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	<title>Siamo tutti Fantozzi? Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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		<title>L’evoluzione storica dell’Abruzzo usi costumi e tradizioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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<p><i><span style="font-weight: 400;">Storie di cittadine e storie di popoli</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una regione multiforme e geomorfologicamente complessa come l’Abruzzo di fine Settecento, le cui province erano considerate territori ai margini di un governo castrante sia da un punto di vista fiscale che feudale e versavano in uno stato di totale dipendenza dal forte potere statale, e se da un lato l’Abruzzo si era sempre delineato come “area di transizione” fortemente connotata da fenomeni quali la pastorizia, l’emigrazione, l’isolamento, il conservatorismo contadino, l’arretratezza e la transumanza, dalla lettura delle carte galantiane ne vien fuori l’immagine di un luogo in cui eventi quali la “devoluzione” e l’allodizzazione”, ossia il rientro in demanio nel 1757 del più potente feudo del Regno, quello degli Acquaviva d’Atri, avevano portato all’affrancamento dai vincoli del territorio alla pastorizia transumante e a particolari privilegi feudali connessi con la locale coltivazione e commercio del riso. Le province abruzzesi iniziarono, grazie all’opera dei fratelli Delfico e alle proposte innovative dei riformisti moderati, come Galanti, ad interagire con l’idrocefala capitale divoratrice di risorse e talenti, e a far sentire la propria voce pregna delle nuove spinte propulsive di rinnovamento del sistema agrario, fiscale e doganale del Regno. E anche se bisognerà attendere il 1803 per giungere ad una completa eversione della feudalità, sarà proprio con Galanti e con il gruppo dei Delfico di Teramo che l’ostilità abruzzese verso i privilegi feudali ed ecclesiastici e i pascoli protetti, diventerà denuncia aperta, accelerando il processo di ammodernamento della società.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“È la natura stessa che presso di noi che dovrà decidere dell’uso delle terre, non solo perché la fertilità è più decisa per la coltura, che per la spontanea erbificazione del suolo, ma anche perché, della qualunque sia superficie del Regno, non è certo la maggior parte quella che si presta alle molteplici cure dell’uomo nella variata agricoltura. Or il vedere che nelle province di Abruzzo questa parte più propria, ch’è in assai piccola quantità, è appunto quella che gli è sottratta, non ci può far giudicare molto favorevolmente del buon senso e della saviezza dei pretesi stabilimenti… DELFICO. “</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molteplici interessi che hanno mosso nel tempo la penna degli scrittori abruzzesi, in concomitanza con l‘evoluzione storiografica e culturale italiana. Nel corso del Cinquecento la tipologia che tende a prevalere, in linea con l‘andamento generale riscontrato nella penisola, è quella delle storie cittadine: gli eruditi abruzzesi circoscrivono le proprie ricerche entro lo spazio urbano, impegnati ad esprimere un radicato senso di appartenenza alla propria città e decisi quindi a celebrarne la grandezza passata e – seguendo una linea consequenziale – quella presente, garantendo così alla propria comunità un confronto storico e culturale con gli altri centri italiani, all‘Aquila la riflessione sul concetto di patria cittadina era stata avviata con largo anticipo sul panorama della cronachistica meridionale, grazie ai sonetti politici di Buccio di Ranallo, redatti tra il 1355 e il 1363. A un secolo circa dalla fondazione della città, il poeta aveva ripercorso i momenti salienti della storia aquilana, stimolato dalle particolari vicissitudini che negli ultimi anni avevano coinvolto la comunità, e cioè la lotta per il predominio tra le famiglie più potenti, il suo contributo non rimase isolato e nel corso dei due secoli successivi numerosi epigoni incrementarono il corpus delle cronache aquilane, a partire da Niccolò da Borbona,  Alessandro de Ritiis e, in ultimo, Vincenzo di Basilii di Collebrincione, che interruppe la narrazione al 1529. Per i letterati aquilani di Antico Regime il confronto con questa importante produzione &#8211; prevalentemente medievale &#8211; fu un passaggio obbligato: essa rappresentava un unicum nel panorama meridionale e testimoniava quanto fosse radicato il senso di appartenenza alla comunità da parte della cultura locale. Ai primi del 500 la memorialistica aquilana fu chiamata a vivere una