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	<title>Atomizzati Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Non c’è più tempo di socializzare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Conforte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La verità è che non siamo più in grado di comunicare tra di noi La nuova generazione dei giovani nati negli ultimi anni sembra essere un tutt’uno con la tecnologia. Gli smartphone sono ormai prolungamenti della braccia. Uno studio avviato dal Csb, Centro per la salute del bambino onlus di Trieste, assieme all&#8217;Associazione culturale pediatri, ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-9120-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/Non-ce-piu-tempo-di-socializzare-online-audio-converter.com_.mp3?_=1" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/Non-ce-piu-tempo-di-socializzare-online-audio-converter.com_.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/Non-ce-piu-tempo-di-socializzare-online-audio-converter.com_.mp3</a></audio>
<p><b>La verità è che non siamo più in grado di comunicare tra di noi</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La nuova generazione dei giovani nati negli ultimi anni sembra essere un tutt’uno con la tecnologia. Gli smartphone sono ormai prolungamenti della braccia. Uno studio avviato dal Csb, Centro per la salute del bambino onlus di Trieste, assieme all&#8217;Associazione culturale pediatri, ha rivelato che il 30,7% della popolazione italiana lascia il cellulare in mano al figlio prima dei 12 mesi, e il 60% nella fascia di età compresa tra i 12 e i 24 mesi. E la motivazione è univoca: gli smartphone interrompono immediatamente qualsiasi tipo di pianto o capriccio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La cosa sorprendente è che questi piccoli esseri umani che non hanno ancora sviluppato la capacità di esprimersi e parlare, già dai 12 mesi utilizzano il telefono meglio di un ventenne. Vi sarà sicuramente capitato di vedere un neonato smanettare al telefono dei genitori e tappare sulle icone delle applicazioni, aprire YouTube, cercare qualche video o qualche cartone e guardarlo. Pur non sapendo né leggere né scrivere. Riconoscono le immagini, imparano le sequenze e navigano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non stupiamoci quindi se, in giro, le piazze e le strade sono piene di gruppi di giovani asociali intenti a credere di socializzare tramite i loro smartphone, gli uni accanto agli altri senza nulla da dire, ma tanto da scrivere, impegnatissimi a postare per tempo l’ultimo trend su TikTok e l’ultimo reel di tendenza su Instagram, attentissimi a mostrare sui social una vita frenetica tra uscite, cene e aperitivi con amici dove tutti sembrano apparentemente felici e divertiti. Felicità, questa, che dura giusto il tempo di una foto o di un video da caricare tra le storie di Instagram per tornare il secondo successivo ad immergere la testa nel cellulare dimenticandosi di chi si ha affianco.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non stupiamoci neanche delle giovani coppie di innamorati che, seduti gli uni di fronte agli altri davanti ad un piatto fumante in un qualsiasi ristorante, intrecciano le mani sui propri telefoni e hanno gli sguardi vuoti persi nello schermo che mostra in una successione infinita foto e video ai quali si dà poi poca attenzione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non cadiamo nell’errore di dare la colpa solo alla nuova generazione o alla tecnologia che corre sempre più velocemente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La verità è che non siamo più in grado di comunicare tra di noi. Quante volte in treno vi è capitato di salutare cordialmente un passeggero e di ricevere un saluto di risposta? Ormai non c’è più né tempo né voglia di conversare perché il nostro flusso di pensieri è sempre incentrato sui problemi o sugli impegni e quando questo flusso viene interrotto da un cordiale “buongiorno” ne siamo quasi infastiditi. Non siamo più in grado di parlare e quando uno sconosciuto prova ad avere una conversazione amichevole lo guardiamo con sospetto e circospezione, il più delle volte diamo risposte frettolose o non rispondiamo affatto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pensateci, quando si affronta un viaggio lungo sembra che il tempo non passi mai, saliamo su quel treno già provati dal nostro bagaglio di preoccupazioni ed ansie e chiudiamo qualsiasi canale di comunicazione. Se invece passassimo quel tempo che sembra infinito a conversare con qualcuno, beh, il tempo passerebbe velocemente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proviamo a prenderlo come allenamento. La prossima volta in cui saremo costretti ad affrontare un viaggio lungo proviamo a conoscere chi sta viaggiando accanto a noi. Potremmo scoprire che ci sono infinite storie uniche che hanno solo bisogno di essere raccontate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E magari potremmo anche scoprire che siamo ancora in grado di parlare.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Roberta Conforte</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9274" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-1-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-1-300x169.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-1-696x392.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-1-600x338.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-1.jpg 768w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9275" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/non-ce-piu-tempo-di-socializzare-vrp-2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Atomizzati: cosa ci toglie la tecnologia come esseri umani?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Oliva]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La connessione virtuale che priva delle capacità comunicative e relazionali “Quando mi trovo alle conferenze sull’informazione tecnologica e la gente dice che la cosa più importante al mondo è fare in modo che le persone possano connettersi alla Rete, io rispondo: “Mi state prendendo in giro? Siete mai stati nei Paesi poveri?”. È una frase [&#8230;]</p>
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<p><b>La connessione virtuale che priva delle capacità comunicative e relazionali</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Quando mi trovo alle conferenze sull’informazione tecnologica e la gente dice che la cosa più importante al mondo è fare in modo che le persone possano connettersi alla Rete, io rispondo: “Mi state prendendo in giro? Siete mai stati nei Paesi poveri?</span></i><span style="font-weight: 400;">”. È una frase di Bill Gates che mi ha sempre colpito perché lui era lui, e poneva l’accento su cosa patisce una parte dell’umanità quando è privata di molto, di tutto. Ma poi c’è il rovescio della medaglia: noi che siamo nati dalla parte giusta – fortunata – della storia come viviamo? Cosa ci siamo persi?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non c’è bisogno di scomodare Hannah Arendt anche se con gli attuali ricorsi storici viene facile ritornare all’analisi della </span><b>società</b><span style="font-weight: 400;"> sovietica </span><b>atomizzata</b><span style="font-weight: 400;">. Su come fosse stata ottenuta liquidando i </span><b>legami sociali e familiari</b><span style="font-weight: 400;">: “</span><i><span style="font-weight: 400;">La conseguenza dell&#8217;ingegnoso criterio della «colpa per associazione»</span></i><span style="font-weight: 400;">”. All’epoca la politologa denunciava i metodi polizieschi del regime </span><a href="https://it.wikiquote.org/wiki/Stalin"><span style="font-weight: 400;">staliniano</span></a><span style="font-weight: 400;"> che instaurò intorno all’individuo “</span><i><span style="font-weight: 400;">un&#8217;impotente solitudine”</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi cosa ha sostituito nella società ricca la “polizia russa” – ove non esistono ancora regimi coercitivi – nel ruolo atomizzatore? La </span><b>tecnologia</b><span style="font-weight: 400;">, la </span><b>rete</b><span style="font-weight: 400;">, i social network, il </span><b>consumismo</b><span style="font-weight: 400;">, la </span><b>spersonalizzazione</b><span style="font-weight: 400;"> della nostra vita. Sono queste alcune delle risposte più gettonate. Ma la lista è assai estendibile. Sono i mali del mondo ricco che nella corsa al progresso ha pagato il prezzo nella sua componente umana. Estrema facilità di connessione virtuale sembra ci abbia privato un po’ delle nostre capacità comunicative, relazionali. Postiamo, parliamo, generiamo rumore nei canali di comunicazione, ma non diciamo più cosa è davvero importante. Si è perso il </span><b>dialogo diretto</b><span style="font-weight: 400;">, il confronto, sempre più impegnati in relazioni sceneggiate, frazionate e temporizzate per finire sul social di tendenza del momento. Non ci rendiamo neppure conto di quanto la nostra vita sia improntata a questi comportamenti. Quante delle nostre relazioni sono autentiche e genuine? Quante vanno oltre il like sui social? Quanto del nostro vestire è schiavo della moda e del comportamento degli influencer?