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	<title>dipendenze Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>La sfida dell’Intelligenza artificiale: abbracciare le debolezze umane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 17:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La fonte delle opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Scarpitti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di Intelligenza Artificiale (in sigla, I.A.), in senso ampio e onnicomprensivo, possiamo riferirci al complesso e all’insieme di tecnologie (elettroniche e digitali, in particolare) che interagiscono tra loro al fine di permettere alla “macchine” di percepire, apprendere, capire e agire con livelli di intelligenza comparabili a quelli degli esseri umani. A seconda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Quando si parla di Intelligenza Artificiale (in sigla, I.A.), in senso ampio e onnicomprensivo, possiamo riferirci al complesso e all’insieme di tecnologie (elettroniche e digitali, in particolare) che interagiscono tra loro al fine di permettere alla “macchine” di percepire, apprendere, capire e agire con livelli di intelligenza comparabili a quelli degli esseri umani. A seconda che l’intelligenza artificiale, così intesa, venga strutturata per imitare quella umana solo per specifici compiti e singole caratteristiche oppure per emularla nella sua interezza, pensando in modo strategico, ragionando in astratto, utilizzando la creatività, addirittura considerando gli aspetti emozionali in gioco nelle situazioni, si parla rispettivamente di I.A. “debole” o di I.A. “forte”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E se l’Intelligenza Artificiale “forte” (o “generale”) sembra ancora essere soprattutto oggetto di desiderio degli studiosi che stanno dedicando la loro vita al suo sviluppo, e soggetto di strepitosi e troppo spesso apocalittici film hollywoodiani sull’argomento, l’I.A. “debole” (o “specifica”) è già una realtà ed è impiegata in tantissimi contesti senza che, spesso, nemmeno ne siamo consapevoli. Dalle app sul meteo, agli assistenti digitali integrati negli smartphone, dai videogames ai software che analizzano i dati dei mercati finanziari, i sistemi di I.A. specifica sono molto potenti e sono legati soprattutto al concetto di “efficienza”. Infatti, l’emulazione dei processi cognitivi della mente umana, unita alle potentissime e velocissime capacità di calcolo dell’elaborazione elettronica (esponenzialmente tendente ad una sempre maggiore potenza e velocità, basti pensare al futuro dei “computer quantistici”), permette soprattutto di velocizzare le procedure di analisi e di risposta dei risultati, la cui efficacia però continua a dipendere dalla “capacità” che sta alla base del ragionamento eseguito dalla macchina: l’intelligenza dell’uomo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lasciando da parte le preoccupazioni dei detrattori dell’I.A. così come le raccomandazioni degli stessi sostenitori e utilizzatori della nuova tecnologia (lo stesso Elon Musk, sulla cui capacità di “visione” proiettata ad un futuro ipertecnologico non si può obiettare nulla, ha detto che bisogna stare molto “attenti all&#8217;intelligenza artificiale, potenzialmente più pericolosa del nucleare”), sono già numerosissime le sue applicazioni “a favore” dell’uomo. E se abbiamo imparato già da tempo a conoscere i benefici dell’utilizzo dell’I.A. nel campo della medicina, della diagnostica e della chirurgia, messi a disposizione “del corpo umano”, più recentemente si sta lavorando per mettere questa tecnologia a disposizione anche della psiche umana e dei suoi disturbi. In pratica, una sorta di auto diagnosi e di autogestione delle disfunzioni della mente e dei suoi pensieri “mediata” da un elemento esterno (la I.A.) strutturata sulla base di meccanismi e contenuti analoghi alla stessa mente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno dei più recenti ambiti di applicazione della I.A. specifica è quello dell’analisi e del supporto per la gestione delle “dipendenze” (sia che ci si riferisca a “sostanze” sia che si parli di dipendenze comportamentali). Sono state, ad esempio, create delle app per ottimizzare il monitoraggio della “dipendenza” oggetto di analisi e per migliorare la qualità degli interventi nel trattamento del disturbo del comportamento. In questi casi, l’I.A. è stata interfacciata a modelli di V.R. (Virtual Reality o Realtà Virtuale) per simulare e ricreare ambienti nei quali un soggetto si trova in situazioni che ne condizionano il desiderio irrefrenabile (detto </span><i><span style="font-weight: 400;">craving</span></i><span style="font-weight: 400;">) e il consumo o il comportamento compulsivo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ha avuto una certa rilevanza mediatica, a luglio dell’anno scorso, la partenza di una prima sperimentazione in Italia per impiegare l’Intelligenza Artificiale nella “lotta” al gioco d’azzardo patologico, coordinata dal dipartimento per le dipendenze dell’Ulss 6 Euganea di Padova. Mescolando Realtà Virtuale (nella generazione degli scenari “condizionanti”) e Intelligenza Artificiale, l’obiettivo è quello di identificare i soggetti “sensibili” in un’ottica di diagnosi e prevenzione della dipendenza dal gioco. La differenza tra un “normale software” strutturato per un simile utilizzo e l’impiego dell’I.A. sta proprio nello sviluppo continuo del programma che, come una mente viva, “impara” ed evolve in funzione delle variabili che incontra e delle esperienze che “vive”. Nella sperimentazione lanciata in collaborazione con un’industria digitale ligure, la fase cardine è stata certamente quella dell’</span><i><span style="font-weight: 400;">addestramento dell’algoritmo</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Intelligenza Artificiale, al fine di “imparare” a riconoscere alcuni marcatori biometrici digitali (o “digital biomarkers”) da utilizzare nell’analisi precoce dei soggetti a rischio di dipendenza (nel caso specifico, al gioco d’azzardo) o nella diagnosi del disturbo comportamentale. Per effettuare questo addestramento, è stato arruolato un campione clinico (popolazione con diagnosi di disturbo da Gioco d’Azzardo Patologico) e uno non clinico (popolazione generale) di persone che, poi, sono state “immerse” nella stessa esperienza virtuale, recuperandone le reazioni, i comportamenti e tutti i dati fisiologici legati alle risposte dell’organismo, nel suo insieme, al vissuto specifico, e comparandoli tra i due campioni di riferimento. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Direttamente dal mondo dei più avveniristici video games, alle persone coinvolte è stato fornito un kit composto da un visore VR (VR Head Mounted Display – HMD), un sensore wearable (indossabile) e uno smartphone, necessari per la creazione di un “setting virtuale ad hoc”, in tutto simile alla realtà ma privo delle conseguenze negative che possono intervenire, invece, in un setting reale. Nel caso di specie, il visore, costituito da un casco immersivo senza cavi Oculus che mostra a chi lo utilizza video digitali a 360°, ha ricreato ambienti quali sale scommesse, bar che vendono gratta e vinci e o sale di videolottery con slot machines. Così, mentre la persona era coinvolta nell’esperienza di realtà virtuale, venivano automaticamente raccolti alcuni dati: la posizione dello sguardo in base alle coordinate verticali e orizzontali, così da generare una “heat map”, o feedback visivo, che è in grado di indicare su quali oggetti lo sguardo si è maggiormente soffermato; la correlazione ai parametri fisiologici (digital biomarkers) come la frequenza cardiaca, rilevati in contemporanea da un sensore collocato sull’avambraccio, per valutare come variano in funzione dell’immagine visionata dall’utilizzatore; i feedback visivi scanditi, istante per istante, così da mettere a fuoco l’area a maggiore impatto emotivo della scena simulata nel setting di gioco. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da strumento all’avanguardia per la diagnosi e l’analisi precoce di un disturbo comportamentale, l’Intelligenza Artificiale vuole evolvere e “passare all’azione”. I suoi sviluppatori puntano, infatti, decisamente verso nuovi obiettivi, più grandi e ambiziosi. In primis, generare algoritmi capaci di riuscire, sempre in ambienti protetti e virtuali, ad intervenire sui disturbi comportamentali e, quindi, a curarli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In attesa che macchine potentissime, intelligenti come noi ma più veloci ed efficienti nelle elaborazioni, prendano definitivamente il potere sul pianeta Terra, non possiamo che esultare di fronte alle possibilità, e ai primi risultati, che l’I.A. applicata ai bisogni e alle problematiche degli esseri umani sta dimostrando di poter raggiungere.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Sandy Littleshoos</span></i></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-1734" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-34.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando il successo è “stupefacente”. Storie maledette di droga e canzoni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 17:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Conforte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-1027-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/Gioventù-bruciata.mp3?_=1" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/Gioventù-bruciata.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/Gioventù-bruciata.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Con il Festival di Sanremo appena concluso, siamo ancora tutti pervasi dalla magia che porta con sé. Abbiamo ascoltato la canzone di Mahmood e Blanco già centinaia di volte, la voce dolce e potente di Elisa ci è entrata nelle vene, i ritmi un po&#8217; gipsy e neomelodici di Ana Mena continuano a risuonare nella testa, l&#8217;infinita dolcezza di Michele Bravi scalda il cuore.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni anno il Festival è portatore di grandi emozioni. Dal dichiarare che una canzone non piace a non poter fare a meno di ascoltarla è un attimo. Perché si sa che le canzoni del Festival la prima volta che le si sente non piacciono mai, e poi non ci lasciano più.