Avatar

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Sentire e vedere qualità intrise di potere

“Io ti vedo” dicevano gli abitanti di Pandora, in quel film stupendo che è Avatar; ora, per chi non lo avesse ancora visto, è uscito anche il prosieguo tanto atteso. Questo popolo di selvaggi, dalle sembianze assimilabili ad un innesto tra gli esseri umani e gli animali fantastici, aveva la capacità di vedere anche con la mente, erano connessi con il mondo animale e vegetale. Vedevano, dunque, vedevano la natura come viva, con emozioni, le stesse che proviamo anche noi. E, sentivano.

Sentire e vedere, due qualità che in Avatar sono intrise di potere, quello che noi umani, invece, non siamo neanche lontanamente capaci di intuire. Abbiamo perso il contatto con la madre terra, quello che possedevano gli abitanti di Pandora ma anche gli Indiani d’America, altrettanto definiti ed etichettati come selvaggi. Eppure gli Indiani d’America non erano personaggi fantasiosi, immaginati da un visionario, ma uomini e donne che erano in grado di connettersi veramente con la natura, di vedere e di sentire, esseri selvaggi ma profondamente evoluti dal punto di vista spirituale, lontani dalle anime torve di chi, quei selvaggi, doveva civilizzare.

Gli abitanti di Pandora non erano più selvaggi degli uomini venuti dal cielo…Eppure, i Na’vi, così come gli indigeni della nostra storia, ignari del reale scopo degli stranieri, degli alieni, li accolsero. Abbiamo distrutto popoli in nome del cristianesimo, ossia in nome del profitto e della ricchezza, non di certo dell’anima, ma questa, è un’altra storia. E la storia si ripete, anche nel mondo immaginario, dove tra scienza e fantasia, evolviamo grazie ad un eroe buono che muta e si trasforma insieme allo scopo. In Avatar è Jake Sully, un marine paralizzato che prende il posto del fratello gemello morto, lo scienziato che doveva trasferirsi insieme ad altri sul nuovo pianeta, con l’intento di recuperare ulteriori e straordinarie risorse utili alla terra.

Per poter respirare sul pianeta ospite, l’equipaggio della missione doveva indossare una maschera per l’ossigeno, oppure ricorrere agli avatar: ibridi realizzati mescolando il DNA umano a quello degli indigeni Na’vi, che potevano essere guidati grazie ad un’avanzata tecnologia per il controllo mentale. Ma torniamo al nostro eroe e alla sua metamorfosi. Jake, nel corso degli eventi, ad un certo punto perde di vista l’obiettivo, che lo voleva si interconnesso con gli altri – per la missione – ma sconnesso da se stesso e dallo scopo principale, dal senso più profondo della vita. Ecco, quindi, l’eroe che si lascia andare ai sentimenti per tornare a vivere l’istinto, ed è così che riesce a vedere e a sentire un nuovo sé stesso, molto più vicino ai Na’vi che non ai suoi simili, i veri selvaggi. Si innamora della figlia del capo tribù, e grazie alla sua evoluzione riesce a farsi accettare dal clan e ad abitare in mezzo a creature mistiche. Gli abitanti di Pandora, così come l’essere umano, si sono evoluti ad un livello superiore rispetto alla natura che abitano, ma contrariamente all’uomo, l’appartenenza, è il perno della loro cultura, infatti, gli alberi sono connessi tra loro attraverso una rete di comunicazione biochimica molto estesa e sono casa. Ogni clan ha il suo magnificente Albero Casa, formato da anelli a spirale, poi c’è l’Albero delle Anime (l’essere vivente più sacro in assoluto), capace di creare legami molto potenti, grazie alle sue radici, come se fossero code. I Na’vi, un po’ come quasi tutta la fauna del satellite hanno una coda neurale, che nella parte finale possiede delle terminazioni nervose, capaci di intessere connessioni con tutte le piante e gli animali di Pandora, e grazie ad un particolare “legame” si illuminano. Tutte le creature possiedono questo “legame” che illumina parte dei loro corpi in modo diverso e unico. 

I Na’vi, parola che significa “Popolo”, grazie alla dottoressa Grace Augustine hanno imparato a comunicare con gli umani, che chiamano Tawtute “Gente del cielo” e il loro saluto è Oel Ngati Kameie ossia “Io ti vedo”, ma per avvicinarci al significato più profondo dovremmo dire: “Io vedo dentro di te”.

Fermiamoci a riflettere, cerchiamo dentro noi stessi quel fanciullino che tanto amavamo e.., e manteniamolo in vita, come se fosse la nostra coda neurale in grado di farci illuminare!

Alessandra De Angelis

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