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cosa potrebbe invertire la rotta? Ridare un senso più puro ai nostri </span><b>rapporti</b><span style="font-weight: 400;">? Ritrovare quella forma di </span><b>spontaneità</b><span style="font-weight: 400;"> che ci connota come essere umani e che in qualche modo partecipa alla bellezza del mondo?  La risposta è impegnarsi proprio in questo: partecipare alla bellezza, ognuno nel modo che ritiene più consono, con il suo impegno. Impegnarsi nella ricerca di una maggiore spiritualità, che innesca il meglio in noi. E le strade sono pressoché infinite: comportamenti sostenibili, l’arte, il volontariato, basta analizzare cosa possiamo fare in piccoli gesti per migliorare il nostro vissuto. E facendo questo, ad esempio, si innesca il cambiamento anche per gli altri. Abbiamo bisogno di cambiamento, altri, relazioni più genuine, spiritualità e dialogo. Il resto verrà!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Angela Oliva</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9276" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-editorialeu.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Sostenibilità, innovazione e creatività nella moda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fare business]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Mignini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rigenerazione dei tessuti e l’ambizione del bello, gli obiettivi della community Must Had A dicembre si è svolto il Milan Upcycling Weekend: l&#8217;evento dedicato alla sostenibilità e alla circolarità del mondo della moda organizzato da Must Had, start-up leader italiana dell’upcycling. Nell’occasione è stato annunciato l’ingresso nella start up di Spartan Capital, l’acceleratore d’imprese [&#8230;]</p>
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<p><b><i>La rigenerazione dei tessuti e l’ambizione del bello, gli obiettivi della community Must Had</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A dicembre si è svolto il Milan Upcycling Weekend: l&#8217;evento dedicato alla sostenibilità e alla circolarità del mondo della moda organizzato da Must Had, start-up leader italiana dell’upcycling.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’occasione è stato annunciato l’ingresso nella start up di Spartan Capital, l’acceleratore d’imprese human innovability.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Durante l’evento, sono stati presentati più di duecento prodotti unici realizzati da più di venti Refashion Brand della community di Must Had. </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Con questa iniziativa- </span></i><b><i>ha</i></b> <b><i>dichiarato Matteo Aghemo</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> – abbiamo acceso i riflettori sul </span></i><b><i>futuro del mondo della moda</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. Un futuro in cui sostenibilità e circolarità guideranno il mercato. Le parole d&#8217;ordine sono </span></i><b><i>artigianalità</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> e </span></i><b><i>creatività</i></b><i><span style="font-weight: 400;">, e questa è l&#8217;occasione giusta per toccare con mano la magia dell&#8217;upcycling.  Must Had abilita le realtà dell’industria della moda per scalare il proprio business model per promuovere la circolarità, dalla supply chain al consumatore.”</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per rendere ancora più interattivo e originale l’evento, Must Had ha chiesto ai visitatori di portare i loro vecchi vestiti inutilizzati e donarli alla community di designer e artigiani di Must Had.  </span><i><span style="font-weight: 400;">“La nostra &#8211; </span></i><b><i>spiega Eugenio Riganti   </i></b><i><span style="font-weight: 400;">&#8211; è una </span></i><b><i>community avanguardista</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> capace di vedere nello spreco una risorsa, che grazie alle proprie competenze ridarà una nuova vita ai capi che verranno raccolti.”</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;"> “L&#8217;industria della moda- </span></i><b><i>dichiara Alessandra Guffanti, past president GGI Sistema Moda Italia e direttore in Guffanti Showroom</i></b><i><span style="font-weight: 400;">&#8211; è la seconda più inquinante al mondo e contribuisce significativamente allo sfruttamento di risorse non rinnovabili e al rilascio di enormi quantità di rifiuti tessili nelle discariche e negli inceneritori. Nel 2018 l&#8217;UE ha introdotto la responsabilità estesa del produttore (EPR), con il fine di responsabilizzare i brand nel trattamento o smaltimento dei prodotti post-consumo. Anche il tema della raccolta differenziata dei rifiuti tessili è diventato centrale, e tutti i paesi Europei si stanno strutturando per applicare obbligatoriamente questa legge entro il 2025. L&#8217;intero </span></i><b><i>principio</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> alla base </span></i><b><i>dell&#8217;upcycling</i></b><i><span style="font-weight: 400;">, a differenza del recycling, è quello di </span></i><b><i>dare nuova vita a materiali e a capi già esistenti senza distruggerli</i></b><i><span style="font-weight: 400;">: è la </span></i><b><i>creatività</i></b><i><span style="font-weight: 400;">, in particolare modo, a farli «salire» (up) di livello e rappresentare qualcosa di unico e originale nel guardaroba personale. Per la formazione di uno stilista oggi è necessario imparare a concepire anche capi che si realizzano a partire da materiali pre-esistenti, sempre con l’ambizione del bello. &#8220;</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Come Spartan Capital- </span></i><b><i>dichiara il Ceo dell’accelleratore Paul Renda</i></b><i><span style="font-weight: 400;">&#8211; crediamo molto nelle potenzialità di Must Had. </span></i><b><i>Il settore della moda è in grande evoluzione</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> e l’approccio alla circolarità e all’innovazione che la società esprime, rappresentano un interessante percorso evolutivo che siamo sicuri porterà l’azienda a distinguersi come avanguardia in Italia. La volontà di incidere sulla transizione green che hanno Eugenio Riganti e Matteo è fortissima e concreta. </span></i><b><i>Ci piace accompagnare persone di visione realmente interessate a costruire valore tenendo in giusta considerazione i temi sociali ed ambientali</i></b><i><span style="font-weight: 400;">”.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Must Had- </span></i><b><i>dichiara Eugenio Riganti</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> &#8211; è un ecosistema che supporta tutte quelle realtà dell’industria tessile e moda che sono interessate a fare della </span></i><b><i>circolarità un valore distintivo </i></b><i><span style="font-weight: 400;">grazie a competenze, tecnologie e network.  I servizi core offerti vanno dalla definizione della strategia di circolarità alle politiche di approvvigionamento tessile pre e post consumo, all’upcycling dei prodotti e alle attività di go to market online e offline. Le aziende ci chiedono il supporto per la completa gestione delle attività logistiche, per i servizi tecnologici, la possibilità di accedere alla nostra community di artigiani e upcycling designer, i attività di tracciamento della filiera fino ad arrivare al supporto normativo grazie al nostro </span></i><b><i>osservatorio sull’upcycling.