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non vogliamo generalizzare, i gusti musicali variano di persona in persona e le emozioni che una canzone può trasmettere altrettanto. Ma sarete d&#8217;accordo con me che soprattutto negli ultimi anni il Festival ha vissuto un successo che nel corso del tempo aveva perso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non tutti i grandi protagonisti delle passate edizioni hanno ottenuto il successo sperato. Ma è anche capitato a livello internazionale che il successo è stato così tanto da non poterlo più reggere al punto tale da affidarsi a soluzioni non proprio amichevoli. Ci riferiamo ovviamente all&#8217;uso e abuso di sostanze stupefacenti alle quali, purtroppo, molti artisti affidano la propria vita. In maniera irrimediabilmente mortale anche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tanti sono i cantanti che ne sono stati affascinati e non ne sono più usciti. Ci riferiamo, ad esempio, ad Amy Winehouse, Kurt Cobain, Whitney Houston. Tre grandi nomi, tre incontri mortali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;incontro tra Amy Winehouse e la droga è avvenuto troppo presto. Il successo era tanto, ma la dipendenza da droga e alcol era più forte al punto tale da non riuscire neanche a cantare in pubblico. Durante un&#8217;esibizione, infatti, è dovuta scendere dal palco perché troppo ubriaca. Pochi mesi dopo questo episodio Amy è stata ripresa in un</span><b> </b><span style="font-weight: 400;">video a fumare crack. La vita della cantante è stata spezzata a soli 27 anni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I 27 sembrano essere anni maledetti per le star della musica. A 27 anni, infatti, si è spento Kurt Cobain, leader dei Nirvana, dopo una vita all&#8217;insegna della dipendenza da eroina. La sua, però, è una storia particolare, tinta di giallo. Kurt è stato trovato morto nella sua camera da letto nel 1994 soltanto quale giorno dopo il presunto suicidio. L&#8217;autopsia ha rivelato che la morte è avvenuta per un colpo di fucile alla testa. Però, le tracce di eroina nel sangue erano così elevate che qualcuno ha insinuato che Kurt non sarebbe stato in grado di spararsi. Un mistero irrisolto. Courtney Love, la vedova del cantante, ha assunto anche un investigatore privato per venirne a capo. Ad oggi, però, l&#8217;ipotesi più accreditata resta quella del suicidio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Hollywood è un posto dove ti pagano migliaia di dollari per un bacio, e cinquanta centesimi per l&#8217;anima» ha detto una volta Marilyn Monroe.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma anche la vicina Beverly Hills non scherza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Whitney Houston è un altro esempio di cantante famosa morta a causa delle sue dipendenze. La cantante, con una carriera splendida, nella vita privata, invece, ha dovuto superare parecchi episodi dolorosi tra cui un marito violento. All&#8217;età di 48 anni, nel 2012, Whitney si è spenta in una camera di albergo di Beverly Hills. A causa del lungo abuso di sostanze stupefacenti, il cuore della cantante non ha più retto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le dipendenze da droga hanno colpito inevitabilmente anche grandi nomi italiani. Vasco Rossi, Loredana Bertè e Gianluca Grignani, per citarne alcuni, sono caduti nella tela insidiosa del mostro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma è quindi il troppo successo che porta a fare uso di sostanze?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da un grande potere derivano grandi responsabilità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma a volte, tanto più è grande il successo, tante più ombre vi si nascondono.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chiudiamo con un estratto esplicativo e significativo del brano dei Pinguini Tattici Nucleari, &#8220;Gioventù brucata&#8221;. «La &#8220;Gioventù Brucata&#8221; è la gioventù ferma in un prato che non sa cos&#8217;altro fare se non brucare l&#8217;erba. Come dice la canzone che dà il titolo all&#8217;album, i nostri nonni si identificavano nella cosiddetta gioventù bruciata, quella dei ribelli senza un motivo. I nostri padri invece in quella bucata, quella delle droghe pesanti e delle morti per overdose. Mentre noi non sappiamo fare altro che brucare nell&#8217;attesa di essere definiti» come spiegano gli esponenti del gruppo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«La paura di risultare volgare alle cene, l&#8217;intrinseco allarmismo</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Perché non riuscite a capire che la bestemmia è panteismo</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Vi hanno insegnato a lavare i panni sporchi in famiglia</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">E a lavar le famiglie sporche con panni pulitissimi</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">I vostri nonni gioventù bruciata,</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">I vostri padri gioventù bucata e voi</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Gioventù brucata, yeah.»</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Roberta Conforte</span></p>
<div class="mceTemp"></div>
<div class="mceTemp"></div>
<figure id="attachment_1732" aria-describedby="caption-attachment-1732" style="width: 300px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-1732" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-33.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-1732" class="wp-caption-text">Drug addiction need help. Narcotics, message, old wooden floor.</figcaption></figure>
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		<title>La relazione con l’altro come cura dalle dipendenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 17:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute&benessere]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Ruiz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa” cantava Vasco Rossi in una famosissima canzone di qualche anno fa, ed io ci credevo, forse per la mia presunzione adolescenziale, o per un’utopica idea di libertà ed uguaglianza tra le persone. Poi sono cresciuto ed ho iniziato a guardare il mondo con occhi diversi.  Dipendenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-1107-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/6_la-gioia-di-dipendere.mp3?_=2" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/6_la-gioia-di-dipendere.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/6_la-gioia-di-dipendere.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">“Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa” cantava Vasco Rossi in una famosissima canzone di qualche anno fa, ed io ci credevo, forse per la mia presunzione adolescenziale, o per un’utopica idea di libertà ed uguaglianza tra le persone. Poi sono cresciuto ed ho iniziato a guardare il mondo con occhi diversi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dipendenza e libertà personale sono temi di assoluta attualità, visto l’andamento socioculturale che ci sta attraversando. Quanto l’Uomo sia libero di scegliere ciò che più è in linea con la sua natura, è una domanda esistenziale ma ricca di variabili. E per uscire da quest’impasse la filosofia ci può essere d’aiuto. L&#8217;ideologia che domina l’ambito sociale oggi, cerca di aiutare le persone a diventare autonome, una qualità che è considerata importantissima nella nostra società dove i legami sembrano considerati costrizioni. Nella nostra società sembra che essere autonomi significhi semplicemente essere più forti, ma quando cerchiamo di rendere le persone meno deboli in realtà le mettiamo ancora più in difficoltà perché gli rimandiamo un&#8217;immagine svalutante di loro stessi. Considerando questa concezione non sorprende che stiamo creando una società del controllo e della padronanza che potrebbe essere chiamata &#8220;psicologia di un io forte”: non si cercano le cause dei comportamenti o le loro influenze, ma si vuole solo dominare (anche le proprie pulsioni) per i fini di una vita produttiva e utilitaristica. La dimensione di fragilità non è né una forza né una debolezza, ma una molteplicità. Vivere nella fragilità significa vivere in un rapporto di interdipendenza, in una rete di legami con altri. Legami che non sono fallimenti, ma possibilità di una vita condivisa. La libertà non finisce dove comincia quella dell&#8217;altro, ma anzi comincia dalla liberazione dell&#8217;altro, attraverso l&#8217;altro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma la domanda è un’altra: possiamo scegliere davvero, ed essere così realmente liberi dai condizionamenti, o dobbiamo, nostro malgrado, lasciarci scegliere da qualcosa di più grande di noi, e invisibile? Per invisibile non intendo una qualsiasi forza esterna, divinità che dir si voglia, ma semplicemente un “grande fratello” che non possiamo vedere con i nostri occhi, ma controlla e guida ogni nostra decisione, scelta, desiderio. Così come George Orwell descriveva qualche decennio fa nel suo celebre romanzo “1984”, la realtà in cui viviamo oggi è un sistema che non comprendiamo più, e forse non l’abbiamo mai compreso. La fisiologica conseguenza, è che il nostro comportamento inizia ad essere guidato dall’incertezza: non ci sentiamo liberi di progettare il nostro futuro, che cosa faremo, chi diventeremo, quanto e cosa dovremo cambiare per vivere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La precarietà, ci sollecita a reagire. In che modo? Producendo una serie di sostanze con effetti fisiologici e psicologici, funzionali alla sopravvivenza, come adrenalina, dopamina, serotonina, noradrenalina. Neurotrasmettitori che ci fanno pensare, ci guidano e ci controllano. Ma queste stesse sostanze giocano un ruolo importante anche nello sviluppo e nel mantenimento delle dipendenze, patologiche o meno. L’ignoto ci spaventa, tutto ciò che non riconosciamo ci spaventa, ci intimorisce: così ci difendiamo producendo stress. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> “Ma tu di cosa ti fai?”: lo stress tra i fattori di rischio delle dipendenze.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo stress è un fattore di rischio per lo sviluppo delle dipendenze di qualsiasi tipo. Le dipendenze, che siano patologiche o anche livelli di gravità inferiore, sono condizioni di asservimento psicologico e fisico ad una sostanza o addirittura a dei comportamenti: si, perché possiamo tutti diventare dipendenti da un tipo particolare di comportamento disfunzionale che ci ingabbia in schemi di pensiero soffocanti e autolesivi. Le “New Addictions”, quelle virtuali, sono distruttive tanto quanto le dipendenze classiche da sostanze, come l’alcool, la nicotina, le medicine. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli eventi di vita stressanti combinati con la scarsa elasticità e adattamento alla vita – quella che viene definita “allostasi” in medicina funzionale – può influenzare il rischio di dipendenza aumentando così una risposta impulsiva, che si trasforma poi in un qualsiasi tipo di dipendenza.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">La fisiologia dello stress.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ impossibile eliminare lo stress: anche se tutti lo desideriamo, non è possibile eliminarlo, ma possiamo trovare dei modi efficaci per gestirlo. Da un punto di vista biologico, alcuni eventi causano un aumento dei livelli ematici di ormoni dello stress, come il cortisolo, l’adrenalina, la serotonina, la noradrenalina che accendono la risposta di “lotta-fuga”, ovvero il modo in cui il cervello reagisce alla minaccia in modo da prepararsi all&#8217;azione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Bisogna distinguere lo stress cronico da uno stato di normale eccitazione. E’ vero che  alcune persone cercano situazioni “stressanti”, stimolanti, percepite come piacevoli e che promuovono il rilascio degli ormoni dello stress.  Tuttavia, stressor intensi e prolungati come il conflitto interpersonale, producono un senso di impotenza appresa e sintomi simili a quelli depressivi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perchè dipendiamo da “qualcosa”? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La tranquillità ed il benessere che proviamo quando va tutto bene stimola la secrezione di serotonina e dopamina. L&#8217;evento o la circostanza stressante, presi singolarmente, non sono così dannosi: ciò che conta è come la persona valuta lo stress e come si relaziona ad esso. Pertanto, quello che è importante è il significato che l&#8217;evento ha per l&#8217;individuo. Maggiore è il numero di stress a cui un individuo è esposto, maggiore è la possibilità successiva di dipendenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una serie di variabili interagiscono e si influenzano reciprocamente perché accada l’escalation della dipendenza:</span></p>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Condizioni socio-culturali ed economiche deprivanti;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Ansia, impulsività, la ricerca di sensazioni ed emozioni intense;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Predisposizione biologica, ovvero alterazione dei sistemi cerebrali che hanno la funzione di rilasciare dopamina e di regolare i processi di motivazione-gratificazione;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Esposizione prolungata a fattori stressanti.</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Accendere la motivazione, accendere la Gioia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La teoria dell&#8217;auto-medicazione è il collegamento tra stress e dipendenza: a causa di un evento traumatico, le persone possono utilizzare delle sostanze per fronteggiare le tensioni, o addirittura per alleviare i sintomi dell’ansia causati dal trauma stesso. Quindi le droghe sono un mezzo per contenere le reazioni dello stress psicofisico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La parte della corteccia prefrontale che è coinvolta nella cognizione deliberativa è interrotta dallo stress; il cervello stressato perde cosi la capacità di essere riflessivo. Le persone stressate sono perciò inclini a seguire impulsi, quali il fumare, bere, eccedere nel cibo, abusare di farmaci prescritti o sostanze in generale, come modalità per affrontare lo stress quotidiano. Quindi, gli eventi di vita stressanti associati ad un&#8217;incapacità di auto protezione, potrebbero facilitare lo sviluppo di un qualsiasi tipo di dipendenza.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">La clinica della dipendenza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I neuroscienziati oggi sostengono che gran parte della massa cerebrale dell’uomo sarebbe legata allo sviluppo del cosiddetto “cervello sociale” piuttosto che al pensiero razionale. Non esiste solo la chirurgia plastica ma anche la chirurgia dell’anima: nella società caotica di oggi non ci possiamo più permettere ansie e paure, non c’è più spazio per il dolore e il tempo di vita è interamente dedicato a dare un senso alla propria esistenza. Uno degli assunti più diffusi del nostro tempo post-moderno è quello di poter cambiare rapidamente i propri stati interiori à la carte. Nuove droghe, nuove pratiche sociali (ad es. shopping compulsivo, sport estremi, cybersex) rientrano ugualmente nella “cosmesi” psicologica: come si pratica il body building si può oggi praticare il mind building, una sorta di plastica dell’anima che asseconda i desideri più comuni per raggiungere una felicità immediata, apparentemente priva di grosse implicazioni. Il web e le sue potenzialità possono diventare le droghe più semplici ed immediate per l’uomo contemporaneo. Il luogo fisico dell’incontro con gli altri, oggi, è occupata dai dispositivi elettronici onnipresenti e seduttivi: il computer e l’utilizzo della dimensione virtuale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un certo Miguel Benasayag, filosofo argentino, psicanalista ed amico di Ernesto Che Guevara, postula una sua “clinica della dipendenza”, una rete di comportamenti che tendono allo stimolo di una dipendenza sana dagli altri. Si, perché di “dipendenza sana” da altre persone, si può vivere ed anche bene: la persona si sviluppa creativamente, creando dentro di sé coraggio e gioia di vivere. Nella dipendenza. Nella sicurezza.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Dott. Francesco Ruiz</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2139" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/salute.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Domotica e “trappole” tecnologiche. La medaglia a due facce della casa intelligente.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 17:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La città intelligente]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Zaccagnini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-998-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/15_Case-intelligenti.mp3?_=3" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/15_Case-intelligenti.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/15_Case-intelligenti.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Per vincere la partita la palla va messa in rete ma qualche volta “l’evoluzione inciampa”. Oggi abbiamo imparato a rendere le cose che ci circondano conformi a noi. Significa che siamo in grado di adeguare quello che serve alla nostra esistenza, ai nostri bisogni e non il contrario. Se ci adattassimo a ciò che ci offre la società non saremmo più progrediti, adattarsi significa restare con quello che si ha facendoselo bastare e invece a noi non basta. Desideriamo scavalcare l’abitudine per trasformare ogni nostra ordinarietà in nuova possibilità, vogliamo potenziare ciò che abbiamo applicando soluzioni innovative. In sostanza, rafforziamo i mezzi per semplificare e gestire al meglio le esigenze. La</span><i><span style="font-weight: 400;"> domotica</span></i><span style="font-weight: 400;"> consente, con l’utilizzo di connessione ed energia elettrica, di trovarsi in casa anche quando non si è in casa. L’abitazione che interagisce e risponde ai comandi accendendo/spegnendo luci, riscaldamenti, alzando/abbassando le tapparelle è davvero molto comoda. Se ci si dimentica di guardare il frigo per sapere cosa comprare o se non è stata azionata la lavatrice o la lavastoviglie ci penserà un semplice ordine a distanza a provvedere e il gioco sarà fatto. La casa sarà sempre al sicuro perché qualsiasi variazione sul sistema di allarme verrà immediatamente segnalata, vita breve per le incursioni dunque. Sarà anche possibile programmare l’impianto di irrigazione o lanciare una richiesta al risponditore vocale. Ma se salta la connessione o si verifica un guasto alla linea elettrica cosa si fa? Si interrompono le comunicazioni e tutto torna a com’era prima, si rischia di entrare nell’alloggio troppo freddo o troppo caldo, gli elettrodomestici perdono l’uso delle loro funzioni a distanza, non si può chiedere alla macchinetta del caffè di mettersi in azione dal letto. Che disdetta! Ma allora se è vero che la </span><i><span style="font-weight: 400;">casa domotica</span></i><span style="font-weight: 400;"> permette di controllare ogni attività domestica da remoto è anche vero che ci abitua, ci insegna a non poterne poi, più fare a meno. A chi non è capitato di andare nel panico se la connessione internet si perde per qualche ora? Ci sembra di non essere più in grado di fare niente tanto siamo abituati a farne uso.  Il web ci ha dominati lasciandoci ben poco spazio per ragionare, ne abbiamo bisogno, ammettiamolo. Se con una mano ci ha dato esattamente ciò di cui avevamo bisogno, con l’altra  ci ha legati alla rete. Mondi alternativi al nostro che trasportano in un sogno isolando spesso dalla realtà chi in questa dimensione, quella virtuale, ha scelto di vivere. Ormai è così c’è poco da obiettare, la fibra è più forte di ogni altro richiamo.   