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	<title>Giampiero Ledda Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Biologico sì, ma in armonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 15:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[BioBacco]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Quando si parla di “bio”, nel mondo dell’agro-alimentare, sempre di più non si può prescindere da fare opportune e necessarie specifiche prima di avventurarsi in qualunque discorso sull’argomento. Dalla comparsa dei primi approcci all’agricoltura biologica (e parliamo di quasi 70 anni fa!) ad oggi, infatti, “bio” è stato abbreviazione e/o sinonimo di molte, troppe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando si parla di “bio”, nel mondo dell’agro-alimentare, sempre di più non si può prescindere da fare opportune e necessarie specifiche prima di avventurarsi in qualunque discorso sull’argomento. Dalla comparsa dei primi approcci all’agricoltura biologica (e parliamo di quasi 70 anni fa!) ad oggi, infatti, “bio” è stato abbreviazione e/o sinonimo di molte, troppe cose, degenerando talvolta in mera etichetta da usare e abusare a piacimento, per aumentare la percezione del valore reale dei propri prodotti e, di conseguenza, aumentarne l’appetibilità commerciale e il fatturato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certamente, le normative europee e nazionali sul “biologico” hanno fornito dettagliate modalità, procedure, regole e percorsi per provare a garantire, in primis i consumatori, sull’affidabilità dei fornitori di prodotti biologici, prodotti per i quali è indubbio il crescente interesse (anche economico), il valore assoluto rispetto al binomio “salute e ambiente” e l’allineamento con il concetto di sostenibilità nel senso più ampio del termine. Ciò non di meno, ci sono molte (e spinose) questioni aperte sul mondo del “bio”, che coinvolgono piani diversi e, apparentemente, distanti. Non solo in relazione agli aspetti “tecnici” e neanche esclusivamente rispetto ai problemi legati alle certificazioni e alla capacità di controllare, in concreto, le filiere produttive definite “biologiche”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi la nuova sfida per il “bio” è, a mio modesto parere, l’armonia. Ci sono state troppe “note stonate” nella storia di questo comparto della produzione agricola e dell’industria alimentare, del commercio e della distribuzione dei prodotti biologici. E se prima hanno pesato speculazioni, scandali, o anche soltanto norme “lasche”, verifiche inconsistenti e poco affidabili e atteggiamenti commerciali poco coerenti con l’etica del biologico, oggi come oggi i limiti per una definitiva ed incontestabile affermazione del “bio” nei consumi delle famiglie italiane riguardano due aspetti principali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una prima tematica da considerare è di tipo socio-economico. Se “bio” è buono, è bene, è salute, allora “bio” non può essere per pochi. Vuoi per i costi di produzione, vuoi per la legge della domanda e dell’offerta, i prezzi al consumo sono spesso notevolmente più alti degli “altri prodotti” e, pur nella consapevolezza che “mangiare meno e meglio” potrebbe essere la chiave della longevità e della salute, la progressiva riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e l’aumento della forbice tra ricchi e poveri non creano sicuramente il terreno più fertile nel quale far crescere l’attenzione, e quindi il mercato, del “bio”. Come si può armonizzare una progressiva conversione di una sempre maggiore fetta della produzione agricola ai disciplinari biologici, se in questa fase (che ormai è già più che decennale) nessuno riesce a fare un passo verso un pubblico che, più che disattento alla tematica, è in difficoltà materiale nel prenderla concretamente in considerazione?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’altra questione è di tipo culturale e si traduce in una sorta di incongruenza tra il senso dell’agricoltura e della produzione “bio” con il più ampio tema del rispetto dell’ambiente e del “creato”. Una scarsa vocazione, ancora in una fetta troppo ampia della popolazione, per il rispetto del mondo che ci circonda, dei suoi spazi, dei suoi tempi, dei suoi cicli. Troppe note stonate negli atteggiamenti individuali e di mercato, con una diffusa incoerenza tra stili di vita poco sostenibili e ricerca di benessere, anche attraverso il cibo sano e naturale. Come si può, infatti, abbracciare pienamente la filosofia “bio”, e quindi favorirne lo sviluppo e la diffusione, quando ci si reca al supermercato specializzato in prodotti biologici a soli 500 metri da casa, in automobile, mentre ci facciamo dettare la lista della spesa tramite cellulare dal partner che sta in una casa rinfrescata da un climatizzatore con motore esterno?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Serve armonia. Dentro ciascuno di noi, prima di tutto.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giampiero Ledda</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-11368" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/09/1_v_edit.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’appetito (di vivere) vien mangiando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 15:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[Cibus&Cibus]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Il cibo, nella vita, nella cultura e nell’economia umana, ha assunto e aggiunto, lungo il corso della storia, significati nuovi e diversi. È stato, e resta, mezzo di soddisfacimento di un bisogno primario essenziale, nutrirsi, ma si è evoluto in funzione del “grado di necessità” e del concetto stesso di “sopravvivenza”, data praticamente per scontata in buona parte del globo terrestre e, nella fattispecie, nel nostro Bel Paese.