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	<title>Alessandra De Angelis Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>L&#8217;ignoranza è la felicità degli insensibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Aug 2023 13:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[La forza di una comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“I rapporti di vicinato sono la pietra di paragone che smaschera i ricchi. I ricchi non hanno vicini” scrive Aldous Huxley nel suo romanzo filosofico dei primi anni venti Punto contro punto, quando ci troviamo a leggere il dialogo tra Illidge &#8211; un apprendista scienziato maldestro e dalle idee sovversive -, con Walter il protagonista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">“I rapporti di vicinato sono la pietra di paragone che smaschera i ricchi. I ricchi non hanno vicini” scrive Aldous Huxley nel suo romanzo filosofico dei primi anni venti Punto contro punto, quando ci troviamo a leggere il dialogo tra Illidge &#8211; un apprendista scienziato maldestro e dalle idee sovversive -, con Walter il protagonista della storia (alquanto intricata) &#8211; un giornalista timido e inconcludente -, figlio di un famoso pittore. Il pezzo in questione nasce dall’imbarazzo di Illidge che durante un concerto importante nel Palazzo dei ricchissimi Tantamount, inciampa sulla scalinata dalla quale stava scendendo insieme al padrone di casa, un vecchio scienziato molto simile ad un orso poco predisposto alla vita mondana, attratti e chiamati dal suono di Bach mentre lavoravano ad un esperimento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“I ricchi hanno un che di stranamente meschino, spregevole e malato. Il denaro produce una specie di incurabile insensibilità, non c’è niente da fare. Gesù l’aveva capito. Il versetto del cammello e la cruna dell’ago è una semplice constatazione di fatto. Si ricorda l’altro versetto sull’amore per il prossimo, i vicini? Dopo di ciò mi considererà un credente,” Illidge ebbe l’aria di scusarsi “ma bisogna riconoscergli i suoi meriti. Quell’uomo aveva capito, aveva visto chiaro.” </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ qui che emerge la frase sui rapporti di vicinato come la pietra di paragone che smaschera i ricchi, l’inizio di un discorso ragionato per sviluppare una tesi contro i ricchi. Una dissertazione filosofica e sociale che nasce sui ricordi della madre di Illidge, ricordi molto semplici ma di grande effetto, come quando doveva uscire e si affidava ad una vicina per badare a lui e ai suoi fratelli; una cortesia che ovviamente ricambiava all’occorrenza. Oppure, se qualcuno stava male e non poteva muoversi, i vicini arrivavano in soccorso portando qualcosa da mangiare. “Quando uno vive con meno di quattro sterline alla settimana, per forza deve comportarsi da cristiano e amare il suo vicino. […] può capitare di aver bisogno l’uno dell’altro in casi di emergenza; spesso con una tale urgenza che rifiutare è fuori questione. Visto che uno, in quanto essere umano, non può fare a meno di dare il suo aiuto, è meglio sforzarsi di voler bene alle persone che si devono aiutare” scrive ancora Haoldous Hixley, in questo superbo </span><span style="font-weight: 400;">&lt;&lt;</span><span style="font-weight: 400;">romanzo di idee</span><span style="font-weight: 400;">&gt;&gt;, </span><span style="font-weight: 400;">facendolo dire allo scienziato povero. Ed Illidge prosegue nella sua dissertazione dialogata con Walter:</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Ma voi ricchi non avete veri vicini. […] Non occorre che la vicina dia un’occhiata ai vostri pargoli quando uscite, visto che avete bambinaie e governanti che lo fanno a pagamento. Normalmente non vi accorgete nemmeno dei vostri vicini. Tenete le distanze. […] Magari dietro le imposte avvengono le tragedie, ma i vicini non ne sanno niente.”</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Sia ringraziato Iddio!” esclamò Walter. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Ha ragione a ringraziarlo. La privacy è uno dei lussi maggiori; ma i lussi si pagano. La gente non si commuove per le disgrazie che non conosce. L’ignoranza e la felicità degli insensibili.”</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il dialogo prosegue, ho riportato solo il fulcro di una discussione &#8211; apparentemente di vita quotidiana ma solo in superficie -, poiché è il nocciolo di una rilevanza sociale che esprime le basi di un concetto molto forte, quello dell’importanza della comunità, intesa come coesione di affet</span><span style="font-weight: 400;">ti. </span><span style="font-weight: 400;">Lo abbiamo visto nel disastro in Emilia Romagna con le alluvioni di maggio, dove una comunità coesa ha reagito spinta dall’amore verso il suo vicino, aiutata da uno spirito socievole insito nella gente di quei posti. Una comunità di questo tipo, certamente non è avulsa dalla sofferenza e dai problemi che può causare una calamità naturale, ma un dolore condiviso è certamente meno pesante di un carico che si porta da soli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il rapporto tra vicini, tuttavia, non è sempre così armonioso e solidale, anzi, è spesso causa di liti estenuanti che, talvolta, in casi estremi, sfociano in sanguinosi delitti. Oppure non esiste nessun tipo di rapporto, e non a causa della ricchezza come tende il discorso sopra citato, ma per colpa della paura. Si, della paura. Viviamo un periodo storico, questo, in cui si preferisce non immischiarsi, per evitare di trovarsi invischiati in situazioni pericolose o, comunque, complesse, troppo difficili da dipanare, che inevitabilmente ci risucchierebbero. