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	<title>Virginia Chiavaroli Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Elogio del merito, attitudine alla verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2023 15:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letture sotto l'ombrellone 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La meritocrazia secondo l’epoca classica Sì, in questa vita ognuno arriva con un fine da perseguire, è una ricerca costante, ed è probabile che non si riesca neanche a comprenderne fino in fondo il significato, né ad individuare lo scopo stesso. All’uomo la capacità di conoscere la sua propensione, ascoltarla attentamente, e una volta compresa, [&#8230;]</p>
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<p><b><i>La meritocrazia secondo l’epoca classica</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sì, in questa vita ognuno arriva con un fine da perseguire, è una ricerca costante, ed è probabile che non si riesca neanche a comprenderne fino in fondo il significato, né ad individuare lo scopo stesso. All’uomo la capacità di conoscere la sua propensione, ascoltarla attentamente, e una volta compresa, seguirla in modo incondizionato. Non si tratta di cieca ambizione, ma di attitudine alla verità. Straordinaria la soddisfazione derivante dalle azioni compiute secondo la propria inclinazione, nessuno sforzo nel compierle, facile come respirare, puro appagamento. È giustizia che si sublima in una tacita sensazione, corpo e mente che viaggiano all’unisono. La certezza di essere, meritatamente, in un luogo e in un tempo dilatati, non c’è un presente, non un prima e un dopo, solo continuità d’intenti. Un pizzico di incertezza, necessaria allo sviluppo personale, per poi rientrare in una dimensione famigliare, forme, colori, sapori e odori sono nitidi, nulla che non si possa conoscere, nessun ostacolo invalicabile. Un privilegio svolgere il compito per cui si è nati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Con abile artificio retorico e ricorrendo al mito dei metalli, Platone, attraverso le parole di Socrate, tenta di legittimare il principio della meritocrazia. In uno stato ideale, ad ogni uomo corrisponde un ruolo, che da principio è assegnato dal dio creatore, ma che nella discendenza, non può e non deve in alcun modo essere fisso, cristallizzato. Secondo quanto esposto da Socrate, il mentore deve saper comprendere le inclinazioni dell’allievo e indirizzarlo verso il compito più conveniente, per la collettività e per lo stato.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell&#8217;oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell&#8217;argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d&#8217;una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall&#8217;oro può nascere una prole d&#8217;argento e dall&#8217;argento una discendenza d&#8217;oro, e così via da un metallo all&#8217;altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d&#8217;oro o d&#8217;argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo”. </span></i><span style="font-weight: 400;">Repubblica, Platone, terzo libro.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-11207" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-11208" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-11209" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/08/elogio-del-merito-c-3.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Natura che infonde nuova vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 15:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Risvegli]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla penna di Cesira Donatelli divergenti armonie e una dolcezza che scalda In odor di primavera è la natura stessa a risvegliare gli istinti: i profumi solleticano giocosamente l’olfatto e i colori, un tripudio, riempiono gli occhi di grande maestosità. La natura torna a nuova vita con un perpetuo ribollire che freme per uscire dalla [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Dalla penna di Cesira Donatelli divergenti armonie e una dolcezza che scalda</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In odor di primavera è la natura stessa a risvegliare gli istinti: i profumi solleticano giocosamente l’olfatto e i colori, un tripudio, riempiono gli occhi di grande maestosità. La natura torna a nuova vita con un perpetuo ribollire che freme per uscire dalla terra dopo mesi di inerzia e la forza del suo moto è perenne. Fermarsi ad ascoltarla, un privilegio capace di infondere lo slancio necessario all’anima per compiere il medesimo corso. Vorrei per questo portare all’attenzione del lettore l’intento della poetessa di Roccaraso che con artificio retorico ha saputo cogliere il moto perpetuo e rigoglioso della natura trasformandolo in Nettare di Luce.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una melodia in parole quella emessa dall&#8217;opera di Cesira Donatelli: passione, fascino ed erotismo che si intrecciano in componimenti sinceri. Un verso spontaneo e istintivo, nato forse dalla necessità impellente di scrivere. Nella penna della poetessa albergano la grazia femminile attribuibile alle curve rigogliose della montagna; una bellezza che si concede impudica; maestosità e imponenza dell’elemento naturale, l’esercizio di una malìa di cui avere timore, sgomento e meraviglia. È la tacita potenza della donna Natura che nulla lascia al caso. Amore viscerale per i luoghi è ciò che muove le parole di Nettare di Luce, lo stesso che delinea i tratti della terra, tanto da renderla viva, godibile, una presenza fisica. Parole che cantano all’anima e che dall’anima della poetessa sembrano sgorgare come nettare. Una miscellanea di sensazioni nel susseguirsi della lettura: desideri così tangibili da essere carnali, soavità e leggerezza di un’atmosfera rarefatta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Tra le pagine il respiro aumenta per tornare poi all’incedere calmo di chi sa attendere, l’esitazione di chi contempla lo scorrere placido della montagna. Una raccolta di poesie che sottende tutto il carattere di Cesira Donatelli, a tratti, le paure e le speranze di una madre che immagina e inventa la vita reale, fronteggiando le difficoltà e lasciando emergere le fragilità di una donna che conserva l’entusiasmo di una figlia. Costante, l’ispirazione e la forza di una poetessa in grado di sognare e dipingere con abilità di parole il passaggio della natura: bella, umile, tenace, coraggiosa, mutevole ma sempre perennemente presente.