero sempre più influenzate dalle contemporanee scuole di pensiero che, in quel periodo, stavano approfondendo i loro studi riguardo alla tutela dell’ambiente. In particolare, assunse un ruolo di rilievo lo studio del 1976, nel quale si evidenziava in modo particolare la necessità di innescare all’interno del sistema economico, meccanismi di riuso, riparazione e riciclo che permettessero ai materiali e prodotti di viaggiare all’interno di un loop chiuso, rimanendo all’interno del sistema economico e non impattando quello ambientale. Da questo studio venne ideato ed adottato il secondo sistema ottimale nel 1977 il quale pose una particolare attenzione ed enfasi all’obiettivo di inserire cicli di riuso, riparo e riciclo all’interno dell’economia. In particolare, tale pratica venne idealizzata per il raggiungimento di obiettivi di riciclo rifiuti per determinati materiali, come ad esempio plastica e vetro. Un esempio è la direttiva concernente le misure sul packaging e sui rifiuti derivanti dal packaging. Tale direttiva aveva il compito di indirizzare gli Sati Membri verso politiche di riduzione del packaging, creazione di sistemi di raccolta ed incremento di attività di riciclo e recupero. Purtroppo, l’aspetto negativo fu che non venne messo in atto un coordinamento delle politiche tra gli Stati: ognuno recepì la direttiva in periodi differenti implementando sistemi di raccolta e riciclo discrepanti e comportando dunque all’interno dell’Unione Europea un difforme tasso di impegno nell’adozione di tali politiche. Durante gli anni, le problematiche legate ad una crescita economica sostenibile divennero sempre più importanti nell’agenda di tutte le più grandi organizzazioni internazionali e dunque, anche in Europa, essa occupò un ruolo rilevante. Questo si verificò in particolare nel 1993, un anno dopo la conferenza delle Nazioni Unite di Rio la quale fece emergere la considerevole importanza di mettere in atto specifiche iniziative volte alla creazione di condizioni di sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibili, tramite appunto il raggiungimento di una serie di obiettivi quali, ad esempio, l’incremento di politiche di riduzione delle emissioni. Sotto questo indirizzamento internazionale, l’Unione Europea improntò la redazione del programme Action Plan il quale incorporò al suo interno una serie di obiettivi e di misure volte al raggiungimento di uno sviluppo economico sostenibile. All’interno del piano, come nei precedenti, si fa riferimento ad una maggior impegno in ambito di gestione ed utilizzo dei materiali e all’incentivo nella creazione di meccanismi di riuso, riparo e riciclo tramite anche, l’inserimento di un sistema di “ecolabbeling”; certificazioni conferite a quei prodotti che avrebbero rispettato determinati standard di sostenibilità concernenti i materiali utilizzati ed i processi messi in atto per la loro creazione. Una novità riguarda invece la problematica relativa alle emissioni e al cambiamento climatico.
Viene dunque data una prioritaria importanza alle problematiche relative al climate change e alle emissioni. Si pone una stretta interrelazione tra i suddetti obiettivi e il miglioramento, in particolare, del settore energetico e si fissano degli obiettivi che dovranno essere auspicabilmente raggiunti entro il 2000.