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli estremi di questo percorso storico-culturale del cibo sono ben riassunti nella contrapposizione “mangiare per vivere o vivere per mangiare?”, anche se, personalmente, ritengo la questione posta in maniera errata. Certo, a seconda del contesto nella quale si vorrebbe utilizzare la frase in quei termini, questa potrebbe aver “senso compiuto”, soprattutto se opportunamente declinata (e/o strumentalizzata) per rafforzare un punto di vista e portare la classica “acqua” al mulino delle proprie ragioni. Chi potrebbe, infatti, contestare che i problemi di salute legati agli stili alimentari sbagliati (abuso di “junk food”, per dirla all’inglese, o anche solo quantitativo tout court) siano conseguenti anche ad un “approccio al cibo” che non rispetta le reali esigenze del nostro corpo? Mangiare come atto slegato completamente dal bisogno di nutrirsi, o peggio guidato da ragioni psicologiche tendenzialmente patologiche, come potrebbe non intendersi deleterio e, in fondo, perfino autodistruttivo? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">D’altro canto, è altrettanto un grave spreco considerare e trattare il cibo solo per il suo apporto alle nostre necessità organiche, perché se fosse giusto così, probabilmente non avremmo determinati effetti anche sulla nostra psiche, collegati al piacere, al desiderio, al gusto, alla vera e propria “passione per” qualcosa di specifico, individualmente o collettivamente considerato speciale. Sarebbe un vero peccato non valorizzare il nostro rapporto con il cibo, ogni volta che non c’è la stretta necessità di raggiungere la soglia minima di sopravvivenza, mettendolo a disposizione di bisogni diversi, comunque connaturati al nostro essere umani e, anche, all’essere “animali sociali”. Condividere, insomma, ciò che mangiamo e non solo, come accade nelle economie di sussistenza, in termini di “redistribuzione” della risorsa cibo al fine di alimentare opportunamente il maggior numero di individui e garantire, così, forza sufficiente e benessere all’interno di quella società.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il “convivium” latino è, probabilmente, la summa delle grandiose possibilità che il cibo ci offre, quando mangiamo e, soprattutto, quando mangiamo in compagnia. Nella sua più immediata traduzione, stiamo parlando di un banchetto, di una festa. L’immagine che queste parole ci offrono è talmente chiara che non serve aggiungere neppure una precisazione. Quello che invece può essere più interessante è l’etimologia di parole come convivio, convivialità e simili, tutte traduzioni dirette di “convivium” e tutte derivanti da </span><i><span style="font-weight: 400;">cum vivere</span></i><span style="font-weight: 400;">, vivere insieme. In pratica, la stessa radice di “convivenza” ma limitata… alla tavola! Il cibo che è ancora una volta strumento e mezzo di sostegno e di vita, ma anche catalizzatore di vivacità e di vicinanza. Di aggregazione, di condivisione di un’esperienza, di scambio di opinioni, di pareri, di gusti e di emozioni. Superamento di barriere, abbattimento di muri. Ritualità che fanno tradizione, cultura, società. Modalità di stare intorno allo stesso tavolo che arrivano a caratterizzano un popolo, una nazione. Un perno sul quale costruire e ricostruire relazioni, appianare dissidi, strutturare alleanze, ideare progetti. Un momento, prezioso, per raccontarsi storie e aneddoti del passato, per vivere il momento, il qui e ora, con la giusta leggerezza e, magari, per guardare avanti nel tempo con quella fiducia e con quel sorriso che solo un banchetto luculliano e un bicchiere di ottimo vino riescono a far rifiorire, ancora una volta, dentro ciascuno di noi.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giampiero Ledda</span></p>
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		<title>In Vino&#8230; Prosperitas!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 15:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
		<category><![CDATA[Veni VINI Vici]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Il vino e la viticoltura fanno parte della nostra civiltà da quando di civiltà, nella nostra penisola, si può parlare. Il vino, in particolare, è parte integrante non solo della nostra tavola e di ogni occasione di socialità conviviale, ma è per noi italiani cultura, letteratura, arte, economia, poesia; è famiglia, è storia, è radici, nostalgia, memoria olfattiva; è nonni, è antico e attuale, è gioia e fatica, è orgoglio nazionale, tradizione e innovazione.  È tanto e tanto ancora di più. È perfino “amore”. E ci appartiene. Una sequenza scritta nel nostro DNA che ci differenzia, anche per quella, dagli altri abitanti della Terra.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La viticoltura, probabilmente giunta qui da noi qualche bel secolo “avanti Cristo” con i navigatori greci, è stata esaltata dal nostro territorio, in tutta la sua variegata composizione ed eterogeneità climatica, ed è diventata metodo, cura, selezione, valorizzazione. Grazie al lavoro compiuto nell’epoca della Roma caput mundi, poi, la coltivazione dell’uva, e la produzione di una bevanda talmente divina da meritarsi, in Grecia come a Roma, un dio tutto proprio (rispettivamente Dioniso e il nostrano Bacco), è stata portata in tutta Europa, anche là dove oggi i produttori e gli esportatori locali sfidano gli imprenditori italiani nei più grandi (e appetitosi) mercati del mondo, Stati Uniti in primis.