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	<title>Zooverni Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Pollicino senza tutele. Le tracce nella rete che ci condannano alla visibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La città intelligente]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Zaccagnini]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole. (Philiph K. Dick) Si è parlato fino allo sfinimento di vax e no-vax, fiumi di dibattiti, manifestazioni, offese pubbliche, mistificazioni. Di repressione, dittatura. In questo momento [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/pollicino-senza-tutele-le-tracce-nella-rete-che-ci-condannano-alla-visibilita/">Pollicino senza tutele. Le tracce nella rete che ci condannano alla visibilità</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3017-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26.3_Ovunque-lasciamo-tracce.mp3?_=1" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26.3_Ovunque-lasciamo-tracce.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26.3_Ovunque-lasciamo-tracce.mp3</a></audio>
<p><b><i>Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole. (Philiph K. Dick)</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si è parlato fino allo sfinimento di vax e no-vax, fiumi di dibattiti, manifestazioni, offese pubbliche, mistificazioni. Di repressione, dittatura. In questo momento opinionisti, esperti e giornalisti disquisiscono di guerra, di Russia paragonandola con l’Italia, di terrore, di leader sanguinario.  L’attenzione si sposta, il covid non è più in prima pagina, non fa quasi più paura.  Di colpo i nostri governanti sembrano diventati tutti buoni, non si parla di restrizioni o almeno hanno assunto diversa rilevanza. Siamo confusi questo è certo, ci chiediamo se l’assetto politico italiano è migliore o meno rispetto ai vicini stati europei.   Cosa fanno gli altri? E noi, sceglieremo di fare la cosa giusta? Intanto i costi raddoppiano, benzina e gasolio sulla soglia dei 2€.  Anziani che vivono con una pensione vedono arrivare bollette da 800-900€. Precari sempre più in difficoltà.  È sempre la stessa storia, la sappiamo tutti, ne abbiamo consapevolezza, ma fino a questo punto a dire il vero, non ci eravamo mai spinti. La doccia gelida del conflitto ha tolto la luce dagli occhi del mondo proprio quando stava cominciando ad apparire un timido spiraglio.  È l’ora nello sconforto più atroce che si potesse immaginare. E noi siamo tutelati? Difficile da dire, i diritti vanno perdendosi chissà dentro quali autorevoli stanze. Siamo un popolo di gratta e vinci, lo stato si arricchisce mentre crea dipendenza. Conti in banca ispezionati, prelievi e versamenti monitorati, prenotazioni per ritiri più consistenti. Attenzione quindi, perché il Grande Fratello è sempre in ascolto e ci guarda costantemente. Ma cosa sarà di noi? Come ci allineeremo? Certo le sanzioni alla Russia andavano messe, ma a pagarne le conseguenze chi sarà? E gli imprenditori che si sono visti chiudere i conti e perdere lavoro, chi tutela loro? Cosa è giusto e cosa non lo è? Totalitarismo, monarchia, presidenzialismo, democrazia.  Quale forma di governo è la migliore? Sembra che in Italia le cose vadano male da quello che si sente in giro, è davvero così?  Siamo soggetti controllati dall’alto. Un condizionamento silenzioso e subdolo ci accerchia e arriva da ovunque: ogni movimento, azione, decisione è tracciata. Ormai è così, ci siamo arrivati piano piano ed è un percorso che passa per il web per arrivare ad un sistema apparentemente a noi alleato.  Siamo schedati irrimediabilmente ed è paradossale che in parte, lo abbiamo fatto con le nostre mani. La rete sa tutto di noi perché glielo raccontiamo ogni secondo trascorso a “navigare” attraverso ciò che scegliamo, che scriviamo. Sanno con quale partito politico ci schieriamo, quale dio preghiamo, cosa adoriamo mangiare, come ci vestiamo, qual’è il nostro colore preferito, dove andiamo in vacanza. Ma la struttura organizzativa che è alla base della vita sociale, della quale ci fidiamo, alla quale   affidiamo le nostre esistenze, sembra cominci a vacillare, la mancanza di alcuni supporti, la poca coerenza, il chiaro intento di favoritismi, inizia a far perdere consistenza alla compagine che governa e chiede fiducia al popolo. E tutto il peso chi lo regge? Gli sforzi che ci vengono chiesti quando e come verranno risanati?  Se arriverà il momento del riscatto sarà un risarcimento equo?  L’Italia è la repubblica delle banane?  Chi decide e chi no, chi detiene il potere e chi lo subisce, chi manipola e chi viene manipolato. Ma questa è la legge della natura. Il più forte mangia il più debole e conta solo il numero. La verità è che il singolo individuo perde potere e lo schieramento è favorito, la massa è manovrabile. Di fronte alla abnorme crisi mondiale che si è abbattuta sulle nostre teste tentiamo di capire, ci chiediamo perché arrovellandoci il cervello di domande. La risposta non l’abbiamo, ci affidiamo alle parole di un uomo che fu il nostro Presidente: </span><span style="font-weight: 400;">“</span><b><i>È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature” Sandro Pertini</i></b></p>
<p style="text-align: right;"><b><i>Maria Zaccagnini</i></b></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3074" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/marionette.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Alle pendici del Vesuvio – l’intreccio di vite attraverso le famiglie descritte da Elena Nugnes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Luca Padovani]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per i caratteri della Carthago Edizioni è uscita l&#8217;ultima fatica letteraria di Elena Nugnes &#8216;Alle pendici del Vesuvio &#8211; una saga familiare&#8217;, un intrigante romanzo che vede protagoniste due famiglie, una d&#8217;origine napoletana e l&#8217;altra casertana. In buona sintesi questo testo vuole essere una sorta di viaggio a ritroso nello scorso secolo in cui si materializzano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3020-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_26.03_Alle-pendici-del-Vesuvio.mp3?_=2" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_26.03_Alle-pendici-del-Vesuvio.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_26.03_Alle-pendici-del-Vesuvio.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Per i caratteri della Carthago Edizioni è uscita l&#8217;ultima fatica letteraria di Elena Nugnes &#8216;Alle pendici del Vesuvio &#8211; una saga familiare&#8217;, un intrigante romanzo che vede protagoniste due famiglie, una d&#8217;origine napoletana e l&#8217;altra casertana. In buona sintesi questo testo vuole essere una sorta di viaggio a ritroso nello scorso secolo in cui si materializzano tra i casati consagunei episodi al limite della drammaticità, intrecci di vite parallele ma pur sempre tinte di abitudini in un uno sfondo di grandi dolori. È questa l&#8217;epoca dell&#8217;era fascista legata ai tragici eventi della seconda guerra mondiale in cui l&#8217;Italia vive la quotidianità presa in ogni istante dall&#8217;incommensurabile paura che viene alimentata dall&#8217;oppressione nemica, dalle ristrettezze della libertà personale ed ancora dalle allarmanti notizie che si propagano di bocca in bocca. Nel romanzo si narrano gli usi e costumi propri delle due famiglie alle prese con i loro punti di vista personali al punto da inscenare lapalissiane incomprensioni che sovente sfociano in banali liti. In questo contesto non mancano eventi indelebili quali amori dichiarati o talvolta reconditi, matrimoni e purtroppo anche circostanze luttuose. Ciò nonostante le due famiglie conducono le rispettive vite propriamente separate ma tuttavia con al centro un denominatore comune capace di mantenerle in contatto. Però, il tempo inesorabilmente trascorre e questo fa si che, come in una bella e romantica fiaba, i loro animi si ricongiungono in un clima di sublime armonia. Elena Nugnes la si può considerare una delle scrittrici italiane più in auge che vanta innumerevoli consensi di critica. Laureata in Lettere Moderne ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Aversa. Nell&#8217;Ambito della scuola si è occupata del disagio giovanile e ha promosso l&#8217;invito alla letteratura organizzando incontri con scrittori e critici. Appassionata lettrice e instancabile viaggiatrice si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato con Luigi Pellegrini Editore il romanzo &#8216; Le avventure di una casalinga disperata &#8216; con il quale ha vinto il premio nazionale &#8216;Ecce dominae&#8217; a Roma. Altri importanti premi e riconoscimenti hanno coronato la sua attività di scrittrice e raffinatissima intellettuale.  &#8216;Alle pendici del Vesuvio &#8211; una saga familiare&#8217; è risultata finalista al torneo letterario &#8216;Io scrittore&#8217; ed ha vinto il premio della giuria al Concorso internazionale Città di Firenze oltre a segnalazioni di merito al premio nazionale Kalos di Rivisondoli. Diverse e molto seguite le trasmissioni radiofoniche e televisive Rai ed altre ancora di cui è stata ospite.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Gian Luca Padovani</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3079" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/la-tipa.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/alle-pendici-del-vesuvio-lintreccio-di-vite-attraverso-le-famiglie-descritte-da-elena-nugnes/">Alle pendici del Vesuvio – l’intreccio di vite attraverso le famiglie descritte da Elena Nugnes</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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		<title>I “seguaci” del fashion, protagonisti del marketing o platea influencer?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Queen]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Parmegiani]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3035-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-media-nella-moda.mp3?