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“L’ignoranza è la felicità degli insensibili”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non è più una questione di povero o ricco ma di paura, paura di ciò che si potrebbe nascondere dietro la porta accanto. Questo problema non è presente nei piccoli borghi, dove tutti conoscono tutti e, pertanto, il rapporto di buon vicinato persiste. Si è persa l’abitudine di lasciare i portoni aperti o con la chiave infilata nella toppa, ma non a causa del vicino, bensì per il timore del forestiero, ed è forse il motivo per cui molti scappano dalle città per “rifugiarsi” nei piccoli borghi, e li ritrovare il sostegno di una comunità, presente se perdi il gatto, presente se un infortunio ti blocca a casa e non puoi uscire a far la spesa o accompagnare il figlio a scuola. Rapporti, relazioni dunque, che donano un benessere generale al singolo come al gruppo, dal micro al macro, mettendo in circolo energia positiva.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>Karma City</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2023 15:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Letture sotto l'ombrellone 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Di solito le persone, ogni volta che si trovano faccia a faccia con una situazione infelice, difficilmente attribuiscono a se stesse la responsabilità. Sono tanto attente agli effetti, ma sottovalutano ogni volta le cause. Tutto ciò che nasce da noi è a noi che ritorna, perciò non occorre preoccuparci così tanto per ciò che riceviamo, [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">“Di solito le persone, ogni volta che si trovano faccia a faccia con una situazione infelice, difficilmente attribuiscono a se stesse la responsabilità. Sono tanto attente agli effetti, ma sottovalutano ogni volta le cause. Tutto ciò che nasce da noi è a noi che ritorna, perciò non occorre preoccuparci così tanto per ciò che riceviamo, è decisamente meglio dedicarci a ciò che diamo. La vita è regolata da una netta correlazione fra causa ed effetto. È una legge non scritta ma di fondamentale intuizione. C’è tutto il resto di una vita in una scelta. Tutto si gioca nei pochi secondi in cui scegli e spesso le conseguenze sono devastanti. Ciò che accade successivamente è il prodotto inevitabile di ciò che hai scelto e la tua scelta, ancora una volta, è già condizionata da tutte le scelte precedenti. Così, gli avvenimenti che spesso credi essere casuali in realtà non sono affatto regolati dal caso, hanno delle cause ben precise. Tutto questo, che molti per semplificare chiamano effetto boomerang, è il Karma”, si legge in </span><i><span style="font-weight: 400;">Karma City</span></i><span style="font-weight: 400;">, il romanzo di Massimo Bisotti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Karma City è una città segreta dove vanno a vivere otto ragazzi, irretiti da uno psicologo online e dalla sua affascinante proposta di ricominciare da zero, scomparendo dal mondo per riesumare la propria essenza. I sogni infranti che imputridiscono l’anima accomunano certamente questi ragazzi, e come i rimpianti delle parole non dette, dei gesti naufragati, anche le scelte dettate dai sensi di colpa sono lì, nelle loro anime. Sono li ad ammuffire, rendendoci impossibile vivere, vivere realmente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Terminati i capri espiatori che facciamo? Resettare tutto è possibile? Oppure è solo illusione? In questa citta che ha uno statuto tutto suo, si, è possibile ricominciare da capo, o così sembrerebbe. Una nuova nascita o, rinascita. E chi è questo psicologo misterioso che nessuno conosce ma che, soprattutto, possiede questo potere immenso? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Esiste una mappa dove leggere le nostre storie, quelle collegate dalle morti e dalle rinascite? Non un albero genealogico che ci collega ai nostri avi, ma un nostro albero delle vite passate, mi chiedo io a questo punto. Perché non so se riuscirei a partire come loro, con poche informazioni, anche se, per ripartire resettando non hai bisogno di molto, o forse si. La base di partenza è importante? Ma questo è solo un mio problema, quello di avere tutto sotto controllo, anche se, tutto, non è appropriato, non siamo macchine perfette, ma esseri umani imperfetti, quindi torniamo a loro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Torniamo a questi ragazzi &#8211; chi più e chi meno giovane &#8211; che invece hanno deciso di partire e che, inevitabilmente, si trovano ad interagire, ad intessere relazioni non con l’universo intero ma con minima porzione di esso, che sembrerebbe quasi una bolla atemporale, fuori dallo spazio. “Ma là fuori, indipendentemente da noi e oltre noi, esiste un mondo che va avanti lo stesso, e che, escludendo rarissime eccezioni, non sentirà la nostra mancanza. andrÈ un errore vivere nel velo dell’illusione che quando si realizzeranno certe condizioni finalmente staremo bene. Le condizioni ottimali per poter essere felici non sono mai perfette e assolute”, quindi? Queste otto persone che hanno scelto di partire per Karma City, troveranno la felicità assoluta? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutto ciò che accade nella vita dovrebbe avere una ragione, anche se apparentemente incomprensibile, e questo perché esiste il karma e tutti siamo collegati, non solo noi stessi con il nostro passato, (probabilmente irrisolto che in un modo o nell’altro si ripresenta, come gli errori, commettiamo sempre gli stessi, come una sorta di ripetizione automatica), ma anche con gli atri, quelli che interagiscono con le nostre vite. Forse, se questo concetto è basato su una legge reale anche se non scritta, i personaggi di </span><i><span style="font-weight: 400;">Karma City</span></i><span style="font-weight: 400;"> si ritrovano a vivere insieme, non a caso, ma per un preciso scopo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni lettore, penso, dovrebbe trovare il proprio, quello che aderisce di più alla sua anima, per imparare a prendersi cura dei suoi super poteri. E questa è anche la dedica che Massimo Bisotti mi scrisse sul romanzo dalla splendida copertina, che ci ricorda gli intrecci delle nostre vite.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>Sognare, per “Il sognatore”, è uno stile di vita naturale.