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Insieme alla vite e ai suoi figli, la primogenita “uva” e il secondo, preziosissimo rampollo, “vino”, i Romani prima e i popoli italici poi, hanno esportato conoscenza, sapere, tecnica e tecnologia. Il tutto mescolato al piacere, alla consapevolezza, al significato e al valore culturale, emozionale, sociale e, quindi, economico, di questo straordinario e affascinante comparto dell’agricoltura. Perfino nel nostro Medioevo, additato da sempre come un lungo periodo di “buio” per la civiltà e per il suo progredire, la viticoltura e la vinificazione sono state al centro dell’organizzazione e della produzione agricola del tempo. Il vino stesso, utilizzato nei riti religiosi della Chiesa Cattolica, aveva sempre più acquisito anche una certa sacralità, portando i monasteri dell’epoca, i laboriosi benedettini in particolare, a studiare le viti, sperimentare nuovi uvaggi e combinazioni, per miscele innovative di vini bianchi e rossi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per moltissimo tempo, il vino è stato questo e i vigneti hanno popolato e disegnato geometrie straordinarie nella nostra penisola, da nord a sud, senza nessuna eccezione. Per anni, soprattutto fino all’avvento dell’Unione Europea, vigneti e vino sono stati sostenuti, in termini di sviluppo economico, da governi, leggi e finanziamenti specifici, riconoscendo a queste attività un valore irrinunciabile per la prosperità dell’economia italiana. Come è accaduto per altri settori delle eccellenze italiane, però, qualcosa è cambiato nel tempo, soprattutto negli ultimi 25-30 anni. Quote di produzione, regole di scambio, limiti alla commercializzazione e incentivi economici per espiantare, letteralmente, parte dei vigneti già esistenti sul nostro territorio, hanno indotto ad una inevitabile “revisione” del quadro programmatico e degli investimenti in questo comparto. Qualcosa di buono ne è sicuramente arrivato sul fronte della qualità, unico spazio di manovra per chi ha deciso di riposizionarsi nell’ambito del nuovo contesto produttivo e commerciale, ma per il resto, ci sono stati molti contraccolpi negativi, dall’occupazione nel settore alla svalutazione dei terreni, per arrivare all’abbandono degli stessi da parte di imprenditori delusi e sviliti nel loro impegno quotidiano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Recentemente, sono arrivati nuovi “attacchi”, o così sono stati considerati dagli operatori del settore viti-vinicolo, da parte di Stati membri dell’UE alle prese con la sindrome del primo della classe (“leggi” Irlanda con la sua proposta di scrivere sulle etichette del vino, come della birra e dei superalcolici, avvertenze in tutto simili a quelle previste, dalla normativa europea, sulle sigarette e i tabacchi) o da parte di scienziati che, sull’onda della presunta supremazia del loro sapere su qualunque altra forma di conoscenza, sono passati a disputare dalla virologia e dall’epidemiologia, all’esito del Grande Fratello o alla geopolitica delle crisi internazionali, passando attraverso l’accusa al vino circa la sua cancerogenicità, senza alcun distinguo e senza nemmeno prendere in considerazione decenni, per non dire secoli, di letteratura, quella sì “scientifica”, sui benefici di questa bevanda che la natura ci offre da millenni. Un prodotto che, se ben dosato e ben utilizzato, individualmente o economicamente a livello nazionale, può rappresentare ancora una grande fonte di prosperità.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giampiero Ledda</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10373" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/04/versione-editore-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Viaggiare alla velocità dei sogni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[ArgoNautica]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si potrebbe trascorrere un’intera vita “andando per mare”. Basterebbe salpare da qualunque porto del mondo, prendere una qualunque direzione e, sfruttando la continuità tra un oceano e l’altro, continuare a viaggiare e viaggiare ancora, perfino senza una meta che non sia il viaggio stesso. Da qualche secolo, questa possibilità pressoché sconfinata è nella consapevolezza di [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Si potrebbe trascorrere un’intera vita “andando per mare”. Basterebbe salpare da qualunque porto del mondo, prendere una qualunque direzione e, sfruttando la continuità tra un oceano e l’altro, continuare a viaggiare e viaggiare ancora, perfino senza una meta che non sia il viaggio stesso. Da qualche secolo, questa possibilità pressoché sconfinata è nella consapevolezza di chiunque si cimenti nella navigazione, una certezza che è libertà assoluta per il marinaio di lungo corso quanto fonte di preoccupazione e paura per il neofita del timone. Non è sempre stato così, però. Il senso di infinito o di illimitato che possiamo associare al mare è una delle “conquiste” umane. Se ci pensiamo bene, finché noi abitanti del bacino del mediterraneo abbiamo creduto che il mondo finisse alle “Colonne d’Ercole”, andar per mare era “solo” attraversare un enorme specchio d’acqua per muoversi da una sponda all’altra, per scoprire, conquistare, commerciare o semplicemente viaggiare riducendo le distanze tra un Paese e l’altro, tra popoli e culture diverse. Il mare, quindi, visto come facilitatore, </span><i><span style="font-weight: 400;">trait d’union</span></i><span style="font-weight: 400;"> tra luoghi e persone, continuità dello spazio e del tempo nello svolgersi delle epoche umane.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Finché è sopravvissuta la visione arcaica di un “mondo” piatto e limitato, poi, pur ampliandosi gli orizzonti dell’umanità, non è cambiato, in profondità, l’approccio al mare e, quindi, anche la visione collegata alla navigazione “stagnante”, tanto delle navi quanto dei pensieri nella testa delle persone. Ci sono volute rivoluzioni, evoluzioni e, soprattutto, la temerarietà di grandi uomini del passato, per arrivare a coniugare i limiti con l’infinito, la realtà con le potenzialità, i rischi con le opportunità. Così, nel corso della storia più recente del mondo, l’uomo ha sperimentato che l’attraversamento delle acque costituisce una metafora della sua stessa intera esistenza, una ricerca del proprio destino, da affrontare con coraggio e rispetto, con timore reverenziale ma mai con atteggiamento di sottomissione, mantenendo viva l’attenzione nei giorni buoni e di calma e non disperando mai, arrendendosi, alle tempeste più violente. Perché un mare piatto può celare, oltre l’orizzonte, un uragano in arrivo, dal quale possiamo scampare