Ragazzi che lasciano le piazze, la socializzazione, lo sport, gli amici e spesso, purtroppo anche la scuola. Il termine giapponese</span><i><span style="font-weight: 400;"> Hikikomori</span></i><span style="font-weight: 400;">  dà il nome alla sindrome che porta ad emarginarsi dal mondo. Chi ne è affetto, in genere giovani dall’età adolescenziale in poi, si ritira in camera e non ne esce più per periodi più o meno prolungati. Internet, di cui i soggetti affetti fanno grande uso, sembra non essere però la causa scatenante, attribuita dagli psicologi ad un disagio sociale. Essere affetti  dalla sindrome significa rifiutare il contatto con il mondo esterno  giudicandolo pieno di ipocrisie, falso, pericoloso. Paura del fallimento e giudizio altrui minacciano gli equilibri di chi sceglie di vivere in solitudine e lo fa con angoscia. Ma se la rete non è responsabile di questi drammatici episodi sicuramente  rappresenta un’aggravante. In mancanza di essa si resta disarmati, nell’astinenza  provocata dalla dipendenza.  Case intelligenti e sindrome sono due esempi che rappresentano a pieno il rovescio della medaglia. Forse la mania di controllo sulle cose ci ha resi vulnerabili, come se il nostro sistema centrale venisse attaccato da fattori esterni provocandone danneggiamenti. La connessione che va e viene non causa gravi problemi solo agli impianti di domotica, qualche volta  oltrepassa il limite, diventa insidiosa. Ma internet è anche una grande risorsa che ha permesso all’uomo di accedere a sfere fino a quel momento sconosciute, dove non avrebbe mai immaginato di poter arrivare. Farne buon uso è cosa giusta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Comunque vada, panta rei</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">and singing in the rain. Namasté Alè.”</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Maria Zaccagnini</span></i></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-996" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-1024x682.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-1536x1023.jpg 1536w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920-1068x711.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/smart-home-3920905_1920.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<figure id="attachment_2141" aria-describedby="caption-attachment-2141" style="width: 300px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-2141" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-copia.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-2141" class="wp-caption-text">selective focus of male hand with digital tablet with smart home illustration</figcaption></figure>
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		<title>Quando il cattivo diventa meno cattivo. Punti di vista tra fiction, storia e cronaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 17:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La polemica]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Scarpitti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Impazzano da qualche anno, dalla tv generalista alle varie piattaforme di intrattenimento online, film e soprattutto serie tv che, prendendo spunto da specifici fatti di cronaca o da contesti e vissuti quotidiani, sviluppano la loro trama raccontando di crimini di ogni genere e di delinquenza (più o meno) organizzata. Qualcuno potrà immediatamente obiettare come questa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-1100-4" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/12_L_ossessione-dei-cattivi-buoni.mp3?_=4" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/12_L_ossessione-dei-cattivi-buoni.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/12_L_ossessione-dei-cattivi-buoni.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Impazzano da qualche anno, dalla tv generalista alle varie piattaforme di intrattenimento online, film e soprattutto serie tv che, prendendo spunto da specifici fatti di cronaca o da contesti e vissuti quotidiani, sviluppano la loro trama raccontando di crimini di ogni genere e di delinquenza (più o meno) organizzata. Qualcuno potrà immediatamente obiettare come questa non sia affatto una novità e che si potrebbero citare, in pochi istanti, numerosi film, anche tra quelli prodotti per il grande schermo, e diverse “fiction” molto datati e nati da analoghe ispirazioni. E avrebbe ragione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni storia, però, in funzione del protagonista e, quindi, del suo punto di vista, può raccontarsi in molti modi. I fatti, grossomodo, potrebbero risultare sempre gli stessi, ma di certo la scelta di esplorare le ragioni o le motivazioni dell’uno o dell’altro dei personaggi, farebbe cambiare, e in alcuni casi radicalmente, il cosiddetto “racconto”. Senza scomodare, per adesso, nessun titolo in particolare o regista e autore famoso, per comprendere questa, chiamiamola, sottigliezza potremmo far riferimento persino alla famosa fiaba di Cappuccetto Rosso. Basterebbe infatti pensare al cambio di narrazione, e quindi di “racconto”, se i medesimi accadimenti della fiaba fossero visti e vissuti attraverso gli occhi, la mente e “la pancia” del lupo. I fatti stessi, probabilmente, si arricchirebbero di episodi e situazioni completamente trascurate nel racconto noto a tutti, ad esempio, iniziando dal risveglio mattutino del lupo, dopo una notte passata ad ululare alla luna, di malumore e con lo stomaco vuoto da tre giorni consecutivi di caccia mal riuscita. Quello che però, maggiormente, risulterebbe modificato, se non addirittura stravolto, sarebbe la percezione del lettore rispetto ai valori, anche morali, dei protagonisti. Lo stesso dualismo protagonista/antagonista potrebbe ribaltarsi, portando il lettore, secondo le intenzioni del narratore, a prendere le parti, immedesimarsi, “fare il tifo”, per questo o per quel personaggio del racconto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco, quindi, emergere la variabile principale in grado di differenziare “il succo” di un racconto, il tenore della trama e degli accadimenti, capace di indirizzare la lancetta del bene e del male, giusto e sbagliato, ammirevole e disdicevole, eroico e criminale, verso il lupo o verso la bambina incappucciata e disobbediente: l’intenzione del narratore. Colui che conosce i fatti nella sua totalità e decide, secondo una propria volontà, di strutturare l’intero racconto con un preciso obiettivo. Gli sarà sufficiente introdurre un giudizio, espresso o implicito, ad uno dei fatti o affibbiarlo al personaggio che si vuole etichettare, in positivo o in negativo, “</span><i><span style="font-weight: 400;">et voilà</span></i><span style="font-weight: 400;">” il gioco è fatto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se nelle “favole” propriamente dette la volontà dell’autore (che è quindi anche narratore della vicenda che ha “inventato”) è correttamente strutturata con il fine di arrivare ad una certa “morale della storia”, motivo per cui ogni artificio letterario utilizzato a tal fine è più che legittimo, quando si tratta di articoli di giornale, di dossier, di film o serie tv, ispirate da fatti reali, o peggio ancora che dicono di ripercorrere pedissequamente la nuda cronaca dei fatti, le intenzioni del narratore (che diventa traduttore degli accadimenti per il pubblico dei lettori, ascoltatori e spettatori) assumono un altro e più delicato ruolo. Se consideriamo, ad esempio, l’ormai datata fiction LA PIOVRA, coraggiosa trasposizione filmografica dei drammi legati alla vita quotidiana nei luoghi della mafia, la narrazione tende generalmente a esprimere biasimo assoluto e condanna alle condotte criminali, senza “se” e senza “ma”, distinguendo nettamente i personaggi positivi da quelli negativi, i buoni dai cattivi. E anche quando con crudezza descrive e mostra quanto spietata possa essere una certa criminalità organizzata, lo fa per trasmettere allo spettatore, come un pugno nello stomaco, quella stessa violenza al fine di spingerlo, quasi a costringerlo, ad uno sforzo empatico mirato a condividere le sorti, e le emozioni, delle vittime, aggrappandosi perciò al valore e allo sforzo dei “giusti” contro i “cattivi” della storia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Provate a paragonare quello che ho appena descritto sopra con la narrazione che trovate in due serie tv degli ultimi anni, prese a riferimento di questo paragone, e ditemi se qualcosa non è cambiato: Gomorra e Romanzo Criminale. Intanto, consideriamo chi sono i protagonisti della storia. Non è certo un omologo del commissario Cattaneo interpretato da Michele Placido, attraverso i cui occhi tutta la trama prende forma e assume, soprattutto, “valore”. Certo, ci sono anche quelli là, i poliziotti, i commissari, i giudici, quelli che fanno parte dello Stato e che, come sicuramente sarà nella realtà, non sono sempre (o solo) i “buoni” della storia. I protagonisti, però, sono gli altri. Quelli che una volta avremmo chiamato soltanto i cattivi, gli “antagonisti”. Queste nuove serie tv sono interamente incentrate su di loro, provando a far entrare lo spettatore all’interno del loro modo di pensare, alle dinamiche tra queste persone, i loro “valori”, evidenziandone propositivamente (e a volte anche positivamente), l’indole, la determinazione, la forza, il potere. Ma anche la prepotenza, la sfacciataggine, la violenza, la spietatezza. Personaggi elevati al rango di protagonisti mentre gli antagonisti sono “quegli altri”, che li inseguono per lo più senza successo o che anche quando riescono a prenderli, poi, non ottengono quello che dovrebbero da una giustizia connivente o bloccata e raggirata dalle stesse leggi che dovrebbe far osservare. Il pubblico arriva a fare il tifo per i cattivi, li apprezza, sceglie il proprio beniamino tra quelli della “famiglia” dei Savastano o dei Levante, mentre i buoni restano solo strumentali allo svolgimento della storia finalizzata a raccontare di loro, della malavita organizzata, di come tiene in scacco lo Stato e di come fa il bello e il cattivo tempo in alcuni luoghi della nostra penisola.