nuova stagione, dettata dall‘ennesima dura prova inflitta dal dominatore di turno, il governo spagnolo. Parallelamente, anche le altre città abruzzesi si prepararono ad esibire il proprio contributo erudito, dal momento che l’elite si stava appropriando degli spazi politici e religiosi e si costruivano modelli culturali tali da consolidarne il potere; le storie cittadine divenivano allora la prova evidente di una continuità tra le glorie del passato e la prosperità del presente. La provenienza socio-culturale degli autori delle storie cittadine e delle altre storie locali non può che essere in prevalenza aristocratica, e rimane tale fino al tardo Seicento e ai primi decenni del secolo successivo. Dopo aver narrato le origini mitiche della propria città, facendo riferimento a storici e geografi della classicità, ciascun autore illustra le vicende storiche locali, preoccupandosi di porre in evidenza la mai sopita fedeltà del governo cittadino nei confronti del monarca, al di là dell‘evoluzione politica del Regno e del succedersi delle diverse dinastie regnanti. Non bisogna dimenticare, inoltre, che più di un autore ha redatto le memorie patrie in forma poetica, presentando una carrellata di immagini legate alla fondazione mitica della città, agli eventi che hanno segnato in maniera determinante la memoria collettiva e a quei cittadini illustri che hanno contribuito a rendere grande il nome della propria patria, dunque, nell‘avanzare delle epoche cambiano il clima intellettuale, il linguaggio nei testi, l‘approccio critico, le circostanze storiche, ma le storie di città continuano a rappresentare un‘arena letteraria in cui si discutono le questioni legate al predominio politico dei gruppi sociali e all‘espressione delle loro identità. Allo stesso tempo, nel corso del Settecento altre figure sociali si accostano allo studio della storia locale. L‘antica nobiltà è interessata da un processo di progressiva estinzione dei casati, si pensi agli Acquaviva ad Atri o ai Cantelmo a Popoli, e cede ora il passo al nuovo ceto civile che, grazie alla cultura acquisita durante la formazione giovanile, generalmente conseguita nella capitale partenopea, e legato ai circoli culturali del tempo, si cimenta con passione nella compilazione delle memorie della propria città d‘origine.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma già a partire dalla prima metà del Seicento, emerge negli eruditi abruzzesi l‘esigenza di estendere la propria ricerca al di là delle mura urbane, perseguendo una visione d’insieme che consenta di collocare il passato della propria città in un quadro storico-geografico più ampio. Accanto alle tradizionali storie di città fanno, quindi, a poco a poco il loro ingresso in questo filone della memorialistica altre tipologie di scrittura, in primis quelle che abbiamo definito ―storie di popoli. Protagoniste di questi testi sono, infatti, le genti italiche, che vissero nella regione sin dall‘età preromana. Esse tornano ad imporsi all‘attenzione degli eruditi locali, i quali identificano in quella storia l‘immagine originaria cui fare riferimento nella costruzione della memoria collettiva. Le élites cittadine conoscono a fondo queste tradizioni e si dichiarano eredi di quel passato glorioso, che può solo inorgoglire la propria comunità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I loci storico-letterari, in cui gli autori della latinità avevano fotografato l‘immagine valorosa dei Marrucini, dei Peligni, dei Pretuzi, dei Vestini, dei Marsi, dei Frentani e degli altri popoli italici, non erano passati nell‘indifferenza agli occhi di coloro che, nel risveglio umanistico degli interessi per la cultura classica, avevano ispezionato minuziosamente la produzione storico-geografica degli auctores latini. Quegli stessi passi continuano a costituire il filo rosso che ancora avrebbe attraversato e sorretto la maglia narrativa di gran parte della memorialistica moderna, sia nella produzione locale delle numerose città abruzzesi e altrettanto nelle historie generali del Regno di Napoli. I contributi più significativi sono individuabili all‘avvio della seconda metà del XVII secolo. In queste opere, la lettura dei testi epigrafici rinvenuti proietta lo sguardo dello storico verso il territorio adiacente, oltre che sulla propria città, e la rappresentazione prende forma attraverso la descrizione di luoghi antichi e moderni, di città distrutte, sepolte e riportate alla luce e di piccole e grandi comunità ancora esistenti, tratteggiate nella loro evoluzione tra passato e presente, che conservano ancora nella toponimia le tracce della storia italica. La Guerra sociale