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2023 15:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Credo quindi faccio ... e riesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sognare è un atto di pura immaginazione, che attesta in tutti gli uomini un potere creativo, che se fosse disponibile in veglia, farebbe di ogni uomo un Dante o Shakespeare”, scrive Frederic Enry Hedge, che nel 1830 fu uno dei fondatori, insieme ad Emerson, del Trascendental Club, dove si diffuse il trascendentalismo, un movimento filosofico [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">“Sognare è un atto di pura immaginazione, che attesta in tutti gli uomini un potere creativo, che se fosse disponibile in veglia, farebbe di ogni uomo un Dante o Shakespeare”, scrive Frederic Enry Hedge, che nel 1830 fu uno dei fondatori, insieme ad Emerson, del Trascendental Club, dove si diffuse il trascendentalismo, un movimento filosofico e letterario che confida nella fiducia in se stessi e nella corrispondenza tra anima individuale e anima universale, sfociando talvolta in posizioni mistiche. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il sogno onirico, viene visto, quindi, come un atto creativo senza limiti di sorta, arricchito dal potere di un’immaginazione senza vincoli e condizionamenti. Il sogno è libero di creare l’irrealizzabile, ma come tutti i sogni, non è tangibile, bensì illusorio, astratto. E se lo fosse, invece, qualcosa che si può realizzare? Penserete, si, ma in un film di Spielberg &#8211; che in una intervista ha detto che lui di mestiere sogna -, capace di realizzare mondi e personaggi che ai suoi esordi nessuno poteva immaginare, oppure in un romanzo di Stephen King (anche lui credeva molto nell’importanza dei sogni, non solo onirici, per dare sfogo alla creatività), noto per aver gettato nella spazzatura il suo romanzo divenuto poi il più famoso, Carrie, a cui nessun Editore dava credito, come per il Potter della Rowling, o ancora in un prodotto di arte surreale come le opere realizzate da Fellini. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fellini, il suo stile onirico mi ha sempre affascinato, proprio perché capace di trasformare la fantasia in vita reale. Le scene create dal maestro visionario sono come sogni che prendono vita, uscendo dal nostro inconscio dove, all’insaputa di tutti, anima individuale e anima universale si incontrano segretamente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se i personaggi di Fellini vivono il sogno, possono farlo anche altri, fuori dalla pellicola!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ tutto così reale nonostante l’immersione in un alone surreale. E’ questo ciò che colpisce. E’ questo ciò che crea stupore nei film di Fellini!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’arte prende vita grazie alla creatività, grazie alla capacita di immaginare cose che nessuno ha mai visto, e queste cose iniziano a germogliare in un mondo nuovo, rendendo possibile ciò che non lo è.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sognare, dunque, in tutti i modi possibili per creare, ma soprattutto credere nei propri sogni, sia quelli ad occhi chiusi che quelli ad occhi aperti. Questo è il primo passo di un “Distruptor”, etichetta oggi attribuita ai personaggi capaci di andare contro corrente, resistendo fisicamente e mentalmente pur di portare avanti le proprie idee. Ho usato volutamente la parola personaggi poiché questo tipo di persone, inevitabilmente, diventano personaggi famosi, figure importanti e fondamentali della nostra nazione come Enrico Mattei e Adriano Olivetti per esempio. Non sono artisti come le figure menzionate sopra, ma con loro hanno in comune la potenza dell’immaginazione, fondamentale per creare visioni innovative che vanno oltre il pensiero abituale. E’ una dote che accomuna anche gli scienziati che prima di trovare soluzioni e scoprire nuove teorie, le sognano o le intuiscono proprio grazie ai sogni, e alla capacità di immaginare fuori dagli schemi. Possedere doti come la perseveranza e la fermezza, è il secondo e fondamentale passo, che con un balzo simile al ponte di Einstein Rosen (portale spazio temporale che collega luoghi molto distanti nello spazio e nel tempo) conduce il sognatore verso la realizzazione della propria visione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Il sognatore” in questione, crede ai propri sogni, si nutre costantemente di essi, tanto da farli diventare essenziali come l’acqua, pertanto non è difficile, per lui, assumere una condotta tenace. Sognare, per “Il sognatore”, è uno stile di vita naturale, quello dettato dalla sopravvivenza.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-11116" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-300x200.png" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-300x200.png 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-1024x683.png 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-768x512.png 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-1536x1025.png 1536w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-696x464.png 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-1068x712.png 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult-600x400.png 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/07/la-cult.png 1880w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’amicizia vera è un rapporto d’amore con le ali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2023 15:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Come si riconosce una vera amicizia?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se tutte le storie d’amore seguissero i modi e i moti dell’amicizia, probabilmente ci sarebbero meno separazioni. L’amicizia, infatti, tende a pretendere meno rispetto a un rapporto amoroso, dove si insinuano troppi obblighi, quelli che sfilacciano la libertà del singolo individuo, anche se, in effetti, la coppia dovrebbe essere considerata come una persona, poiché gli [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Se tutte le storie d’amore seguissero i modi e i moti dell’amicizia, probabilmente ci sarebbero meno separazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’amicizia, infatti, tende a pretendere meno rispetto a un rapporto amoroso, dove si insinuano troppi obblighi, quelli che sfilacciano la libertà del singolo individuo, anche se, in effetti, la coppia dovrebbe essere considerata come una persona, poiché gli animi degli innamorati si fondono in un unico essere. E questo, probabilmente, è ciò che accade all’inizio, nella fase dell’innamoramento, quando i nostri sensi sono abbagliati e confusi dal desiderio di fonderci con l’altro, fisicamente e mentalmente, quando tutto ci appare possibile e, in effetti, lo è. Potenza dell’amore!