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La nuda cronaca dei fatti, probabilmente, è sempre una chimera, perché anche al più scrupoloso dei giornalisti, essere umano con un suo sistema valoriale (più o meno apprezzabile), può bastare scegliere un aggettivo, un avverbio o costruire una frase in forma attiva o passiva, per “veicolare” volontariamente o inconsciamente, la percezione del lettore verso una conclusione che egli stesso, nel suo profondo, ha già tratto. Figuriamoci cosa è possibile fare quando, nei titoli di apertura di una fiction o di un film, appare la scritta “ispirato a fatti realmente accaduti” o si decide di parlare genericamente di situazioni che sono, purtroppo, all’ordine del giorno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo scenario, è emblematico il caso dello scrittore Roberto Saviano. Autore del “romanzo ispirato a situazioni reali”, </span><i><span style="font-weight: 400;">Gomorra</span></i><span style="font-weight: 400;">, vive sotto scorta dal 2006 per le minacce di morte ricevute dalla stessa camorra che aveva denunciato sia dalle pagine del suo libro sia durante il suo lavoro di reporter. Saviano ha sempre sostenuto che la camorra non ha apprezzato il fatto che si sia acceso un grosso faro sui propri affari, mettendo in luce nomi di famiglie, attività, interessi e legami con altri personaggi e pezzi grossi della vita pubblica e politica italiana, in particolare della Campania. Roberto Saviano, a partire da </span><i><span style="font-weight: 400;">Gomorra</span></i><span style="font-weight: 400;">, il libro, ha anche partecipato alla stesura di uno omonimo spettacolo teatrale, scritto da Mario Gelardi, e ha predisposto la sceneggiatura dell’omonimo film, diretto da Matteo Garrone, vincitore al Festival di Cannes del Gran Prix Speciale della Giuria. Opera teatrale e film hanno portato diversi, e meritati, premi a questo lavoro di Saviano. Poi, </span><i><span style="font-weight: 400;">Gomorra</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha iniziato a cambiare pelle. È arrivato un progetto per trasformare il libro, ormai film, in una serie tv, di cui Saviano è stato ed è tuttora consulente e supervisore. La prima serie è andata in onda tra il 2014 e il 2015, tra pay tv, prima, e tv in chiaro (Rai3) poi. Nel gruppo dei registi, spicca il nome di Stefano Solima, che aveva già diretto la serie Romanzo Criminale (che prima era stato un film diretto da Michele Placido, vi ricordate il Commissario Cattaneo della Piovra? Ecco, proprio lui) sulle “gesta” della famigerata “banda della Magliana”. Un altro caso di successo cinematografico e televisivo dei “nuovi eroi” cattivoni ma tanto affascinanti, fighi e attraenti, capaci di esaltare i numerosi fan con le loro strabilianti peripezie. </span><i><span style="font-weight: 400;">Gomorra </span></i><span style="font-weight: 400;">alla fine del 2021 ha concluso la sua “quinta stagione”. Cinque, ben cinque, stagioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E sappiamo tutti come funzionano le serie e quanto sforzo di fantasia e inventiva gli autori (e i supervisori) debbano mettere in campo per tenere in piedi la trama, alimentarla e perpetuarla per le esigenze di budget e di pubblico. Insomma, la sensazione che le motivazioni e le “intenzioni” che inizialmente avevano animato Saviano nella stesura del suo romanzo di denuncia abbiamo cambiato un po’ direzione, si fa sempre più pressante. La stessa sensazione che si raccoglie tra il pubblico degli spettatori amanti della serie, ed entusiasticamente pronti ad accogliere ogni nuova stagione, è particolarmente stravolta rispetto all’obiettivo di far percepire la camorra come qualcosa di abietto, schifoso, esecrabile. Non si tratta più neanche di lasciare accesso un faro sugli “affari di famiglia” della malavita organizzata campana, per dare fastidio a qualcuno, visto che “pare” che addirittura alcune famiglie della camorra abbiamo, orgogliosamente in salotto, delle copie del romanzo “Gomorra” con alcune pagine aggiuntive che trattano di loro e dei loro affari (ma sarà sicuramente una </span><i><span style="font-weight: 400;">fake news</span></i><span style="font-weight: 400;">).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Insomma, Saviano ha fatto delle scelte nella sua vita di giornalista e scrittore che, di certo, non l’hanno messo in una bella e tranquilla posizione. Progressivamente, le sue scelte lo hanno esposto ed egli stesso è diventato un personaggio, via via più divisivo, tra sostenitori adoranti e detrattori dubbiosi. In qualità di personaggio, ha parlato di tante cose, si è ulteriormente esposto, accogliendo volentieri il ruolo di </span><i><span style="font-weight: 400;">maître à penser </span></i><span style="font-weight: 400;">che ha interpretato soprattutto in tv, in programma fatti apposta per lui o nelle sue ospitate alla corte di Fabio Fazio. Ha scelto di dare il suo benestare e la sua collaborazione attiva ad un progetto, quello della serie tv </span><i><span style="font-weight: 400;">Gomorra</span></i><span style="font-weight: 400;"> che, ovviamente, non avrebbe potuto mantenere intatte le intenzioni originarie legate al romanzo omonimo né alle sue denunce contro la malavita campana. Scelte rischiose, per le quali, però, è anche un attimo passare da coraggioso cittadino capace di denunciare quello che, sotto gli occhi di tutti, era cronaca di quotidiana omertà, al ruolo (sicuramente involontario) di addetto stampa e promoter della malavita organizzata.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Sandro Scarpitti</span></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-1726" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-31.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/quando-il-cattivo-diventa-meno-cattivo-punti-di-vista-tra-fiction-storia-e-cronaca/">Quando il cattivo diventa meno cattivo. Punti di vista tra fiction, storia e cronaca</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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		<title>Il politicamente corretto tra il bene e il male, nel mezzo il grigio dell’ipocrisia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 17:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LGBTQIA+]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Scarpitti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal sito della mitica enciclopedia Treccani, leggiamo che “l’espressione angloamericana politically correct (in italiano politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-1096-5" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/13_Dal-politicamente-corretto.mp3?_=5" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/13_Dal-politicamente-corretto.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/13_Dal-politicamente-corretto.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Dal sito della mitica enciclopedia Treccani, leggiamo che “l’espressione angloamericana </span><i><span style="font-weight: 400;">politically correct</span></i><span style="font-weight: 400;"> (in italiano </span><i><span style="font-weight: 400;">politicamente corretto</span></i><span style="font-weight: 400;">) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.” </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una sorta di definizione, questa, apprezzabile per chiarezza e completezza, capace di mettere subito in evidenza la più grande criticità del politicamente corretto nella sua piena applicazione e realizzazione: l’assenza di pregiudizi di qualsiasi genere, contemporaneamente sia nella “forma” sia nella “sostanza”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E se è condivisibile che il linguaggio, anche solo nella forma e nella scelta dei termini fa, di per sé, anche sostanza, è altrettanto vero però che apparire è sempre più facile che essere e che, dietro la forma, spesso si riesce a celare la sostanza. Del resto, neanche si può fare affidamento e trincerarsi dietro una solida sostanza, se non si è in grado di dimostrare, con un minimo di forma, le proprie intenzioni, fossero anche le migliori possibili. Come spesso accade, quindi, è fondamentale che si trovi un punto di equilibrio tra le posizioni, affinché non si persegua ossessivamente una forma fino a farla diventare “pretesa di essenza”, anche qualora non lo fosse davvero, così come non si rinunci a dare una giusta misura alle sensibilità altrui, che sicuramente vengono sollecitate anche dalle parole, appellandosi sempre e solo alle intenzioni o pretendendo di venire interpretati, in ogni caso, come animati di buoni propositi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di fronte ad uno scontro, quindi, tra due fazioni, chi se non la politica riesce a cogliere la palla al balzo per polarizzare l’opinione pubblica, spingere verso gli estremi e dividere in buoni e cattivi, amici e nemici, i contendenti? Ecco che, così come è accaduto negli Stati Uniti del </span><i><span style="font-weight: 400;">politically correct</span></i><span style="font-weight: 400;"> nel corso dei decenni, anche in Italia si è arrivati ad uno scontro sul tema del politicamente corretto, soprattutto alla luce del fatto che esiste, in numerosi contesti, un “doppiopesismo” difficilmente giustificabile e una buona quota di mal celata, e mal sopportata, “ipocrisia”, misura solitamente oggettiva indicata dalla differenza matematica tra “il dire e il fare”, tra le chiacchiere e le opere delle persone. Ora, che ci sia sempre bisogno di un punto qualunque dal quale iniziare, con l’unica alternativa di non attivare mai un processo di cambiamento, siamo tutti d’accordo. Che però, una volta intrapreso il percorso, non ci si debba interrogare più sulla direzione, sull’entità e sull’effettività del cambiamento, utilizzando concreti indici di performance per effettuare valutazioni oggettive, e sui correttivi eventualmente necessari, non credo sia sintomo di intelligenza né di buona fede.