Negli anni a seguire vengono emanate alcune direttive concernenti gli obiettivi tra le quali, ad esempio quello riguardante la corretta gestione dei veicoli nel fine vita. Nonostante questo, non si raggiungono gli obiettivi auspicati, al punto tale che la sempre maggiore pressione internazionale verso i temi di sostenibilità, tutela ambientale e contenimento delle emissioni inquinanti e climalteranti, portano l’Unione Europea a redigere, a seguito del Summit di Gothenburg del 2001 un documento che concentra i suoi obiettivi attorno a 6 tematiche principali , tra le quali risiede al primo posto l’obiettivo di contrastare il surriscaldamento globale, tramite uno sviluppo sostenibile, e la riduzione dell’emissione dei greenhouse gas. All’’interno si individua un altro modello di programma importante su cui si basa anche l’economia circolare, ed è quello relativo al coinvolgimento globale ad ogni livello. Difatti dunque l’obiettivo è radicare la strategie e l’indirizzamento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, all’interno del tessuto economico, assegnando alle imprese il ruolo di innovare il loro business model verso la possibilità di realizzare prodotti, servizi e processi che rispettino determinati standard di sostenibilità ed assegnando invece alle istituzioni Nazionali e Sovranazionali il compito di fissare obiettivi di lungo termine, incentivando la transizione del tessuto economico. Anche in questa circostanza, vengono valorizzate ed incentivate le pratiche per una corretta e responsabile gestione delle risorse, promuovendo la creazione di sistemi di riuso, riparazione e riciclo; viene inoltre, in tema di climate change, posto l’obiettivo di ridurre le emissioni dell’1% per ogni anno sino al 2020. Concludendo, nel 2001, furono necessari altri dodici anni per far emergere, all’interno dell’agenda dell’Unione Europea, il concetto di economia circolare; nonostante questo, è bene sottolineare come le iniziative precedenti poste in essere dall’ UE, racchiudano al loro interno molte delle pratiche e dei capisaldi su cui l’economia circolare si fonda: partendo dall’introduzione del concetto di connessione tra ambiente e contesto economico e nella consapevolezza della limitatezza delle risorse; passando per la promozione della creazione di un ciclo continuo di riuso, riparazione toccando problematiche legate alle emissioni e alla trasformazione del settore energetico verso l’utilizzo di fonti rinnovabili sino ad arrivare alla consapevolezza che gli obiettivi prefissati debbano portare necessariamente ad un impegno globale che sia in grado di ramificarsi oltre che nelle Istituzioni, anche all’interno del tessuto economico fatto da imprese e consumatori presente all’interno della strategia di sviluppo sostenibile.
L’11 marzo 2020, la Commissione Europea ha rilasciato un comunicato per introdurre il nuovo Circular Economy Action il quale ha l’obiettivo di affiancarsi alla nuova strategia industriale individuata dal Green Deal e raggiungere gli obiettivi di sostenibilità prefissati.
Per questa ragione, il report pone degli obiettivi ancora più ambiziosi al fine di diffondere le pratiche circolari all’interno del sistema economico. Ad esempio, la Commissione propone al suo interno un’iniziativa legislativa per i prodotti sostenibili che possa aiutare a regolare diversi aspetti e principi di sostenibilità, quali l’incremento della durabilità, possibilità di upgrade e riuso, riparabilità, incremento dei materiali riciclabili, restrizioni su prodotti monouso e di prematura obsolescenza ecc. Inoltre, è presente l’obiettivo di adozione e implementazione di un nuovo Eco-disegno energetico il quale dovrà coprire il periodo 2020-2024 e stabilire un centro di raccolta dati nel quale racchiudere ed inserire dati sui prodotti e la loro catena di valore.
Ulteriore obiettivo è il rafforzamento della simbiosi industriale, la quale verrà incentivata attraverso un sistema di certificazioni ed informazioni concernenti prodotti e materiali, al fine di agevolare l’utilizzo di stock presenti da parte di diversi settori e industrie. Il report mira a migliorare e sviluppare direttive, quali ad esempio quella concernente le batterie packaging, strategia sul consumo di plastica consumo di prodotti di plastica monouso andando, infine a rafforzare la dipendenza che gli obiettivi di sostenibilità, emissioni inquinanti e climalteranti e politiche sul clima devono avere nei confronti dell’adozione dell’economia circolare, dando a quest’ultima un ruolo di rilievo per la fattibilità di tali obiettivi.