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi, pian piano, quell’unico essere plasmato dall’alchimia dell’innamoramento, torna a dividersi, creando due persone nuove che da quell’unione hanno perso un po&#8217; di se e acquisito un po&#8217; dell’altro. Credo che il risultato di questa unione sia magnifico, che ci accresca notevolmente, conducendoci ad un piano superiore dell’evoluzione ma, rimaniamo pur sempre esseri umani, nati soli col bisogno di socializzare e accoppiarsi, e quindi, portatori sani di egoismo. L’egoismo sano è quello che ci protegge, quello che ci ricorda di esistere a prescindere dagli altri, le persone con cui interagiamo, che inevitabilmente ci condizionano, talvolta limitandoci, depredandoci di noi stessi. Poi c’è l’egoismo che monta per avidità o per rabbia oppure ancora per un passato complesso, ognuno il suo, ed è così che i rapporti amorosi iniziano ad indebolirsi, minati da egoismo ed obblighi, sensi di colpa e rabbia. Con questo discorso non voglio dire che l’amicizia sia avulsa da sentimenti di questo genere, specialmente quando si è giovani, invischiati nel tumulto delle passioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La vera amicizia affonda le sue radici nella reciprocità, che tuttavia viene dilatata nel tempo, ossia non si pretende come in un rapporto a due. Lo scambio, di favori attenzioni ascolto comprensione, non si pretende nell’immediato, ma comunque lo si attende, e si perdona molto più facilmente l’altro che non rispetta i tempi di questa vicendevolezza, fino a quando non ci si stanca di aspettare invano ciò che vorremmo ricevere, e allora l’amicizia svanisce, sfuma via come una boccata di fumo. Forse non era vera amicizia o forse lo è stata solo per un periodo, poi la vita ci cambia e con essa anche il modo di vivere gli amici. La vera amicizia ha il potere di rimanere intatta, anche quando noi cambiamo. La vera amicizia è fondata, quindi, sulla reciprocità, come tutti i rapporti di valore, ma possiede le ali delle libertà che porta gli amici a vivere le loro vite, seguendo i propri bisogni, che crescendo si allontanano da quelli giovanili, poiché subentrano, appunto, i rapporti amorosi che tendono a fonderci con l’altro, o i figli e il lavoro, la salute, il rapporto talvolta forzato con la società in cui siamo immersi, tutte variabili sostenute da quelle forti ali. Ed è così che un’amicizia vera, non sfuma mai. Nonostante gli stili di vita o i chilometri, se un’amicizia è salda, rimane tale e quale, e ci permette di confrontarci con l’altro come se il tempo e la distanza non esistessero. L’amicizia vera è protetta da una bolla spazio temporale che ci lascia per sempre giovani, bisognosi di quel conforto e di quell’appoggio che ci sprona e ci sostiene.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’amicizia vera è un rapporto d’amore con le ali e segue le leggi dell’attrazione, così che due anime affini, possano entrare empaticamente in contatto tra loro, malgrado le differenze culturali o sociali, anche se spesso influiscono.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>Allenarsi alla pazienza con la Pesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 15:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[La pazienza è la virtù dei forti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il porto, ha sempre avuto su di me una fascinazione particolare. Ho dei ricordi indelebili che odorano di mare e, di pesce, ricordi che vibrano nel frastuono di voci urlanti, quelle delle donne dei marinai. Ho bene in mente quelle figure di donne forti, di solito sempre ben coperte, che gridavano “pesce fresco”, sballottolando le [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Il porto, ha sempre avuto su di me una fascinazione particolare. Ho dei ricordi indelebili che odorano di mare e, di pesce, ricordi che vibrano nel frastuono di voci urlanti, quelle delle donne dei marinai. Ho bene in mente quelle figure di donne forti, di solito sempre ben coperte, che gridavano “pesce fresco”, sballottolando le cassette con i pesci appena pescati che saltellavano poveretti, e si torcevano tarantolati. Erano ancora vivi o mossi dall’abile venditrice? Me lo chiedevo sempre, nonostante avessi sette o otto anni, frequentavo la scuola primaria, le vecchie “elementari”. Ero attratta da quel mondo duro, quello dei marinai che uscivano per giorni e notti, avventurandosi sopra le acque del mar adriatico verso l’orizzonte, in cerca di pesci da rivendere. I merluzzi erano il nostro forte. E quando tornavano, al porto sembrava festa. Tutte le massaie più abili che cercavano di accaparrarsi il pesce appena sbarcato, direttamente sulle banchine, prima che arrivasse nelle mani delle abili venditrici urlanti, disposti dentro le cassette col ghiaccio, rettangolari, ben disposte sopra i loro carretti. Mia madre aveva il mio stesso dubbio, o forse lei lo aveva trasmesso a me e io non lo ricordo, dubbio che venisse poi mischiato, con qualche pesce “appuzzito” dal tempo, per usare un termine dialettale che rafforzi l’immagine senza dover scendere nei particolari. Probabilmente anche le altre donne temevano l’inganno, oppure correvano per imitazione, senza chiedersi il motivo. A volte succede.