solo se viriamo per tempo o se ci prepariamo adeguatamente ad affrontarlo; così, nel pieno di una tempesta con onde alte più di quanto ci sembra di poter sopportare, deve sostenerci la consapevolezza che nessuna bufera dura per sempre e il nostro destino dipenderà solo da come abbiamo costruito la nostra barca per affrontare ogni condizione del mare e da quanto saremo in grado di resistere e di opporci all’idea di ineluttabilità che inghiotte chi da essa si fa sopraffare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quanto ha contato il mare per noi italiani, dall’alba dei tempi ai nostri giorni? Non solo dal punto di vista del sostentamento, degli scambi, dell’economia, ma proprio per quello che siamo oggi, geneticamente e intellettivamente? Se solo pensiamo alla miscellanea di genti, di popoli, la ricchezza che ognuno di noi porta con sé in un solo filamento di DNA, quanta conoscenza filetica abbiamo accumulato grazie ai nostri 8.000 km di coste, 8.000 km di abbraccio con il mare più caldo e più accogliente del mondo? Così, ogni tanto, la sera, alzo gli occhi al cielo e, guardando quel blu scuro punteggiato di stelle, mi chiedo se lo spazio al di sopra delle nostre teste diventerà il nostro prossimo mare, o se non lo sia già stato senza che ne abbiamo memoria. E al solo pensarci, le mente si apre un po’ di più e i pensieri iniziano a viaggiare, senza una meta precisa, ad una velocità che solo i sogni riescono a raggiungere.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giampiero Ledda</span></p>
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		<title>Abbiamo bisogno di più sogni e meno pensieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2023 16:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
		<category><![CDATA[Scacciapensieri o cattura Sogni?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita corre per conto suo, senza particolare considerazione né distinguo per l’uno o per l’altro dei miliardi di esseri viventi che la popolano. Nessuno ha la concreta e reale possibilità o capacità di dirigere il corso della vita, per quanto ci sembri che qualcuno, invece, ha poteri tali e tante disponibilità da potersi permettere [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">La vita corre per conto suo, senza particolare considerazione né distinguo per l’uno o per l’altro dei miliardi di esseri viventi che la popolano. Nessuno ha la concreta e reale possibilità o capacità di dirigere il corso della vita, per quanto ci sembri che qualcuno, invece, ha poteri tali e tante disponibilità da potersi permettere un’esistenza così come la desidera. Forse è proprio questo il punto: la differenza tra la vita e l’esistenza. La vita, considerata in modo meccanicistico (al netto, quindi, di ogni fede e forma di spiritualità connaturata agli esseri umani) come susseguirsi di trasformazioni della materia e di cicli della natura e dell’universo, non ha “disegni” per nessuno di noi né pone attenzione alle conseguenze del suo incedere, occasionalmente a favore di qualcuno o a svantaggio dell’altro. La vita, in questo senso, è il “campo di gioco” oggettivo e assoluto dell’esistenza di ciascuno, l’ambiente col quale ogni persona deve fare i conti per impostare la propria quotidianità, così come le strategie di medio e lungo termine. L’esistenza è l’esperienza, parziale e soggettiva, della vita; è il “vivere” individuale e di gruppo, rapportato ad un numero limitato di trasformazioni chimico-fisiche e di cicli del mondo. L’esistenza, tra le altre cose, è una lunga partita a scala quaranta, dove ognuno si ritrova con le carte che la vita, casualmente, gli mette in mano; ai nostri occhi, potrà risultare una “mano” fortunata o meno, perché a quelle carte saremo portati a dare una valutazione e un peso. E ci sta. Sarebbe ipocrita dire il contrario. Ma poi? Chi ha le carte buone gioca bene, si diverte e vince sempre e chi si ritrova in mano “scartine”, doppioni e carte spaiate non ha speranza?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se la vita è così com’è, e tanto ci deve bastare, l’esistenza è anche figlia di una cosa che dipende, quasi interamente, da noi e dalla nostra volontà: l’atteggiamento. Avere un atteggiamento positivo verso l’esistenza, grintoso verso la vita stessa, curioso verso i meccanismi, le dinamiche e i fatti del mondo, dei nostri simili e delle attività umane, incide (e non poco) sulle “fortune” del nostro tempo sulla Terra. Se guardiamo agli ultimi 3 anni, a livello globale, potremmo affermare che “la vita” si è complicata, ci sta dando del filo da torcere, sta ponendoci davanti agli occhi, più che in altre epoche, la nostra piccolezza e la nostra relatività, sia come individui sia come grande comunità umana. Ciò non di meno, chi si è lasciato andare ad un atteggiamento negativo, rispetto agli accadimenti, alla possibilità di uscirne “potenziati”, chi si è sentito e non riesce a smettere di sentirsi sopraffatto e sottomesso a quella che percepisce come una volontà malevola al di sopra delle possibilità e della comprensione di ogni singolo uomo, si è rattrappito, si è auto imprigionato e si è “mutilato” di ogni estensione (fisica, emozionale e mentale) che, prima, lo connetteva con la vita stessa e con le esistenze degli altri.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un atteggiamento positivo, di contro, è un modo per continuare, incessantemente e indefessamente, a cercare una via, un punto di appiglio, una nuova ragione, uno spazio ulteriore, un’alternativa mai praticata, per cogliere quell’opportunità inaspettata, impossibile a vedersi se non attraverso un processo di idealizzazione e di visualizzazione anticipata della realtà, la cosiddetta “vision”, e un percorso finalizzato alla realizzazione della stessa visione, dedicando anima e corpo ad ogni singolo obiettivo tradotto in un’unica e grandiosa “mission”. Un’esistenza senza sogni, sovrastata solo da “cattivi pensieri”, per quanto alimentati costantemente dalla vita e, perché no, anche dalle esistenze di altri “compagni di viaggio” che hanno tutto l’interesse a tenerci schiacciati e annichiliti, sotto di sé, è un’esistenza votata, volontariamente, alla sofferenza e al nulla. Siamo già troppo piccoli e troppo inconsistenti, nel tempo e nello spazio, in questo universo sconfinato, per lasciare tracce evidenti del nostro passaggio. Immaginiamoci cosa possiamo (non) essere con meno sogni e aspirazioni e più pensieri, inutilmente negativi. In un mondo che si pone, casualmente o strutturalmente, come un potentissimo “scaccia-sogni”, torniamo a “scacciare pensieri” limitanti e prendiamo in mano la nostra esistenza, cercando, trovando e, poi, seguendo, il nostro speciale e personale “cattura sogni”. </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giampiero Ledda</span></p>