</i></b><i><span style="font-weight: 400;">”</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“La scelta di organizzare questo evento a ridosso del Black Friday- </span></i><b><i>conclude Matteo Aghemo</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> &#8211; non è un caso. Infatti, Must Had si allontana dalle dinamiche che incentivano la sovrapproduzione e il sovraconsumo. Il nome della start-up deriva da must-have, un’espressione oggi molto diffusa per indicare qualcosa di cui non possiamo fare a meno e che dobbiamo avere a tutti i costi. Coniando questo modo di dire i fashion brand hanno consapevolmente spinto i consumi oltre ogni limite. Declinando “Have in Had”, vogliamo evidenziare il </span></i><b><i>bisogno di un cambio di paradigma dove il desiderio di possedere e acquistare a tutti i costi si sposta verso ciò che già esiste, adottando scelte più consapevoli come il riutilizzo e la rigenerazione”.</i></b></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Cristina Mignini</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9279" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-sostenibilita-innovazione-creativita-fb.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’importanza dell’infanzia: i bambini nel I millennio a.C.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Di Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ciascuno cresce solo se sognato” &#8211; Danilo Dolci I bambini sono sempre stati la parte pura dell’umanità, con il termine purezza si intende tutto ciò che è, letteralmente, incontaminato. I bambini sono infatti assimilabili ai folli, non rispondendo alla regola basica del principio di “realtà e non contraddizione”, norma che permea ogni ambito della nostra [&#8230;]</p>
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<p><b><i>“Ciascuno cresce solo se sognato” &#8211; </i></b><b><i>Danilo Dolci</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I bambini sono sempre stati la parte pura dell’umanità, con il termine purezza si intende tutto ciò che è, letteralmente, incontaminato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I bambini sono infatti assimilabili ai folli, non rispondendo alla regola basica del principio di “realtà e non contraddizione”, norma che permea ogni ambito della nostra società, decodificata da Platone e Aristotele, ma che noi tendiamo a sottovalutare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il “principio di realtà e non contraddizione” vuole che un oggetto abbia una funzione specifica “un bicchiere è un bicchiere e non altro”, per i bambini e per i folli non è così: tante volte una mamma toglie dalle mani di un bambino un bicchiere perché per lui potrebbe essere un’arma, un gioco, un cibo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo rende l’infanzia pericolosa ma spuria: i bambini sono privi di sovrastrutture, ma anche loro prima o poi crescono acquisendo il pensiero della comunità che li circonda.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In antico, nelle società definibili ad organizzazione clanica o tribale, i bambini avevano un ruolo importantissimo. Si definivano come quel comparto sociale ancora inespresso ma già definito in maniera prodromica. Mi spiego meglio: ogni bambino nasceva da una famiglia e l’intera comunità sapeva già chi sarebbe diventato: un guerriero, una donna da dare in sposa a qualche comunità vicina o lontana per creare patti e alleanze e così via. In questo tipo di organizzazione l’aspettativa sociale sui bambini era altissima, per questo, molto probabilmente, venivano curati di più, allattati di più, seguiti di più. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vi è però un inizio all’incedere di questa aspettativa. Considerando che il tasso di mortalità era ragionevolmente alto i bambini non entravano a far parte del gruppo sociale dalla nascita (o probabilmente non in maniera definitiva) ma ad un’età compresa tra i 3 e i 6 anni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Se prendiamo ad esempio le comunità italiche che vivevano nel territorio della nostra regione tra il X e il VI sec. a.C.  possiamo notare come le tombe dei bambini, sotto i 3 anni di età, nelle nostre grandi necropoli siano attestate con una incertezza basilare. Gli infanti (bambini tra i 0 e 3 anni) sono divisibili in due categorie: gli individui morti entro i primi mesi di vita, seppelliti dentro i coppi (simili a quelli usati ancora oggi come copertura per i tetti) dove troviamo una difficoltà nell’attestazione della fase cronologica non avendo loro quasi mai elementi di corredo. Ma da quei pochi oggetti rinvenuti, come ad esempio piccole fibule, possiamo dire che questo tipo di sepoltura possa essere datata tra fine del VII sec. a.C. e gli inizi del VI sec. a.C.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il problema sorge con i bambini tra i 6 mesi e 3 anni di età poco attestati archeologicamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma in questo caso ci viene incontro l’antropologia fisica dicendoci che in questo specifico periodo la mortalità infantile diminuisce: i bambini superano il periodo critico dei primi mesi di vita e sono “protetti” dall’allattamento, condizione che finisce intorno ai 3 anni facendo impennare di nuovo il tasso di mortalità </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo discorso ci riporta all’importanza dei bambini che riuscivano a superare una certa età: archeologicamente, tra i tre e i sei anni, i bambini mostrano dei corredi incredibilmente ricchi, sontuosi e belli, come l’esempio del corredo della tomba 550 di Fossa, dove un bambino si presenta ornato da due splendide fibule polimateriche in avorio e ambra, davvero tanto grandi e sontuose per il suo piccolo corpicino. Un lascito oneroso da parte della famiglia e della comunità: seppellire un bambino con un corredo così ricco lo fa importante non tanto per ciò che era al momento della morte ma per ciò che sarebbe stato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa concezione del bambino che entra nella comunità come “potenziale” adulto è attestata anche nel possesso delle armi nei corredi dei maschietti. Delle volte armi vere e proprie (spesso in posizione non funzionale), altre volte si nota la presenza di parti di armi defunzionalizzate per creare “armi giocattolo”. Il bambino veniva accettato all’interno della comunità e iniziava quella che sarebbe stata la sua “carriera” e il suo ruolo sociale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel V- IV sec. a.C. le cose cambiano, la società si fa più numerosa e complessa e i bambini sembrano morire di più: sì, perché in una società in cui si è tanti in una porzione di territorio unica come una città (sarebbe meglio definirla città-stato) si fanno più figli e si curano di meno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I bambini perdono la loro importanza come futuri adulti perdendo l’adulto stesso importanza nella sua individualità. Ora la società si basa sulla produttività e la ridistribuzione.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nelle necropoli osserviamo l’attestazione non più del valore guerriero dato dalle armi, ma dell’opulenza e dalla leziosità della vita slegata dai doveri e dal lavoro fisico data da pedine e dadi da gioco.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sto riassumendo in maniera molto semplice questo passaggio, ma è per farvi capire come cambiando la società si cambiò anche la visione dell’infanzia. Non più corredi incredibilmente ricchi e belli fatti da oggetti personali e vasi interi per bere, ma piccole tazze per bere ottenute dalla defunzionalizzazione di fondi di crateri concepiti come coppette per il vino (a Campovalano).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chiudo il discorso dicendo che, il valore dell’infanzia è dato dalla società: più una comunità è complessa e stratificata, meno i bambini avranno valore; più la società è semplice ma ricca e dominante, più darà valore ai suoi eredi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È una storia vecchia come il mondo, il futuro è di chi viene curato ed amato.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Dott.ssa Andrea Di Giovanni</span></p>
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		<title>Atomizzati, un po’ sfiancati ed alla ricerca del proprio io!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Associazioni e dissociazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un io incapace sia di guardare l’altro, sia di ascoltarlo Dell’espressione «spontaneità» si possono dare diverse definizioni, perché il fenomeno cui essa si riferisce è multilaterale. Intanto occorre rilevare che non esiste nella storia la «pura» spontaneità: essa coinciderebbe con la «pura» meccanicità. Nel movimento «più spontaneo» gli elementi di «direzione consapevole» sono semplicemente incontrollabili. In [&#8230;]</p>