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10484" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/05/1-natura-che-infonde-nuova-vita-c.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Festival dei giovani dell’Appennino: voglia di comunità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 15:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[L’altruismo allunga la vita e ci rende felici. Sarà Vero?]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rivoluzioni giovanili partono dalle aree interne È un pomeriggio velato quello che mi accompagna nel giorno dell’incontro con Denisa Rizzuto. Un freddo che non vuole allentare la presa. Ad accoglierci è il circolo Futuro Imperfetto di Pescara, Martina apre le saracinesche del locale che trovo ideale per accogliere i nostri discorsi. È un luogo vivo [&#8230;]</p>
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<p><b>Rivoluzioni giovanili partono dalle aree interne</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È un pomeriggio velato quello che mi accompagna nel giorno dell’incontro con Denisa Rizzuto. Un freddo che non vuole allentare la presa. Ad accoglierci è il circolo Futuro Imperfetto di Pescara, Martina apre le saracinesche del locale che trovo ideale per accogliere i nostri discorsi. È un luogo vivo il Futuro Imperfetto, scosso sempre dalla presenza dei giovani. Echeggia ancora l’atmosfera di un ritrovo della sera precedente, gli arredi e le pareti restituiscono l’energia di un futuro che è già presente, un futuro che freme dalla voglia di raccontare. Entriamo con la consapevolezza che i luoghi assorbono sempre una parte di chi li vive.</span></p>
<p><b>Parliamo del Festival dei Giovani dell’Appennino, come nasce?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Il Festival è nato circa tre anni fa, dopo il periodo covid, quando in cinque ci siamo riuniti per dare vita a qualcosa di più fattivo per i nostri territori. Quello che ci ha accomunati inizialmente è stata la voglia di fare, unita alla consapevolezza della crisi delle aree interne. Istituito il direttivo nel maggio 2021, in soli due mesi, abbiamo dato vita alla manifestazione: Festival dei giovani dell’Appennino. Siamo cinque, e nello STAFF insieme a me, Filiberto Ciaglia, Roberta Di Battista, Dora Cichetti e Davide Moscatelli, ma è un direttivo che si sta allargando per comprendere anche tanti altri ragazzi che insieme a noi si occupano dell’organizzazione. L’Amministrazione di Collarmele ci ha dato pieno sostegno, trovando così terreno fertile per le nostre idee.</span></i></p>
<p><b>Perché avete scelto Collarmele?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Filiberto fa parte dell’Amministrazione comunale di Collarmele; il Sindaco, dopo aver appreso del progetto, si è mostrato subito entusiasta. A Collarmele c’era Piazza dell’Orologio che era stata completamente distrutta dal terremoto del 1915 e da poco ristrutturata era stata inaugurata nell’estate precedente al nostro arrivo. Ci siamo detti: quale posto migliore? Un’amministrazione partecipe, un luogo distrutto e ricostruito. Era l’ambiente adatto per accogliere il Festival.</span></i></p>
<p><b>Ti muovo una critica forse scomoda. Partendo dalle considerazioni di Pasolini nel documentario ‘</b><b><i>La forma della città’ (1974), </i></b><b>noto che Collarmele è tutta nuova. La scelta mi è parsa strana, in controtendenza rispetto all’immaginario consolidato del ‘paese’ che conosce chi vive le aree interne.</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Collarmele ha subito ingenti danni dal terremoto del ’15 ma anche grazie al sostegno delle Belle Arti, l’Amministrazione sta cercando di rivalorizzare il patrimonio rimasto attraverso degli studi. La Chiesa di Santa Maria delle Grazie, il Tempio di Santa Maria del Cituro, i Ruderi del monastero di San Nicola, la Torre medievale e la Piazza dell’Orologio. Questo è il luogo che abbiamo scelto, e dal momento che è stata completamente ricostruita, rappresenta per noi un simbolo di rinascita, Collarmele porta con sé l’unione tra antico e moderno. Inoltre, segue le linee dell’anfiteatro, è perfetta per creare confronto.</span></i></p>
<p><b>Che cosa succede durante il Festival?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Di tutto…Durante quella giornata degli sconosciuti entrano in contatto tra loro e riescono a creare sinergie. Noi forniamo solo un luogo mettendoli in contatto, il resto viene da sé. La bellezza delle delegazioni giovanili è la loro capacità di entrare appieno e in autonomia nello spirito del Festival e creano questa rete già attraverso i social. Sono loro a darti la forza per continuare e nonostante gli imprevisti, vedere i ragazzi che ci credono, dando vita a gemellaggi, nuovi progetti, paesi che prendono spunto da altri, restituisce l’idea che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta.</span></i></p>