_=3" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-media-nella-moda.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-media-nella-moda.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggigiorno la nostra quotidianità è scandita da un ritmo incalzante di informazioni: appena ci svegliamo il nostro primo pensiero è quello di prendere in mano lo smartphone alla ricerca costante di messaggi e notizie che influenzano la nostra giornata. Questi mezzi di comunicazione stanno incedendo sempre di più ed in maniera irreversibile anche i nostri comportamenti d’acquisto. Le aziende sanno bene cosa significhi tutto ciò, la moda soprattutto sa di avere una leva importante per il proprio target di riferimento. Una volta l’alta moda era considerata elitaria, un mondo inaccessibile e segreto, ora con l’avvento dei social tutto ciò si è perso. Il potere dei social media sul popolo del fashion è innegabile. Il consumatore prima di provare il capo in negozio ha già visto su Internet tutte le possibili varianti della creazione dei suoi desideri. L’avvento dei social media ha fatto sì che nascessero anche nuove professioni, in primis quella degli influencer, i blogger, i content creator che manifestano ai followers le proprie idee in fatto di stile. La popolarità di questi personaggi ha fatto sì che alcuni influencer iniziassero ad ottenere milioni di seguaci, facendo così investire i brand di moda in nuove strategie di marketing al fine di raggiungere anche dei target di giovanissimi. Tutto ciò ha portato delle collaborazioni molto proficue tra i brand e le celebrità per dare visibilità ai propri prodotti. È il caso di Chiara Ferragni ricercata da moltissime aziende di moda. Volenti o nolenti, i social media hanno un grandissimo potere nell’industria della moda. Tra i motivi di questa popolarità, c’è anche la libertà di parola e di espressione presente in queste piattaforme. È facilissimo, infatti, esprimere la propria opinione (positiva o negativa che sia) attraverso un tweet o una foto su Instagram. È proprio grazie a questo flusso di opinioni e idee che arrivano dai social, che i clienti diventano parte integrante del successo di un brand. Se un’azienda riesce a intercettare le preferenze espresse dai consumatori allora la probabilità di successo è davvero alta. Attraverso i propri contenuti il marchio deve riuscire ad esprimere la propria brand identity, ossia rivelare attraverso le immagini la personalità e i valori del brand. Con l’avvento di questi nuovi canali i marchi hanno dovuto scegliere con attenzione le strategie da mettere in atto in ogni social media e, soprattutto, in base all’etica e alla cultura dell’azienda. </span><span style="font-weight: 400;">Alcuni gruppi di lusso invece stanno giocando al contrario, di punto in bianco, spariscono, come è accaduto a Bottega Veneta. L’azienda contava milioni di follower, che ha deciso di abbandonare sfumando nel nulla. Un’assenza importante perché genera domande, ma soprattutto curiosità da parte del proprio target di riferimento.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Elena Parmegiani</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3065" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/il-potere-dei-social-copia.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Siamo mai stati davvero liberi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Conforte]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi anni sono stati ricchi di emozioni, anche contrastanti: abbiamo vissuto un lockdown connesso ad una pandemia che stiamo tuttora vivendo, abbiamo visto limitata la nostra libertà sotto ogni punto di vista, perché il Covid ha rivoluzionato e stravolto le nostre abitudini, abbiamo cantato dai balconi, ci siamo sentiti tutti più vicini gli uni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3026-4" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/siamo-mai-stati-davvero-liberi.mp3?_=4" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/siamo-mai-stati-davvero-liberi.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/siamo-mai-stati-davvero-liberi.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli ultimi anni sono stati ricchi di emozioni, anche contrastanti: abbiamo vissuto un lockdown connesso ad una pandemia che stiamo tuttora vivendo, abbiamo visto limitata la nostra libertà sotto ogni punto di vista, perché il Covid ha rivoluzionato e stravolto le nostre abitudini, abbiamo cantato dai balconi, ci siamo sentiti tutti più vicini gli uni con gli altri per un periodo della durata di una goccia di rugiada, abbiamo sperato che i vaccini ci facessero tornare ad abbracciare i nostri cari e li abbiamo subito dopo messi in discussione. Siamo tornati a sperare in un nuovo anno migliore dei precedenti perché ci sembrava che le cose stessero tornando alla normalità. Sì, ma quale normalità? Quella che c’era fino all’inizio del 2020 o quella che abbiamo vissuto finora? Beh si, alla fine alle mascherine e al gel ci siamo abituati, quindi sono diventati la nuova normalità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E allora un piccolo dubbio ha iniziato ad insinuarsi nella testa. Dapprima non gli abbiamo dato retta, lo abbiamo scacciato con un gesto della mano come fosse il ronzio fastidioso di una mosca. Poi, quel dubbio, ha iniziato a diventare sempre più grande, e come una tempesta di fulmini che si scatena in lontananza, ha iniziato a borbottare fino a diventare un rumore assordante: siamo mai stati davvero liberi? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci hanno imposto di restare a casa per salvaguardare la salute della comunità, ci hanno imposto di vaccinarci sempre per lo stesso motivo, ci hanno detto che in questo modo saremmo usciti più velocemente dall’incubo che stavamo vivendo. Ma gli anni sono passati e si è aggiunto un ulteriore incubo: la guerra in Ucraina. Ne parliamo tanto, ne parliamo tutti, ma guardiamo dall’esterno, senza intervenire perché non si po&#8217; intervenire. Perché non si può neanche spiegare. O meglio, si potrebbe spiegare, ma quando guardi gli occhi disperati e vuoti di un bambino che ha perso i genitori e si ritrova solo, senza sapere cosa fare e dove andare, le parole non escono, sono come bloccate nella gola e sulla punta delle dita. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando le ritroviamo, però, siamo ancora liberi di esporle. Ma ripropongo la domanda: siamo mai stati davvero liberi?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Prendiamo la Cappella Sistina di Michelangelo. La prima volta che sono stata sotto il suo soffitto, gli occhi si sono riempiti di lacrime e avevano una fame vorace, più continuavano a cibarsi delle fattezze, dei colori e delle composizioni in quella stanza e più volevano essere nutriti di tanta magnificenza. Il turbinio di corpi, poi, sul </span><i><span style="font-weight: 400;">Giudizio Universale</span></i><span style="font-weight: 400;"> mi ha lasciata stupefatta. Ma c’è da dire che ciò che ammiriamo oggi non è quello che aveva inizialmente immaginato e realizzato Michelangelo. Certo, perché nel 1541 rappresentare una scena sacra quale il Giudizio Universale pieno di corpi nudi, non poteva essere accettato. Così, dopo la morte di Michelangelo, spettò allo sfortunato Daniele da Volterra il compito di coprire tutte le nudità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche ad un’opera d’arte come quella del Maestro hanno impedito di esprimersi liberamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non serve andare tanto indietro nel tempo. Ricorderete tutti quando nel 2016 in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani le sculture presenti ai Musei Capitolini vennero coperte da pannelli bianchi per rispetto delle tradizioni dell’ospite. Un gesto sul quale eviteremo commenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindi, ripeto la domanda: siamo mai stati davvero liberi?</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Roberta Conforte</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3072" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/terzo.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Le oligarchie tecnologiche sfruttano la democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La città intelligente]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Olori]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova idea oligarchica che vede la tecnologia digitale come soluzione ai problemi dell’umanità ma nasconde la vera volontà di un controllo totale delle masse. L’oligarchia è il governo dei pochi e questi pochi il più delle volte mascherano gli interessi del bene comune con il puro interesse personale. Avviene cosi da secoli, e questi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i><span style="font-weight: 400;">La nuova idea oligarchica che vede la tecnologia digitale come soluzione ai problemi dell’umanità ma nasconde la vera volontà di un controllo totale delle masse.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’oligarchia è il governo dei pochi e questi pochi il più delle volte mascherano gli interessi del bene comune con il puro interesse personale. Avviene cosi da secoli, e questi pochi potenti usano sempre “armi” nuove per arricchirsi e difendere i propri investimenti. Nella storia molti intellettuali hanno provato a rivoluzionare e sementire questo </span><i><span style="font-weight: 400;">“modus </span></i><i><span style="font-weight: 400;">operandi”</span></i><span style="font-weight: 400;">; ci ha provato Giuseppe Mazzini attraverso l&#8217;educazione dei giovani con la Giovine Italia e la Giovine Europa o Machiavelli che dedicò il Principe a Lorenzo de&#8217; Medici affinché risollevasse le plebi per farne un popolo eletto, oppure Mirabeau che agli Stati generali di Francia riuscì a trasformare il Terzo Stato in un&#8217;assemblea costituente assoggettando il potere del Re alla Costituzione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi sono molti i potenti ricconi arruolati dai partiti e spesso anche membri del Parlamento e del governo che alimentano il cosiddetto malaffare che negli ultimi anni ha invaso tutti i settori: da un lato è aumentato il livello del benessere apparente del popolo ma dall’altro è evidente un declino morale ed etico. L&#8217;oligarchia è per definizione il governo dei migliori, ma purtroppo quelli che governo non sono affatto i migliori, ma sono quelli che mascherano nella tanto sbandierata democrazia la difesa degli interessi di partito e personali utilizzando ogni mezzo lecito ed illecito, andando al passo con i tempi, e trovando anche nell’innovazione tecnologica degli strumenti per ingannare e controllare le masse. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi più che mai, appare evidente che attraverso le nuove tecnologie digitali si manifesta il vero “nuovo potere”, il controllo e la manipolazione del “popolo” che, senza accorgersene direttamente, viene costantemente sorvegliato, studiato e guidato verso gli interessi di pochi. La tecnologia oggi ha un potere a scala globale dove tutti si riconoscono indipendentemente dalla razza, dagli usi, dai costumi e dalle religioni. Oggetti tecnologici di uso comune come smartphone e tablet, sono sulle mani di tutti, in ogni ceto sociale, finalizzati all’ utilizzo di piattaforme social, per seguire gli influencer, scaricare e App che ci facilitano il vivere quotidiano ma allo stesso tempo fanno sapere tutto di noi a tutti e quindi anche a chi studia e manipola i nostri comportamenti. Spesso le nostre scelte apparentemente libere sono guidate in maniera subliminale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Apple e Google detengono un potere che finora non si era esplicitato quasi mai in maniera chiara, ma proprio con la pandemia si è palesato difronte alla necessita di tutti i governi di utilizzare delle App per la gestione dell’emergenza sanitaria. Le strade erano due o creare delle App proprie di scarsa affidabilità oppure sottostare alle regole dei due colossi americani che scelgono e decidono non sulla base delle imposizioni dei paesi in cui operano, ma sulla base dei propri valori aziendali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dobbiamo preoccuparci? Si, ma non di loro, perché nonostante siano evidenti degli interessi privati, per assurdo, oggi ci tutelano più questi due colossi tecnologici rispetto a quanto facciano i nostri governi nazionali, specialmente in un frangente critico come quello che stiamo attraversando. Ad evitare che le applicazioni di tracciamento diventino strumento per un controllo autoritario non sono organi dello Stato, che dovrebbero ispirarsi alle libertà universali, bensì Apple e Google che esercitano un potere indiretto, diffuso e sovranazionale. Ma possiamo fidarci? possiamo essere sicuri che domani questo potere non potrà presentarsi in un&#8217;altra forma e finire nelle mani di persone sbagliate? entrare nel giro del malaffare? che diventino loro stessi, tra dieci anni, due superpotenze governative oligarchiche visto che sono in possesso di milioni di dati e informazioni private e personali dei loro possibili futuri “elettori” in base a nuovi scenari politici futuristici?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io credo che la nuova oligarchia tecnologica generata dalle grandi aziende di Silicon Valley nate dall’intuito di persone capaci e talentuose venute dal popolo comune, studenti universitari geniali, rappresenti si un super potere, ma sia meno deleterio dei nostri governi nazionali e delle organizzazioni internazionali. Sono i social e la comunicazione a portata di tutti che stanno, anche se in malo modo, garantendo la libertà di espressione dell’uomo nonostante un controllo globalizzato a fini commerciali delle nostre vite.  Finché questi colossi saranno autonomi e non si lasceranno assoggettare dal potere politico credo che rappresentino il sogno oligarchico dei grandi intellettuali della storia che vedeva nell’oligarchia il governo dei migliori, di chi ce l’ha fatta, di chi realizza i propri sogni e non i propri interessi. Ancora oggi è meno deleterio per l’umanità il like espresso in maniera pubblica su una pagina social attraverso uno smartphone che non il voto segreto espresso in una cabina elettorale con carta e matita.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giorgio Olori</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3084" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/oligarchie_tecnologiche.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’immagine che farà storia. Le storie che non faranno storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Cassini]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passano i giorni, ma le bombe non si fermano. Negoziati ce ne sono stati. Eccome se ce ne sono stati. Dalla Bielorussia alla Turchia, tanti sono stati i tavoli su cui si sono seduti i luminari della diplomazia. È servito a salvare le vite dei poveri bambini innocenti che hanno subìto un attacco in un [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Passano i giorni, ma le bombe non si fermano. Negoziati ce ne sono stati. Eccome se ce ne sono stati. Dalla Bielorussia alla Turchia, tanti sono stati i tavoli su cui si sono seduti i luminari della diplomazia. È servito a salvare le vite dei poveri bambini innocenti che hanno subìto un attacco in un ospedale? A quanto pare no. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Intanto, da quel che sappiamo, è già morto uno dei negoziatori presenti nel primo vero round fra Ucraina e Russia. La foto di quel giorno ha fatto il giro del mondo. Ve la ricordate? Il colloquio fra le due fazioni è durato oltre due ore. I russi vestiti in modo quasi impeccabile da una parte. Gli ucraini in tenuta quasi sportiva dall&#8217;altra. Da una parte lo sguardo di chi non ha una guerra in casa. Dall&#8217;altra il terrore negli occhi di chi ha appena visto un carro armato investire l&#8217;automobile di un civile inerme e innocente  che era in giro con la sua macchina nella sua città, nel suo PAESE, nel suo STATO.  Non avete visto questo video? È anche sui social. Recuperatelo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;immagine di questo primo colloquio, che farà storia, racconta moltissimo della banalità disarmante dei nostri tempi, che ancora una volta devono ricorrere al conflitto bellico per risolvere questioni ideologiche, storiche, religiose, economiche. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che pena, questa umanità, ridotta a tanta banalità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno degli esponenti ucraini, in questa prima negoziazione, aveva uno scanzonato cappellino. Sembrava quasi una partita di Dungeons &amp; Dragons. O un&#8217;asta del fantacalcio. Neanche una donna, su quei tavoli, a negoziare. Solo maschietti che si appuntavano cose, che promettevano una risoluzione, che mostravano l&#8217;ego prima ancora che il noi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che pena.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E nel momento in cui hanno iniziato a parlare, noi qui in Europa eravamo tutti col fiato sospeso ad aspettare che facessero pace. Come quando aspettavamo che due compagni alle scuole elementari facessero pace perché qualcuno aveva rubato il giocattolo dell&#8217;altro. &#8220;Eddaiii suuu&#8230; Fate pace, suuuu. Siamo amichetti, noi&#8230; e dai e dai e dai&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il nostro atteggiamento viziato e vagamente schizoide ci ha portato a fare storie, post, articoli in cui si urlava a gran voce &#8220;basta con la guerra&#8221;. Basta litigare, ragazzi. Non bisticciate, orsù. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E allora eccoci che  prepariamo un dolce alla nutella e lo dedichiamo all&#8217;Ucraina. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre i bambini innocenti muoiono sotto i colpi di una guerra senza senso noi postiamo una bella foto, magari col perizoma in bella vista sotto un leggins della nike dell&#8217;ultimo grido, e tiriamo fuori dal nostro forno un prelibatissimo dolce da dedicare alle vittime. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Postiamo, postiamo, postiamo, non facciamo che postare, ma ci dimentichiamo che in Siria, Yemen, Etiopia, Sael, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, c&#8217;è chi muore sotto le bombe allo stesso modo e nessuno posta un cazzo. Come dite? Loro non sono europei? Cos&#8217;è, ne facciamo una questione di razza, adesso? La Costituzione italiana parla chiaro: l&#8217;Italia non vuole la guerra. Qualunque essa sia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma i social non parlano che di Ucraina. E allora ecco che ci trasformiamo anche noi in esperti di politica internazionale dopo aver abbandonato la veste dei medici esperti di Sars &#8211; Covid 19. A proposito, non perdete il prossimo episodio di &#8220;Chi l&#8217;ha visto?&#8221;: il virus sembra essere scomparso dalle scene. Non dagli ospedali, però. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma adesso, non è più tempo di Covid. È tempo per manifestare in piazza, con le bandierine a forma di arcobaleno, fra un sorriso e una boccata di sigaretta! Oh si! Pace! Fate la pace, orsù!  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E per un attimo, in mezzo a tutta quella gente ci sembra quasi di conquistare un posto nel mondo. Attenzione: non stiamo conquistando terreno nella lotta per avere la pace nel mondo. Stiamo solo conquistando un posto nel mondo per noi stessi. Perché ciò che facciamo ci fa sentire importanti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Intanto la stampa pubblica foto di bambini mutilati, reporters uccisi&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Immagini che sono più potenti del nostro ego disturbato dal fatto che un giorno potremmo non avere più le Barbie, la Play Station, l&#8217;Hamburger con patatine e i negozi dove acquistare maglioni a dieci euro grazie allo sfruttamento minorile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Speravamo che tutto si risolvesse in un attimo. Ma si, ora negoziano e finisce tutto. Come una storia di instagram, no? Che dopo qualche secondo vola via, per dare spazio a un&#8217;altra storia che sicuramente sarà più figa di quella precedente. Alla fine, è così che stiamo affrontando la nostra vita. Come una storia da postare sui social. Troppo fugace per essere ricordata. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Troppo stupida e superficiale per descriverci appieno. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Troppo egocentrica per essere risolutiva. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Intanto, però, qualcuno invoca lo spettro nucleare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Intanto, però, bambini innocenti stanno morendo in tanti Paesi nel mondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le guerre non si fermano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sarà così fino a quando cercheremo di conquistare un posto per noi stessi, dimenticandoci degli altri. </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Marco Cassini</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3063" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/cassini-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Governare è sempre scegliere tra svantaggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Associazioni e dissociazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3009-6" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/3.1_26.03_I-PARTE_Governare-è-sempre-segliere.mp3?_=6" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/3.1_26.03_I-PARTE_Governare-è-sempre-segliere.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/3.1_26.03_I-PARTE_Governare-è-sempre-segliere.mp3</a></audio>
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<p><span style="font-weight: 400;">Il termine oligarchia si ritrova nella Bol’šaja sovetskaja enciklopedija, la più grande enciclopedia Russa. Oligarchia, dal greco &#8211; governo di pochi, da oligo pochi e archè potenza è la forma di governo esercitata da un piccolo gruppo di persone, di solito il più economicamente potente. Oligarchia è anche chiamato il gruppo dirigente stesso. L’utilizzo del temine oligarchia è stato riscontrato inizialmente tra antichi autori greci come Aristotele o Polibio, intendendo una forma di governo che è il risultato di una degenerazione dell’aristocrazia. Il primo abbozzo di oligarchia lo si può riscontrare in Urss con la leadership che governava il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il Partito era organizzato secondo una gerarchia di potere e coloro i quali stavano al vertice controllavano qualsiasi aspetto della vita politica, sociale ed economica russa. Questo tipo di oligarchia era dunque strettamente legato al semplice potere, non tanto al potere finanziario. Con l’avvento di Gorbačëv, a metà anni Ottanta, fu chiaro che questa struttura oligarchica che deteneva il potere in Urss, andava esaurendo le sue possibilità. Ciò grazie alla riforma politica di glasnost’ che sempre più aspirava ad una riorganizzazione delle istituzioni in grado di limitare l’intervento dei politici soprattutto nelle decisioni di tipo economico. Durante gli anni di Eltsin, nel periodo post-sovietico, nonostante i cambiamenti apportati dalla sua politica di governo, quali, la liberalizzazione dei prezzi e la privatizzazione delle imprese statali, il potere risultava essere ancora essenziale soprattutto in ambito economico, per coloro che volevano trarre profitto dalla privatizzazione e dal libero mercato. I nuovi manager cercarono “agganci” politici per avviare le loro attività o cercarono di diventare loro stessi politici per favorire i propri interessi. A partire dalla metà degli anni Novanta, nella nascente Russia post sovietica, assistiamo alla scalata di personaggi quali: Michail Chodorkovskij e Vladimir Gusinskij, per i settori dell’import/export delle auto e nell’ambito dei media, Anatolij Čubajs, fautore della privatizzazione e vice Primo Ministro della Federazione Russa dal 1992 al 1994 e, infine, Juri Lužkov sindaco di Mosca dal 1992 fino al 2010. Questo gruppo di oligarchi, affermatosi a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, è diventato famoso anche in Occidente, grazie ai media e alle cronache passate e recenti. Gli studi scientifici furono la base per molti dei nuovi oligarchi russi qui citati, in quanto si concentravano principalmente sulle questioni pratiche anziché ideologiche, ovvero cosa funzionava e cosa non funzionava nell’economia russa nella gestione dello Stato. Alexander Smolenskij nel 1989 dopo aver fondato precedentemente una cooperativa, avvalendosi della “Legge sulla cooperazione in Urss”91 emanata in data 26 maggio 1988, durante il governo Gorbačëv, decise di fondare una propria banca, registrandola con il nome Stolichnij Bank, come tale legge consentiva.   Michail Chodorkovskij nel 1989, in seguito al successo ottenuto grazie ad un business di importazione di computer in Russia, fonda con altri partner la banca Menatep, una delle prime banche commerciali di cui divenne ben presto il capo. La Banca Menatep divenne presto una banca autorizzata che svolgeva la funzione di intermediario per il trasferimento dei fondi governativi alle imprese e viceversa, garantendo a Chodorkovskij e ai suoi partner un alto profitto. Anche Rosprom, altra holding company, precursore del Gruppo Menatep Limited, venne fondata da Chodorkovskij e dai suoi partner nel 1995 con la “licenza per l’esecuzione di transizioni bancarie in Russia”, come si può apprendere dal sito della Banca che dal 2008 è stata associata al Gruppo Marfin Popular Bank di Cipro.   Vladimir Gusinskij aprì nel 1988 una cooperativa la Infeks, il cui scopo era quello di aiutare gli investitori stranieri che volessero attivare un giro d’affari nell’Unione Sovietica. A fine anni ottanta fondò Most, una holding company, che grazie alle intercessioni di Lužkov, allora sindaco di Mosca, si occupava della restaurazione di molti edifici malandati della città. Sempre con l’appoggio di Lužkov, aprì una banca, la Most Bank, che emerse presto come una delle banche leader russe, permettendogli di ricavare molti profitti dalle ristrutturazioni, pagando pochissime tasse. Grazie ad un decreto firmato dal presidente Eltsin che cedeva allo stesso Gusinskij il quarto canale della tv russa, nell’ottobre del 1993 fondò NTV, canale televisivo indipendente e il giornale indipendente denominato Segodnja. La maggior parte degli oligarchi cominciò la loro attività economica in Unione Sovietica, sul finire degli anni Ottanta. Con l’emanazione della Legge sulla cooperazione in Urss, introdotta nel 1988, vi fu il fiorire delle cosiddette “attività non proibite”. La legge permettendo la creazione di qualsiasi attività non espressamente    proibita, contribuì ad un totale rovesciamento della condizione precedente. In questo modo venne a crearsi una certa libertà personale degli individui più estroversi, più ingegnosi, più coraggiosi, quelli consapevoli che tale legge rappresentava un’opportunità del tutto nuova che avrebbe contribuito in qualche modo al rovesciamento dello Stato sovietico. Tale legge permise la creazione di banche private che ebbero spesso ruoli fondamentali durante gli anni della privatizzazione delle industrie statali. Gli oligarchi all’epoca per arricchirsi non agirono infrangendo la legge, ma semplicemente aggirandola, grazie alle loro conoscenze che molto spesso si trovavano a rivestire cariche importanti nel governo stesso. In questo modo gli oligarchi russi degli anni Novanta, ottennero sempre più profitto dalle loro attività, senza pensare che la loro ricchezza non proveniva soltanto dallo Stato ma dalle persone normali le quali non avendo avuto l’opportunità di utilizzare i buoni del programma di privatizzazione erano cadute in miseria. I casi di Berezovskij e di Chodorchovskij hanno fatto capire che queste persone non si sono accontentate di arricchirsi, ma hanno cercato di espandere la propria influenza in altri settori, ad esempio quello delle telecomunicazioni, della politica ed in settori strategici quali quello energetico, metallurgico e dei trasporti. Il controllo di questi settori significava manovrare un potere capace di influenzare pesantemente tutte le attività sia pubbliche che private interne alla Russia e di causare significative ripercussioni sul più ampio scenario internazionale. Forse proprio questa continua ricerca di potere ha portato alcuni ad un contrasto con Putin e il potere del Cremlino e poi al declino.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un viaggio nel potere segreto degli oligarchi, un gruppo ristretto di persone spesso legate a Putin e connesse tra loro che ha conquistato un&#8217;influenza in Italia decisamente allarmante.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo studi recenti la Russia ha la quota più alta al mondo di </span><i><span style="font-weight: 400;">dark money</span></i><span style="font-weight: 400;">, soldi opachi detenuti all&#8217;estero: un trilione di dollari. Si stima che un quarto di questi sia collegato a Vladimir Putin e a suoi stretti associati, l&#8217;Italia è uno dei pezzi di questo grande gioco: gli oligarchi russi in Italia investono e comprano grandi proprietà tessono rapporti dei servizi segreti italiani sugli investimenti fatti per sostenere operazioni di influenza politica, la ricostruzione puntuale dei giganteschi flussi di denaro dalla Russia verso il nostro paese.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da circa cinquant’anni, quasi in ogni angolo del pianeta, la ricchezza viene distribuita in maniera sempre più spesso colando fortemente l’attuazione del principio democratico di eguaglianza politica. E il successo di movimenti stigmatizzati come “populistici” è insieme causa ed effetto di una rinnovata aspirazione a un governo ristretto, riproposto per lo più in chiave “epistocratica”. Non è dunque difficile spiegare perché il problema dell’oligarchia sia tornato oggetto di dibattito pubblico.  