Le principali direttive e modifiche che il pacchetto 2018 e 2020 hanno come obiettivo di apportare all’interno dell’economia ambiti in cui l’economia circolare assume una primaria importanza individuazione dei tre cicli di riuso, riparazione e riciclo e riduzione della generazione di rifiuti, ruolo delle energie rinnovabili all’interno del settore energetico ed elettrico; Per quanto riguarda il primo ambito, è da notare che quei settori definiti “circolari”, ovvero tutte quelle attività che operano in contesti di riuso di prodotto, riparazione, riciclo, noleggio e leasing e che dunque supportano parte della definizione di rivalorizzazione e riuso insita nel concetto di circolarità. L’aspetto negativo è che, nonostante non vi sia stato un incremento e che la percentuale rimane invariata tra l’anno 2016 ed il 2017, alcuni Paesi presentano disinvestimenti relativi a tali settori, mentre altri hanno incrementato tale rapporto.
La seconda analisi da condurre per avere un quadro complessivo di come le pratiche di economia circolare siano più o meno diffuse all’interno del sistema economico, riguarda senza dubbio l’utilizzo di energie rinnovabili. Difatti, l’Europa fissa tre obiettivi raggiungibili auspicabilmente entro il 2030, che molto hanno in comune con i pilastri cui si fonda il concetto di economia circolare: – Riduzione delle emissioni del 40% rispetto al 1990; – Incremento dell’uso di energie rinnovabili sino al 32% del totale dell’energia prodotta; – Incremento dell’efficienza energetica del 32,5%.
Soffermandosi ed analizzando gli ultimi obiettivi fissati dall’Unione Europea, anche in questo caso l’economia circolare assume un’importanza rilevante al loro interno. Difatti è possibile individuare all’interno del Green Deal” un obiettivo ancora più ambizioso, ovvero una completa decarbonizzazione entro il 2050. Dunque, migliore efficienza energetica e sviluppo del vettore elettrico, andando nel lungo termine a ridurre il consumo di energia pro capite all’interno dell’Unione favorendo l’elettrificazione dei vari settori. Proprio per quanto concerne quest’ultimo punto, l’elettrificazione dei servizi e dei settori risulta un punto cruciale per il raggiungimento degli obiettivi prefissati ed è perfettamente conciliabile con quelli che sono i capisaldi dell’economia circolare. Difatti, andando ad analizzare la produzione di energia elettrica in Europa risulta subito evidente come il contributo delle rinnovabili in questo ambito sia ancora più rilevante.
Un aspetto prettamente qualitativo, la pervasività di pratiche di eco-design e di simbiosi industriale all’interno dell’economia il quale ha come obiettivo la progettazione di costruzioni ed edifici che contengano più dell’85% di materiale derivante da materiale da riciclo e rifiuti di demolizioni. La peculiarità, che rende questo progetto un vero obiettivo all’eco-design, è la caratteristica di tali costruzioni di essere agevolmente disassemblate, permettendo un completo riuso di materiali nel loro fine vita; La seconda ipotesi pensare ad una società privata che brevetti un nuovo feltro per i tetti degli edifici. Precedentemente, tale feltro non poteva essere riciclato e al fine vita diveniva un rifiuto che necessariamente doveva essere smaltito in degli inceneritori. La società, tramite uno studio del bitume da cui il feltro è composto, è riuscita a brevettare un nuovo prodotto che, al termine del suo impiego come feltro per tetti, sia riciclabile ed utilizzabile come agente di fissaggio nella produzione di nuovo asfalto per le strade poiché la conversione da feltro da tetto a fissaggio per asfalti permette un totale riuso delle materie prime, senza nessuno spreco o perdita di materiali; Concludendo, queste analisi quantitative e qualitative delle varie pratiche circolari sono di aiuto per dare una visione di quanto, e in che misura, l’economia circolare sia presente all’interno dell’economia.
L’ Italia è uno dei Paesi facenti parte dell’Unione Europea che negli anni si è fatto promotore nell’adozione di politiche volte alla sostenibilità e difatti, fu uno dei primi a recepire le direttive facenti parte del pacchetto di economia circolare redatto dalla Commissione Europea cercando di apportare il suo contributo ad una loro più forte applicabilità all’interno dell’economia.