<p><b>È una risposta densa di significato quella di Denisa, avverto un’emozione tangibile e negli occhi il ricordo fresco di quelle mani che si incontrano. La sua commozione mi porta così a chiederle se e quanto crede in una Comunità dell’Appennino. Senza esitazione Denisa:</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Sì. E forse presuntuosamente senza voler muovere una critica alle generazioni passate, credo che proprio i giovani saranno in grado di crearla. Ho notato nei giovani l’unione e la volontà di superare barriere che le vecchie generazioni non possiedono. La mia non vuole essere una critica, anzi credo un ragazzo senza l’appoggio di chi ha esperienza forse non riuscirebbe ad avere piena cognizione del problema o delle vie di risoluzione; ma dal canto loro i giovani hanno grande apertura mentale.</span></i></p>
<p><b>Come nasce in te l’amore per il territorio?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Non lo so…</span></i></p>
<p><b>E non te lo sei chiesta?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Ho provato a chiedermelo ma credo sia più un sentimento che ti porti dentro. Sono stata diversi anni fuori, ho studiato a Roma. Tornavo ogni quindici giorni e in quel periodo effettivamente l’ho vissuto meno perché finite le scuole superiori avevo proprio voglia di uscire dal paese, la sentivo una realtà molto piccola. Ma già dopo i primi anni di studio sentivo il dispiacere della ripartenza dopo il fine settimana in Abruzzo. Stavo bene a casa, iniziavo a soffrire la frenesia della città. Poi con il covid sono tornata in paese per restare.</span></i></p>
<p><b>Negli abruzzesi il senso di radicamento verso la propria terra è più spiccato.</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">La nostra è una regione completa, forse è questo a rendere difficile andare e ambientarsi altrove.</span></i></p>
<p><b>Chi sono i ragazzi che partecipano al Festival dell’Appennino?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Chiunque, e molto spesso sono loro a chiedere di partecipare. Hanno voglia di partecipare anche in pochi, gruppi di quattro o cinque ragazzi, ci contattano e raccontano quello che fanno, magari sono piccole realtà nascenti, ma a quell’entusiasmo non possiamo rinunciare. Altre volte siamo noi ad interessarci, scoprendo magari piccole comunità senza un vero proprio tessuto sociale, proponiamo di creare una delegazione per partecipare al Festival. Con Rendinara è andata così, i ragazzi hanno costituito un gruppo che ha partecipato alla prima edizione, da allora il paese organizza tanti piccoli eventi. È positivo quindi che il Festival possa essere l’innesco per creare aggregazione nei paesi quasi completamente spopolati.</span></i></p>
<p><b>Mi pare di capire che non è tanto cosa fanno i giovani, quanto la voglia di partecipare.</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Sì, è questa la chiave: l’entusiasmo, la voglia di esserci.</span></i></p>
<p><b>Parliamo della prossima edizione del Festival dei giovani dell’Appennino.</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Per quest’anno intanto abbiamo reso pubblica la data: il 5 agosto 2023 a Collarmele. Il Festival si svolgerà durante l’intera giornata a Piazza dell’Orologio. Vedremo sempre le delegazioni giovanili abruzzesi alternarsi durante il giorno, cercando anche di allargare la rosa delle delegazioni che arrivano da fuori regione. La richiesta di partecipazione da parte dell’Abruzzo è tanta, la difficoltà di quest’anno sarà cercare di non scontentare nessuno, vorremmo accogliere tutti. Stiamo anche cercando di reclutare ospiti di valore che credano fermamente nella causa o che in qualche modo sono legati ai nostri valori. Persone che riescano a darci risalto senza uscire fuori dal contesto della manifestazione.</span></i></p>
<p><b>Qualche nome?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">È ancora presto…</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
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		<title>Il mondo come volontà e rappresentazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 15:49:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[L’altruismo allunga la vita e ci rende felici. Sarà Vero?]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La lezione di Arthur Schopenhauer Nel 235 esimo anniversario della nascita di Arthur Schopenhauer, uno dei relativisti che per primo ha saputo scandagliare la sofferenza dell’animo umano, vale la pena, volendo rispondere alla domanda di questo editoriale, di considerare “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Alla volontà altruistica che redime se stessi e gli altri, [&#8230;]</p>
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<p><b>La lezione di Arthur Schopenhauer</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 235 esimo anniversario della nascita di Arthur Schopenhauer, uno dei relativisti che per primo ha saputo scandagliare la sofferenza dell’animo umano, vale la pena, volendo rispondere alla domanda di questo editoriale, di considerare “Il mondo come volontà e rappresentazione”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla volontà altruistica che redime se stessi e gli altri, si rende necessario contrapporre il sano egoismo che salva la vita, e dal momento che è proprio la volontà il male maggiore per l’uomo, la stessa che spinge agli atti più estremi, alla passionalità, la volontà che induce ad aspettative, speranze disattese e delusioni, tanto vale allontanarsene come appunto esortava a fare il filoso. </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">&#8220;Il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante”. Arthur Schopenhauer</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se il mondo non è altro che una rappresentazione dell’animo umano, dunque strettamente dipendente dalla volontà del singolo, ecco cadere ogni sorta di rappresentazione idilliaca d’amore fraterno. Quello che l’uomo considera un atto di altruismo verso l’altro, quando filtrato dal ricevente è destinato a cambiare proprio perché interpretato da un animo a sua volta mosso da altre volontà. Se quell’altruismo poi, diventa identificazione, allora è il caso di fermarsi. L’amore è il sentimento che meglio incarna questo ragionamento: l’istinto feroce che porta a perdere ogni lucidità, finanche annullare sé stessi per la persona amata; lo stesso sentimento che porta all’identificazione, al dolore, alla disperazione, al fallimento. Si tratta allora di intraprendere un percorso d’amore verso sé stessi, il proprio ‘io’ è l’unica specie dalla quale non si può essere traditi, perché che senso ha donarsi al prossimo se non riconosce quella propensione?