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<p><b>Un io incapace sia di guardare l’altro, sia di ascoltarlo</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dell’espressione «spontaneità» si possono dare diverse definizioni, perché il fenomeno cui essa si riferisce è multilaterale. Intanto occorre rilevare che non esiste nella storia la «pura» spontaneità: essa coinciderebbe con la «pura» meccanicità. Nel movimento «più spontaneo» gli elementi di «direzione consapevole» sono semplicemente incontrollabili. In questo momento di incertezza e limitazione, siamo riusciti a conservare quella spontaneità d&#8217;animo che con leggerezza ci porta a voler vivere e cercare un po&#8217; di sano divertimento e avventura? Sembra che la pandemia, oltre ad aver influito negativamente sui disturbi mentali, abbia spento il desiderio, l&#8217;entusiasmo di poter fare dei programmi. Senza necessariamente essere del tutto consapevoli dell&#8217;afflizione, possiamo soffrire di un eccesso di ordine, cautela e rigidità; sappiamo praticamente esattamente cosa faremo tra un anno, raramente facciamo una mossa senza averlo pianificato in dettaglio, raramente andiamo da qualche parte all&#8217;improvviso”, in effetti chi usa la propria spontaneità sceglie il comportamento che più si avvicina al proprio modo di essere e di sentirsi, in base alla situazione e ai propri scopi. Non è impulsività, è scelta consapevole del proprio modo di essere, anche se a volte i due concetti vengono confusi. Lo slancio verso la propria spontaneità, esprime la possibilità di decidere seguendo la direzione delle nostre potenzialità, quindi con i nostri punti di forza, i nostri limiti e le nostre aspirazioni. Una vita spontanea sarebbe una realtà in cui siamo in grado di agire con meno inibizione e paura, in conformità con le nostre convinzioni e valori veri. Pensare al passato e al futuro costituisce un freno a vivere il presente, l&#8217;unica dimensione che esiste davvero</span><i><span style="font-weight: 400;">. </span></i><span style="font-weight: 400;">Con l’avvento della tecnologia molti aspetti della società sono cambiati, basti pensare a come ci informiamo, come parliamo. Negli ultimi anni, a tal proposito, anche le relazioni tra le persone hanno subito grossi cambiamenti con l’introduzione e la diffusione di applicazioni e social media.</span> <span style="font-weight: 400;">Veniamo a contatto con il mondo attraverso i media a tal punto che non possiamo avere realmente accesso a un mondo che non sia mediato. Il mondo in cui viviamo non è solo saturato dai media ma è dentro e fra i media, un mondo che è sostanzialmente costruito attraverso immagini e suoni che lo ampliano (sebbene essi possano anche distorcere la versione del mondo che è accessibile attraverso quei sensi che non sono né la vista né l’udito). Mai prima d’ora nella storia dell’uomo si è potuto avere accesso, semplicemente volendolo, a così tante storie, canzoni e immagini statiche o dinamiche. È sbagliato presupporre che quando una televisione o una radio sono accese lo spettatore o l’ascoltatore vi presti grande attenzione, che quelle ‘informazioni’ si stiano depositando nel suo cervello o che una sua opinione o comportamento ne vengano trasformati oppure rinforzati. Questa concezione meccanica della comunicazione come una forza esterna non spiega la peculiare maniera in cui, fin da tenera età, praticamente tutti i bambini interiorizzano il fatto che, in qualche modo, i media sono inestricabilmente ‘prolungamenti di loro stessi’ ed elementi del loro vissuto. Questa società che punta su razionalismo facendoci allontanare dai sentimenti reali, rendendoci aridi senza spazio per la creatività per stimolo dei sensi. Nella società contemporanea esistono molti rischi psicosociali che trovano la loro ragion d’essere nelle caratteristiche strutturali dei sistemi sociali del mondo occidentale. Appare evidente che i rischi psicosociali sono molto più forti nelle società eraclitee dal momento che i mutamenti sociali frequenti causano incertezza, imprevedibilità ed incapacità di gestire in maniera adeguata le situazioni sociali e i rapporti interpersonali. Nei prossimi anni ci saranno decisamente nuove rivoluzioni nel campo dell’interazione uomo-macchina. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molti ricercatori stanno studiando, attraverso tecniche avanzate di vibrazioni, alcune applicazioni in grado di simulare la sensazione fisica: un deciso passo verso una completa interazione tra la tecnologia e il mondo naturale sullo sfondo le radicali trasformazioni che investono il contesto mondiale, con la frammentazione, la precarizzazione, l’atomizzazione che lo caratterizza. Il tutto, unito alla pervasività delle nuove tecnologie, favorisce rapporti immediati e diretti tra individui, e tra individui e poteri, abolendo le barriere spazio-temporali e scavalcando le tradizionali forme di aggregazione e di intermediazione.  Siamo arrivati alla società nevrotica e frustrata della positività assoluta: dell&#8217;illimitato dover essere, ciò che possiamo essere, oltre i nostri stessi limiti. In luogo del dovere, subentra il dominio del progetto, dell’iniziativa, e la prestazione. Il dovere era ancora intaccato dalla negatività dell’obbligo. Il mondo non ha più la capacità di creare una resistenza poiché la promiscuità e l’ibridazione continua di tutte le forme, sia nell’ambito culturale che nella percezione stessa della vita, vi è una distrazione continua, un saltare da una connessione a un’altra, un continuo dileguarsi tra gli apparati tecnologici: dal telefono, alle mail, a facebook. Non c’è più spazio per la noia come “culmine del riposo spirituale”. Oltre a questa distrazione, si aggiunge anche una costante “dissociazione” dal presente: dal cosiddetto qui ed ora. Viviamo sempre in un “altrove”, in un “non qui” e in un “non ora”, rispetto al senso di realtà sviluppabile mediante l’esperienza sensoriale del presente.  Tutte queste distrazioni e salti ontologici virtuali, tutto questo essere sempre altrove e dovunque, porta a un infiacchimento della volontà e a un allentamento dell’attenzione, la quale abbisogna di esercizio e di rigore per allenarsi alla focalizzazione. La volontà a sua volta necessita di una “resistenza” per potersi sviluppare e articolare: non è semplicemente una risposta automatica agli impulsi esterni, ma un esercizio etico e comportamentale insieme, il quale richiede una opposizione capace di svilupparla in un progetto che faccia i conti con il principio di realtà, e quindi con le proprie risorse interne disponibili, motivazioni progettuali, e significati personali. Ci sono troppi stimoli da gestire, troppe comunicazioni da intercettare la densità delle informazioni, sia televisive che digitali, rappresenta un miscuglio di immagini, parole, suoni, musica, che il cervello umano, in milioni di anni di evoluzione, non ha mai incontrato in natura, e quindi non è capace di gestirlo in modo efficace. L’anima diviene consunta nella continua de interiorizzazione delle proprie funzioni complesse, come la riflessione, la contemplazione, l’immaginazione, declinate queste nelle mere prestazioni funzionali al sistema positivizzato. C’è così l’effetto di una stanchezza atomizzata, solipsistica, impotente, la quale produce un isolamento e una separazione dei soggetti, i quali, esaurite le loro energie nel tentativo sempre fallimentare di superare se stessi, ricadono sfiancati all’interno del proprio io. Un io incapace sia di guardare l’altro, sia di ascoltarlo. L’io positivizzato occupa tutto lo spazio mondano disponibile, non ha tempo né di ascoltare né di ascoltarsi. Deve produrre se stesso oltre se stesso. Ricadendo nuovamente, infine, al di qua del mondo, nelle proprie mura difensive costituite di impotenza.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9286" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9287" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/atomizzati-un-po-sfiancati-a_d-2.