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		<title>Quando l’economia reale si inginocchia alla finanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 15:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[Domanda vs Offerta]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Per chi crede fortemente nell’economia reale, nel valore del fare, del produrre, del generare ricchezza diffusa, tanto meglio se accompagnato da modalità “etiche” e sociali, è veramente difficile accettare e, forse anche, comprendere un mondo nel quale la speculazione sembra farla sempre di più da padrona. Un mondo costellato da novelli Paperon de’ Paperoni, alle prese con sconfinati depositi di denaro che viene accumulato per se stesso, e per il potere che rappresenta, e non per generare a sua volta altra ricchezza diffusa, non per far “girare l’economia” in senso tradizionale, e nel quale non è nemmeno possibile tuffarsi per fare i corroboranti “bagnetti” di disneyana memoria, visto che ormai le monete d’oro hanno lasciato il posto a freddi numeri sullo schermo di un pc.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una volta la speculazione era “una” delle componenti dell’economia e rappresentava un aspetto fisiologico del sistema, soprattutto se relegata agli ambienti finanziari e valutari, al momento degli “scambi” e dei flussi monetari nei mercati nazionali e, ancor di più, internazionali. A suo modo, aveva anche una sua funzione, regolatrice e complementare, rispetto alle altre dinamiche di mercato e, volendo, questo tipo di “speculazione” manteneva ancora un’identità “neutra”, come parola e come concetto. Non assumeva, come oggi invece accade, una connotazione, percepita e reale, assolutamente negativa, a volte nefasta e addirittura spregevole.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La speculazione, quella “brutta”, quella che può rappresentare un “cancro” nei sistemi economici di tutti i Paesi del mondo, è quella che va a braccetto con un’asimmetria informativa basata non più sulle conoscenze, lo studio, l’impegno e un lavoro certosino di analisi dei fatti e delle dinamiche sociali, politiche ed economiche, bensì sul “possesso” dell’informazione, delle sue fonti, dei suoi mezzi di diffusione. Una speculazione spregevole che si auto alimenta e che sovrasta l’economia reale, comprimendola, umiliandola e spogliandola del suo valore originario, di essere cioè rappresentativa del rapporto tra bisogni delle persone (e delle imprese) e risorse adeguate a soddisfarli, dell’annoso problema dell’ottimale allocazione di risorse limitate per far fronte alle necessità ricorrenti e impellenti degli individui.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il limite terribile verso il quale a me sembra si stia tendendo in questa epoca storica di enormi difficoltà e di enormi cambiamenti (direi quasi stravolgimenti), è un mondo, un sistema economico, al di fuori dei modelli conosciuti nella letteratura accademica della materia, che va ben oltre le logiche di dominio dei mercati ad opera, ad esempio, di uno o pochi soggetti “forti” (monopolio / oligopolio) o di uno Stato che dirige e decide per ogni aspetto della produzione e dello scambio di beni e servizi e dell’allocazione della ricchezza tra i diversi soggetti dell’economia (modelli economici di stampo socialista/comunista). Siamo di fronte ad un sistema che riconosce, almeno implicitamente, la “supremazia” della finanza, della moneta, sull’economia reale, diretto da chi questa finanza la domina, da chi, attraverso le partecipazioni azionarie ai grandi “mostri” multinazionali, diretta o indiretta (attraverso “mostruose” società di gestione di fondi internazionali di investimento), e la potenza esorbitante del denaro utilizzato “in ogni modo possibile”, riesce ad interferire a qualunque livello, incluso quello politico, per volgere a proprio esclusivo o prevalente vantaggio qualunque decisione, utile a generare nuovo denaro, che sarà nuovo potere, reinvestito nel mantenimento, in perpetuo, del potere stesso. Un castello di carte, quello del denaro, certo. Ma con fondamenta in cemento armato e tanta tanta “colla” usata, ogni giorno, per tenerle insieme, ben salde.</span></p>
<p style="text-align: right;">Giampiero Ledda</p>
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		<title>Istruzione: quale valore, quali valori.