La legge approvata il 19 novembre 2014, all’interno della quale si sintetizzano i punti salienti del pacchetto di economia circolare redatto dalla Commissione Europea e in quell’’occasione l’Italia, sottolinea l’importanza di un uso efficiente delle risorse , così come esprime la necessità di ridisegnare la filiera di prodotti e materiali, andando ad individuare norme di approvvigionamento che diano informazioni sui materiali contenute all’interno di ogni singolo prodotto (passaporto del prodotto) così da facilitare la possibilità di un loro riuso, riparo o riciclo. Si prefissa, infine, l’obiettivo di un monitoraggio di impronta ambientale dei singoli prodotti sino al 2016 al fine di analizzare un eventuale miglioramento delle prestazioni ambientali dei prodotti con dati quantitativi e di analisi. Ulteriore oggetto di considerazione riguarda l’assetto normativo italiano, il quale ha cercato prontamente di inserire al suo interno le direttive emanate dalla Commissione Europea un esempio è il decreto legislativo 16 febbraio 2011 n. 15 che recepisce la direttiva sull’elaborazione ecocompatibile di prodotti legati all’energia. L’ analisi di questa risoluzione ha come focus l’attuazione o obiettivi di attuazione da parte del Governo italiano di pratiche circolari infatti, l’Italia specifica una presenza sul territorio di investimenti da parte della pubblica amministrazione che ammontano a circa il 17% del PIL ed individua come miglior meccanismo per la diffusione del “Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione”. Tale meccanismo consente di identificare criteri ambientali minimi, guidando gli investimenti da parte della p.a. verso acquisti verdi concernenti molti settori energia, ristorazione ecc.. Altro esempio in cui l’Italia si fa promotore delle diretti Europee è la definizione delle filiere di recupero e riciclo dei materiali; infatti all’interno di questo contesto si individua uno svantaggio nella concorrenza da parte di molti settori se normative concernenti il riciclo fossero immesse sul territorio senza tener conto delle specifiche differenziazioni tecniche dei processi e dei materiali. Per questa ragione l’Italia promuove all’interno di questo ambito una filiera di recupero e riciclo in capo ad un sistema di consorzi di recupero materiale ai quali spetta l’onere di smaltire tutto l’output di rifiuto derivante dalle varie attività economiche. Il passo principale, messo in atto dall’Italia al fine di promuovere misure di green economy ed in particolare attività inerenti all’economia circolare le quali fanno proprio riferimento alle attività e pratiche tipiche dell’economia circolare; ad esempio promuove e incentiva la mobilità sostenibile mediante la sharing economy all’interno del settore dei trasporti. Dunque, il Collegato Ambientale del 2015 rappresenta per l’Italia il primo importante passo verso l’integrazione all’interno della sua economia delle più importanti pratiche e pilastri dell’economia circolare. Nonostante questo primo step importante, l’Italia non presentava un set di norme ed ordinamenti dedicati all’economia circolare, all’interno dei quali possano essere racchiuse tutte le sue sfumature per questa ragione, successivamente ha cercato di varare una serie di provvedimenti, al fine di rendere applicabili questi importanti cambiamenti all’interno della sua economia. Primo tra questi provvedimenti individuabile è il Decreto Ministeriale 24 maggio 2016 121 , il quale pone un incremento progressivo, nel corso degli anni, per l’applicazione di criteri ambientali concernenti diverse tipologie di servizi. Ad esempio, all’interno di tale decreto, vengono trattati i servizi di pulizia e servizi del verde pubblico. Il secondo provvedimento, anch’esso molto importante che comporta una maggior pervasività di pratiche circolari è un’importante modifica in relazione allo smaltimento e raccolta dei rifiuti urbani, difatti, tramite anche il recepimento della direttiva europea in termine di riuso e riutilizzo dei rifiuti, l’Italia si pone come obiettivo di andare a calcolare una percentuale ottima di rifiuto destinato a riciclo. Questo permette ad ogni singolo comune ed area urbana di definire una percentuale ottimale di raccolta differenziata, la quale impiegare in processi di riciclo, fermo restando i vincoli minimi imposti dalla precedente normativa. Ulteriore oggetto di analisi, è il Decreto Ministeriale 10 giugno il quale ha come