rappresenta un evento di grande solennità in queste terre, ciò amplifica il significato del conflitto e il valore del popolo peligno e degli altri popoli italici fedeli all‘impegno comune, e gli storici abruzzesi non si sottraggono al compito di sottolinearne l‘importanza per quel momento storico e per i posteri che vi guardano con rispetto e solennità: «Tra li popoli gloriosi d‘Italia molto celebri furono li Peligni, non tanto per la bellezza del sito, quanto per le nobili, et antiche loro città, e molto più per il valore di tanti Heroi che fecero di loro medesimi risonare la fama, non meno sullo studio strepitoso dell‘armi, che nell’otioso combattimento delle lettere». Nei secoli successivi nuovi protagonisti della scena culturale della regione e del Regno si accostano allo studio delle origini italiche delle comunità abruzzesi grazie al nuovo approccio critico che interessa gli studi antiquari ed epigrafici. In aperto confronto con le scelte metodologiche adottate nel resto della penisola, questi eruditi verranno riconosciuti come precursori della storiografia tardo settecentesca.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> In particolar riguardo sono da tener presenti i manoscritti piuttosto interessanti sui costumi abruzzesi in generale e su diversi aspetti di quella provincia da poter collazionare con alcuni passi della Relazione sull’Abruzzo chietino, dove si afferma che: “Gli Abruzzesi nel generale sono ostinati, ma ospidalieri e civili. Sono rissosi ed indocili agli ordini del governo” ma il Galanti afferma anche che gli Abruzzesi godono di un ottimo carattere morale perché nascono sotto un “dolcissimo governo” e per lo più in disciplina, ed essendo addetti ciascuno alla corrispondente industria secondo il proprio grado, sono generalmente docili di costumi, cordiali, di buona fede, perseveranti e amici dei forestieri, portati a beneficare ed inclinati alla fatica e dice: “Il clima freddo e rigido dà vigore al corpo ed all’anima. Sembra che gli uomini perdano di attività a misura che il sole l’acquista…Il contrario abbiamo veduto non essere avvenuto nell’Abruzzo. Queste disposizioni della natura formano la base del carattere degli Abruzzesi. Essi sono ben fatti della persona più degli altri abitanti del Regno. Nelle montagne specialmente hanno alta e robusta la fattura. Nel generale sono forti di temperamento, floridi di viso. Quasi da per tutto sono pazienti della fatica e poco curanti delle avversità, fermi ed anche ostinati nelle loro cose, frugali, attivi, umani, coraggiosi.” Quest’ultimo aspetto, quello del coraggio che rende gli abruzzesi ostinati e volitivi nel raggiungimento dei propri obiettivi, è attributo da Galanti al fatto che i loro avi abbiano per lungo tempo combattuto con valore e con gloria ora contro ed ora a favore dei Romani. Lo sostiene l’Autore rimarcando anche l’indiscusso spirito di famiglia degli abruzzesi che disertano il servizio militare solo per recarsi a casa propria. In generale il popolo degli Abruzzi è descritto come un popolo povero, ma di una povertà che non è mendicità né accattonaggio e che porta ad una mancanza di ozio, ma allo stesso tempo ad una scarsa coltura nelle scienze, nelle arti, nell’agricoltura e nella pastorizia, soprattutto a causa della scarsezza di buone istituzioni. La povertà generale e l’assenza di dote sono poi riconosciute come cause principali del fatto che le donne abruzzesi mantengono una perpetua vedovanza. Dal momento che amano la fatica, quasi dappertutto le donne sono impiegate nei lavori campestri, mentre quelle di città sono dedite all’economia domestica e a lavorare con ago e filo, a differenza delle nobili che non coltivano lo spirito e si dedicano a frivoli piaceri, indossando fogge di vestiti singolari per antico costume e così le descrive il Galanti: “ Le donne nelle montagne sono belle e rubiconde, ma nei luoghi bassi sono per lo più pallide. Hanno regolari i tratti del viso e graziosa n’è la fisionomia. Nel generale sarebbero vaghe se la miseria ed i disagi non influissero sulle loro fattezze, che ne restano alterate. L’agiatezza sola è quella che dà tutta la superiorità della bellezza delle marchegiane sopra le abruzzesi….”