SALUTE, UN DIRITTO DI TUTTI… O NO?

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Paesi ricchi e Paesi poveri

Il divario da sempre esistente tra Paesi ricchi e Paesi poveri ha da sempre interessato la letteratura e la geopolitica e questo probabilmente anche in un’ottica in cui nei Paesi più poveri, questo divario, pesa tantissimo sulla salute dell’uomo e dunque sull’aspettativa di vita. 

Proprio per questo motivo, tale divario, è stato preso in considerazione anche nell’Agenda 2030 che con l’obiettivo n. 3 intende assicurare la salute ed il benessere per tutti e per tutte le fasce di età.  

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è stata lanciata dalle Nazioni Unite nel 2015 e persegue dunque un filantropico obiettivo, tra l’altro, di proteggere la salute materna e quella infantile chiaramente, ponendo fine a quelle che sono le malattie trasmissibili e il disagio mentale combattendo altresì anche il fumo e le sostanze stupefacenti. Tutto questo scenario può essere tradotto in un desiderio di fornire all’umanità, in un futuro, ormai non tanto lontano, un futuro maggiormente stabile in cui la sanità (intesa quale salute) e la felicità dell’uomo vanno di pari passo. Per tutti. 

In realtà, Il tema dello Sviluppo Sostenibile viene evidenziato già anni prima nella Conferenza di Alma Ata del 1978 che con lo slogan “Health for All by the year 2000” si diede forma ad una dichiarazione nella quale venne introdotto il concetto della Primary Health Care (PHC) come chiave per riuscire a fornire a tutti una salute migliore. La fine degli anni ’70 esortava già la Governance dei Paesi più ricchi ad applicare un’azione, addirittura ritenuta urgente, per lo sviluppo e l’implementazione di un’assistenza sanitaria primaria in ogni parte del mondo, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, secondo uno spirito di cooperazione tecnica e in accordo con un nuovo ordine economico internazionale. Addirittura nella stessa conferenza fu preparata una lista di farmaci essenziali in modo da poter essere allineati alle principali esigenze delle persone. 

La scoperta scientifica negli ultimi cento anni ha fatto sì che a livello mondiale si registrasse un aumento dell’aspettativa di vita alla nascita che tra il 2000 e il 2016 è arrivata ad essere di 72 anni, in aumento di 5,5 anni rispetto all’inizio del terzo millennio e in fortissimo aumento rispetto all’età preindustriale, in cui l’aspettativa di vita era di 30 anni. Un bel passo avanti se si effettua una valutazione di impatto considerando dunque che dall’età pre-industriale ad oggi, l’uomo ha un’aspettativa di vita dalla nascita superiore di 42 anni rispetto alla prima. 

Questa potrebbe essere una prima bella notizia, che tuttavia va analizzata anche alla luce della qualità della vita considerando anche che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in una recente statistica pubblicata nel 2019 ha evidenziato un aumento del numero degli anni vissuti dall’uomo in piena salute (Health Life Expectancy) passando da 58,5 anni registrati nel 2000 a 63,3 anni registrati nel 2016, con una prospettiva di vita maggiore per le donne rispetto agli uomini. Dunque, si tratta della seconda buona notizia che porta con sé anche un forte cambio dello stile di vita e dunque dei decessi, in particolare dei decessi in età infantile.  

In effetti se le due positive notizie sembrano non mostrare “effetti collaterali” in realtà restano forti differenze a livello mondiale tra Paesi o Continenti più o meno industrializzati. I  bambini nati in Europa e negli Stati Uniti, hanno una maggiore possibilità di vita di quelli che nascono in Paesi come l’Africa centrale e l’Asia sud-occidentale, Paesi in cui 1 bambino su 15 muore prima dei 5 anni. In questi Paesi a basso reddito, tra l’altro, sono ancora molto elevate le morti delle donne durante la maternità. 

La copertura sanitaria universale 

“Raggiungere una Copertura Sanitaria Universale, conosciuta come UHC, compresa la protezione dai rischi finanziari, l’accesso a servizi sanitari essenziali di qualità e l’accesso a medicinali e vaccini essenziali, sicuri, efficaci, di qualità e convenienti per tutti” è il target 3.8 dell’Agenda 2030. Diventa dunque sempre più necessario, se non indispensabile, investire per rafforzare gli interi sistemi sanitari proprio sotto l’aspetto del potenziamento del finanziamento che impatta direttamente con il miglioramento della governance a livello mondiale nonché dell’organizzazione della forza lavoro stessa del sistema sanitario oltre che sul sistema di erogazione dei servizi e su quelli di informazione sanitaria e di fornitura di medicinali ovvero di tutti i prodotti necessari in ambito sanitario. 

La nascita del concetto di copertura sanitaria universale è datato 2012 attribuibile alla Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dedicata a Global Health and Foreign Policy nella quale è stato riconosciuto il fondamentale ruolo della salute nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo internazionale invitando la società civile e le organizzazioni internazionali a includere la copertura sanitaria universale nell’agenda internazionale per lo sviluppo. 

In tali termini, dunque, è stato riconosciuto che la salute delle persone e dunque dell’umanità è un’importante questione politica trasversale che deve avere un ruolo centrale nell’agenda internazionale, in quanto è una condizione preliminare, un risultato e un indicatore di tutte e tre le dimensioni (sociale, ambientale ed economica) dello sviluppo sostenibile. La risoluzione ha invitato quindi gli Stati membri ad adottare un approccio multisettoriale e a lavorare sui determinanti temi sociali, ambientali ed economici della salute, al fine di ridurre le disuguaglianze e consentire lo sviluppo sostenibile. 