obiettivo quello di promuovere la progettazione ecocompatibile di apparecchiature elettriche ed elettroniche e facilitare le operazioni di riutilizzo e recupero delle stesse all’interno di questo decreto, sono dunque presenti diverse pratiche dell’economia circolare: difatti alcuni articoli fanno riferimento a processi di eco-design, ovvero tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche debbono essere progettate con l’obiettivo di massimizzare al loro interno la presenza di materiali riciclabili e biodegradabili, andando ad apportare una considerevole diminuzione nella quantità e diversità dell’uso di materiali ed incrementando la riciclabilità del prodotto; andando a favorire inoltre il suo eventuale disassemblaggio per promuovere operazioni di riuso delle sue parti componibili, ulteriore pratica circolare presente all’interno è la cooperazione e la simbiosi industriale che attua azioni di promozione e cooperazione tra i produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche e gli operatori di impianti di recupero e riciclaggio di materiali, dando ai primi l’onere di istruire ed informare i secondi sul corretto trattamento, smaltimento e disassemblaggio. Infine, vengono valorizzati i classici cicli di riuso, riparazione e riciclo, andando a favorire, azioni concernenti l’aumento della durata e affidabilità del prodotto, facilitare la sua manutenzione e riparazione a incentivare lo sviluppo a moduli del prodotto e il suo disassemblaggio per la scorporazione dei materiali destinati a riciclo. Molto importante nel quadro normativo è il provvedimento che ha come obiettivo quello di regolamentare sotto un profilo tecnico e normativo la possibilità per gli scarti di materiali derivanti da attività industriale, di essere catalogati non come rifiuti, ma bensì come sottoprodotti. In questa maniera, il decreto mira alla possibilità di poter mantenere all’interno del ciclo produttivo, il più a lungo possibile i materiali scartati durante una fase produttiva, permettendone ed agevolandone lo scambio e consentendo la possibilità di eseguire sopra tali sottoprodotti, ulteriori attività tecniche-industriali per la realizzazione di ulteriore nuova produzione. Un altro chiaro esempio di questo fenomeno può essere individuato in un decreto legge varato in una situazione particolarmente difficile per l’Italia e per il mondo intero; si parla difatti del periodo di grave emergenza sanitaria legata alla diffusione globale del virus SARS-CoV-2. Per far fronte a questa minaccia, le istituzioni hanno varato nel periodo tra marzo e maggio 2020, una serie di dpcm e decreti legge al fine di guidare la Nazione verso il superamento di questa emergenza sanitaria, andando ad adottare normative che riducessero la mobilità e gli spostamenti delle persone, così come la chiusura di molte attività non essenziali al fine di limitare il più possibile il contagio del virus. Le misure di lockdown adottate inizialmente per le zone con i primi focolai e poco dopo, per l’intero territorio Nazionale hanno permesso di ridurre significativamente il diffondersi del virus così da consentire una riapertura e mobilità delle persone a partire dalla metà di maggio. È in questo preciso momento che il decreto legge che presenta al suo interno molti punti di contatto con le pratiche di economia circolare viene varato. I mesi di lockdown precedenti hanno portato una grave crisi a livello industriale ed economico all’interno del territorio italiano (e del mondo intero) e per questa precisa ragione, il decreto legge, conosciuto come “decreto Rilancio”si pone come obiettivo non solo quello di regolamentare l’inizio della fase 2 riapertura attività e mobilità, ma presenta al suo interno una serie di iniziative, incentivi ed attività volte ad una ripresa del tessuto economico italiano. In questo contesto risulta importante andare ad analizzare l’importanza assunta dalla messa in atto di iniziative e pratiche circolari. Il primo punto di contatto è riscontrabile all’interno della disposizione che tratta il rafforzamento dell’innovazione e delle start-up. Difatti, uno dei pilastri dell’economia circolare è proprio l’innovazione e, all’interno di questo decreto, il Governo mira ad inserire ulteriori 100 milioni di euro all’interno di agevolazioni sotto forma di prestito agevolato a tutte quelle neo imprese che tramite la loro attività riescano ad apportare innovazioni all’interno del tessuto.