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Valerio Braschi, una cucina senza censure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Serendipity]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Piera Pastore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Masterchef al Ristorante 1978 a Roma, il giovanissimo chef che innova la cucina italiana &#8220;Una cucina creativa, sapida, d&#8217;impeto giovanile che si esprime senza censure&#8220;: così la Guida Michelin definisce il lavoro del giovanissimo chef Valerio Braschi, patron del Ristorante 1978 a Roma. Classe 1997, nato e cresciuto a Sant’Arcangelo di Romagna, a soli [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Da Masterchef al Ristorante 1978 a Roma, il giovanissimo chef che innova la cucina italiana</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;</span><i><span style="font-weight: 400;">Una cucina creativa, sapida, d&#8217;impeto giovanile che si esprime senza censure</span></i><span style="font-weight: 400;">&#8220;: così la Guida Michelin definisce il lavoro del giovanissimo </span><b>chef Valerio Braschi</b><span style="font-weight: 400;">, patron del </span><b>Ristorante 1978</b><span style="font-weight: 400;"> a Roma. Classe 1997, nato e cresciuto a Sant’Arcangelo di Romagna, a soli 19 anni vince la sesta edizione del noto show televisivo </span><b>Masterchef</b><span style="font-weight: 400;"> incantando i palati dei giudici. Dopo essersi aggiudicato il talent tra i fornelli di casa Sky, ha coronato il sogno di lavorare con Bruno Barbieri, almeno per un periodo, passato dallo chef al Fourghetti di Bologna. E da allora ne ha fatta di strada: attualmente è lo chef del Ristorante 1978 in Via Zara 27 a Roma. Qui, complice il ridotto numero di coperti, Valerio ha occasione di </span><b>esprimere a pieno la creatività</b><span style="font-weight: 400;"> con un menù degustazione da 10 portate in cui riversa passione e competenze tecniche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il segno della sua passione vorace per la cucina Valerio Braschi lo porta addosso: una cicatrice sul labbro superiore destro. Se l&#8217;è procurata a 3 anni leccando un frullatore a immersione usato per eliminare i grumi di una crema pasticcera. Oggi quella passione lo ha portato a creare </span><b>piatti innovativi, sperimentali e talvolta discussi. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ne è un esempio la </span><b><i>Carbonara distillata</i></b><span style="font-weight: 400;">, un bicchiere pieno di quella che sembra semplice acqua e invece è uno shottino, analcolico, </span><b>un &#8220;diverti-bocca&#8221; al gusto di carbonara</b><span style="font-weight: 400;">. Per preparare la carbonara liquida lo chef Braschi ha impiegato circa 3 ore distillando a bassa temperatura un preparato di zabaione e pecorino, brodo di pepe nero e crema di guanciale arrosto nelle giuste quantità proprio per ottenere il classico sapore della carbonara. Il tutto è stato messo in un Rotavapor per la distillazione non alcolica, così ha spiegato Valerio dal suo profilo Facebook.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A far parlar di sé anche la </span><b><i>Lasagna in tubetto</i></b><span style="font-weight: 400;">. Il piatto proposto si presenta con un tubetto, simile a quello del dentifricio, nel quale è presente una crema di lasagna da mettere su uno spazzolino di pasta all&#8217;uovo e brodo di parmigiano da bere alla fine della degustazione. &#8220;</span><i><span style="font-weight: 400;">L&#8217;idea</span></i><span style="font-weight: 400;"> &#8211; spiega lo chef Valerio Braschi &#8211; </span><i><span style="font-weight: 400;">nasce da un ricordo di quando da bambino la mattina dopo le feste, appena sveglio, mi lavavo i denti con una bella forchettata di lasagne avanzate in frigo dal giorno prima</span></i><span style="font-weight: 400;">”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E ancora, tra le sue creazioni più discusse la </span><b>Pizza marinara in busta</b><span style="font-weight: 400;">. Niente pomodoro accarezzato dall&#8217;olio, niente cornicione più o meno bruciacchiato, almeno all&#8217;apparenza. Perché nella bustina, che sta nel palmo di una mano &#8211; </span><i><span style="font-weight: 400;">&#8220;interamente commestibile anche la carta che avvolge</span></i><span style="font-weight: 400;">&#8221; &#8211; c&#8217;è proprio tutto quello che una marinara deve avere: &#8220;</span><i><span style="font-weight: 400;">Crema di pomodoro, aglio e origano disidratati e bordi di pizza polverizzati. Poi la bustina di foglio di riso viene termosigillata ed ecco il risultato</span></i><span style="font-weight: 400;">&#8220;, ha raccontato lo chef a Rimini Today, spiegando che i suoi piatti non sono provocazioni, ma restano aderenti alla tradizione: </span><i><span style="font-weight: 400;">&#8220;L&#8217;importante è che se, come in questo caso, propongo una pizza marinara al di là di tutto il sapore sia quello</span></i><span style="font-weight: 400;">&#8220;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra le ultime invenzioni culinarie di Braschi c’è infine la </span><b>Parmigiana in brodo</b><span style="font-weight: 400;">, presentata sui social dello chef così: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Parmigiana di melanzane. Dalla mia passione per i brodi ho ricreato lo stesso gusto della classica parmigiana di melanzane però in versione liquida. Il piatto si compone di un brodo di melanzane fritte con estrazione prima a 70° e successivamente a 2°, brodo di pomodori arrosto composto da pomodorini arrosto, in infusione in acqua di pomodori a 2° per 24h, brodo di provola affumicata e olio al basilico. In bocca è uno spettacolo!</span></i><span style="font-weight: 400;">”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Attualmente lo chef Valerio Braschi nel Ristorante 1978 presenta un </span><b>menu degustazione frutto di intuizioni, studio, sogni e sorrisi, memoria e sentimento</b><span style="font-weight: 400;">. Ogni piatto è scandito da gusti decisi ma allo stesso tempo diventano memoria di sapori antichi. Qui si riscoprono le vecchie ricette, quelle ormai dimenticate e si riportano alla luce valorizzandole al massimo. Infatti uno dei piatti che il ristorante propone è la testa di agnello in cassetta.</span></p>
<p><b>Siamo di fronte al nuovo enfant prodige della cucina italiana? Solo il tempo potrà confermarlo. </b></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Piera Pastore</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9289" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9290" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/da-masterchef-al-ristorante-s-2.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Alla Creatività basta l’essenziale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La città intelligente]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Mignini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti possiamo pensare fuori dagli schemi Sono i dati a dirlo, recenti studi mostrano come gli ostacoli e la scarsità di risorse rappresentano un importante stimolo per il pensiero creativo. Ma cos’è esattamente la creatività? Giovanni Lucarelli sociologo, formatore, facilitatore, scrittore con una passione per l’insegnamento degli strumenti di pensiero creativo, in un recente articolo [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Tutti possiamo pensare fuori dagli schemi</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono i dati a dirlo, recenti studi mostrano come gli ostacoli e la scarsità di risorse rappresentano un importante stimolo per il pensiero creativo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma cos’è esattamente la creatività? </span><b>Giovanni Lucarelli</b><span style="font-weight: 400;"> sociologo, formatore, facilitatore, scrittore con una passione per l’insegnamento degli strumenti di pensiero creativo, in un recente </span><b>articolo ha definito la creatività </b><span style="font-weight: 400;">come la capacità di </span><b>pensare “fuori dagli schemi</b><span style="font-weight: 400;">” e di individuare e realizzare soluzioni innovative ed efficaci, alle sfide e ai problemi quotidiani. Perché la creatività è di tutti, alcuni la usano professionalmente altri la allenano come abilità nella quotidianità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Le </span><b>abilità creative</b> <b>sono</b><span style="font-weight: 400;"> apparse molto più </span><b>dipendenti</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; prosegue nel suo articolo &#8211; </span><b>dalla situazione</b><span style="font-weight: 400;"> che da tratti della personalità”.  Questo concetto, introdotto dallo psicologo gestaltista Karl Duncker, riguarda la capacità di usare un oggetto in modo originale e inusuale; diametralmente opposta, la “fissità funzionale” può essere definita come l’incapacità (o la difficoltà) di attribuire ad un oggetto funzioni diverse rispetto a quelle per cui viene usato abitualmente. Cerchiamo di capirne di più.</span></p>