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il porto mi ha sempre rapita ma, non la pesca, quella che si fa per sport, fermi su uno scoglio, o su una riva. In quel mondo statico ho sempre visto fastidio, lo stesso che provo quando vedo le lezioni di Yoga. Eppure i primi pescatori fermi sul posto, stavano li per necessità, non per sport, ma per il bisogno di mangiare e di approvvigionare cibo per la famiglia. Forti nelle braccia e ostinati nello spirito, attendevano pazienti il risultato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La pesca, dunque, come ottimo esercizio per allenare la resistenza, non quella fisica &#8211; anche se fisico e mente sono silenziosamente collegati &#8211; bensì quella mentale, che deve sopportare, spesso, più del fisico. La nostra mente come qualsiasi muscolo del corpo va allenata, per non perdere la memoria, per non perdere il nostro prezioso tempo, speso a conoscere, a vivere, per non perdere la pazienza. Ahimè io la perdo spesso questa “benedetta pazienza”. Perché si dice così? Mi sovvengono le parole di Gesù quando dice agli apostoli &lt;&lt;Io vi farò pescatori di uomini&gt;&gt;; ci vuole pazienza nella pesca, così come con le anime degli uomini, che non credono, che non vedono.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E, allora, non posso non ricordare la pesca miracolosa del povero Simon Pietro, avvenuta dopo la deludente stanchezza di una giornata fallimentare. “Benedetta pazienza” perché benedetta dal Signore? Se ci affidiamo ad un atteggiamento paziente, se sapremo attendere, arriverà un premio? Non so rispondere con certezza, ma posso avvicinare la pazienza, che purtroppo non mi appartiene, all’idea di tenacia, e quindi si, se abbiamo tenacia, il premio arriva. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ possibile che durante il nostro personale cammino, saremo in grado di mantenere un idea, un proposito, un sogno, uno scopo, con tenacia, perdendo tuttavia la pazienza, e quindi la speranza. E’ umano perderla, ma la tenacia, credo, sia la spalla che sostiene la pazienza e quindi la speranza. Si può vacillare e sbandare ma, grazie alla tenacia e ad un atteggiamento interiore calmo, è possibile raddrizzare ciò che si piega. Nel frattempo, alleniamoci a non perderla, io provo con la pesca!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>Un tempo, il nostro, che si morde la coda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2023 15:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Corriamo Corriamo ma dove andiamo?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggendo Vite immaginarie di Marcel Scwob, mi sono imbattuta nella storia di Cratete, che mi ha particolarmente colpita. Le storie di vita scritte nel libro non sono biografie classiche, più che altro sono accenni biografici, dove il particolare più misero e triviale viene ingigantito da una lente visionaria &#60;&#60;per rendere alla vita bruta quella carica [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Leggendo Vite immaginarie di Marcel Scwob, mi sono imbattuta nella storia di Cratete, che mi ha particolarmente colpita. Le storie di vita scritte nel libro non sono biografie classiche, più che altro sono accenni biografici, dove il particolare più misero e triviale viene ingigantito da una lente visionaria &lt;&lt;per rendere alla vita bruta quella carica allucinatoria che essa ha in origine&gt;&gt;, come disse E. de Goncourt (scrittore e critico letterario francese). E dunque tornando al filosofo nato a Tebe e discepolo di Dioniso che abbandonò le sue ricchezze per vivere da mendicante, Scwob scrive che: &lt;&lt;Rimase tutto nudo nell’immondizia, e raccattò le croste di pane, e le olive marce e le lische di pesce secco per riempire la sua bisaccia. Diceva che quella bisaccia era una città larga e opulenta dove non si trovavano né parassiti né cortigiane, e che produceva a sufficienza per il suo re, timo, aglio, fichi e pane. Così Cratete portava la sua patria sulle spalle e se ne nutriva&gt;&gt;. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi aneddoti che avvicinano l’uomo ad un essere simile ad una bestia, ma una bestia amorevole come lo era Cratete, che viveva tra e peggio dei cani, e che aiutava i suoi simili con infinito rispetto, mi hanno colpita profondamente. Quello di Cratete è un comportamento, certamente simile a quello di molti asceti ma, probabilmente, grazie al fervore immaginifico di Scwob, ho provato una profonda empatia per questo filosofo nato ricco e morto di stenti, diseccato dalla fame per sua scelta. Empatia per quel certo disprezzo verso i parassiti e le cortigiane, e fascinazione per quella forza creatrice capace di vedere, trovare, e vivere il mondo in una bisaccia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Esistono ancora figure del genere che anziché rifugiarsi in templi sacri, vivono come barboni? Non so se il nostro tempo potrà partorire personaggi di un certo intelletto e spessore morale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un tempo, il nostro, schiacciato da una corsa infinita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un tempo, il nostro, che si morde la coda, che ci stringe un cappio al collo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Siamo schiavi del tempo e, non abbiamo neanche più tempo di riflettere, di osservare il cielo, di pensare, di godere di una lettura impegnativa come Vite immaginarie, che ci catapulta in storie lontane da noi, dove, all’apparenza, nessuno sembra sentirsi schiavo del tempo.  E allora mi chiedo se nell’antichità, il tempo, scorresse più lentamente. Non credo, anche se so bene che il tempo è relativo… La vita dell’uomo era di certo più breve, tracciata e pervasa da difficoltà di ogni sorta, eppure, ho la sensazione che l’uomo non sentisse il fiato del tempo imputridire. Un tempo breve per vivere ma dilatato, dunque, dall’assenza dell’affanno e della paura, paura della morte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un tempo dove gli uomini erano coraggiosi, forgiati dall’asprezza del vivere. Ed è in quel tempo che vivevano i grandi maestri, che si interrogavano non solo sulla nostra provenienza, ma anche sul nostro destino. Cratete pensava che gli dèi avessero deliberatamente reso gli uomini infelici, &lt;&lt;volgendone la faccia verso il cielo e privandoli della facoltà che hanno gran parte degli animali, di camminare a quattro zampe. Poiché gli dèi hanno deciso che bisogna mangiare per vivere, pensava Cratete, essi dovevano volgere la faccia degli uomini verso la terra, dove crescono le radici: perché non è possibile pascersi d’aria o di stelle&gt;&gt; scrive Scwob. E l’uomo moderno? Quello elevato dal progresso, quello che grazie al progresso ha avuto più tempo per vivere, che fa? Lo spreca. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche qui ho delle sensazioni. Ebbene, mi sembra che cammini a quattro zampe, e che la sua faccia non guardi mai le stelle, anzi al contrario, rivolta verso il basso, sembra seguire tracce. Tracce che conducono verso il potere, la gloria e la vanità. Il suo Dio è il denaro.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10820" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-un-tempo-il-nostro-c.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Coltivare i piaceri dei sensi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 15:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Cibus&Cibus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cibo come strumento per dialogare e comunicare «Maccaroni? Questa è roba da carrettieri, io non mangio maccaroni. Vino rosso? Io non bevo vino rosso. Lo sapete che sono americano, gli americani non mangiano maccheroni, non bevono vino rosso. Bevono latte, per questo vincono gli apache. Maccarone, che mi guardi con quella faccia intrepida, mi [&#8230;]</p>
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<p><b>Il cibo come strumento per dialogare e comunicare</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">«Maccaroni? Questa è roba da carrettieri, io non mangio maccaroni. Vino rosso? Io non bevo vino rosso. Lo sapete che sono americano, gli americani non mangiano maccheroni, non bevono vino rosso. Bevono latte, per questo vincono gli apache. Maccarone, che mi guardi con quella faccia intrepida, mi sembri un verme, maccarone. Questa è roba da americani: yogurt, marmellata, mostarda… roba sana sostanziosa».</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come non ricordare questa scena emblematica del film “Un americano a Roma” di Stefano Vanzina,</span> <span style="font-weight: 400;">che si manifesta con tutta la sua forza dinanzi ai nostri occhi, ripescata da una memoria non troppo lontana in cui fa capolino anche la voce di Aberto Sordi. Sono certa, infatti, che mentre leggevate il dialogo tra il protagonista del film e gli spaghetti, così come è accaduto a me mentre lo trascrivevo, anche voi avrete visto le immagini… e avrete sentito la voce… il tono aspro e divertente del grande Albertone, e ora un sorriso piega le vostre labbra. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La commedia italiana, soprattutto quella degli anni cinquanta, e quindi della ripresa economica, è ironica, sdrammatizza la drammaticità, e Alberto Sordi in questo è un esempio eccezionale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il cibo, in particolare, come strumento sociale, si inserisce perfettamente in certe pellicole, anche come mezzo per realizzare la satira, che in questo caso va a schernire il sogno americano, minando certi aspetti della cultura americana.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il cibo dunque, come strumento per dialogare e comunicare. In effetti, molti incontri importanti avvengono proprio a tavola. E a proposito di tavole e incontri, mi sovviene in mente e alla vista un’altra bellissima scena, tratta dal “Casanova” di Fellini, diametralmente opposta a quella di Steno, anche se, per certi versi, ugualmente grottesca. Sto parlando del pranzo dalla Marchesa d’Urfè, protettrice di Giacomo Casanova, al quale desiderava sottrarre il segreto dell’immortalità. Casanova, infatti, oltre che di libertino e seduttore, aveva la nomina di possedere conoscenze alchemiche e, di fatto, in questo pranzo era presente anche uno dei massimi esponenti del ‘700 magico, il presunto Conte Tzarogy di Saint Germain, musicista e alchimista, di bell’aspetto e ammaliatore, un po’ come Casanova, che parlò sempre, dall’inizio alla fine, quasi dimenticandosi del cibo. Un pranzo, oserei dire culturale, immerso in una classica atmosfera felliniana, che ci cattura per la sua stravaganza. Ma contrariamente al Conte, il nostro Casanova, oltre alla magia, alle donne e alle parole, apprezzava particolarmente il cibo, e infatti dice: </span><i><span style="font-weight: 400;">“Coltivare i piaceri dei sensi è stata per tutta la vita la mia principale occupazione, e non ne ho avuto altra più importante. Sentendomi nato per l’altro sesso, l’ho sempre amato e mi sono fatto amare per quanto possibile. Ho molto amato anche la buona tavola e insieme tutte le cose che eccitano la curiosità…”</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>Un pozzo che fissa il cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 15:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Risvegli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo” scriveva Pessoa, un autore che amo, per la sua scrittura ma soprattutto per le sue riflessioni, intense, malinconiche, rivelatrici. Ed ecco che questa breve citazione mi ha portata a riflettere, più di una volta a dire il vero, sulla mia condizione che [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">“Non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo” scriveva Pessoa, un autore che amo, per la sua scrittura ma soprattutto per le sue riflessioni, intense, malinconiche, rivelatrici. Ed ecco che questa breve citazione mi ha portata a riflettere, più di una volta a dire il vero, sulla mia condizione che è comune a quella di molti, una condizione di stallo, e di desiderio non ben definito, ma finalizzato ad un cambiamento della nostra vita, teso a migliorarla, se non anche finanziariamente ma almeno spiritualmente. Se vogliamo cambiare il nostro destino, ma sarebbe anche interessante dire: se vogliamo scoprire ciò a cui siamo destinati, e quindi la nostra strada, quella scelta prima di giungere nel corpo in cui ci troviamo adesso, dobbiamo D E S I D E R A R E!