Il criterio espositivo si basa sulla convinzione che tutte le posizioni prese in esame, quelle ricostruite e quella proposta, siano in ultima istanza riconducibili ai significati classici dell’oligarchia, tramandati nel corso dei secoli e ancora rinvenibili, sebbene in forma ovviamente aggiornata. Prima di entrare nel vivo dell’analisi, sarà quindi necessaria una breve ridefinizione storica dell’oligarchia, nozione forse oggi sottoteorizzata. Storicizzare la sua genesi consentirà di distinguere tre significati principali, che pure tendono a slittare l’uno nell’altro: governo dei ricchi, regime corrotto, comando di pochi.  La prima accezione, rilanciata da Jeffrey Winters, è stata riconosciuta come uno dei punti dolenti della società capitalista, la seconda è stata riscoperta da neorepubblicani radicali, come Camila Vergara  e da marxisti di ispirazione foucaultiana,  la terza è compatibile con una lettura realista, non necessariamente minima, della democrazia, e con un ripensamento democratico, e specificamente progressista, della lezione elitista.  Ολιγαρχία Il termine oligarchia appartiene al lessico politico forgiato nell’antica Grecia. Il concetto si è progressivamente definito tra il V e il IV secolo a.C., in stretta correlazione con le vicende istituzionali e militari di Atene e le prime tappe attraverso cui tale nozione fu pensata hanno determinato i modi in cui essa è stata recepita nei secoli a venire. Nella fase iniziale della guerra del Peloponneso, il lemma era impiegato per designare il regime di Sparta, in contrapposizione a quello di Atene. Erequata, tra persone e tra territori. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’oligarchia rappresentava l’alternativa più credibile alla democrazia mentre i regimi dispotici erano considerati adatti al mondo orientale. Il suo significato etimologico era comando di pochi, ma la natura dei governanti restava indeterminata. Di sicuro, l’oligarchia si distingueva nettamente dalla democrazia, un regime che la propaganda avversaria voleva inesorabilmente consegnato allo strapotere violento della massa non possidente , facile preda dei demagoghi. L’autore anonimo della Costituzione degli ateniesi aveva avvertito che, non potendo essere riformata, la democrazia doveva essere abbattuta e sostituita: sarebbe accaduto nel 411, dopo la disfatta della spedizione ateniese in Sicilia, e nel 404, con la resa definitiva di Atene a Sparta. Il Consiglio dei Quattrocento si rivelerà un’esperienza fallimentare, come quella, sette anni più tardi, dei Trenta tiranni. Pur condividendo la necessità di sovvertire la democrazia, gli oligarchi divergono sull’individuazione dei criteri di accesso ai posti di comando, nonché sulle corrette modalità di esercizio del potere, sulla sua istituzionalizzazione e sulla sua limitazione. I fatti si incaricano di deludere chi voglia presentare l’oligarchia come un’aristocrazia. Viene smentita la pretesa che essa rappresenti, non già il comando di pochi, ma anche e soprattutto il governo dei migliori. “Nell’oligarchia”, aveva d’altronde ammonito Dario nel dialogo con Megabizo e Otane narrato da Erodoto “sorgono gravi inimicizie personali, perché, volendo ciascuno primeggiare e prevalere con le sue convinzioni, nascono grandi ostilità, e da queste le discordie, e dalle discordie le stragi”. Nel 403, quando Trasibulo restaura la democrazia popolare ad Atene, sulla nozione di oligarchia pesa ormai il discredito seguito ai colpi di stato del 411 e del 404. Messo alla prova, il regime oligarchico aveva dimostrato che il suo principio qualificante era il privilegio censitario, non l’eccellenza nelle virtù etiche il coraggio, l’onestà, la saggezza, né il possesso di speciali competenze tecniche quindi la capacità di amministrare la città. L’oligarchia si era rivelata una mera plutocrazia, semplicemente il governo dei ricchi. Ecco perché, nel corso del IV secolo a.C., il pensiero politico ateniese vedrà nell’oligarchia un regime corrotto. Gli attacchi alla democrazia, che nel 399 condannerà a morte Socrate, non si placheranno, ma le istanze antidemocratiche faranno appello, non più a una concreta alternativa oligarchica, bensì a una politèia ideale. Nella Repubblica, Platone descrive una città perfetta, di cui prevede, in seguito all’eventuale riappropriazione privata delle risorse da parte dei governanti, la corruzione verso forme politiche deteriori. L’oligarchia è una costituzione ingiusta, in cui gli uomini di potere bramano l’accumulazione della ricchezza: scaturisce dalla crisi della timocrazia, nella quale il conflitto riguarda la gloria, e prelude alla democrazia, dove regna l’assoluta anarchia, premessa a sua volta della tirannide, destinata a reprimere il dissenso nel sangue. Nella Politica, Aristotele sostiene che la costituzione decente è data dalla commistione tra due forme di governo degenerate, oligarchia e democrazia. E rielabora l’originaria contrapposizione tra queste ultime nella tesi secondo cui tutti i regimi sono in fondo riconducibili ai due più diffusi. Ma qual è l’elemento decisivo che li distingue? Non l’opposizione formale tra i pochi e i molti, bensì quella sostanziale tra i ricchi e i poveri. L’oligarchia, in cui i pochi ricchi governano per il proprio vantaggio personale, è la versione degenerata dell’aristocrazia, in cui i pochi saggi governano in vista del bene comune. Dopo Platone e dopo Aristotele, la parola oligarchia sarà per lo più adoperata per indicare il governo corrotto dei pochi ricchi. Sarà ancora così nell’Ottocento, quando tale significato si adatta alle società del capitalismo industriale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il Novecento ha riscattato il valore etimologico dell’oligarchia, come comando di pochi. E’ sbagliato confondere l’idea di élite con quella di oligarchia, malgrado entrambe indichino la dominazione di una minoranza di potere sulla maggioranza subordinata. Perché l’élite può essere di vario tipo politica, tecnica, intellettuale e dipende dalla posizione apicale in una struttura gerarchica formale o informale, pubblica o privata oppure dalla capacità di mobilitazione in virtù di una forza coercitiva o ideologica, mentre l’oligarchia è sempre di natura economica e dipende dalla capacità di far leva, per difendere i propri interessi, su enormi riserve di ricchezza personale l’oligarchia una forma di governo, alternativa ad altre sulla base del numero dei governanti nonché della modalità e dell’obiettivo nell’esercizio del potere politico. L’oligarchia presuppone la stratificazione materiale della società e indica semplicemente l’insieme dei super-ricchi, i quali cooperano per proteggere le proprie gigantesche fortune, questo è l’obiettivo fondamentale, di fronte al quale tutti gli altri divengono secondari. In sintesi, ciò che rende oligarchici i super-ricchi è la difesa dei propri redditi e dei propri patrimoni. Il loro scopo è sempre lo stesso, cambiano i modi in cui lo perseguono. Per comprendere i vari tipi di oligarchia, Winters suggerisce di combinare due misure: il grado di coinvolgimento degli oligarchi nel sistema di protezione della proprietà e il grado di collegialità nel sistema di governo. Su queste basi, sarebbero identificabili quattro tipi ideali. Le oligarchie in cui i super-ricchi proteggono personalmente i propri averi possono essere “belligeranti” oppure “dirigenti”, a seconda che vi sia una collegialità scarsa come nelle faide tra clan oppure più accentuata come nell’antica Atene e nella Roma repubblicana. Le oligarchie disarmate possono essere “sultanistiche” oppure “civili”, a seconda che il sistema coercitivo sia accentrato nelle mani di un singolo come nelle Filippine di Marcos oppure gestito in modo impersonale da uno Stato moderno come negli Stati Uniti e a Singapore. Insomma, l’oligarchia affligge ogni regime politico, o quasi. Benché pervasiva e durevole, può infatti essere evitata. Ma grazie alle autocrazie, non alle democrazie liberali. L’Unione Sovietica e la Cina comunista, ad esempio, hanno contrastato le diseguaglianze economiche e osteggiato in special modo la cessione di potere politico ai super-ricchi. Ciò naturalmente non significa che tali sistemi siano liberi dai rapporti di dominazione, ma questi dipendono più dalla rigidità del controllo di partito che dall’accumulo di enormi averi privati. Nelle autocrazie, in sintesi, dominano le oligarchie politiche, non quelle economiche. Il significato etimologico dell’oligarchia, come comando di pochi, è stato riabilitato nel corso del Novecento dai teorici cosiddetti “elitisti”. Questi ultimi hanno rilevato come le società di ogni tempo e luogo siano tendenzialmente soggette a una ristretta cerchia di potere, che domina o egemonizza il resto della popolazione tramite ideologie e istituzioni di volta in volta diverse.  Anche la democrazia di massa, per funzionare, esige organizzazione e nessuna organizzazione, sia pure ispirata a ideali socialisti o mossa da impulsi spontaneistici, può fare a meno di scindersi tra una base disorganizzata e un vertice organizzato.</span><span style="font-weight: 400;"> La democrazia diretta ha numerosi vantaggi. La decisione presa dalla maggioranza è la forma migliore per appianare i conflitti. Ma ha un difetto – il rapporto con le minoranze.  Sorge un problema serio quando gli interessi della maggioranza si scontrano con quelli della minoranza. L&#8217;esistenza di questo problema è noto ai giuristi, quando si occupano della questione relativa al rispetto o al non rispetto dei diritti umani a seguito di decisioni della democrazia diretta. La democrazia non è fine a se stessa. È il governo che è chiamato a realizzare l’obiettivo della società antropocentrica, cioè la libertà. Nella fattispecie, la libertà della democrazia copre la totalità della vita sociale degli uomini. Per schematizzare, potremmo dire che la democrazia è chiamata ad istituzionalizzare il dominio sociale così che la libertà dei suoi membri si concretizzi nei campi della vita individuale/privata, di quella socio-economica e di quella politica.