<p><b>Giovanni, i limiti sono il vero ostacolo da abbattere. Anche se ne esistono di svariate tipologie, c’è un modo univoco di superarli per lasciarsi andare al pensiero creativo?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Esistono, in effetti, diversi tipi di ostacoli al pensiero creativo. Alcuni sono </span><i><span style="font-weight: 400;">psicologici</span></i><span style="font-weight: 400;"> (“</span><i><span style="font-weight: 400;">Non sono creativo</span></i><span style="font-weight: 400;">”, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Non mi vengono buone, idee</span></i><span style="font-weight: 400;">”, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Ho paura che la mia idea venga bocciata o derisa</span></i><span style="font-weight: 400;">”, ecc.) e tendono a inibire la nostra generazione di idee e la loro condivisione con gli altri. Altri sono </span><i><span style="font-weight: 400;">metodologici </span></i><span style="font-weight: 400;">(“</span><i><span style="font-weight: 400;">Si procede in questo modo …</span></i><span style="font-weight: 400;">”, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Sappiamo che funziona sempre così …</span></i><span style="font-weight: 400;">”, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Ha funzionato in passato …</span></i><span style="font-weight: 400;">”, ecc.) e influiscono sul nostro modo di affrontare i problemi. Poi, ci sono anche ostacoli </span><i><span style="font-weight: 400;">culturali</span></i><span style="font-weight: 400;"> (“</span><i><span style="font-weight: 400;">Abbiamo sempre fatto così …</span></i><span style="font-weight: 400;">”, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Se cambiamo, cosa diranno i clienti?</span></i><span style="font-weight: 400;">” “</span><i><span style="font-weight: 400;">Se non è perfetta, non è una buona idea …</span></i><span style="font-weight: 400;">”, ecc.)  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli “antidoti” per superare questi ostacoli sono principalmente 4: </span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>Allenare le nostre abilità creative</b><span style="font-weight: 400;">: impegnarci, ogni giorno, a fare le cose in modo diverso, scrivere un elenco di idee per un certo problema, ecc.; più lo facciamo, più diventa agevole;</span> <span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">[se vuoi, puoi mettere il link al mio programma gratuito </span><span style="font-weight: 400;">“</span><span style="font-weight: 400;">La tua settimana più creativa</span><span style="font-weight: 400;">”</span><span style="font-weight: 400;">]</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>Stimolare la nostra “autostima creativa”</b><span style="font-weight: 400;">: tenere un taccuino in cui annotare, ogni settimana, le buone idee che abbiamo realizzato; condividere qualche idea che ci sembra promettente con i colleghi o con il capo: se non la proponiamo mai, non potrà mai essere accettata;</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>Imparare dagli errori</b><span style="font-weight: 400;">: ogni volta che qualche idea (o qualche azione) non funziona, domandiamoci: “Perché è successo?”, “Che cosa posso imparare da questa situazione?”, ecc.</span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>Sperimentare</b><span style="font-weight: 400;">: non ci sono “ricette precise” nell’ambito dell’innovazione: dobbiamo sperimentare ed apprendere. Chiediamoci: “Che cosa possiamo fare di nuovo?”, “Come possiamo sorprendere i clienti …”, “Come possiamo far funzionare questa idea?”  </span></li>
</ol>
<p><b>Come definirebbe le personalità dei creativi che hanno avuto un impatto positivo sulla società? Sono più donne o uomini che possono definirsi tali?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Devo confessare che non sono un sostenitore delle teorie sui tratti delle persone creative; preferisco puntare l’attenzione sugli atteggiamenti e sui comportamenti da mettere in pratica. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Trovo interessanti, comunque, le ricerche di Curt Bonk, docente all’</span><i><span style="font-weight: 400;">Indiana University</span></i><span style="font-weight: 400;">, che suddivide i tratti delle persone creative in </span><i><span style="font-weight: 400;">Prodotti </span></i><span style="font-weight: 400;">(Fluidità, Flessibilità, Originalità, Elaborazione),</span><i><span style="font-weight: 400;"> Attitudini </span></i><span style="font-weight: 400;">(Curiosità, Immaginazione, Complessità, Propensione al rischio), </span><i><span style="font-weight: 400;">Comportamenti </span></i><span style="font-weight: 400;">(Flessibile, Inventivo, Non conformista, Risposte nuove), che mi sembrano presenti nella stragrande maggioranza delle persone innovative.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per quanto riguarda l’impatto di queste persone sulla società (nel campo della scienza, della cultura, dell’arte, dell’economia, ecc.), oltre alla creatività più eclatante (detta </span><i><span style="font-weight: 400;">Big C Creativity</span></i><span style="font-weight: 400;">), dovremmo fare attenzione anche alla creatività quotidiana (</span><i><span style="font-weight: 400;">everyday creativity</span></i><span style="font-weight: 400;">).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">James Kaufman, psicologo e direttore del “Learning Research Institute” (</span><i><span style="font-weight: 400;">California State University</span></i><span style="font-weight: 400;">), insieme a Ronald A. Beghetto (Università dell’Oregon), ha proposto una classificazione a quattro livelli dell’espressione creativa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il primo livello è </span><b>Mini C (Mini Creativity) </b><span style="font-weight: 400;">e si manifesta nei piccoli gesti quotidiani (un nuovo ingrediente in una ricetta di cucina, un nuovo modo svolgere un’attività, ecc.); la soluzione che troviamo non è rivoluzionaria, ma per noi è nuova e significativa. Il secondo livello è </span><b>Little C (Little Creativity)</b><span style="font-weight: 400;">,</span> <span style="font-weight: 400;">ossia la creatività più mirata che coltiviamo quando pratichiamo un hobby (scattare foto, cucinare, fare giardinaggio, ecc.); è realizzata in un ambito specifico, nel tempo libero e in modo spontaneo. Il risultato è utile a noi e a quelli che praticano quell’hobby.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il terzo livello è </span><b>Pro C (Pro Creativity), </b><span style="font-weight: 400;">cioè la creatività praticata, sistematicamente, in un ambito professionale (fotografia, marketing, formazione, cucina, scrittura, ecc.). Ci consente di diventare esperti (in quell’ambito) e ci avvicina all’eccellenza. Le soluzioni sono utili e interessanti per tutti coloro che lavorano in quel campo. Il quarto livello è </span><b>Big C (Big Creativity)</b><span style="font-weight: 400;">: riguarda i contributi creativi eccellenti che hanno un impatto su un’intera disciplina, e quelle invenzioni che hanno cambiato la storia (invenzione della stampa, della macchina a vapore, della lampadina, ecc.). Anni di impegno e di passione portano alla padronanza tecnica e al pieno sviluppo delle potenzialità creative. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A proposito del genere, credo che siano di più gli inventori uomini perché, storicamente, hanno avuto maggiori opportunità di accedere ad università ed aziende. Le donne innovatrici, comunque, anche se numericamente inferiori, hanno avuto un’influenza determinante sulla società: basti pensare ad Ipazia di Alessandria (matematica, astronoma e filosofa), Maria Teresa d&#8217;Asburgo (prima imperatrice d&#8217;Austria), Ada Lovelace (prima programmatrice informatica), Marie Curie (grande scienziata e prima donna a vincere il Premio Nobel), Maria Montessori (madre della pedagogia moderna), Rita Levi Montalcini (scienziata, prima italiana a vincere un Premio Nobel scientifico) o Karen Sparck Jones, matematica inglese che ha ideato la funzione td-idf (</span><i><span style="font-weight: 400;">term frequency &#8211; inverse document frequency</span></i><span style="font-weight: 400;">) alla base dei moderni motori di ricerca.</span></p>