Tutti i decreti e le normative analizzate, insieme ad altre, costituiscono nel loro insieme una mappatura che riesce a dare una prima idea di come e in che modo l’economia circolare sia stata assorbita dal tessuto economico e normativo italiano nel corso degli anni. Oggi gli esseri umani producono molto di più rispetto alle epoche passate, di conseguenza consumano di più e generano una quantità maggiore di rifiuti, oltre a contribuire con i propri comportamenti all’innalzamento del livello di inquinamento globale e al surriscaldamento del pianeta. Oggi si parla di una una rivoluzione copernicana un modo nuovo di pensare come disegnare i nostri prodotti e processi produttivi per eliminare gli impatti negativi sull’ambiente, favorire l’utilizzo circolare dei materiali e contribuire a rigenerare il sistema naturale stesso. Si intende un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.
Entro il 2025 la banca mondiale stima che gli esseri umani produrranno quasi 5 miliardi di tonnellate di spazzatura ogni anno, solo considerando le aree urbane. Parliamo di un terzo di tutta la biomassa della terra stimando che una larga parte finirà in discariche a cielo aperto, su enormi montagne di immondizia, nell’oceano o semplicemente sulle nostre strade.
Negli ultimi dieci anni governi di tutto il mondo hanno fatto passi avanti per evitare un futuro incerto sulla questione dei rifiuti e sul ciclo industriale che li regola. Gli organi di Stato hanno così messo a disposizione del mercato un ingente capitale per tamponare il problema e incrementare le potenzialità di riciclaggio delle singole industrie. È quindi davvero possibile creare un futuro zero-waste? Alcune nazioni come la Norvegia trovano più conveniente spedire i loro rifiuti in Svezia piuttosto che pagare una costosa tassa pro capite sugli scarti. La Svezia a sua volta trasforma la spazzatura norvegese in energia grazie all’utilizzo di fabbriche specializzate. L’energia prodotta viene utilizzata per supportare le esigenze energetiche del paese stesso: ecco quindi un modo per creare e risparmiare denaro utilizzando più di 400 miliardi di euro nel mercato globale dei rifiuti. Il ciclo industriale di smaltimento dei rifiuti è strettamente correlato con l’economia di un paese, cosa è cambiato tra il 1990 e oggi in fatto di riforme e quale posizione occupa l’Italia nella classifica ambientale europea. Paesi come Cina e Giappone, dove intere città hanno applicato il modello dell’economia circolare all’industria del riciclaggio e del riutilizzo di materiali, facendone la principale fonte di reddito e un esempio per tutta la comunità internazionale. Recenti studi condotti negli Stati Uniti mostrano come sia possibile riciclare anche il 75% della spazzatura. Ciò prova che in natura tutto è riutilizzabile, in omaggio al principio «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», cioè alla legge della conservazione della massa, legge fisica della meccanica classica, postulata a Antoine Lavoisier nel Settecento: le piante assorbono la luce, le foglie crescono, il suolo è ricco di sostanze nutritive e il ciclo ricomincia a ogni stagione. Il medesimo concetto è applicabile a ogni materiale prodotto ed utilizzato dall’uomo: oggi la vera opportunità finanziaria è una forma di riciclaggio a vantaggio del pianeta, che tenga insieme interesse individuale al profitto e interesse collettivo alla salvaguardia dell’ambiente, come nelle più ottimistiche sintesi smithiane fra utile dei singoli e benessere della società. Questo principio economico appare per la prima volta su un giornale inglese nel 1990. Allora, un noto economista e ambientalista britannico notò come l’economia attuale non fornisse nessun incentivo reale per il riciclaggio dal privato cittadino fino alle grandi catene industriali e quasi tutti i prodotti erano creati al fine di essere gettati.