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Desiderare un vero cambiamento, desiderare di riuscire a scoprire quale tra le nostre doti è una vocazione, quella capace di modificare la nostra vita, rendendola piena, realizzata. Spesso ci sembra di desiderare, ma in realtà non c’è convinzione in quel sentimento, non c’è amore e desiderio pulsante. In un mio scritto del 2017 ho provato a teorizzare il motivo di quel pozzo che fissa il cielo, privandoci di una vera realizzazione. Il risultato di quelle speculazioni filosofiche è abbastanza lungo, pertanto ho scelto di riportare in questo articolo, solo un breve sunto, che voglio condividere con voi come una sorta di sprono, di primavera che germoglia:</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cosa ci frena, cosa ci blocca impedendoci di fare quel passo in più, quello determinante, quello che ci consentirebbe di raggiungere la realizzazione? E’ forse la pigrizia? O la paura? Rimaniamo ancorati al malessere come se fosse la nostra salvezza, c’è qualcosa che ci tiene imbrigliati alla nostra insoddisfazione, facendoci credere che non possiamo farne a meno. Ma non è forse, questo, un terribile ossimoro? Restare ancorati al malessere! E’ vero, quel passo in più, può richiedere un cambiamento consistente e impegnativo, ma in verità il mutamento ci appare così arduo e oneroso solo perché non siamo abituati ad esso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dovremmo integrarlo, il cambiamento, nella nostra vita, adeguandoci ad uno stile che muta, che può mutare, senza stravolgere del tutto il nostro solito tran tran, almeno inizialmente. Piccole metamorfosi quotidiane come spostare gli oggetti di casa, e magari anche i mobili, comprare delle piante e curarle, o addirittura spingersi nella direzione del giardinaggio, dire No, potrebbero favorire dei magnifici risvegli, rinnovamenti capaci di schiaffeggiare quelle rassicuranti ma, talvolta, terribili abitudini. Nella realtà dei fatti, succede quasi sempre che certe situazioni, seppur tormentose, amare, complicate e anche detestabili, continuiamo a tenercele addosso. Sebbene ne sentiamo l’odore acre, come anestetizzati, andiamo avanti così, limitandoci a lamentarci. Non riusciamo a cambiare, a lasciar andare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Non ci realizziamo mai, siamo come due abissi: un pozzo che fissa il cielo.”</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10468" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-un-pozzo-che-fissa-il-cielo-c.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Nova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 15:50:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[L’altruismo allunga la vita e ci rende felici. Sarà Vero?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggendo Nova, romanzo finalista del Premio Strega 2022, è bene soffermarsi sul prologo, dove viene menzionato un fatto di cronaca brutale, quando un po&#8217; di anni fa, a Milano, un ghanese di nome Kabobo, uccise a picconate tre persone scelte a caso per strada. Lo ricordate? L’autore si interroga sul perché, le persone precedentemente avvicinate [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Leggendo Nova, romanzo finalista del Premio Strega 2022, è bene soffermarsi sul prologo, dove viene menzionato un fatto di cronaca brutale, quando un po&#8217; di anni fa, a Milano, un ghanese di nome Kabobo, uccise a picconate tre persone scelte a caso per strada. Lo ricordate? L’autore si interroga sul perché, le persone precedentemente avvicinate da lui ma fortunatamente scampate all’aggressione, non abbiano sporto denuncia. Dice che il problema non è questione di scarsa empatia, solidarietà e autismo emozionale, e quindi non un dilemma scontato di indifferenza sociale, o mancanza di altruismo ma sostiene che: &lt;&lt;per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno&gt;&gt;. Eppure, il mondo è immerso nella violenza, fisica, verbale, psicologica, lo vediamo tutti i giorni, penserete, e l’ho pensato anche io mentre leggevo quelle poche pagine iniziali, ma scavando dentro di noi, senza arrivare troppo giù, in profondità, troveremo che tutto questo non ci appartenga. Siamo spettatori attoniti! È così che ci vediamo, è così che siamo, proviamo ribrezzo e nausea dinnanzi alla violenza ma pensiamo di esserne estranei: &lt;&lt;per quasi tutti noi è un fatto emotivamente alieno&gt;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fabio Bacà si interroga e ci permette, altresì, di interrogarci su un tema importante, attraverso una scrittura ricercata senza essere ampollosa o leziosa, attraverso pensieri lontani da sterile perbenismo. Grazie al protagonista del suo romanzo, Davide, neurochirurgo stimato, dal carattere mite e gentile, marito perfetto, padre attento, immerso nella quotidianità, ci inoltriamo, nel subconscio di un uomo che si scopre paralizzato dinnanzi all’aggressione verso sua moglie e suo figlio, soccorse, invece, da un impavido sconosciuto. Un evento perturbante, che lo inchioda in una vigliaccheria becera. Poi, da quel giorno, una serie di coincidenze che sembrano quasi delle sincronicità, lo avvicinano a quell’estraneo &#8211; minaccioso nonostante il nobile ed altruista gesto nei confronti della sua famiglia -, spingendolo dentro una metamorfosi oscura. La moglie, che è contraria ad ogni tipo di violenza, inizia a sentirlo sfuggente. Anche il suo rapporto con un vicino fastidioso e molesto, che Davide ha sempre subito e affrontato con la sua solita pacatezza, è cambiato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Finalmente, l’uomo sconosciuto e misterioso viene smascherato da Davide, che lo pedinava, seguendo i segnali di quelle coincidenze, attratto da qualcosa che neanche lui comprendeva e, temeva. Lo scova dunque, e insieme a lui, trova un mondo, ma soprattutto stana se stesso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&lt;&lt;La società moderna reprime gli istinti che non comprende o che non le fanno comodo. Inibisce l’aggressività individuale perché ritiene che confligga con l’idea di civiltà. La violenza è un potere ambiguo, che ha bisogno di essere controllato: se non lo domini, dominerà te. E non puoi controllare qualcosa che neghi a priori. Non puoi gestire una parte di te che rifiuti persino di concepire&gt;&gt; gli dice Diego, il misterioso uomo, monaco zen esperto di arti marziali. E dice anche: &lt;&lt;In sostanza, l’uomo non avrebbe mai avuto le risorse necessarie a elaborare le raffinatissime dottrine scientifiche o filosofiche che ne hanno caratterizzato la storia, incluse le ammirevoli speculazioni sull’etica della non violenza, se dall’alba dell’evoluzione non avesse ucciso miliardi di creature per cibarsi della loro carne.