<p><b>Lei è autore di diversi libri e il suo sito, Creatività al lavoro è una palestra di inventiva con articoli, video, interviste ed esercizi. Cosa cerca di trasferire ai suoi utenti attraverso le sue competenze?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello che mi sprona a portare avanti il mio lavoro di formatore e di divulgatore è il desiderio di vedere persone più soddisfatte, più creative e più realizzate. Durante le mie lezioni (presso Università, Business School, ecc.), vedo i ragazzi sorridere e sorprendersi nello scoprire le loro abilità creative, e questo mi dà grande gioia e soddisfazione. Nelle consulenze presso le aziende, vedo gruppi di lavoro appassionarsi e applicare, con profitto, tecniche di pensiero creativo e questo mi fa sentire utile e apprezzato. Quando una persona che ha letto un mio articolo, un mio libro, o ha seguito un mio video corso, mi fa i complimenti e mi racconta di come i miei consigli l’hanno aiutata a ottenere un risultato, mi sento stimato e soddisfatto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In ogni contesto in cui intervengo, cerco di trasferire passione, creatività, conoscenze e divertimento, perché, come afferma il Fisico Freeman Dyson: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Finché hai coraggio e senso dell&#8217;umorismo, non è mai troppo tardi per ricominciare da capo</span></i><span style="font-weight: 400;">”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><b>Infine, prima di salutarci, potrebbe dedicare ai lettori de La Città una citazione spiegando perché rappresenta il pensiero creativo?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, a proposito della creatività ha detto: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita; ma una cosa creata si ama prima che esista</span></i><span style="font-weight: 400;">.”</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mi piace questa citazione, perché ci aiuta a comprendere che ogni risultato (grande o piccolo) che otteniamo è nato da un’idea. Ci siamo appassionati a quell’idea, l’abbiamo “coltivata” nella nostra mente, l’abbiamo condivisa con altre persone, l’abbiamo elaborata e migliorata (grazie al confronto con gli altri) e, alla fine, è diventata qualcosa di concreto (un prodotto, un servizio, un libro, una canzone, una ricetta, ecc.). Ma noi, fin dal primo momento in cui è balenata nella nostra mente, l’abbiamo amata.</span></p>
<p><b>Grazie</b></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Cristina Mignini</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9293" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9294" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-2.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9295" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/alla-creativita-basta-lessenziale-ci-3.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Avatar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
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<p><b>Sentire e vedere qualità intrise di potere</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Io ti vedo” dicevano gli abitanti di Pandora, in quel film stupendo che è Avatar; ora, per chi non lo avesse ancora visto, è uscito anche il prosieguo tanto atteso. Questo popolo di selvaggi, dalle sembianze assimilabili ad un innesto tra gli esseri umani e gli animali fantastici, aveva la capacità di vedere anche con la mente, erano connessi con il mondo animale e vegetale. Vedevano, dunque, vedevano la natura come viva, con emozioni, le stesse che proviamo anche noi. E, sentivano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sentire e vedere, due qualità che in Avatar sono intrise di potere, quello che noi umani, invece, non siamo neanche lontanamente capaci di intuire. Abbiamo perso il contatto con la madre terra, quello che possedevano gli abitanti di Pandora ma anche gli Indiani d’America, altrettanto definiti ed etichettati come selvaggi. Eppure gli Indiani d’America non erano personaggi fantasiosi, immaginati da un visionario, ma uomini e donne che erano in grado di connettersi veramente con la natura, di vedere e di sentire, esseri selvaggi ma profondamente evoluti dal punto di vista spirituale, lontani dalle anime torve di chi, quei selvaggi, doveva civilizzare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli abitanti di Pandora non erano più selvaggi degli uomini venuti dal cielo…Eppure, i Na’vi, così come gli indigeni della nostra storia, ignari del reale scopo degli stranieri, degli alieni, li accolsero. Abbiamo distrutto popoli in nome del cristianesimo, ossia in nome del profitto e della ricchezza, non di certo dell’anima, ma questa, è un’altra storia. E la storia si ripete, anche nel mondo immaginario, dove tra scienza e fantasia, evolviamo grazie ad un eroe buono che muta e si trasforma insieme allo scopo. In Avatar è Jake Sully, un marine paralizzato che prende il posto del fratello gemello morto, lo scienziato che doveva trasferirsi insieme ad altri sul nuovo pianeta, con l’intento di recuperare ulteriori e straordinarie risorse utili alla terra.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per poter respirare sul pianeta ospite, l’equipaggio della missione doveva indossare una maschera per l’ossigeno, oppure ricorrere agli avatar: ibridi realizzati mescolando il DNA umano a quello degli indigeni Na’vi, che potevano essere guidati grazie ad un’avanzata tecnologia per il controllo mentale. Ma torniamo al nostro eroe e alla sua metamorfosi. Jake, nel corso degli eventi, ad un certo punto perde di vista l’obiettivo, che lo voleva si interconnesso con gli altri &#8211; per la missione &#8211; ma sconnesso da se stesso e dallo scopo principale, dal senso più profondo della vita. Ecco, quindi, l’eroe che si lascia andare ai sentimenti per tornare a vivere l’istinto, ed è così che riesce a vedere e a sentire un nuovo sé stesso, molto più vicino ai Na’vi che non ai suoi simili, i veri selvaggi. Si innamora della figlia del capo tribù, e grazie alla sua evoluzione riesce a farsi accettare dal clan e ad abitare in mezzo a creature mistiche. Gli abitanti di Pandora, così come l’essere umano, si sono evoluti ad un livello superiore rispetto alla natura che abitano, ma contrariamente all’uomo, l’appartenenza, è il perno della loro cultura, infatti, gli alberi sono connessi tra loro attraverso una rete di comunicazione biochimica molto estesa e sono casa. Ogni clan ha il suo magnificente Albero Casa, formato da anelli a spirale, poi c’è l’Albero delle Anime (l’essere vivente più sacro in assoluto), capace di creare legami molto potenti, grazie alle sue radici, come se fossero code. I Na’vi, un po&#8217; come quasi tutta la fauna del satellite hanno una coda neurale, che nella parte finale possiede delle terminazioni nervose, capaci di intessere connessioni con tutte le piante e gli animali di Pandora, e grazie ad un particolare “legame” si illuminano. Tutte le creature possiedono questo “legame” che illumina parte dei loro corpi in modo diverso e unico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I Na’vi, parola che significa “Popolo”, grazie alla dottoressa Grace Augustine hanno imparato a comunicare con gli umani, che chiamano Tawtute “Gente del cielo” e il loro saluto è Oel Ngati Kameie ossia “Io ti vedo”, ma per avvicinarci al significato più profondo dovremmo dire: “Io vedo dentro di te”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fermiamoci a riflettere, cerchiamo dentro noi stessi quel fanciullino che tanto amavamo e.., e manteniamolo in vita, come se fosse la nostra coda neurale in grado di farci illuminare!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9296" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-avatar_c.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Razionalmente sognatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The King]]></category>
		<category><![CDATA[Atomizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Gerardo Altieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“&#8230;quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare&#8230;” e si divertono da matti! Si può crescere e maturare come persone, senza per questo perdere lo spirito da sognatori adolescenti? Certamente: l&#8217;importante è che quello spirito ci abbia posseduti al momento giusto (almeno per un po’) e che non ci abbia mai abbandonati [&#8230;]</p>