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 15:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Ebbene sì, ormai è chiaro e l’avrete capito in molti. A noi de La Città Magazine non piace proprio “vincere facile”. Non amiamo gli argomenti semplici e lineari, non desideriamo edulcorare nessuno dei temi che proviamo ad affrontare, non vogliamo parlare con una sola voce ed una sola testa di questioni che, per loro stessa natura, sono sfaccettate e piene di sfumature. Abbiamo fatto una scelta e la ribadiamo ogni volta che chiamiamo il nostro gruppo di autori “a dire la loro” su temi complessi, caldi, difficili, persino divisivi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, tanto per non farci mancare nulla, questa volta proviamo ad infilarci nel più classico dei gineprai, per di più strutturato in forma labirintica e con trappole mortali disseminate qua e là, tra un vicolo cieco e un circolo… vizioso. L’istruzione, la scuola, il modello che un ministero di uno Stato qualunque del mondo sceglie di adottare per i proprio cittadini, i bambini e i ragazzi di oggi che saranno i leaders (nel senso proprio di “guide”) e i costruttori del futuro del Paese, rappresentano un tema delicatissimo, sia in termini decisionali sia anche in relazione al solo discuterne tra addetti ai lavori o tra semplici osservatori interessati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pochi sono i punti fermi della questione. Tra questi, abbiamo voluto aprire il dibattito sul “valore” dell’istruzione. E non è certo cosa da poco, anche solamente cominciare a focalizzare su questo termine, di peso e consistenza variabile, a seconda che si riferisca all’individuo, in sé, o alla collettività, all’idea di valore come qualcosa di monetizzabile, nella prospettiva di un lavoro o un impegno futuro nel quale il percorso scolastico abbia inciso profondamente, ovvero al concetto di valore legato piuttosto all’incremento, alla crescita e allo sviluppo dell’essere umano e delle sue capacità, come fatto fine a se stesso, senza necessariamente correlarlo allo sfruttamento pratico della conoscenza e delle competenze acquisite. Un valore che potremmo distinguere, per semplicità ma senza banalizzarlo, tra relativo e assoluto. Un valore, per ottenere il quale, c’è bisogno di intenzioni, volontà, obiettivi, capacità organizzative, visioni, persone all’altezza e di altrettanto “valore” in tutti i ruoli cardine (che nello specifico contesto dell’istruzione sono praticamente “tutti” gli attori coinvolti).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un valore che, in buona parte, è generato direttamente dai “valori” che animano e che guidano l&#8217;azione dei decisori e dei funzionari del “sistema scuola”, coloro che improntano programmi, scelgono di puntare più sull&#8217;individuo o più sul gruppo, sulle competenze trasversali o sulle competenze tecniche, sul travaso di conoscenze o sul potenziamento della capacità di pensare e dell’apprendimento attraverso l’interazione e l’esperienza, su una finalizzazione alla produttività o ad uno sviluppo armonico della parte emozionale e di quella intellettiva delle future generazioni. Sono le persone, interpreti dei valori di cui sono portatori e promotori, che decidono su cosa sensibilizzare, su cosa accendere un faro, su cosa scommettere in vista dei prossimi cinque, dieci o trent’anni di vita dell’intera società. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Va da sé che in un momento di crisi dei valori (che già definirlo “momento” è un eufemismo ma che sicuramente si è acutizzato negli ultimi cinque anni in maniera preoccupante) nel quale le diverse agenzie educative faticano a trovare dei punti di accordo per viaggiare a braccetto nel difficile processo educativo dei giovani e nel quale prevalgono confusione, discussione in contrapposizione, divisione e polarizzazione su dicotomie del tipo giusto/sbagliato, corretto/scorretto o peggio vero/falso, il “valore” dei “valori” fatica a palesarsi. Ideare e pianificare l’istruzione e l’educazione delle generazioni future con un approccio dogmatico, anziché utilizzare l’ascolto, il confronto civile, politico e umano, fondato sulla fallibilità di ogni metodologia e sulla responsabilità di accollarsi gli stessi errori e fallimenti al fine di crescere e migliorare, insieme, farà risultare quasi impossibile costituire una rinnovata e condivisa base valoriale al sistema scuola. E si continuerà a rappresentare una parte del problema anziché contribuire alla soluzione.</span></p>
<p style="text-align: right;">Giampiero Ledda</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-7550" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/11/istruzione-quali-valori.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Bella come un affresco, grintosa come un graffito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 15:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[ArtItalia o GraffItalia]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Nell’Italia della storia, della cultura, degli imperi che si sono susseguiti, dai Romani in poi, l’arte è un flusso, ancora presente e palpabile, un filo rosso che unisce epoche e luoghi, un fattore comune di ogni parte della penisola, dai borghi sperduti alle supreme città d’arte, oggetto di culto e venerazione da parte dei turisti d’ogni dove. La bellezza è una costante della nostra Italia (non per nulla detto “il BelPaese”) e le bellezze di cui possiamo godere e vantarci sono incomparabili, spesso uniche, sicuramente invidiabili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Troppo spesso, però, parlare di arte sa di vecchio e stantio, sa di gita da “barbosi”, di turismo senile, di gusto “classico” (nel migliore degli eufemismi) se non antiquato e superato. Andare per musei è impegnativo (sempre di più anche dal punto di vista economico) e necessita di tempo, di conoscenze, di gusto allenato, di occhi esperti. Tutto questo contrasta molto con i tempi e i modi della vita giovanile, con la “cassetta degli attrezzi” di cui dispongono la maggior parte dei ragazzi dei nostri tempi; senza contare che il più grande allenamento di cui dispongono è lo scrolling e il refresh continuo di immagini, video e clip, che si sposano malissimo, ad esempio, con la necessaria capacità di contemplazione (e attenzione) che meriterebbe un “Giudizio Universale” o un qualunque affresco tra i tanti, grandiosi e meravigliosi, presenti nei palazzi e nelle chiese di una qualsiasi città d’arte italiana.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il problema di questa accezione di arte è, forse, l’intrinseco legame con il concetto di “canone” per cui l’arte stessa, canonicamente, si limita e si riduce, si chiude in sé ed esclude altre forme e idee di arte. Ciò che, di contro, non fanno coloro che si sentono, proclamano e manifestano in qualità di artisti (e per fortuna!).