&gt;&gt;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La violenza è qualcosa di naturale, legata agli istinti primordiali, racchiusa in quella parte della mente che ricorda una buia e polverosa soffitta, dove gli spiriti dei nostri antenati oziano dimenticati. Dobbiamo saperlo se ambiamo alla mitezza, ad un mondo più empatico ed altruista, dove tutti siamo in qualche modo collegati e dipendenti, gli uni dagli altri, compresa la natura, tutta. Abbiamo un tremendo potere dentro di noi e dobbiamo imparare ad arginarlo, ma per essere in grado di riuscire nell’intento, dobbiamo sfatare i pregiudizi, lasciandolo libero di esporsi. Così, rivelato e denudato, sarà più semplice riconoscerlo, conoscerlo, e combatterlo. Combatterlo per evolverci, altrimenti sarà lui a combattere contro di noi, ma, per annientarci.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un romanzo che parla di violenza, non per amore della violenza ma al contrario, per amore della benevolenza. Concludo con una citazione che ho amato: &lt;&lt;Dio ha creato il mondo con la violenza. L’universo si è espanso nel nulla in virtù della pura violenza. Le nostre anime sono state salvate da un atto di violenza&gt;&gt;. L’ho amata perché mi ha donato stupore, perché mi ha spinta a riflettere, a pormi domande. I libri come Nova sono micce di conoscenza, sono stelle che illuminano, sono parole che nutrono, che liberano energia.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
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		<title>La visione giusta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 15:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[RigenerAzione]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">In un mondo sempre più veloce, chi rallenta è destinato all’estinzione. Siamo schiacciati da questo tarlo che si nutre delle nostre energie, sia fisiche che spirituali, della nostra anima. Bisogna adeguarsi ai ritmi, conquistare un determinato carattere, quello delle donne che sono multitasking per natura. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Siamo in corsa verso una follia distruttiva, ma ne siamo consapevoli? Qualcuno si, e lo leggiamo nei suoi occhi, spenti, tristi, depressi. La depressione, gli attacchi di panico, sono tutti sintomi di questo “rodimento” interiore imposto, ma imposto da cosa? La recente pandemia ci ha costretto a fermarci per un po&#8217;, e molti, ormai abituati a questo nuovo metodo di vivere, hanno sofferto come dei drogati in astinenza dal loro veleno, un veleno che apparentemente rendeva la loro vita piena, bella. Tuttavia, mi chiedo quale bellezza può esserci senza un ritmo di vita lento, che non ci costringa a guardare l’ora, che non ci permetta di alzare la testa verso l’alto, di volgere il nostro sguardo al cielo, per stupirci dell’immensità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&lt;&lt;La bellezza è negli occhi di chi guarda&gt;&gt; scriveva Goethe, e probabilmente si riferiva allo stato d’animo dell’osservatore, ai sentimenti e alle emozioni quindi di chi guarda, alla sua bontà o al suo ottimismo. Se sei nella fase dell’innamoramento, ad esempio, tutto ti apparirà bello e anche possibile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma, a mio avviso, questa citazione, ha anche un altro senso, e peso…, quello di comprendere il potere innato dell’essere umano, quello miracoloso di vedere la magia dietro la realtà. Gli occhi, non vedono solo ciò che oggettivamente c’è, vedono in base ad altro, che va al di là della comprensione prettamente fisica, umana, ma appunto sfocia in qualcosa di spirituale e magico. Forse dobbiamo allenarli? Forse dobbiamo riabituarli a cogliere la bellezza celata dietro alla materia? Se si, come? Uno dei modi potrebbe senz’altro essere la bellezza; in effetti la neuroestetica – disciplina che indaga i meccanismi coinvolti nell’esperienza estetica attraverso lo studio delle scienze cognitive -, cerca di comprendere che ruolo ha la bellezza nel nostro cervello.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull&#8217;Anima&gt;&gt; diceva, ad esempio, Kandinsskij e quindi possiamo dire che la bellezza di un quadro, di un’opera d’arte in generale, è nutrimento per l’anima, così come può esserlo anche la bruttezza; se impregniamo la nostra vita, e dunque i nostri occhi nella bruttezza, l’anima muore.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Percepisco questa nostra vita immersa, non nella bruttezza, ma neanche nella bellezza, poiché troppo presi dal nulla, trascinati e coinvolti più dall’apparenza e meno dallo spirito, più dalla visibilità e meno dall’invisibile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora voglio immaginare una rigenerazione che parta dal singolo individuo, che attraverso la consapevolezza riesca a scorgere lo stupore, la meraviglia che occorre per ritrovare la bellezza negli occhi, vuoti, come quelli dei volti di Modigliani. Immagino una rigenerazione che parta dal singolo individuo e che attraverso le connessioni di un inconscio collettivo, possa espandersi a tutti gli esseri umani, per ripristinare i valori essenziali di una vita bella, che non sono quelli della “bella vita”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché se non immagino questo modo di rigenerare l’essere umano, che necessita di essere purificato, ma oserei anche dire resettato, se non immagino il recupero di uno stato di grazia spirituale o di dignità morale, sociale, e politica, i miei occhi non saranno capaci di vedere bellezza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Immaginare, invece, un recupero di tal genere, mi dona la visione giusta, quella che mi permette di nutrire la mia anima e di riempire i miei occhi, colorandoli.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alessandra De Angelis</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10116" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/03/la-visione-giusta-vrp-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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