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<p><b><i>“&#8230;quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare&#8230;”</i></b><b> e si divertono da matti!</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si può crescere e maturare come persone, senza per questo perdere lo spirito da sognatori adolescenti? Certamente: l&#8217;importante è che quello spirito ci abbia posseduti al momento giusto (almeno per un po’) e che non ci abbia mai abbandonati completamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da giovani si è tutti proiettati alla conquista del mondo, alla pianificazione dell&#8217;agenda per realizzare i propri sogni, con a fianco il/la fidanzato/a con cui si è sicuri di passare tutta la propria vita, matematicamente certi di essere pronti ad affrontare qualunque ostacolo si pari davanti a noi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi però prima di un compito in classe recitiamo il Santo Rosario per avere un aiuto soprannaturale&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Scherzi a parte, quando diventiamo adulti una parte dei sogni adolescenziali mostra il loro lato irrealizzabile e questo ci porta a far prevalere sempre più il lato razionale della nostra mente, perdendo quell&#8217;ardita presunzione che ci porterebbe ad imbarcarci in imprese estremamente ambiziose: quante persone non avrebbero mai affrontato l&#8217;avventura genitoriale se avesse prevalso quello spirito strettamente razionale che sottolinea gli enormi sacrifici e difficoltà da affrontare al riguardo? Quante persone non si sarebbero mai cimentate in ardui studi universitari, se avessero solo considerato le notti insonni e le bocciature (spesso maieutiche) in grado di scalfire le nostre granitiche convinzioni di successo?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Steve Jobs, Galileo o Einstein sognavano in grande ciò che poi hanno realizzato: senza di loro forse useremmo ancora tutti il DOS (il paradiso dei nerd informatici reazionari), oppure avremmo scoperto con estremo ritardo che il sole non ruota intorno al nostro pianeta, ma viceversa. E non sapremmo che più ci avviciniamo alla velocità della luce, più a lungo rimaniamo giovani: forse è per questo che tutti corriamo come se fossimo in un girone dantesco.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi in realtà il mondo virtuale, in cui troppi riversano la loro vera personalità grazie all&#8217;assenza di relazioni fisiche, è un po&#8217; la realizzazione dei nostri sogni, ma una realizzazione effimera e &#8230;virtuale! La razionalità che ufficialmente domina la nostra vita poi vede la fuga in questi mondi paralleli, privando la vita reale di quello spirito sognatore che funge da scintilla per accendere la miscela esplosiva dell&#8217;innovazione e della determinazione al raggiungimento degli obiettivi estremamente ambiziosi e sfidanti, che tutti noi dovremmo sanamente porci.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un altro limite importante deriva dal timore del giudizio della nostra bolla sociale: un insuccesso non è solo un trauma personale, ma anche un rischio di immagine con i nostri interlocutori sociali. Questo problema non ha stabile cittadinanza nella cultura statunitense ed è per quello che la maggioranza delle start up di successo nascono in USA: lì un insuccesso è prima di tutto un&#8217;opportunità per imparare, non un momento per essere giudicati come dei falliti (Jeff Bezos docet).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La razionalità a volte è anche una forma di difesa per non andare incontro a delle sconfitte: il numero di motivi per cui non imbarcarsi in un&#8217;impresa ardua saranno sempre di più di quelli per affrontarla, ma qualitativamente i motivi invece per affrontarla saranno sempre più forti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io auguro a chiunque che quello spirito di spensierato ottimismo alberghi per sempre nel loro animo, anche di fronte ad una sciagura insormontabile: la vita è sempre un generatore di elementi positivi, da non dimenticare mai!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In fondo, il grande John Belushi ebbe ragione quando in Animal House declamò che “&#8230;quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare&#8230;” e, aggiungo io, si divertono da matti!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Gerardo Altieri</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9299" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-razionalmente-sognatori-tk.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Gli atomizzati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Uomo ad una dimensione A me pare evidente che stiamo percorrendo un asse inclinato, che si basa sull’assenza del discernimento. La persona, oggi, ha smarrito la capacità critica del giudizio e si avventura nella ricerca vana, di individuare un senso proprio, una ragione d’essere che dia rilievo all’epoca in cui vive, e significato ad una [&#8230;]</p>
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<p><b>L’Uomo ad una dimensione</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A me pare evidente che stiamo percorrendo un asse inclinato, che si basa sull’assenza del discernimento. La persona, oggi, ha smarrito la capacità critica del giudizio e si avventura nella ricerca vana, di individuare un senso proprio, una ragione d’essere che dia rilievo all’epoca in cui vive, e significato ad una esistenza che sia meritevole di essere annoverata fra quelle “che si distinsero per particolari aspetti…”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sicuramente è una sfida non di poco conto, se si pensa che sul periodo che stiamo attraversando, si è abbattuta la più subdola campagna per una decerebrazione delle masse che il tempo a noi conosciuto possa ricordare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come altrimenti si potrebbe definire questo processo di connessione permanente che induce qualsiasi cittadino senziente ad essere costantemente “sotto attacco”?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come potremmo catalogare una fase epocale in cui, cosa mai verificatasi prima a memoria d’Uomo, persone rispondono a questuanti che comunicano al livello virtuale, che chi “è stato contattato” dovrà subito, e senza indugi, uniformarsi a linee di comportamento ossequiose rispetto a chi si è assunto l’onere di segnalare l’imprendibilità della proposta?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono trascorsi, esattamente, cinquantaquattro anni da quando le società e le università dell’Europa e degli Stati Uniti furono infiammate da quel fenomeno irripetibile che è rimasto celebre con il nome di “sessantotto”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pochi ricorderanno che il filosofo più riconosciuto come massimo e acuto analizzatore di quel tormentato ed esaltante periodo, fu Herbert Marcuse.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sua opera più “radiografica” del sessantotto, fu “l’Uomo ad una dimensione”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cosa Marcuse voleva porre all’indice dei comportamenti che il capitalismo occidentale stava subdolamente diffondendo e perpetrando?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che l’Uomo, inteso come “macchina votata al consumismo”, veniva docilmente adattato ad essere consenziente verso le sollecitazioni che le grandi imprese confezionavano, in modo da produrre e immettere nel mercato merce che poi avrebbe incontrato e verso la quale si sarebbe sentito attratto al punto da essere convinto di essere stato lui a compiere la “scelta originale” di quel prodotto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cinquantaquattro anni: un battito di ali di farfalla se pensiamo alla Storia delle Civiltà, ma che ci porta a riflettere che, se oggi procediamo come zombie e ci accalchiamo per assicurarci l’ultima generazione del Samsung o di altro prodotto tecnologico, vuol dire che questa insidiosa e subdola azione di indottrinamento subliminale ha scavato nel profondo di miliardi di persone. Saremo ancora in tempo per arrestare questo processo?</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Ernesto Albanello</span></p>
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