 

Ma il goal 3 dell’Agenda 2030 sarà effettivamente realizzabile?

Probabilmente sarà un compito difficile tenuto conto che nonostante i progressi degli ultimi anni sul miglioramento del livello di salute a livello mondiale di milioni di persone alcuni ambiti specifici risultano ancora molto compromessi creando grandi preoccupazioni come ad esempio debellare le malattie infettive che ancora oggi mietono morti in età infantile come la malaria e la tubercolosi. 

I temi da affrontare sulla possibile riuscita o successo del goal 3 dell’Agenda 2030 da una analisi risultano avere un impatto economico. Infatti è la disuguaglianza economica che priva, purtroppo tantissime persone all’accesso dei servizi sanitari essenziali e ciò significa che queste vengono relegate in uno stato di totale privazione. È comunque tutto collegato alla povertà in generale che sovrasta il Paese di appartenenza di queste tantissime persone che in primis soffrono la mancanza di cibo e di malnutrizione che ovviamente incidono sulla salute e sul benessere. Ma allo stesso tempo è necessario considerare come elemento essenziale per il raggiungimento degli obiettivi la previsione di una forte copertura finanziaria da un lato e una forte copertura di assistenza medica dall’altro. Entrambe soddisferanno i bisogni legati alla salute delle persone più fragili. 

Universalità, globalità, gratuità, rappresentano le tre dimensioni da tenere in forte considerazione per la nostra analisi sull’effettiva implementazione di un sistema sanitario sostenibile a livello mondiale. In questi termini si pone, per l’appunto, l’analisi tenuto conto che un sistema sanitario ideale dovrebbe essere già di per se in grado di raggiungere tutta la popolazione presente attraverso l’estensione della copertura sanitaria in primis a chi ne è escluso (universalità) garantendo servizi e prestazioni indispensabili e necessarie (globalità) senza caricare la popolazione che usufruisce dei servizi di ulteriori costi diretti.

È evidente che per offrire una copertura sanitaria universale, soprattutto in questo determinato momento storico, i Paesi ricchi dovrebbero lavorare molto, ma in maniera collettiva e non individuale, attuando sia dei compromessi sia delle scelte politiche comuni. Tutti Paesi coinvolti, dovrebbero esaminare concretamente ciascuna delle tre dimensioni in modo da poter valutare in maniera puntuale come adattare al meglio i contesti finanziari, organizzativi e politici che consentano alle popolazioni mondiali di fruire della copertura sanitaria universale, che si può ottenere soltanto con l’applicazione delle riforme e il finanziamento dei sistemi sanitari in modo da aumentare i fondi disponibili per la salute e dunque per le popolazioni ma allo stesso tempo, migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi offerti. Insieme, dunque creare un grande fondo comune che possa finanziare il sistema sanitario dei Paesi poveri cominciando proprio dalla base: finanziamento dei medici e della medicina di base. Le grandi multinazionali del farmaco potrebbero essere seriamente coinvolte attraverso una ridistribuzione di una parte dei propri utili sia attraverso il finanziamento dei medici e dunque dell’assistenza medica sia attraverso la fornitura dei medicinali che come sappiamo talvolta vanno gettati perché prossimi alla scadenza. Un grande fondo che i Paesi ricchi mettono a disposizione dei Paesi poveri che potrebbe essere finanziato attraverso lo stesso meccanismo che l’Italia utilizza per il finanziamento del Terzo Settore: una quota di imposta sui redditi delle persone fisiche che il contribuente, secondo principi di sussidiarietà fiscale, può destinare anche per la copertura sanitaria universale. Una sorta di cinque per mille destinato ai Paesi poveri. 

Molte sono le organizzazioni internazionali che contribuiscono soprattutto in Paesi depressi all’assistenza sanitaria ma è chiaro che non è possibile pensare che le stesse organizzazioni internazionali possano risolvere in problema e far raggiungere i risultati attesi dall’Agenda 2030. Se pensiamo addirittura all’organizzazione Rotary Club International, tanto per citarne una, che da oltre 35 anni si impegna all’eradicazione della Polio. Per fare ciò, si è costituito come fondatore della Global Polio Eradication Initiative, vaccinando i primi bambini delle Filippine nel 1979. Da allora ad oggi i risultati sono stati eccellenti avendo ridotto la poliomielite, cioè una malattia paralizzante che potenzialmente può portare al decesso e che colpisce soprattutto i bambini di età inferiore a 5 anni, del 99,9% nei Paesi poveri. Ad oggi la polio è rimasta in maniera endemica solo in Afghanistan e Pakistan. 

Se ci riflettiamo bene, l’Italia, il nostro Paese, è da anni foriero di questa locuzione “copertura sanitaria universale” essendo la nostra sanità pubblica accessibile a tutti, nonostante le varie vicende di cattiva amministrazione. Il Servizio sanitario nazionale (SSN) italiano è un sistema di strutture e servizi che hanno lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in attuazione dell’art.32 della Costituzione. Il nostro sistema sanitario è già stato pensato, dunque, in termini di “copertura sanitaria universale” basandosi l’accesso su tre principi fondamentali: Universalità, Uguaglianza, Equità.

Rimettere le persone al centro garantendo servizi sanitari universali che significa in primo luogo investire nell’assistenza primaria delle popolazioni, delle persone ricreando, in Italia, e creando anche nei Paesi maggiormente depressi e oggetto dell’analisi, la medicina di base che radicata sul territorio (qualsiasi) garantisce il trattamento delle principali patologie o sintomi comuni. Solo implementando un sistema che parta dalla base sarà possibile raggiungere, globalmente, il target dell’Agenda 2030. 

Donatella Carriera