Un’economia circolare, invece, non solo favorisce la conservazione dell’ambiente, ma ci proietta verso un orizzonte di pensiero lungimirante al fine di iniziare al mercato prodotti che consentano al cittadino di produrre la minor quantità possibile di rifiuti. Ad esempio: gli smartphone moderni sono molto costosi, pieni di preziosi minerali, meccanismi high-tech e parti durevoli, eppure la maggior parte dei telefoni vengono semplicemente gettati via, quando diventano obsoleti. Grazie a un piano di economia circolare, potremo creare un mercato in cui il vecchio telefono possa facilmente essere smontato, i componenti riciclati e le vecchie parti riutilizzate: si tratta di un comportamento economicamente efficiente e prezioso dal punto di vista ambientale che ad oggi già esiste a livello informale e che, per l’appunto, alimenta una virtuosa catena del valore della black economy. L’aggiornamento della Strategia nazionale per l’economia circolare, previsto per giugno 2022, dovrebbe inserire concetti come ecodesign, ecoprodotti, blue economy, bioeconomia, materie critiche. Tra i benefici principali dell’economia circolare le aziende indicano il tasso di innovazione, il rafforzamento dell’immagine del brand e la riduzione dell’uso di risorse; non sono ancora apprezzabili invece i benefici che derivano dalla riduzione dei costi di produzione. Le barriere principali per gli irriducibili sono l’incertezza normativa, gli elevati investimenti e la relativa variabilità dei flussi di risorse, mentre le soluzioni tecnologiche sono ritenute adeguate, benché costose.
Trasformare la nostra economia lineare in una circular economy richiede uno studio accurato dell’attuale situazione economica e la formulazione di differenti strategie in diverse aree di competenza. Una strategia vincente è stata inquadrata, all’interno del Rapporto sull’economia circolare in Italia del 2019 a cura del Circular Economy Network , nella promozione della bioeconomia rigenerativa e nell’utilizzo a più ampio raggio delle biomasse.
Il Rapporto analizza come, tutelando e valorizzando il capitale naturale e la fertilità dei suoli, l’Italia debba puntare allo sviluppo di una bioeconomia rigenerativa che assicuri prioritariamente la sicurezza alimentare e l’agricoltura di qualità, alimentando le filiere innovative, integrate nei territori, dei biomateriali, nonché la restituzione di sostanza organica ai suoli e la produzione di energie rinnovabili, con coltivazioni in aree marginali, con prelievi sostenibili di biomassa forestale e con l’utilizzo di scarti e rifiuti organici
I benefici di questa nuova frontiera economica si inquadrano non solo in ambito ecologico e ambientale, ma anche lavorativo. L’Unione Europea stima, infatti, che abbia il potenziale per creare almeno un milione di posti di lavoro entro il 2030.
Il termine Bioeconomia è presente in ambito politico e economico da più di un decennio, ma solo negli ultimi anni ha acquisito un valore fondamentale nella ricerca e nell’affermazione di una economia ecosostenibile. La bioeconomia è chiamata a sanare alcune fra le principali sfide del nostro millennio quali cambiamenti climatici, aumento della popolazione, degrado dei suoli, perdita di biodiversità, riconciliando economia, ambiente e società.
La bioeconomia si basa sull’impiego di una serie di materiali di origine biologica, le biomasse. Si tratta generalmente di scarti di attività agricole, che possono essere modificati attraverso vari procedimenti, per ricavarne combustibili o direttamente energia elettrica e termica. Tra queste si annoverano legna da ardere, residui di attività agricole e forestali, scarti delle industrie alimentari, reflui liquidi derivanti dagli allevamenti. Sono comprese anche piante specificamente coltivate per la produzione di energia e rifiuti organici urbani.