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, coloro che hanno progressivamente provato a far sentire la loro voce, nell’eterna battaglia per i propri diritti di esseri umani, di cittadini e di protagonisti della vita civile e della società, dopo aver utilizzato il grimaldello del politicamente corretto per scardinare, giustamente, alcuni blocchi (mentali) dei propri concittadini, costringendoli ad una riflessione in più, ad una pausa necessaria nel fluire (a volte vacuo) delle parole, oggi rischiano di restare schiacciati da un rigurgito di mal sopportazione, per colpa di qualcuno che ha provato a spingere all’estremo questa ideologia. Così come ho più volte sostenuto, il cambiamento, in ogni campo della vita e dell’esperienza umana, è sempre difficile ed è sempre avversato, anche quando lo si considera “desiderabile”. È faticoso, è doloroso, è pauroso, cambiare. Ma è anche affascinante, utile, a volte indispensabile, trovarsi “altrove”. La pazienza deve animare i volonterosi, così come il rispetto e la sensibilità deve essere reciproco, tra chi vuole cambiare “adesso” e chi sta bene come sta e non capisce, subito, il senso di quella spinta, anzi di quel “calcio nel culo”, per uscire dalla propria zona di comfort.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una certa politica, per appropriarsi dei valori, delle richieste e delle legittime istanze (e dei voti) di coloro che, a qualunque titolo, fanno parte dei destinatari delle “attenzioni” del politicamente corretto, ha spinto forte la polemica e ha alimentato anche lo scontro, invadendo ogni ambito, perfino quello privato, delegittimando ogni modalità espressiva “difforme” dalle proprie prescrizioni linguistiche, e denotando così anche una scarsa correttezza politica. E molti di noi, hanno creduto come genuino questo sforzo, questa grinta, questa energia, della politica di riportare, il più velocemente possibile, in pareggio la bilancia dei diritti tra tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di sorta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pian piano, questo connubio ha assunto le sembianze di una vera e propria dipendenza, sia in relazione al rapporto tra cittadini sottorappresentati (nei diritti) e rappresentanti politici sia, soprattutto, in funzione di un intervento sul linguaggio e sulla forma, ogni volta più profondo e ogni volta più ampio. Proprio come in qualsiasi altro tipo di dipendenza, infatti, per ottenere l’effetto precedente si è costretti incrementare quantitativamente l’assunzione della sostanza desiderata. E come in ogni dipendenza che si rispetti, questo incremento porta, progressivamente, all’autodistruzione. Invece, in questo caso, bisognerebbe iniziare a rimodulare le richieste di “forma” alle effettive capacità di risposta, della società, in termini di “sostanza”. A partire dall’effettivo potere dei rappresentanti di cambiare le cose, abili a promettere anche quando sanno già di non poter ottenere, passando per un’analisi attenta (e possibilmente delegata a chi non vive del nostro “voto”) del tessuto sociale e dei livelli di risposta al cambiamento che le persone sono capaci di esprimere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non sarà tutto e subito, probabilmente, ma quello che si potrà ottenere con minori e meno forzati condizionamenti, e dovendo pure ringraziare a tempo indeterminato i soliti “santi in paradiso”, sarà più stabile e duraturo. </span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Nemo</span></i></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-1721" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-29.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’ossessione “Dorian Gray”. Gli over 60 ricorrono alla chirurgia estetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 17:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Mignini]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati della chirurgia estetica non lasciano dubbi: la società è cambiata e le donne e gli uomini intorno ai 60 anni o a ridosso dell’età della pensione, non si riconoscono nell’età anagrafica. Nel 2020 i trattamenti estetici sono cresciuti del +25% : la pandemia insomma è andata di pari passo con la crescita esponenziale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-1036-6" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/4_Alla-ricerca-della-bellezza.mp3?_=6" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/4_Alla-ricerca-della-bellezza.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/4_Alla-ricerca-della-bellezza.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">I dati della </span><b>chirurgia estetica</b><span style="font-weight: 400;"> non lasciano dubbi: la società è cambiata e le donne e gli uomini intorno ai 60 anni o a ridosso dell’età della pensione, non si riconoscono nell’età anagrafica. Nel 2020 i trattamenti estetici sono cresciuti del </span><b>+25%</b><span style="font-weight: 400;"> : la pandemia insomma è andata di pari passo con la crescita esponenziale della medicina estetica e della chirurgia plastica. A evidenziarlo sono stati gli esperti riuniti al 42/mo Congresso nazionale della </span><b>Società Italiana di Medicina Estetica (Sime)</b><span style="font-weight: 400;"> svoltosi a Roma.  Complice la pandemia che ha accentuato lo smartworking o le videochiamate, il ritocchino è considerato un rifugio antistress a tutte le età, sia da giovanissime che in età matura come le over 60- 70 arrivando anche alle 80enni che chiedono l’intervento del bisturi per migliorare il proprio aspetto. A dirlo sono i dati forniti dal recente congresso della Società Italiana di Medicina Estetica secondo cui la fetta di mercato che si sta ampliando maggiormente è proprio quella dei nuovi anziani che rifuggono da questa definizione e che oggi sono sempre più attivi, sia socialmente che fisicamente.  Da un lato, questo effetto è dovuto a un cambio culturale per cui ci si avvicina al mondo dell’estetica con più facilità e fiducia, dall’altro si affievoliscono le remore dell’accettazione del ricorso al ritocco: fino a qualche anno fa le donne non avrebbero avuto il coraggio di rivolgersi al chirurgo estetico o plastico per timore della reazione di familiari, conoscenti o colleghi. Oggi è socialmente accettato e considerato più normale, tanto che molte signore si presentano accompagnate proprio dai mariti. Ma cosa chiedono? Le richieste variano a seconda dell’età, ma in genere si chiede di star bene, sia in salute che con se stesse.  Ma la chirurgia estetica non è più solo appannaggio esclusivo dell’universo femminile. Secondo l’ </span><b>Isaps  la società internazionale di chirurgia plastica</b><span style="font-weight: 400;">, il numero di pazienti uomini è in continuo aumento e si attesta al 14,4%. Generalmente si rivolgono al chirurgo estetico o plastico per mantenere un aspetto giovanile, considerandolo un valore aggiunto anche sul lavoro. Non manca chi lo fa per migliorare l’autostima o il proprio sex appeal. I trattamenti estetici più frequenti riguardano le sopracciglia, ma anche l’epilazione, ma non mancano quelli più recenti, come il trapianto di peli per avere una barba folta e omogenea. In un contesto così dinamico, il fondatore e presidente esecutivo di Amazon, </span><b>Jeff Bezos guarda all’elisir di lunga vita</b><span style="font-weight: 400;">. Avrebbe infatti investito un grande quantitativo di denaro in Altos Labs, una neonata startup che si prefigge di invertire l’invecchiamento umano attraverso la riprogrammazione cellulare. L’obiettivo è capire come la biotecnologia potrebbe essere utilizzata per rendere le persone più giovani. La ricerca dell’eterna giovinezza resta uno dei sogni più antichi dell’uomo: conquistare l’immortalità, avere la certezza di non dover lasciare per forza questo mondo.  Anche solo ad immaginarla, un’ipotesi simile appare un’utopia e se tale dovesse restare, allora tanto vale citare la battuta di Elon Musk, pubblicata su Twitter: “Bezos farà causa alla morte”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Cristina Mignini</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-1712" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-25.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Salvator Dalì, il dissidio tra realtà e immaginazione. Le visioni di un grande artista.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 17:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi viviamo in una società a due velocità che non si incontrano mai: da una parte la velocità del progresso che ha sempre fretta e corre velocissimo ed inarrestabile mentre dall’altra c’è la velocità della riflessione etica, molto più lenta. La straordinaria evoluzione tecnologica, culturale e sociale degli ultimi decenni, oltre a innegabili vantaggi, genera anche preoccupazioni e [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Oggi viviamo in una società a due velocità che non si incontrano mai: da una parte la </span><b>velocità del progresso</b><span style="font-weight: 400;"> che ha sempre fretta e corre velocissimo ed inarrestabile mentre dall’altra c’è la </span><b>velocità della riflessione etica</b><span style="font-weight: 400;">, molto più lenta. </span><b>La </b><b>straordinaria evoluzione tecnologica, culturale e sociale degli ultimi decenni, oltre a innegabili vantaggi, genera anche preoccupazioni e paure per la salute degli uomini ed il futuro dell’umanità</b><span style="font-weight: 400;">. E questo per imporre i nuovi miti della società moderna, tra cui proprio il mito della libertà assoluta.</span> <span style="font-weight: 400;">Ma questa libertà assoluta spalanca anche le porte a molte dipendenze, a nuove e ancor più preoccupanti forme di dipendenze &#8230;  cambiamenti  negli stili educativi non sono omogenei, spesso le nuove modalità si affiancano a quelle vecchie o le integrano. E questo, soprattutto per prevenire dipendenze da droga, da alcol, ma anche da gioco d’azzardo e da internet che generano nuove forme di schiavitù, di emarginazione e quindi anche nuove fragilità psicologiche e nuove sofferenze. In generale possiamo dire che assistiamo negli ultimi decenni ad un mutamento dell’ottica educativa da un approccio centrato su adulti e giovani ad </span><b>un approccio sempre più spesso centrato sul bambino</b><span style="font-weight: 400;">, sul suo essere “perfetto” all’origine, in attesa solo di essere visto e riconosciuto dall’adulto, il quale si mette a disposizione del figlio per aiutarlo ad esprimere un valore intrinseco già presente alla nascita mentre al contempo l’adulto, rispecchiandosi in questo valore, si sente egli stesso dotato di valore.