</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“La felicità appartiene a coloro che sono autosufficienti. Dato che tutte le fonti esterne di felicità e di piacere sono, per loro stessa natura, altamente incerte, precarie, effimere e soggette alla sorte”. Arthur Schopenhauer</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
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		<title>Elogio della bruttezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 16:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della bruttezza]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un panorama magnificamente variegato In “Storia della bruttezza” Umberto Eco scrive: “Bellezza dunque è staticità, estasi immutabile; la bruttezza è dinamismo, è esercizio di un fascino che attrae inspiegabilmente”. Mettendo in antinomia i due concetti, il semiologo spiega, alla stregua della filosofia eraclitea, che nessuna delle due nozioni può esistere senza l’altra. Secondo la legge [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Un panorama magnificamente variegato</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In “Storia della bruttezza” Umberto Eco scrive: </span><i><span style="font-weight: 400;">“Bellezza dunque è staticità, estasi immutabile; la bruttezza è dinamismo, è esercizio di un fascino che attrae inspiegabilmente”</span></i><span style="font-weight: 400;">. Mettendo in antinomia i due concetti, il semiologo spiega, alla stregua della filosofia eraclitea, che nessuna delle due nozioni può esistere senza l’altra. Secondo la legge dei contrari, bello e brutto vivono l’uno in virtù dell’altro. Ciò che permette il divenire del mondo è lo scontro perenne, e non la morta quiete; </span><i><span style="font-weight: 400;">“Armonia contrastante, come nell’arco e nella lira”.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Onestamente devo ammettere che, assorbita dalla dottrina occidentale, ho sempre ritenuto che il bello fosse maggiormente degno di nota, associando il brutto alla malvagità, non c’è retaggio peggiore a cui potessero condannarci. Un castigo che ha reso cieche le nostre anime. Finquando non ho considerato la sepolta ricchezza del brutto. Quanto esso ha da esprimere, senza però averne la possibilità, relegato ai margini di una visione dominante. Lo scontro è dunque tra una staticità, universalmente riconosciuta, e il dinamismo che richiede una tensione continua alla ricerca, la capacità di comprendere un fascino sepolto, implicito, tacito; la volontà di scavare oltre la superficie, superando i sensi, la materialità dei corpi, e guardare attraverso l’anima. Tutto questo implica uno sforzo notevole, ma se ci si riesce, il paesaggio sommerso è magnificamente variegato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per la mia trattazione non ho potuto fare a meno di ricordare il Florentino Ariza di Gabriel Garzia Marquez: timido, di brutto aspetto e non particolarmente incline all’ostentazione. Un personaggio singolare, quello descritto dal poeta, che tra le righe, ha saputo dar vita, ad un amante tenero, riservato e attento. Florentino è un poeta di vita, amante del mondo, sofferente, e attratto dalle peculiarità più che dalla statica bellezza. Le sue donne sono fragili creature di cui prendersi cura, corteggiare e ammaliare col più fine dei modi, e non con il fascino e la tracotanza del Dongiovanni. </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Florentino Ariza sviluppò metodi che sembravano inverosimili in un uomo come lui, taciturno e squallido, e per di più vestito come un vecchio d&#8217;altri tempi. Aveva, però, due vantaggi a suo favore. Uno era un occhio sicuro per conoscere subito la donna che lo aspettava, perfino se era in mezzo a una folla, e anche così la corteggiava con cautela, perché́ sentiva che niente dava più vergogna né era più umiliante di un rifiuto. L&#8217;altro vantaggio era che loro lo identificavano immediatamente come un solitario bisognoso d&#8217;amore, un bisognoso della strada con un&#8217;umiltà da cane bastonato che le rendeva arrendevoli incondizionatamente, senza chiedere nulla, senza aspettarsi niente da lui, a parte la tranquillità di coscienza di avergli fatto il favore. Erano le sue uniche armi, e con loro fece battaglie storiche ma assolutamente segrete, che registrò volta per volta con un rigore da notaio in un quaderno cifrato, riconoscibile fra tanti per un titolo che diceva tutto: ‘Loro’”.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La bellezza nascosta di Florentino è da ricercarsi proprio nella ricerca di quella intimità, nella tendenza a mantenere al sicuro quanto di più prezioso, un carisma così potente da rendere attraente anche il più insignificante degli uomini.