Questi materiali possono essere riutilizzati principalmente per la produzione diretta di carburanti biologici; per la generazione di energia elettrica e termica; o per la realizzazione di composti chimici.
Il processo di produzione delle biomasse è solitamente un processo di fermentazione controllata delle materie (liquami, rifiuti agroindustriali, etc.) che arrivano a produrre biogas molto ricco di metano (sino a 70%) e da cui si ricava energia elettrica messa direttamente in rete o energia termica, utilizzabile ad esempio a fini di riscaldamento delle abitazioni. La convenienza varia in base agli utilizzi. Il più efficiente uso energetico delle biomasse è stato riscontrato per il riscaldamento, la produzione di energia elettrica e i bio-carburanti di nuova generazione.
Il principale limite al loro sfruttamento come fonte di energia è legato però alla carenza di spazi per la coltivazione. Per ottenere un significativo beneficio economico sarebbe infatti necessario produrre quantità di materiale molto elevate. In questo modo, però, si sottraggono spazi alla coltivazione per uso alimentare e alle altre attività agricole.
La produzione di questa fonte bioenergetica richiede profonde modifiche nella pianificazione dell’attività agricola: la coltivazione di prodotti alimentari deve essere infatti nettamente distinta, anche per motivi di sicurezza igienico-sanitaria, da quella di fonti energetiche.
La preoccupazione di alcuni esperti, riportata anche in un rapporto dell’ONU, è che la massificazione delle coltivazioni bioenergetiche possa avere un impatto negativo, perché sottrarrebbe terra e acqua alla produzione alimentare o addirittura alle foreste. Inoltre la crescente richiesta di materie prime per la produzione energetica potrebbe far crescere i prezzi delle derrate alimentari.
Le biomasse, inoltre, non sono disponibili in ogni momento dell’anno. Non possono quindi essere utilizzate come fonte univoca di energia.
Al contrario, hanno di vantaggioso che non hanno bisogno di tecnologie avanzate o dispendiose per essere prodotte, un valore aggiunto per i paesi meno abbienti che potrebbero non solo avere un notevole impulso economico ma, con il loro sfruttamento, provvedere in autonomia ad una parte della produzione di energia elettrica.
Queste fonti sono inoltre sono scarsamente inquinanti, a sostegno quindi di uno sviluppo sostenibile del territorio. Sono infatti tra le fonti di energia più “pulite” perché di fatto, si limitano ad accelerare il processo di reintroduzione nell’atmosfera dell’anidride carbonica assorbita dalle piante. Rappresentano una preziosa risorsa, non solo a livello energetico.
L’Agenzia Europea per l’Ambiente, all’interno del dossier “Bioenergie in Europa in una prospettiva di efficienza delle risorse” ci mette però in guardia circa il corretto modo di utilizzarle per ridurle il più possibile gli impatti ambientali.
“Le bioenergie sono un importante componente del nostro complesso di energie rinnovabili, aiutando ad assicurare una costante fornitura di energia. Ma questo studio evidenzia il fatto che le biomasse forestali e i terreni produttivi sono risorse limitate, e parte del “capitale naturale” europeo. Così è essenziale considerare i modi in cui possiamo utilizzare efficientemente le risorse esistenti, prima di richiedere nuova terra per la produzione di energia”, ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Agenzia Europea per l’ambiente.
È una verità che gli attuali metodi di coltivazione per la produzione energetica non si sono dimostrati molto eco-sostenibili. Tanto che l’agenzia europea per l’ambiente sottolinea l’importanza sia di ricorrere alle colture perenni, che non danno raccolto ogni anno, favoriscono la filtrazione dell’acqua e prevengono dalle inondazioni, che di accentuare le rotazioni delle colture, utili a rigenerare i terreni.
Conoscere veramente cosa sono le biomasse, come possono aiutare nel raggiungimento di una bioeconomia rigenerativa e valutarne i pro e i contro, aiuterà noi stessi e l’ambiente.
Maria Ragionieri