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Salvador Dalì nasce in Catalogna, a Figueras, l&#8217;11 Marzo 1904. Frequenta l&#8217;Accademia di Belle Arti di Madrid, dove conosce Garcia Lorca e Luis Buñuel. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall&#8217;opera di Giorgio De Chirico. Ben presto l&#8217;attenzione di Dalì viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst; nel 1928 conosce Joan Miró e André Breton. L&#8217;anno successivo si reca a Parigi, dove partecipa alle attività del gruppo surrealista. Ma il surrealismo di Dalì é fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda. Dalì stesso scrive, nel 1927: “Faccio cose che mi ispirano una profonda emozione, e tento di dipingerle con onestà, ovvero con esattezza”. Nel 1930 pubblica La femme visible, saggio dedicato a Gala, dal 1929 sua moglie, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalì, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. L&#8217; artista collabora con Luis Buñuel a due capolavori del cinema surrealista: Un chien andalou,1929; L&#8217;age d&#8217; or, 1930. Nel 1938 Dalì viene espulso dal gruppo surrealista, e va negli Stati Uniti, dove resta fino al 1948, anno in cui fa ritorno in Spagna. Alla sua morte, nel 1989, lascia una notevole produzione, caratterizzata da un&#8217;acuta provocazione. </span><span style="font-weight: 400;">Marchese di Púbol, conosciuto dal mondo come Salvador Dalì. I suoi baffi all’ insù, che si ergevano fino a toccare quell’insondabile pensiero che caratterizzò la sua esistenza, furono il suo tratto distintivo, sprezzanti di qualsiasi regola e formalismo, tesi a rimarcare la convinta superiorità rispetto agli uomini comuni. La sua convinzione venne avvalorata dalla famiglia, la quale, con consapevole follia, lo convinse di essere la reincarnazione di suo fratello, morto da bambino e chiamato anche lui Salvador. In tal modo venne proiettato in una dimensione surreale, a tratti delirante, in cui a lui e per lui tutto era possibile, poiché era diverso: era una creatura speciale in un mondo normale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo continuo dissidio fra la realtà e l’immaginazione rimase un tratto costante per tutta la sua vita. Il dualismo emerse nitidamente nel pensiero politico. Infatti passò dal sostenere teorie comuniste in gioventù, fino all’appoggiare il regime franchista, che era tutto fuorché comunista. Successivamente definì se stesso un anarchico-monarchico. In tutta la sua esistenza furono l’eccesso e lo sgomento che doveva suscitare nelle altre persone le motivazioni principali che lo condussero a sostenere alternativamente una teoria o l’altra.  Nella pittura, l’arte che, fra le diverse abbracciate da Dalì, esplorò più a fondo e che lo rese celeberrimo, si può notare una fusione di stili, derivanti dalle più recenti correnti dell’epoca fino a scavare nel passato del rinascimento italiano. Infatti si possono notare influssi di Raffaello, di Piero della Francesca. Il tutto sapientemente fuso dal suo genio, in un coacervo di creatività.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Infine l’argomento più delicato e importante della sua vita riguardò il continuo contrasto fra la sua teoria atea e quella religione cattolica che lo chiamava a sé, tentandolo di abbracciarla. Fin dall’infanzia Don Esteban Trayter lo convinse che Dio non esisteva, aggiungendo che la religione era cosa da donne. L’idea lo incantò fin dal principio, poiché poteva verificarla ogni giorno in casa sua, in cui la madre, fervente cattolica, frequentava assiduamente la Chiesa e all’opposto il padre ne era tutt’altro che seguace. Infatti il padre, definendosi libero pensatore, arricchiva i discorsi più futili e banali con bestemmie magniloquenti e pittoresche e se qualcuno glielo rimproverava lui rispondeva così</span><i><span style="font-weight: 400;">: </span></i><span style="font-weight: 400;">la bestemmia è l’ornamento più bello della lingua catalana</span><i><span style="font-weight: 400;">.</span></i><span style="font-weight: 400;"> In quegli anni di amore per l’ateismo, sfogliando tra i libri del padre, trovava solamente libri sull’ateismo che rafforzarono ancora di più le sue convinzioni. Passò da Voltaire a Nietzsche, il quale aveva sancito la morte di Dio. Tuttavia il filosofo tedesco insinuò dei dubbi in lui, facendo sgretolare le sue più radicate convinzioni e portandolo in terreni fino a quel momento mai sondati, ovvero la possibilità dell’esistenza di Dio. Tra il 1949 e il 1950 visse un tormentato periodo caratterizzato dal turbamento religioso e dipinse la Madonna di Port Lligat, prima tela che potrebbe definirsi cattolica. Così come si era applicato per diventare un ateo perfetto, seguendo alla lettera i libri del padre, divenne un perfetto surrealista.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dalì era tutto e niente, se qualcosa gli garbava arrivava a studiare per ore da bambino, altrimenti se non era di suo gradimento precipitava in un profondo e sconfinato ozio, fintanto che qualcos’altro di stimolante non gli stuzzicasse la mente. Era eccesso provocatore nella sua più alta incarnazione. Questa fu la magia di Dalì, la piacevole e sconvolgente naturalezza con cui, come un trasformista, sapeva balzare da un opposto all’altro destando sgomento, fascino e ammirazione, ma lasciando sempre un enigmatico dilemma in chi cercava di comprendere definitivamente questo suo giocare con gli opposti. Era un fulmine abbagliante, che dopo aver colpito gli occhi, come un tuono, distruggeva roboante le convinzioni mentali quando si rifletteva su ciò che si era visto, permeando la memoria di un indelebile e persistente ricordo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Era inaccettabile il mondo per Salvador Dalì e la realtà lo oppresse, lo inorridì al punto da indurlo a cercare rifugio in una dimensione dove lo scorrere di un tempo inesistente, piegatosi alla memoria, poteva assumere la duplice valenza di liberazione e trappola inconscia, seppure capace di sfuggire ai perversi meccanismi della morte, esorcizzata tramite visioni oniriche a volte cupe, altre luminose, incessantemente contorte, inquietanti, eppure inclini a rendere legittima l’evenienza di una via di fuga.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">il suo look eccentrico caratterizzato da capelli e basette lunghe, pantaloni alla zuava e giacche dai colori sgargianti non poteva passare inosservato, la mano egregia e l’impronta avanguardista dei suoi dipinti estremamente affini al movimento cubista fecero scalpore. Ad ogni modo, nell’agosto del 1929 Salvador Dalì incontrò la propria musa e futura moglie: Gala, L’amore travolgente che si innescò tra Gala e Dalì fu fatale: non solo cancellò tutto quello che era venuto prima, tracciò il destino di quell’uomo geniale, che la posò al centro del proprio universo passionale, spirituale e creativo; nel nome di un’ossessione, di una dipendenza e una devozione inverosimile.  Salvador Dalì ha decisamente saputo rendere la sua stessa immagine il miglior capolavoro di sempre! </span><b>In costante equilibrio tra lecito e proibito</b><span style="font-weight: 400;">, tra genio e sregolatezza, </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È caratteristica dei grandi personaggi dell’arte moderna la strenua convinzione di possedere una personale visione del mondo e della realtà, ed è tramite tale convinzione che essi lasciano la propria impronta nella coscienza del mondo. Molti l’hanno tradotta in un linguaggio visivo personalissimo, inventando nuove tecniche pittoriche per sviluppare propri veicoli di espressione delle idee e dei sentimenti, senza necessità di una spiegazione letterale. Ma non fu il caso di Salvador Dalí. Dopo qualche schermaglia con poetiche e tecniche divisioniste e cubiste, oltre a quella del collega catalano Joan Miró, decise che le tecniche dei grandi maestri come Botticelli e Velázquez erano adattissime a ciò che egli intendeva esprimere. Tuttavia quello che Dalí voleva effettivamente comunicare rimase, in un certo senso, un mistero tanto per lui quanto per il suo pubblico, anche se ciò nulla toglieva alla sensazione che egli stesse dicendo cose importanti; il percorso di Dalí verso l’espressione artistica passava attraverso la liberazione delle idee latenti nella mente umana, sua in particolare, ossia un regno meraviglioso della memoria e dell’esperienza, ora reali, ora frutto d’invenzione; il tutto riflesso dallo specchio deformante della sua visione fantasmagorica. Non c’è </span><span style="font-weight: 400;">da meravigliarsi, quindi, che gli appassionati d’arte discutono ancora di lui e che il mondo intero lo consideri il prototipo dell’artista moderno. Dalí fu davvero un artista del suo tempo, sempre al corrente di tutte le nuove tendenze dell’arte e del disegno oltre che della ricerca psicologica e scientifica. Celebre per le sue eccentricità, non si è accontentato di dipingere: ha voluto essere un testimone del suo secolo, sempre alla ribalta. Nel caleidoscopio dell’arte moderna ha voluto essere attivo, arrivando a pretendere che l’influenza della sua concezione del mondo sorpassasse quella del pittore. Diversamente da altri, non perseguì nuovi metodi di espressione né cercò un nuovo linguaggio pittorico; era convinto che gli antichi maestri, soprattutto quelli rinascimentali, avessero innalzato la tecnica pittorica a un livello di perfezione difficile da superare. Condusse continue ricerche su tali tecniche, adattandole al proprio uso. E così introdusse nelle sue opere, in una maniera chiara ed elegante e tramite un disegno squisito, memorie dei pittori del Rinascimento, idee provocatorie e originali che secondo lui fornivano una spiegazione del proprio mondo e di quello dei suoi contemporanei. Analogamente a molti maestri classici, il Dalí artista si espresse per metafore inventando una propria versione della mitologia antica. Si tratta forse di un concetto difficile da comprendere