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Il mondo è diviso tra quelli che fanno l’amore e quelli che non lo fanno. Diffidava di questi ultimi: quando uscivano di carreggiata, era per loro qualcosa di così insolito che si vantavano dell&#8217;amore come se l&#8217;avessero appena inventato. Quelli che lo facevano spesso, invece, vivevano solo per questo. Si sentivano talmente bene da comportarsi come sepolcri sigillati, perché́ sapevano che la loro vita dipendeva dalla discrezione. Non parlavano mai delle loro prodezze, non si confidavano con nessuno, facevano i distratti fino al punto di guadagnarsi fama di impotenti, di frigidi, e soprattutto di invertiti timidi, com&#8217;era nel caso di Florentino Ariza. Si compiacevano, però, dell&#8217;equivoco, perché anche l&#8217;equivoco li proteggeva. Erano una loggia ermetica i cui associati si riconoscevano fra loro nel mondo intero senza bisogno di un idioma comune”.</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9539" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/1_elogio_della_bruttezza_c.jpeg.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Elogio del merito, attitudine alla verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 16:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Merito: Quanto vale e quanto è attuale?]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La meritocrazia secondo l’epoca classica Sì, in questa vita ognuno arriva con un fine da perseguire, è una ricerca costante, ed è probabile che non si riesca neanche a comprenderne fino in fondo il significato, né ad individuare lo scopo stesso. All’uomo la capacità di conoscere la sua propensione, ascoltarla attentamente, e una volta compresa, [&#8230;]</p>
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<p><b><i>La meritocrazia secondo l’epoca classica</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sì, in questa vita ognuno arriva con un fine da perseguire, è una ricerca costante, ed è probabile che non si riesca neanche a comprenderne fino in fondo il significato, né ad individuare lo scopo stesso. All’uomo la capacità di conoscere la sua propensione, ascoltarla attentamente, e una volta compresa, seguirla in modo incondizionato. Non si tratta di cieca ambizione, ma di attitudine alla verità. Straordinaria la soddisfazione derivante dalle azioni compiute secondo la propria inclinazione, nessuno sforzo nel compierle, facile come respirare, puro appagamento. È giustizia che si sublima in una tacita sensazione, corpo e mente che viaggiano all’unisono. La certezza di essere, meritatamente, in un luogo e in un tempo dilatati, non c’è un presente, non un prima e un dopo, solo continuità d’intenti. Un pizzico di incertezza, necessaria allo sviluppo personale, per poi rientrare in una dimensione famigliare, forme, colori, sapori e odori sono nitidi, nulla che non si possa conoscere, nessun ostacolo invalicabile. Un privilegio svolgere il compito per cui si è nati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Con abile artificio retorico e ricorrendo al mito dei metalli, Platone, attraverso le parole di Socrate, tenta di legittimare il principio della meritocrazia. In uno stato ideale, ad ogni uomo corrisponde un ruolo, che da principio è assegnato dal dio creatore, ma che nella discendenza, non può e non deve in alcun modo essere fisso, cristallizzato. Secondo quanto esposto da Socrate, il mentore deve saper comprendere le inclinazioni dell’allievo e indirizzarlo verso il compito più conveniente, per la collettività e per lo stato.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell&#8217;oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell&#8217;argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d&#8217;una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall&#8217;oro può nascere una prole d&#8217;argento e dall&#8217;argento una discendenza d&#8217;oro, e così via da un metallo all&#8217;altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d&#8217;oro o d&#8217;argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo”. </span></i><span style="font-weight: 400;">Repubblica, Platone, terzo libro.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9099" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/1-elogio-del-merito-c.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Capetiempe, vita che si rinnova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Quali Canti a Natale?]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le origini di un Natale dimenticato Rinnovato di anno in anno, il mistero del dies natalis, disorienta e incanta. L’inspiegabile rapporto tra sacro e profano spinge l’uomo ad interrogarsi sul significato, a comprendere l’arcano di una ricorrenza che tuttavia resta nella sfera contemplativa. Ed ecco, si odono in lontananza sonorità pastose, sono le voci delle [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Le origini di un Natale dimenticato</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Rinnovato di anno in anno, il mistero del </span><i><span style="font-weight: 400;">dies natalis</span></i><span style="font-weight: 400;">, disorienta e incanta. L’inspiegabile rapporto tra sacro e profano spinge l’uomo ad interrogarsi sul significato, a comprendere l’arcano di una ricorrenza che tuttavia resta nella sfera contemplativa. Ed ecco, si odono in lontananza sonorità pastose, sono le voci delle zampogne a scandire il tempo che si rinnova, note che sanno di nostalgia, profumo di casa, un crepitio di fuochi che segna gli attimi dell’attesa, nuova vita, una rinascita. Le mie ricerche affondano in epoca precristiana, quando i rituali celebravano la meraviglia del solstizio d’inverno, il sole tornava a salire allontanando in questo modo l’oscurità. “Capetiempe” ad indicare il ritmo regolare della natura. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, approdo all’omonima opera di Vittorio Monaco in cui l’autore spiega le origini materiche del culto: “[…] La data del Natale cristiano fu scelta dalla Chiesa col proposito di sostituire la festa di Mitra e del Sole Invitto con la celebrazione della nascita di Cristo. Per il paganesimo il sole costituiva una delle ierofanie essenziali: esso appariva come la manifestazione della luce che dissipa le tenebre, ma parimenti anche come ciò che rende possibile la totalità della vita grazie al calore che emana. Il sole, nel mondo pagano, era adorato per i suoi effetti materiali. Il paganesimo non respinse il naturalismo pagano, ma lo accolse arricchendone e trasvalutandone il significato. Gesù, il nuovo sole, non negava il vecchio, ma lo assumeva all’interno di un significato più alto, in quanto luce ‘non più soltanto cosmica, ma spirituale’. Le tenebre di cui parla il vangelo di Giovanni, e nelle quali Cristo ‘risplende’ e ‘illumina gli uomini’, sono le tenebre del peccato e dell’ignoranza, ma richiamano anche le tenebre e le antiche paure delle notti solstiziali. L’analogia tra i due piani, cosmico e spirituale, è affermata esplicitamente dai padri della Chiesa [&#8230;]. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dal Quaderno peligno n. 7, pubblicato nel 2007 e dedicato proprio alle festività natalizie, apprendo, citando un articolo di Evandro Ricci, che: “Testimonianze del culto di Mitra si hanno ad Aveia, l’antica città dei Vestini (l’odierna Fossa presso L’Aquila), a Secinaro e ad Introdacqua. A Secinaro il tempio del dio Mitra (il Sol Invictus) era nella contrada Casale (Campo Sportivo) dove sono ancora visibili i resti e dove sono venuti alla luce molti reperti archeologici, fra i quali un rocchio di colonna, un coperchio di urna per l’acqua lustrale, l’ara bellissima ed intatta con il Sole scolpito agli spigoli, risalente al periodo imperiale di Roma. Proveniente dalla contrada Casale, una scultura litica rappresenta la testa di un bue. […] Ad Introdacqua sopravvive l’usanza di recarsi sul Colle della Plaia per osservare all’alba il sorgere del sole dalla Maiella nel giorno di San Giovanni. Tale usanza va messa in relazione proprio con il culto del Sole professato dagli antichi nostri progenitori: dopo la morte invernale, ecco il risveglio, la resurrezione della Natura con l’inizio della primavera. Sul Colle della Plaia, Antonio De Nino raccolse un frammento di terracotta, un ex voto, rappresentante la testa di un bue. L’usanza degli abitanti di Introdacqua ed il frammento della testa di bue rinvenuto sul Colle della Plaia, il tempio della contrada Casale di Secinaro e la scultura della testa di bue, vanno riferiti al culto dell’arcaico dio Mitra, perché il simbolismo taurino è proprio della divinità dell’Oriente, particolarmente dell’Iran”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È in questo modo, forse, che riesco a spiegarmi il sentimento misto tra malinconia e sgomento che rapisce l’animo durante il periodo natalizio; è il rapporto tra uomo e natura, o tra uomo e divino, così ancestrale e profondamente radicato nell’essere umano ma al contempo difficoltoso da comprendere, che spinge ad infarcire la ricorrenza con nastri, merletti e luci colorate. Il timore dell’ignoto, unitamente alla perdita di capacità di sentire il mondo che ci circonda e a un consumismo accecante, ci ha proiettati verso noi stessi, e progressivamente meno verso l’altro, verso la natura, verso il divino. Dimenticando l’ineluttabile rapporto con gli elementi che ci rendono esseri senzienti, viviamo nella modernità di una festa svuotata delle sue caratteristiche primigenie, intorpiditi dal futile. In questo clima, faccio mio il sentire del poeta Ungaretti che in “Natale” scrive: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade. / Ho tanta / stanchezza / sulle spalle. / Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. / Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. / Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
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		<title>Addio paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 16:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[GenerAzioni a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro, dolce, misterioso paese Mi accompagnano, in questi giorni, le parole di “Terra maligna”, romanzo di Cesidio Di Gravio. Una storia triste, racconto di un difficile passaggio generazionale segnato dalla miseria e dalla volontà di riscatto di tre giovani ragazzi di Fonte Regina costretti all’emigrazione per sottrarsi ad un destino di stenti. “Salvatore diede una [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Caro, dolce, misterioso paese</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mi accompagnano, in questi giorni, le parole di “Terra maligna”, romanzo di Cesidio Di Gravio. Una storia triste, racconto di un difficile passaggio generazionale segnato dalla miseria e dalla volontà di riscatto di tre giovani ragazzi di Fonte Regina costretti all’emigrazione per sottrarsi ad un destino di stenti. </span><i><span style="font-weight: 400;">“Salvatore diede una soffiata alla cenere del camino ed il ciocco cominciò nuovamente ad ardere. ‘Sedete – disse ai figli. […] In questo paese maledetto – continuò Salvatore – non c’è avvenire. Zappare la terra è faticoso ed io non voglio che voi passiate la vita curvi sopra una vanga o dietro un aratro. Pensateci.”. </span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È il grido di un padre che cerca disperatamente di salvaguardare i figli da una fine simile alla sua, un amore immenso e un forte spirito di protezione emergono dalle parole di questo romanzo che tuttavia, contrastano con il sentimento d’ira della nuova generazione. </span><i><span style="font-weight: 400;">“’Papà ha ragione…dobbiamo andare via da questo paese maledetto…qui si fa la fame…io vi dico che potessi partirei domani stesso…’. Luca pronunciò la parola ‘maledetto con rabbia e con forza. Eppure, lo amava, come amava suo padre, sua madre, i suoi fratelli. La maledizione era rivolta agli uomini che non facevano nulla per cambiarlo. ‘Maledetto paese!’”