</span><span style="font-weight: 400;"> L’obiettivo della libertà totale può essere conseguito solo mediante il governo democratico. Questa forma di governo è chiamata ad attuare la libertà oltre al campo individuale, in quelli del sistema socio-economico e politico. La sostanziazione individuale dell’uomo può essere conservata anche in un ambiente costituzionale che accetta l’appartenenza del sistema alla proprietà (diversificata) e in ciò si allontana dalla società dei cittadini, a patto che il possessore del sistema consideri tra le sue politiche l’acquisito della libertà individuale, cioè le previdenze istituzionali, valoriali e via dicendo che la salvaguardano, e una redistribuzione della ricchezza in grado di sostenerla.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In realtà, però, questo azzardo si compie a condizione del mantenimento di un delicato equilibrio tra la società dei cittadini e i settori del sistema, in quanto le politiche degli ultimi passano attraverso relazioni di forza che si sviluppano nel contesto della dinamica sociale. La società rimane privata e trova punti di incontro o di dialogo con i settori del sistema al di fuori di questo, su una base extra-istituzionale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La libertà politica risale all’epoca della maturità antropocentrica dell’uomo sociale, inoltre l’ordine di arrivo dell’uomo sociale alla libertà è predeterminato, secondo il principio per cui la libertà individuale viene prima per definizione e la libertà sociale e quella politica seguono nella misura in cui l’ordine dei governi segue,  l’ordine di sviluppo dei loro obiettivi, nella fattispecie della libertà, è evidente che il tempo della democrazia coincide con quello della maturità antropocentrica, cioè della libertà totale. La </span><span style="font-weight: 400;">democrazia diretta, attuata mediante le strumentazioni digitali, un autentico progresso istituzionale, che consente al singolo cittadino il protagonismo politico di cui sarebbe privato dai regimi dotati di organi di intermediazione, come ad esempio lo stesso parlamento ma l’autogoverno affascina ma contiene un problema concettuale: la democrazia non è decisione, è discussione per ottenere un compromesso. Altrimenti è tirannia della maggioranza, dominio della folla. Poter risolvere la crisi -politica, economica, culturale- in cui siamo precipitati semplicemente attribuendo tutto il potere al popolo è più che illusorio: è pericoloso”. L&#8217;opinione pubblica nelle democrazie è spesso portata a sottovalutare i rischi per la sicurezza del Paese. Questo è tanto più vero nel caso delle democrazie europee, in virtù della «lunga pace» che fu propria del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale alla fine della guerra fredda. Esaurito il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica e finita la politica dei blocchi, le minacce alla sicurezza sono diventate più diffuse. Con la ripresa della competizione fra le grandi potenze, le guerre civili che insanguinano certi Paesi extraoccidentali e i cui effetti investono le nostre democrazie, e non ultimo con le azioni dei gruppi terroristici, i rischi oggi si sono moltiplicati. Tra l&#8217;altro non bisogna dimenticare che le democrazie sono solite risolvere pacificamente i conflitti interni e ciò può renderle impreparate quando si trovano a fare i conti con esplosioni di violenza collettiva o con minacce esterne.  La contraddizione insita nell&#8217;ideale democratico occidentale, che si regge sul sogno impossibile di coniugare le pratiche democratiche con i meccanismi coercitivi dello Stato una contraddizione che impedisce la creazione di democrazie nel senso pieno del termine, consentendo piuttosto la nascita di «repubbliche» dotate di pochi elementi democratici. Il che spiega come mai in Occidente ci siano sempre state sperimentazioni sociali volte a riaccendere le istanze più autentiche della pratica democratica e se in passato i modelli di democrazia scaturiti dalle rivoluzioni americana e francese si sono ispirati, più che all&#8217;Atene classica, alle navi pirata, ai nativi americani o alle comunità di frontiera popolate da liberti, oggi sono i movimenti di critica radicale dell&#8217;esistente, fondati su pratiche orizzontali e modalità di condivisione, a mettere in discussione le basi della nostra democrazia incompiuta. E il futuro della democrazia sta proprio lì. Nell&#8217;era post-ideologica della globalizzazione &#8211; tra crisi dell&#8217;economia e nodi irrisolti della rappresentanza politica &#8211; molti spettri continuano ad aggirarsi ai margini e negli interstizi della cultura europea. Fantasmi e relitti di età recente depositati nell&#8217;archivio delle grandi narrazioni declinanti. Ma anche spettri di età più remota: voci, figure e storie che vengono dalla Grecia classica. Che cosa fanno intendere questi spettri antichi? Come possono essere consapevolmente evocati perché agiscano segnando l&#8217;apertura di un contro-tempo e di un controdiscorso nello scenario della crisi, perché producano una modificazione dello sguardo? Partecipazione politica, natura della legge, distribuzione della ricchezza, modelli educativi, conflitto tra generazioni, donne e soggetti alternativi, linguaggi della comunicazione e del potere, strategie del rapporto tra governanti e governati, costruzione di un centro condiviso in cui riconoscersi sono i temi che qui si intrecciano nel confronto con i testi e gli autori della cultura greca, da Solone a Tucidide, da Eschilo a Aristofane, da Eraclito a Platone. Dal desiderio della democrazia ai sentieri della sapienza iniziatica, la traiettoria dell&#8217;evocazione costringe a riflettere sui modi e sul senso di abitare la polis.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
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		<title>Formazione, innovazione e l’importanza del noi per gestire i cambiamenti epocali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:05 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-weight: 400;">Ora che tutto è cambiato in seguito alla situazione di emergenza sanitaria, ci ritroviamo non semplicemente a gestire un cambiamento ma uno shock epocale. Il mondo, che ritroveremo tra qualche mese ma soprattutto tra un anno o due, sarà molto diverso da quello attuale e dobbiamo fin da ora attrezzarci per affrontarlo, sviluppando una visione strategica. La trasformazione economica, sociale e culturale, nonché quella tecnologica, inducono a avviare processi sostanziali di </span><i><span style="font-weight: 400;">change management </span></i><span style="font-weight: 400;">e a proporre un’offerta di servizi e prodotti innovativa. Le organizzazioni che sapranno affrontare questa trasformazione svilupperanno prodotti e servizi che necessitano di processi di cambiamento, di nuove strutture organizzative e di servizi innovativi, di competenze specifiche così come di profili professionali emergenti. E la formazione svolgerà una funzione essenziale se si vuole governare il cambiamento e presidiare le politiche pubbliche che saranno perseguite. La formazione, quindi, non semplice ancella della gestione del personale ma leva strategica per individuare nuove visioni, strategie e piani di azione per cittadini e imprese (Miccoli, 2018-Agenda digitale). In questo contesto di profonda trasformazione l’apprendimento si manifesta come uno dei principali strumenti per affrontare lo shock e provare a gestirlo. E il professionista dell&#8217;apprendimento deve a sua volta trasformare il paradigma, i modelli di lavoro, le pratiche. Proporre l’etichetta di professionista dell&#8217;apprendimento significa battersi per una figura professionale estremamente significativa per il nostro recente passato ma a questo punto soprattutto per il nostro prossimo e immediato futuro. Sono le macerie delle certezze granitiche che molti di noi hanno frapposto davanti a qualunque ipotesi di cambiamento, di comprensione del mondo e, perché no, di azione per renderlo un po’ migliore. Sono calcinacci, pezzi di muro, mozziconi di frasi autoreferenziali, di quelle che iniziano con “Io io io…” e finiscono nel nulla, brandelli di paraocchi che impedivano di guardare un po’ più in là. Perché questo strano dopoguerra senza una vera guerra (intendo di quelle con le bombe che cadono sulle persone e sulle case) è una Grande Dissonanza Cognitiva: un contrasto totale tra idee, ipotesi atteggiamenti, credenze e la realtà delle cose (perché la realtà esiste e ha la testa dura). E adesso? Cosa apprenderemo da questa esperienza che nessuno, ma proprio nessuno di noi, aveva messo in conto nella sua visione del futuro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">E i rapporti umani? Qui entra in gioco il secondo apprendimento importante…</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Meno male che c’è internet e meno male che c’è il telefono, perché mai come adesso abbiamo bisogno, bisogno “fisico”, di sentire la presenza degli altri, la loro vicinanza, di guardarli (se possibile). Anche i più orsi tra noi riscoprono la loro natura di animali sociali.