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, la convinzione di alcuni di potersi esprimere, artisticamente, attraverso simboli, lettere, disegni, graffiti, usando una bomboletta spray e una qualsiasi superficie adatta ad accogliere il suo contenuto, costringe l’arte ad aprirsi e a riconnettersi con l’impulso primordiale che l’ha generata, oggi, come in ogni altro tempo. Attraverso gli uomini, per gli uomini, con o senza “rispetto” per i canoni di chi li ha preceduti. Uno scontro necessario affinché di arte si continui a parlare e non già di mera emulazione, copia vuota di un bello senz’anima, per quanto tecnicamente impeccabile, che farebbe di fatto morire l’arte stessa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Convinzione, ovvero grinta, carattere, caparbietà, di salire sul tetto di un’auto per scrivere, più alto e ben visibile, il proprio artistico grido di protesta. Non solo di forza sostanziale, ma di forma toccante, studiata nel dettaglio di quella lettera e di quel tratto, perché non aspetti di essere letta bensì schiaffeggi la guancia del passante costringendolo a guardare, a leggere, a comprendere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sogno un’Italia, oggi, così: un po’ più </span><i><span style="font-weight: 400;">graffitara</span></i><span style="font-weight: 400;"> di quanto non lo sia mai stata, capace di prendersi rischi, di dire la propria e, soprattutto, di comunicarla a tutti con forza e un pizzico di sana arroganza. In un momento storico unico, tra il drammatico e il delirante, carico come non mai di emozioni forti e devastanti, gli ingredienti per i veri artisti, di ogni arte, ci sono tutti. Aspettiamo, fiduciosi, i nuovi eroi.</span></p>
<p class="p1" style="text-align: right;"><span class="s1">Giampiero Ledda</span></p>
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		<title>Non è più tempo di piccioni e fave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 15:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
		<category><![CDATA[PrepUtenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È sempre più difficile affrontare qualsiasi tema di ampio respiro senza essere costretti ad attraversare un vero e proprio “campo minato”. Uno sterminato campo minato. Un territorio, quello del ragionamento, del dialogo e del dibattito, che già reso dissestato e pressoché impraticabile negli ultimi due decenni, è stato disseminato di ogni tipo di ordigno esplosivo, [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">È sempre più difficile affrontare qualsiasi tema di ampio respiro senza essere costretti ad attraversare un vero e proprio “campo minato”. Uno sterminato campo minato. Un territorio, quello del ragionamento, del dialogo e del dibattito, che già reso dissestato e pressoché impraticabile negli ultimi due decenni, è stato disseminato di ogni tipo di ordigno esplosivo, progressivamente e in maniera incrementale, dalla fine del 2019 ad oggi. Ogni argomento approcciato rischia di incocciare e di urtare le convinzioni, personali o eterodirette che siano, le sensibilità e gli schieramenti che, per volontà di semplificare e, quindi, di dirigere, sono prevalentemente divisi in “pro” qualcosa e “no” qualcosa (che più correttamente dovrebbe dirsi “contro” qualcosa, ma anche per questo attestato di ignoranza, dobbiamo ringraziare una certa comunicazione…).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Parlare oggi della situazione, in piena evoluzione, dei costi dell’energia, delle utenze domestiche e industriali, del gas, delle fonti rinnovabili e delle alternative per fronteggiare una crisi epocale, economica e finanziaria, del nostro Paese e di buona parte di quelli occidentali, fa sicuramente parte di quegli argomenti ad alto tasso di rischio “esplosione”. Perché c’è di mezzo la crisi russo-ucraina, le scelte di politica internazionale degli U.S.A. e dei suoi “alleati” europei, le sanzioni economiche alla Russia, tra cui la volontaria decisione di declassarla come fornitore di gas, e le “ripicche” della Russia che comincia a chiudere i rubinetti del gas utilizzando la risorsa energetica come “leva” per raggiungere i propri obiettivi geopolitici. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E le elezioni? Non vorremmo mica prescindere dalle elezioni e, soprattutto, dalle promesse della campagna elettorale, per affrontare un tema così importante e delicato. Proprio in questi giorni, è tutto un battagliare sul “price cap”, tetto al prezzo dell’energia, contributi alle famiglie e alle aziende, e chi più ne ha (o ne riesce ad immaginare) più ne metta. “Non si può più fare a meno del nucleare”, tuona qualcuno, aggiungendo che, in quanto energia pulita, è l’unica che può farci raggiungere gli obiettivi di zero emissioni di CO2 nel 2050 (fra circa 30 anni, ndr, mentre il prossimo inverno è alle porte e così sono alle porte i problemi concreti per centinaia di milioni di cittadini europei). Qualcun altro sostiene che in 3/5 anni ci si possa riconvertire quasi completamente alle energie rinnovabili, sganciandosi anche dalla dipendenza energetica dalla Russia e da altri Paesi fornitori, quando sono decenni che ci si muove a passo di formica continuando a garantire consumi (e introiti) al settore dei combustibili fossili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre sembra ormai ineluttabile “la tragedia dell’acqua calda” (no, purtroppo non è una battuta) a partire dal prossimo ottobre, si scorgono manovre e movimenti in sottofondo apparentemente legati alla tempesta che c’è in superficie, presumibilmente atte a “cogliere l’occasione” per portare a termine importanti cambiamenti, sia in ambito economico e politico sia in ambito sociale. In quella società che sembra, oggi, veramente destinata ad uno scossone da terremoto almeno di magnitudo 8.0 Richter, dopo il quale bisognerà provare a far rinascere, dalle macerie, una qualche forma di riorganizzazione politica, economica e sociale. In pratica, “grazie” alle emergenze pandemiche (che ormai sono ricorrenti), alle crisi internazionali e alle guerre, al dibattito sulle energie e la necessità di affrontare, secondo alcuni immediatamente e nettamente, il “climate change”, c’è qualcuno che pensa di utilizzare tutto questo per cogliere uno stormo di piccioni con un pugno di fave. Forse, non è questo il modo corretto di affrontare tutti i problemi che abbiamo oggi nel mondo. O forse, è proprio questa la ragione per cui questi problemi esistono ed insistono, tutti insieme, in quest’unico momento storico.</span></p>