.</span></i><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Spezzare il giogo insostenibile di un’eredità senza futuro, a quale costo? Si tratta, di situazioni non troppo distanti da quelle attuali, da cui, se è possibile, si riesce a cogliere più di qualche insegnamento. Certi schemi, sono tuttora ripetuti, sebbene con un sapore più moderno. Ai giovani lontani da paesi e famiglie, a chi torna, e a chi come me, un po’ per amore, un po’ per caso, un po’ per eredità famigliare, non è mai andato via. A noi la possibilità di ridisegnare un destino diverso nel luogo che abitiamo. “Casa” è ogni posto in cui ci si sente accolti, “famiglia” sono porte che si aprono al bisogno, anime disposte a condividere momenti di vita. Si tratta di interrompere un circolo, retaggio non sempre positivo, senza mai dimenticare il passato da cui anche inconsciamente abbiamo ereditato i tratti fondamentali dell’esistenza. Riconoscenti a chi ha generato nuova vita ma fautori di nuova sorte, creatori di unicità. Padroni del proprio destino.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Addio piazzetta dei giochi giornalieri, delle corse più sfrenate, delle cadute dolorose, delle capriole non riuscite che davano il mal di schiena, del sangue ai ginocchi, dei pantaloni strappati, del pane inzuppato di polvere, del muso sempre sporco. Addio viuzze contorte, sempre buie, illuminate solo dallo sguardo della ragazza ai primi sogni, addio spinte volute, addio sassi alle finestre e ai lampioni, addio carretti abbandonati e pieni di sussurri d’amore. Addio chiesetta delle belle feste, della prima comunione, di Natale, di Pasqua, del catechismo, dei dolcetti del parroco, del vino che succhiato prima della messa nella sagrestia mandava in estasi, della Via Crucis, dei canti, delle litanie, degli sposi. Addio paese gioioso e triste, meraviglioso e nullatenente, assolato e affamato, invidiato e odiato, ciarliero, buono e cattivo, sempre uguale; addio paese di mamma, di papà, di nonni, di tutti, di compagni, di compagne, di sogni, di sospiri, di vita, di morte. Addio, addio per sempre!”.</span></i></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;"> </span></i><span style="font-weight: 400;">Foto credit andreafiordigiglio_photography.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-8675" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-1.jpeg.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-8676" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/addio-paese-c-2.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Qualcosa che le parole non sanno più dire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 16:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il Valore dell'Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Chiavaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apologo sull&#8217;onestà Il 15 marzo del 1980 fu pubblicato da “La Repubblica” uno scritto di Italo Calvino dal titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Questo, come tanti dei suoi lavori sempre attuali nel corso degli anni, sembra un manifesto moderno che delinea i caratteri della società contemporanea. La storia premia i corrotti, e degli [&#8230;]</p>
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<p><b><i>Apologo sull&#8217;onestà</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 15 marzo del 1980 fu pubblicato da “La Repubblica” uno scritto di Italo Calvino dal titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Questo, come tanti dei suoi lavori sempre attuali nel corso degli anni, sembra un manifesto moderno che delinea i caratteri della società contemporanea. La storia premia i corrotti, e degli onesti, non resta che uno spazio marginale, un mondo sommerso. Dal momento che ripudio ogni forma di moralismo, il quale spesso rischia di scadere nel perbenismo, mi limito a dire che in questo tempo, in cui nulla sembra cambiato rispetto alla descrizione di Calvino nel suo Apologo, le solite promesse; i volti, sempre gli stessi; non resta che affidarsi al guizzo di persone illuminate, lascio parlare il suo ingegno. A lui la capacità di sondare tutti i limiti di una società imperfetta. La sua penna ci ricorda che il mondo sommerso dell’onestà risiede nei gesti più che nelle parole. Quei gesti sono l’immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, o forse, a forza d’esser ripetute hanno perduto l’essenza e il significato.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere, già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma, non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”. Italo Calvino</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Illustrazione di Tullio Pericoli.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-8494" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/12/1-qualcosa-che-le-parole-vrp.jpeg.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Apprendere dalla terra, un cammino continuo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 15:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e sostenibilità]]></category>