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Ma l’aspetto più importante è quello politico, nazionale e internazionale. Perché di fronte a una crisi mondiale nessuno si salva da solo. Di fronte a un virus che ignora le carte geografiche, le barriere invalicabili, i comprensori esclusivi, serve una risposta collettiva che i leader sovranisti non sono in grado neanche di pensare. La grande forza dell’uomo è la sua capacità di collaborare. Non siamo più i padroni del mondo. Non lo eravamo neanche prima, ma adesso ce ne siamo accorti davvero. Per capire la natura profonda del cambiamento dobbiamo fare un doppio salto indietro, all’origine dell’epoca moderna e all’origine della nostra vita individuale, perché è lì che si vedono all’opera i potenti motori dal comportamento e dell’organizzazione sociale. Perché il bambino di pochi mesi, all’alba della vita non è quell’innocente pargoletto che vediamo nella pubblicità: è tutto un ribollire di vita fantastica e di pulsioni potenti e senza limiti. Ce ne interessano due: l’avidità di una bocca smisurata che vuole ingoiare il mondo e la furiosa, paranoica, aggressione dell’estraneo. L’idea geniale del capitalismo è usare proprio l’avidità come motore dello sviluppo, al grido di “arricchitevi e lasciate fare alla grande mano invisibile del mercato”. Ammettiamolo: per un bel po’, la cosa ha funzionato, portando un progresso esplosivo, un benessere diffuso &#8211; almeno nella parte “giusta” del mondo – e l’idea di libertà individuale. E poi, come base sociale l’avidità è sempre meglio della paranoia che, eretta a sistema, porta al nazismo. L’onnipotenza che ci fa credere i padroni del mondo è la stessa del bambino di pochi mesi: non ha limiti interni. Quella che abbiamo creato è, però, una macchina dal motore potente senza sistemi di guida efficaci e con freni inadeguati. Impossibile elencare le storture dell’avidità fatta a sistema. La pretesa di crescere continuamente per produzione, vendite, ricavi, profitti, PIL. Il disprezzo dei beni comuni, che come tali non hanno valore. Da qui l’inquinamento, il depauperamento delle risorse naturali, il riscaldamento globale usiamo materiali indistruttibili per farne contenitori usa e getta, solo perché costano poco e lo smaltimento non rientra nel computo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La svalutazione delle persone producono/posseggono/spendono denaro.  L’esaltazione della concorrenza, nonostante un intrinseco paradosso: la concorrenza è molto meno efficiente della cooperazione e della condivisione.  Il conflitto insanabile tra successo e regole, percepite come “lacci e lacciuoli” sono storture non casuali e non accessorie che oggi mettono in gioco la nostra stessa esistenza. Molti di noi ne erano consapevoli da tempo, ma gli effetti di queste storture avevano il difetto di essere troppo lenti per smuovere la maggior parte del genere umano.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Fino ad oggi questa pandemia, che ci  ha costretto alla prima Pasqua di reclusione, non è la fine del mondo: non è niente di fronte a quello che può accadere se non cambiamo rotta. Ma resta un’ammonizione severa, un cartellino giallo per l’umanità intera. Il coronavirus ci ricorda che l’avidità ha un limite. E, di conseguenza, che l’unica meta ragionevole non è crescere all’infinito, ma produrre meglio, distribuire in modo equilibrato le risorse, smettere di competere per iniziare a collaborare. Il nostro modo di lavorare, vivere e pensare è andato a sbattere contro un ostacolo e si è rotto. Uno shock, una dissonanza cognitiva, dicevamo. Ma come vanno a finire queste cose? Sappiamo che dopo la grande delusione, nessuna astronave e nemmeno un po’ di pioggia, i membri della setta se ne tornarono a casa a meno che non l’avessero già venduta. Poi in molti abbandonarono la setta e probabilmente hanno imparato a usare la testa. Per gli altri Dio in persona, vedendo una gran luce nell’universo ovvero loro stessi aveva deciso di sospendere il Diluvio, risparmiando loro la fatica di cambiare idea.  E noi, che faremo quando tutto questo sarà finito? Ci aggiusteremo le cose per continuare come prima o prenderemo al volo l’occasione di cambiare il mondo?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’umanità nel tempo della pandemia è in preda a uno shock. Questo perché un microscopico virus ha svelato agli umani tutta la loro impermanenza. Ci ha resi da un giorno all’altro più insicuri e fragili. Qualcosa di simile era però accaduto già tre volte nel passato, quando giganti del pensiero quali Copernico, Darwin e Freud ci avevano privato della sensazione di essere padroni del creato e del nostro destino. D’un tratto ci siamo così resi conto di come la società globalizzata che abbiamo costruito si trovi di fronte a una minaccia esiziale per cause tanto naturali una natura, che tendevamo comunque a ritenere addomesticata e controllabile, si rivela più ostica di come la avevamo immaginata- quanto sociali -legate alla umana capacità di innovazione tecnologica ed economica e alla sete di potere delle superpotenze mondiali </span><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">L’attuale pandemia ha messo in evidenza, tra l’altro, la necessità di ripensare il passato anche come storia della specie sapiens in una relazione coevolutiva rispetto ad altre specie, in particolare ai parassiti che possono infettare e danneggiare l’uomo. Per iniziare  ad illustrare alcuni momenti significativi di questa storia coevolutiva, in particolare in relazione ai virus</span><i><span style="font-weight: 400;">.</span></i><span style="font-weight: 400;"> I virus e i batteri hanno una storia più lunga di quella dell’uomo. L’uomo è comparso sul pianeta 4 milioni di anni fa, quando i virus e i batteri erano già presenti da due miliardi di anni, erano allora le più numerose forme di vita, i veri padroni della terra che hanno contribuito a determinare il clima, la geologia, la vita nel suo complesso. Per lungo tempo furono i nostri progenitori umani a doversi adattare sia ai microbi, spesso forse convivendo in un equilibrio evolutivo stabile, anche perché l’uomo viveva in piccole comunità. Dal momento in cui l’uomo ha iniziato a elaborare cultura, ha forgiato il pianeta e ha riorganizzato il mondo degli altri esseri viventi in funzione del suo dominio. La storia della domesticazione e della caccia rappresentano due modalità diverse di regolare il rapporto tra uomo e biosfera, due percorsi della coevoluzione che arrivano fino ad oggi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’epidemia attuale da coronavirus rappresenta l’altra faccia del dominio dell’uomo sulla natura, è la risposta della natura alla pretesa superiorità biologica dell’uomo. La pandemia di oggi per un verso si pone in continuità con la guerra infinita tra uomini e microbi, per un altro segna una cesura profonda perché agisce, per la prima volta e quindi in modo imprevedibile, in un pianeta iper-connesso e iper-tecnologico che l’uomo ha forgiato come non mai a sua misura. Da più parti viene ipotizzata una correlazione tra coronavirus e cambiamenti climatici, radicali trasformazioni dell’ambiente basti pensare alla deforestazione e inquinamento, evenienza naturale e conseguenza dell’Antropocene ossia incisive trasformazioni che la mano dell’uomo ha impresso sulla terra negli ultimi 10.000 anni di storia, tanto da far parlare gli scienziati di una nuova era chiamata “Antropocene”una fase nella scala geologica in cui l’uomo ha portato il pianeta oltre i suoi limiti naturali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Ci siamo trovati difronte al caso esemplare di un virus di una catastrofe determinata dal mancato controllo in sicurezza della tecnologia da parte dell’uomo. Un ipotesi che riporta la responsabilità all’uomo, tanto quanto quella dell’origine dalla devastazione ambientale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Conseguenzialmente un isolamento che ci ha portato ad allontanare il prossimo e vivere nella totale insicurezza dei profili dell’esistenza proteggendoci con una mascherina che diventerà la ragione di un maggiore confinamento dal mondo reale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindi in realta’ abbiamo subito una metamorfosi come quella narrata </span><span style="font-weight: 400;">di   Franz Kafka il protagonista e voce narrante Gregor Samsa che  si ritrova improvvisamente nel corpo di un enorme insetto, un uomo come Samsa, un commesso viaggiatore che vive con la propria famiglia, e  d’un tratto è  immerso in una condizione nuova: la diversità.</span><i><span style="font-weight: 400;"> La metamorfosi</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Kafka ci trascina  nel tema dell’ auto emarginazione sociale, ciò che vive Gregor Samsa dal momento in cui si ritrova in un corpo che non è il suo, una lotta che affronta contro la difficoltà nel comunicare, nel muoversi, nel compiere azioni che prima per lui erano scontate, scoprendo all’improvviso una realtà completamente nuova  nella figura di Gregor quella dell’individuo che viene man mano escluso dalle dinamiche sociali. Un tema centrale al tempo di Kafka e ancor più attuale oggi, dato l’impatto enorme che la vita sociale ha nella  realtà., vediamo in Gregor  quindi solo un capro espiatorio, ma anche l’elemento che permette il compattarsi delle regole governative  intorno a un nemico comune. Partendo dal concetto che gli insetti sono in via di estinzione per realizzare in quale nuovo mondo ci troveremo e quale sia la via per la salvezza dovremmo seguire le loro linee di fuga.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3081" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/antropocene.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Non solo moda: i messaggi del potere affidati al look</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Queen]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Parmegiani]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3040-9" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-potere-i-look-della-politica.mp3?_=9" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-potere-i-look-della-politica.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-potere-i-look-della-politica.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Si dice che l’abito non fa il monaco. Ma è proprio così? La prima impressione che gli altri si fanno su di noi è sicuramente influenzata anche dal </span><b>look</b><span style="font-weight: 400;"> con il quale ci proponiamo. E se guardiamo agli uomini e donne di potere, come usano loro stessi la moda? Cosa vogliono comunicare e soprattutto che messaggio vogliono divulgare con le mise che indossano? Come affermava il critico francese Roland Barthes “</span><i><span style="font-weight: 400;">il vestito è il momento in cui il corpo diventa significativo</span></i><span style="font-weight: 400;">”. Gli abiti hanno il potere di influenzare in modo determinante persone e situazioni. Per lo stilista marchigiano Vittorio Camaiani “</span><i><span style="font-weight: 400;">la moda è il dire qualcosa prima della parola”.