a chi pretenda spiegazioni razionali per tutte le cose; questo tuttavia, non è né mai è stato lo scopo della grande arte, la quale parla per se stessa a coloro che guardano con tolleranza e mente aperta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le immagini di Dalì sono certamente documenti dell&#8217;attività inconscia del pittore, e come tali, interpretabili psicanaliticamente, anche nei loro aspetti più inquietanti e patologici. Ricordando però sempre quanto le differenzia dalle semplici testimonianze, pur brillanti e preziose, che potrebbe fornire un qualsiasi altro soggetto, affetto da analoghe forme di nevrosi o di psicosi: la loro innegabile elezione estetica, la loro perfezione formale, in ultima analisi, la loro bellezza, anche quando questa sembra adombrarsi nei fantasmi del macabro e in quelli di una troppo facile seduttività erotica. Salvador Dalì sarà sempre un virtuoso della pittura, un cultore della tecnica, un inesausto limatore della forma. E&#8217;, in fondo, la fede nella forma che dà ordine e misura al suo pensiero, consentendogli di simulare la follia senza restarne sopraffatto; permettendogli di attraversare, senza patirne irrimediabilmente, gli incessanti sconvolgimenti della materia in perenne metamorfosi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> La figura di Salvador Dalí un uomo eccentrico, difficile da comprendere, a tratti delirante, a volte controverso e sempre esagerato. Tuttavia, in lui vi era anche una tecnica minuziosa e infallibile che gli permetteva di captare le sue emozioni più profonde per portarle alla luce. </span><b>Era un esploratore della psiche,</b><span style="font-weight: 400;"> uno psiconauta che non ha mai avuto bisogno di alcuna droga per raggiungere l’estasi creativa, perché la sua mente era lo stimolante migliore. Dunque Dalì stimolato verso un intento programmatico di giungere ad uno stato mentale in grado di superare i limiti della creatività cosciente e razionale, determinando in tal modo l’accesso ad una nuova dimensione conoscitiva ed espressiva fino ad allora repressa. Lo sforzo di accedere ad un grado di realtà superiore dove la dimensione onirica potesse prendere il sopravvento sulla razionale realtà, la spasmodica ed ossessiva ricerca delle chiavi di accesso al mondo oscuro e misterioso della psiche, depositario della psicosi dell’artista passando attraverso la perdita della propria identità cosciente e il distacco dalle certezze razionali del mondo fisico. Lo stesso Dalì in uno stato di esaltazione delirante e creativa, affermò: “ io non mi drogo io sono la droga “</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
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		<title>L&#8217;indifferenza che sta uccidendo la nostra Società</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 17:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Queen]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Parmegiani]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Oggigiorno in una Società sempre più individualista e accentrata le persone sembrano essere diventate anaffettive, oltre ad aver perso il controllo dei valori. E succede quindi che nella civilissima Parigi, dove regnano fin dalla notte dei tempi i valori di </span><i><span style="font-weight: 400;">liberté, égalité, fraternité</span></i><span style="font-weight: 400;">, un uomo resti accasciato a terra per oltre nove ore in pieno centro e nessuno si curi minimamente di soccorrerlo, né tantomeno di chiedergli come stia. Uno scandalo d’indifferenza e di cinismo senza uguali. Una vittima uccisa non solo dal freddo delle rigide temperature invernali, ma dall’ipocrisia e dal gelo del cuore di tutti i passanti. E allora viene naturale chiederci: </span><i><span style="font-weight: 400;">noi cosa avremmo fatto? Ci saremmo comportanti diversamente? Avremmo dato una mano a quest’uomo?</span></i><span style="font-weight: 400;"> Se è vero che il coronavirus ha inasprito ancora più i rapporti personali, in barba di chi pensava che la pandemia ci avrebbe migliorato, (c’è da chiedersi in che modo poi), siamo talmente tanto abituati a pensare solo ai nostri interessi e problemi che siamo divenuti letteralmente ciechi nei confronti del prossimo. Non riusciamo più a vedere oltre un metro da noi stessi. Renè Robert, questo era il nome della vittima di 85 anni, era un fotografo e sicuramente si sarebbe salvato se qualcuno gli avesse teso una mano. L’artista è caduto a terra a causa di un malore, forse una vertigine, ma a stroncarlo è stata l’ipotermia, il fatto di non aver avuto un ricovero al caldo e al sicuro dove potersi riprendere. Nessuno dei tanti passanti ha avuto un solo secondo del suo prezioso tempo per fermarsi, per chiamare i soccorsi. Ironia della sorte si è avvicinato all’uomo morente un senzatetto per vedere in che condizioni stesse il fotografo e per chiamare finalmente i soccorsi. Ma ormai era troppo tardi, non c’era più nulla da fare. Il cuore di Robert aveva cessato di battere da tempo a causa dell’ipotermia. Nessuno si è prodigato per l’anziano fotografo. Un suo caro amico, Michel Mompontet, ha raccontato il triste accaduto sui social, facendo esplodere la polemica e dicendo: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Prima di dare lezioni o accusare qualcuno, ho bisogno di affrontare una piccola domanda che mi mette a disagio: sono sicuro al 100 per cento che mi sarei fermato se mi fossi trovato di fronte a un uomo a terra? Non ho mai voltato le spalle a un senzatetto sdraiato su una porta?»</span></i><span style="font-weight: 400;">. Robert, quella sera, stava rientrando da una cena a casa di amici mentre è stato colpito dal malore</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">Ma noi siamo proprio certi di essere migliori di quei passanti che non hanno battuto ciglio di fronte a questa tragedia, siamo sicuri che ci saremmo fermati? O per noi sarebbe stato normale proseguire il nostro cammino, presi dai nostri mille impegni, e lasciare morire agonizzante questo povero uomo per strada? E’ arrivato il momento di chiedersi come si possa essere giunti a tutto ciò, di farsi un profondo esame di coscienza e di meditare. Siamo delle persone con un cuore che batte, con dei valori, emozioni, affetti, sensazioni, relazioni. Cerchiamo di tirare fuori la parte più vera di noi, anche se è difficile, bisogna tentare di provarci. </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Elena Parmegiani</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-1714" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/02/01-26.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Don Camillo e Peppone, quando ci si divideva con il sorriso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2022 17:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Correvano i primi anni del dopoguerra quando l&#8217;elegante ed umoristica penna dello scrittore parmense Giovanni Guareschi (Fontanelle di Roccabianca 1908 &#8211; PR &#8211; Cervia 22 luglio 1968 &#8211; RN) scrisse il suo capolavoro Don Camillo, un romanzo tradotto in tantissime lingue da cui ne fu anche tratta una fortunata serie di film. I protagonisti delle pellicole furono l&#8217;attore italiano Gino Cervi (il sindaco di Brescello Peppone) ed il francese Fernandel (il parroco del paese). Queste opere cinematografiche dovevano essere girate nei pressi del paese natìo di Guareschi. Però ciò non fu possibile poichè molte scene dovevano essere girate sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno di realtà ferroviarie. Siccome nella piana geografica dello scrittore non erano presenti impianti di questo genere, la scelta cadde sulla località di Brescello (RE) in quanto si presentava simile dal lato paesaggistico ideato dallo stesso scrittore. Dapprima i due attori non nè vollero sapere d&#8217;impegnarsi nel girare i film. Dopo diverse trattative furono convinti. E proprio questa accettazione divenne la loro grande popolarità nell&#8217;ambito della cinematografia italo &#8211; francese.  I film furono girati sia nelle strutture cinematografiche romane della Cineriz ed in buona parte nella località della bassa reggiana. Gli episodi sono ambientati in un minuscolo fazzoletto qual è Brescello, un paese in cui succede di tutto. Gente semplice lavoratrice ma molto divisa dalle idee politiche. Da una parte il sindaco comunista Peppone e dall&#8217;altra il prete democristiano Don Camillo. Erano questi gli anni in cui il popolo italiano si leccava ancora le ferite prodotte dal termine della seconda guerra mondiale, il periodo della ricostruzione e della progressiva ripresa economica italiana. Peppone e Don Camillo erano inevitabilmente nemici ma allo stesso tempo legati da una indissolubile fratellanza che sempre li legava. Si erano entrambi arruolati nelle compagnie partigiane combattendo contro le insidie nemiche gomito a gomito. E questo loro ideale comune a maggior ragione fu il collante chi li unì eternamente. La serie dei film è suddivisa in cinque episodi.  &#8216; Don Camillo &#8216; 1952, Il Ritorno di Don Camillo, 1953 con la regia di Julien Duvivier, Don Camillo e l&#8217;Onorevole Peppone, 1955, Don Camillo Monsignore&#8230; Ma non Troppo, 1961 con la regia di Carmine Gallone, ed Il Compagno Don Camillo, 1965, con la regia di Luigi Comencini. Doveva essere girato un altro film &#8216; Don Camillo e i Giovani d&#8217;Oggi. Questa pellicola rimase incompiuta perché Fernandel si ammalò gravemente per poi morire (Parigi 1971). Tre anni dopo morì Gino Cervi (Punta Ala 1974). L&#8217;associazione &#8216;Amici di Don Camillo&#8217; è anche presente sul social Face Book ed il suo obiettivo è quello di promuovere la cultura guareschiana con particolare riguardo a questi film che hanno ottenuto molteplici riconoscimenti di critica e spopolando nelle sale cinematografiche con altissimi record d&#8217;incassi. Ancora oggi, l’arte cinematografica, crea dipendenza al bello ed arricchisce la nostra memoria per aiutarci a leggere meglio il nostro futuro.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Gian Luca Padovani</span></p>
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