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<p><b><i>Passeggiate che nutrono mente e corpo</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’aria di ottobre è appena pungente, ma il sole scalda ancora e accompagna un cammino di conoscenza attraverso il territorio abruzzese. Arrivo a Casalincontrada dove, in occasione del Festival dell’architettura 2022, il CED Terra organizza le passeggiate della terra. Un momento per prendere consapevolezza del patrimonio paesaggistico. Apprendere per contatto diretto è una pratica purtroppo dimenticata, e senza svalutare la conoscenza teorica, nulla è più efficace dei sensi. La stimolazione di vista, udito, olfatto e gusto mi riporta alla mente un antico detto che spesso sentivo ripetere dagli anziani: “Ruba con gli occhi!”. In effetti i gesti, le pratiche e gli sguardi di quel saper fare restano impressi nella mia mente, un bagaglio visivo da far rivivere nella vita pratica. Pronta, dunque, per un apprendimento sensoriale, inizio il percorso attraverso le case di terra ma il tragitto riserva i più disparati spunti di riflessione e conoscenza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Con l’architetto Giuliano Di Menna, esperto e appassionato di botanica, scopriamo una varietà selvatica di prugnolo. </span><i><span style="font-weight: 400;">“Chiamato anche Arabella o Marbella, questa è una specie selvatica, e ciò che si vede non è frutto di una vegetazione spontanea ma ciò che rimane di una piantumazione risalente all’epoca medievale. È una siepe che circonda il cosiddetto ‘campo chiuso’. Osservando gli affreschi del ‘300 e del ‘400, anche in Toscana e in Umbria, è possibile riscontrare sovente campi recintati con le siepi. La vegetazione veniva piantata a seconda delle varietà e delle specie a disposizione. Il prugnolo è utile non solo perché commestibile, ma anche per la sua vegetazione che rustica e intricata, protegge il campo dalle possibili incursioni”.</span></i><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, l’architetto Gianfranco Conti coglie lo spunto di Giuliano per un’ulteriore riflessione: </span><i><span style="font-weight: 400;">“Questo percorso è rivolto a tutti coloro che sono desiderosi di apprendere e osservare l’architettura in terra, ma non solo. È utile alle persone che vogliono guardarsi attorno. Il discorso sul prugnolo è direttamente correlato ad un’idea di Stefano Bonelli, presidente dell’Associazione ‘Le Ginestre’: conoscere nuovamente le specie vegetali autoctone attraverso un inventario, e piantarle lungo il percorso per implementare la creazione di un osservatorio paesaggistico. È necessario quindi che si sviluppino gruppi di interesse locale che contribuiscano a rafforzare la consapevolezza riguardo a ciò che possediamo; come farcene carico e prendercene cura. Il passeggiare è fonte di benessere fisico, appaga gli occhi, l’olfatto e l’udito”.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All’ombra di un olmo apprendiamo che questa pianta è simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese. Ogni paese ne aveva uno di riferimento; e dal momento che sopravvive a stretto contatto con altre specie vegetali, fungeva anche da protezione per i terreni, poiché, quando è giovane e viene potato assume l’andamento del cespuglio. Il suo legno, inoltre, veniva impiegato diffusamente per la creazione degli arredi all’interno delle chiese. </span><i><span style="font-weight: 400;">“Piccola citazione</span></i><span style="font-weight: 400;"> –prosegue Gianfranco – </span><i><span style="font-weight: 400;">Nei pressi di San Buono, fuori dal Monastero di San Francesco, c’era un olmo imponente utilizzato appunto per gli arredi interni del Monastero”</span></i><span style="font-weight: 400;">. Un ramo di sanguinello serve poi a raccontare l’arte manuale dell’intrecciare i cesti. </span><i><span style="font-weight: 400;">“Flessibile e con il fusto dalla colorazione rossastra, anch’esso era piantato tra le siepi</span></i><span style="font-weight: 400;"> – spiega l’architetto Di Menna – </span><i><span style="font-weight: 400;">e la natura faceva il suo corso. Oltre alle piante arbustive, la robbia per tingere, e l’orchidea spontanea, insediate nelle parti inferiori delle siepi che fungevano da respiro biologico del paesaggio”.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La prima casa in terra è quella di Edoardo, meccanico di professione, grande artigiano, esperto conoscitore dei materiali e portatore della cultura locale. Edoardo accoglie generosamente i visitatori, umilmente fiero di mostrare la sua grande opera di ristrutturazione. È in quest’abitazione che si concentra il patrimonio culturale da tramandare. Il suo intervento è visibile in ogni angolo della casa, interno ed esterno. La sua manualità si fonde con l’amore di una conoscenza profonda e concreta. Così, i muri a scarpa rispondono alla cultura sismica locale che osserva il comportamento diffuso. Attraverso l’apprendimento visivo, i contadini che andavano in chiesa, assorbivano tutti gli insegnamenti possibili, e assumevano gli stessi contrafforti come elemento architettonico. La pavimentazione rialzata è utile ad un processo di drenaggio, impedire cioè che l’acqua ristagni sotto l’abitazione, poiché l’argilla, che compone la terra per il sessanta percento, è spugnosa, e assorbe l’acqua compromettendo la stabilità della struttura; a questo si aggiunge un muro perimetrale in pietra che funga da ulteriore argine. Tutta questa conoscenza deriva dall’osservazione, si sviluppa con un processo di apprendimento, e si manifesta attraverso l’applicazione dell’ingegno per la risoluzione di esigenze pratiche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Curare un’abitazione in terra, dunque, non comprende esclusivamente la conoscenza del materiale, ma anche come esso interagisce con il contesto circostante, in rapporto con tutti gli elementi naturali. Abitare la terra comporta la conoscenza delle nozioni essenziali utili a fronteggiare e gestire le peculiarità del territorio, attraverso un lavoro costante di apprendimento per esperienza diretta. Si tratta di conoscenze tramandate prima per via orale e poi per manualità. Apprendere, esprime in senso metaforico il cantiere continuo della mente, artigianalità in movimento, in continuo fermento.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Virginia Chiavaroli</span></p>
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