</span></i><span style="font-weight: 400;"> La moda riesce a comunicare subito nell’immediato chi siamo noi agli altri, il nostro ruolo nella Società. I look hanno il merito di costruire il nostro personaggio. Come non pensare alle giacche che infondono carisma e sicurezza indossate da Obama o da Trump? O la divisa scelta da Silvio Berlusconi, il famoso doppiopetto blu scuro di Caraceni che infonde sicurezza? </span><b>Emmanuel Macron</b><span style="font-weight: 400;"> sceglie invece di sigillarsi dentro abiti aderenti ma non troppo, perfetti per esaltare la sua figura snella e atletica, simbolo fisico di una nazione dinamica e giovane</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">In contrapposizione al look di Mark Zuckerberg composto da jeans e felpa che vuole infondere l’immagine di gioventù e spensieratezza. E come dimenticare invece il golf blu di Sergio Marchionne, per lui quasi una sorta di coperta di Linus? Riguardo l’universo femminile dopo </span><span style="font-weight: 400;">i tailleur-divisa di Margaret Thatcher, anticipati dai cappottini confetto di </span><b>Elisabetta II</b><span style="font-weight: 400;">, per le donne nei ruoli di potere è stato possibile riappropriarsi del loro rapporto con la femminilità</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">Alcune donne in politica hanno ceduto al fascino di uno stile un po’ più glamour e meno istituzionale, senza però perdere la loro autorevolezza. Come non pensare a Kamala Harris e alle sue sneakers Converse o ai suoi total look bianchi? Il segretario americano ha avuto il merito di sdoganare una mise più informale senza che ciò comportasse una mancanza di autorevolezza. Michelle Obama ha avuto invece il merito di abolire i colori pastello e i tailleur formali della Casa Bianca virando su mise dai colori brillanti e decisi. E che dire dei tacchi dodici di Maria Elena Boschi o degli abiti fascianti di Daniela Santanchè?  L</span><span style="font-weight: 400;">’aspetto esteriore è a tutti gli effetti uno strumento di comunicazione grazie al quale si può avere un ritorno in termini di reputazione, riconoscibilità e fidelizzazione. Affinché funzioni, però, è necessario stabilire bene il messaggio che vogliamo trasmettere e, insieme, conoscere il modo migliore per sfruttare i mezzi che possono veicolarlo. Non sempre è facile riuscire a capire cosa ci sta meglio e come fare a divulgare gli elementi positivi del nostro carattere attraverso il nostro aspetto esteriore, ma sicuramente vale la pena provare.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Elena Parmegiani</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3077" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/michelleobama-copia.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Aveva ragione Geroge Orwell!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:40:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Oliva]]></category>
		<category><![CDATA[Zooverni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Come sempre, Palla di Neve e Napoleon erano in disaccordo. Secondo Napoleon, ciò che gli animali dovevano fare era procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso. Palla di Neve era invece del parere che si dovessero spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione fra gli animali delle fattorie. L&#8217;uno argomentava [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3012-10" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26_3_-Aveva-ragione-George-Orwell.mp3?_=10" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26_3_-Aveva-ragione-George-Orwell.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_26_3_-Aveva-ragione-George-Orwell.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Come sempre, </span></i><b><i>Palla di Neve</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> e </span></i><b><i>Napoleon</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> erano in disaccordo. Secondo Napoleon, ciò che gli animali dovevano fare era </span></i><b><i>procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. Palla di Neve era invece del parere che si dovessero</span></i><b><i> spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> fra gli animali delle fattorie. L&#8217;uno argomentava che se non avessero saputo difendersi da soli sarebbero stati destinati a esser vinti; l&#8217;altro ragionava che, se la Rivoluzione fosse scoppiata dappertutto, essi non avrebbero avuto più bisogno di difendersi.”</span></i><span style="font-weight: 400;">. In questi giorni terribili da quando il </span><b>24 febbraio</b><span style="font-weight: 400;"> i russi hanno attaccato l’Ucraina ho pensato spesso a </span><b>George Orwell</b><span style="font-weight: 400;">, non tanto a </span><b><i>1984</i></b><span style="font-weight: 400;">, quanto a </span><b><i>La Fattoria degli animali</i></b><span style="font-weight: 400;"> da cui è tratta questa citazione. Una lettura veloce sarebbe assai utile per comprendere al meglio alcune cose che stanno accadendo in questa guerra. Anche una rilettura – per chi come me ha rimembranze legate ai tempi lontani del Liceo &#8211; del pensiero del giornalista e scrittore britannico è illuminante. Lui stesso spiega senza mezzi termini la ragione che lo ha spinto a scrivere i due romanzi negli Anni ’40 che lo hanno reso celebre: </span><i><span style="font-weight: 400;">«Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il </span></i><b><i>totalitarismo</i></b><i><span style="font-weight: 400;"> e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.»</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È importante per capire questa </span><b>guerra</b><span style="font-weight: 400;"> terribile che si combatte con </span><b>mezzi nuovi</b><span style="font-weight: 400;"> – droni, bombe a grappolo, hacker – ma con </span><b>logiche antiche da oligarchia al potere</b><span style="font-weight: 400;"> e con una chiara </span><b>connotazione</b> <b>sovietica</b><span style="font-weight: 400;"> che è assai diversa da quella araba, come da quella orientale.</span><span style="font-weight: 400;"> Eric Arthur Blair, vero nome di Orwell, non ha vissuto la </span><i><span style="font-weight: 400;">Guerra Fredda</span></i><span style="font-weight: 400;">, essendo scomparso nel 1950, ma l’ha intuita appieno anticipando il concetto che oggi stiamo vedendo plasticamente dalle immagini che ci arrivano dallo scenario di guerra: l’</span><b>utopia negativa</b><span style="font-weight: 400;">, intrinseca nelle forme di qualsiasi </span><b>totalitarismo</b><span style="font-weight: 400;">. L’allegoria politica della fattoria orwelliana, gli animali con comportamenti umani, non è ancora </span><span style="font-weight: 400;">la</span><i><span style="font-weight: 400;"> realtà fantapolitica </span></i><span style="font-weight: 400;">della</span> <b><i>distopia</i></b><span style="font-weight: 400;"> ritratta appunto in </span><i><span style="font-weight: 400;">1984</span></i><span style="font-weight: 400;">, ma ci regala una sorta di manuale per la comprensione di questo ritorno alla </span><b>fantascienza</b><span style="font-weight: 400;"> </span><b>totalitaria</b><span style="font-weight: 400;">. L’ambizione del controllo del pensiero che </span><b>Putin/Napoleon</b><span style="font-weight: 400;"> con difficoltà sta attuando in Russia, mentre </span><b>Palla di Neve/Zelensky</b><span style="font-weight: 400;"> sta cercando di resistere, più che perseguire l’altra utopia dell’</span><b>esportazione della Rivoluzione</b><span style="font-weight: 400;"> cara all’ideologia socialista. Anche se ha compiuto una chiamata a combattere. La conclusione a cui giunge Orwell arriva nell’immediato secondo dopoguerra dall’analisi delle contraddizioni e degli errori di </span><b>Joseph Stalin</b><span style="font-weight: 400;">. Precorse l’</span><b>antisovietismo</b><span style="font-weight: 400;"> che sarebbe arrivato anni dopo quando la sinistra europea strappò con l’URSS – in primis quella italiana, tra le più critiche e distanti dalla madre Russia – e che Putin sembra stia cercando disperatamente con questo attacco di ricostruire. Come se fosse necessario un </span><b>nemico</b><span style="font-weight: 400;"> in questo scampolo di inizio del millennio dove la sua Russia deve fare i conti con </span><b>un ruolo che probabilmente non sarà più egemone come vorrebbe</b><span style="font-weight: 400;">. Anche a costo di mettersi contro tutta, ma proprio tutta l’opinione pubblica mondiale per l’orrore inflitto agli ucraini, come ai soldati russi mandati all’attacco, all’apparenza assai impreparati. Appare una guerra legata all’</span><b>ambizione personale dello zar di turno</b><span style="font-weight: 400;"> – al </span><b>ruolo di nemico che vuole per sé stesso</b><span style="font-weight: 400;"> – e annessa corte di oligarchi che potrebbero sguazzare e guadagnare nel nero dell’economia di guerra.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tornano in mente i versi di una canzone di Roberto Vecchioni, intitolata </span><i><span style="font-weight: 400;">Tornando a casa</span></i><span style="font-weight: 400;">, che parla di cosa accada a guerra finita: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Che voglia di un nemico vero/O perlomeno vivo/Bastardo come ai vecchi tempi/ Meglio se cattivo…</span></i><span style="font-weight: 400;">”</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Angela Oliva</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3061" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/totalità.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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