<p style="text-align: right;">Giampiero Ledda</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6185" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/1-versione-editore.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Un dibattito sull’energia senza strumentalizzazione ed estremismi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2022 15:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La versione dell'editore]]></category>
		<category><![CDATA[ALLEneRGIA]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Ledda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stavolta per me è dura. Vorrei lanciarmi “a tutta birra” in un editoriale costruttivo, positivo e propositivo, con tutto l’entusiasmo di cui sono capace e che il tema del mese, l’energia, è in grado di accendere in me. Per convinzioni personali, per stimoli e interessi professionali, per progetti e collaborazioni attivate, sarebbe per me “naturale” [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[	<div class="playHtListenArea" style="display:none;margin: 0;">
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<p><span style="font-weight: 400;">Stavolta per me è dura. Vorrei lanciarmi “a tutta birra” in un editoriale costruttivo, positivo e propositivo, con tutto l’entusiasmo di cui sono capace e che il tema del mese, l’energia, è in grado di accendere in me. Per convinzioni personali, per stimoli e interessi professionali, per progetti e collaborazioni attivate, sarebbe per me “naturale” lasciar correre pensieri e dita sulla tastiera in un flusso di idee e visioni rappresentative di un futuro straordinario, nel quale le fonti di energia rinnovabili hanno trasformato il mondo e la vita delle persone, in meglio. I trasporti, la viabilità e la qualità dell’aria che respiriamo; l’industria e l’agricoltura; il bilancio degli Stati e quello delle famiglie; l’ambiente, gli animali, il mare, i cieli; per ogni cosa, l’energia di cui necessitiamo, potrebbe essere sostenibile e pressoché illimitata. E questa semplice ipotesi dovrebbe scatenare una corsa agli investimenti, alla caccia alle idee migliori, ai processi e alle fonti più efficienti, attivando innumerevoli circoli virtuosi con obiettivi elevati e tali da garantire un risultato “win-win”, una “partita” cioè nella quale vincono tutti i partecipanti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Invece… invece, sono tristemente frenato in questo mio impulso spontaneo, nella mia consueta “analisi delle opportunità” che potrebbero nascere da un simile scenario, perché anche sull’energia, oggi più che mai, i grandi della Terra, i decisori, i governanti e molti grandi attori dell’economia mondiale, si stanno giocando la carta della “strumentalizzazione”. L’energia è strumentalizzata, biecamente, nella politica e, soprattutto, nella corsa alle posizioni di comando (elezioni, dinamiche interne agli organismi internazionali, politici e para politici). È usata per imporre sanzioni, salvo poi essere riutilizzata, a mo’ di boomerang, per mettere in ginocchio chi da quell’energia dipende, economicamente prima di tutto. Ancor di più, i grandi dibattiti sull’energia, combustibili fossili / nucleare, fonti rinnovabili sì / fonti rinnovabili no, sono riesumati periodicamente per farne temporaneamente delle “bandiere” da sventolare sotto il naso degli attivisti e degli elettori per tornare, poi, nei cassetti, ben piegate e pronte ad essere utilizzate nuovamente al bisogno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Senza parlare poi della parzialità e della faziosità con la quale, solitamente, chi ha grande visibilità politica ed economica affronta il dibattito sull’energia. Soluzioni temporanee e insoddisfacenti, che spostano nel tempo le conseguenze negative di una scelta rispetto ad un’altra (smaltimento scorie, riciclaggio pannelli solari, impatto ambientale degli impianti eolici, ecc.); dibattiti vuoti e inconcludenti che nascono da occasioni nuove per ribadire vecchie (e già bocciate) proposte; progetti ambiziosi per il futuro, pressati da date di scadenza e “point of no return” apocalittici calcolati e identificati non si sa bene “come” e “da chi”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto, tante persone di sono mobilitate come poche altre volte nel corso degli ultimi 30 anni seguendo, emotivamente più che razionalmente, l’iniziativa di una giovanissima ragazza svedese, portata alla ribalta dai mass media e ospite dei più importanti consessi e tavoli mondiali sul “climate change”, mentre si preferiva tagliare corto sulle dichiarazioni di importanti scienziati e premi Nobel che cercavano di trovare un punto di equilibrio “sostenibile” tra necessità umane e gestione delle risorse energetiche del pianeta. Affermando, tra le altre cose, che sarebbe bene distinguere tra influenza delle attività umane sull’inquinamento dell’ambiente e quella sul clima nel suo complesso. Ma sono solo scienziati e premi Nobel, perché prenderli quanto meno in considerazione nel complicato dibattito sull’energia?</span></p>
<p class="p1" style="text-align: right;"><span class="s1">Giampiero Ledda</span></p>
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<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/un-dibattito-sullenergia-senza-strumentalizzazione-ed-estremismi/">Un dibattito sull’energia senza strumentalizzazione ed estremismi</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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