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il quadro globale delle osservazioni su caratteri e costumi degli abruzzesi sfocia a questo punto in altre osservazioni rivolte all’età ordinaria dei matrimoni che è riconosciuta negli uomini a venticinque anni e nelle donne a venti, e mentre nei monti e nei piccoli villaggi i costumi si mantengono ancora puri, nelle città e nelle Maremme grande è la prostituzione anche nei piccoli paesi. Un discrimine è dato però dalla vicinanza dello Stato Pontificio all’Abruzzo che rende la morale dei suoi abitanti assai diversa da quella della restante popolazione del Regno. La città di Teramo è ad esempio pregna di spirito papalino, anche e soprattutto per l’educazione che molti abruzzesi ricevono nei seminari dello Stato Pontificio, in seguito alla temporanea emigrazione degli abitanti delle montagne. La cultura degli abruzzesi è quindi presente più nelle maniere che nello spirito e, mentre lungo i confini dell’Aquilano si parla l’italiano meglio che in ogni altra provincia del Regno, soprattutto perché dolce ne è l’accento grazie anche all’influsso del linguaggio della vicina Sabina e dell’Umbria, pregio che potrebbe dare gran risalto alle bellezze aquilane, sì da farle assomigliare alle senesi, piuttosto fastidioso si rivela l’accento delle zona chietina e teramana, corrotto dal linguaggio della confinante Marca. Pochi sono i ricchi e i nobili della provincia, ed essi per lo più si ispirano ai modelli della capitale, mentre la gioventù nobile e civile dei più grandi paesi è maggiormente occupata in giochi e frivoli abbigliamenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Da non trascurare l’allusione all’uso abruzzese di “abitare per vichi”, usanza che fu dei popoli primitivi e che iniziò a decadere sotto l’impero romano e fare un cenno alla presenza di case rurali, dette masserie, agli Stucchi e alle fosse per la conservazione del grano nell’Abruzzo marittimo: “L’Abruzzo marittimo ha molte case rurali dette masserie. Queste abitazioni campestri si veggono in maggior numero dove l’agricoltura è libera e dove le terre sono bene coltivate; sono assai rare dove le terre sono soggette a servitù, come si vede dove si trovano gli Stucchi”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
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		<title>L&#8217;UNICEF e il SISM a fianco dei bambini in ospedale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute&benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/lunicef-e-il-sism-a-fianco-dei-bambini-in-ospedale/">L&#8217;UNICEF e il SISM a fianco dei bambini in ospedale</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">I bambini sono il nostro bene più prezioso e di loro va salvaguardato il benessere, soprattutto nei momenti critici, come in caso di malattia o di ospedalizzazione. Come intervenire, per contenere le loro paure, gestire i sentimenti di ansia, di ribellione e di disorientamento, una volta catapultati nel mondo della malattia, privati all&#8217;improvviso della normalità, come partecipazione alla scuola, alle attività sportive o alle feste con i coetanei?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli stessi operatori sanitari, alla luce anche della recente esperienza della pandemia, avvertono l’esigenza di un lavoro integrato con lo psicologo, e di essere formati a gestire lo stress dei piccoli pazienti e dei familiari, che hanno bisogno di tanto supporto, per ottimizzare le terapie che la scienza mette a disposizione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Per l&#8217;importanza del tema, sono scesi in campo l&#8217;UNICEF di Chieti e il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM).</span> <span style="font-weight: 400;"> Il Segretariato Italiano Studenti in Medicina è una associazione no-profit creata da e per gli studenti di medicina. Il SISM intende rispondere ai bisogni di salute attraverso contributi qualificanti alla formazione accademica degli studenti, alla loro sensibilizzazione sui profili etici e sociali della professione medica, e in collaborazione con l’UNICEF di Chieti, da sempre attivo per la tutela dei diritti dei bambini, ha promosso un incontro di formazione a cura della dottoressa Maria Paola Ciarelli, psicologa e psicoterapeuta, sulla comunicazione con i pazienti pediatrici. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La presidente del Comitato provinciale di Chieti, dottoressa Rita Montini ha organizzato l’incontro per gli studenti di medicina del SISM sul tema della destrutturazione della paura e dell’ansia dei bambini, che ha visto la dott.ssa Maria Paola Ciarelli presentare agli studenti un approccio non traumatico alle visite mediche, alle vaccinazioni e soprattutto al ricovero in ospedale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’incontro si è svolto mercoledì 3 maggio 2023 all’Università degli studi G. D’Annunzio di Chieti, alla presenza di un numeroso e interessato pubblico di futuri medici, che hanno interagito con la relatrice sulle strategie da attivare per accogliere, contenere e restituire le emozioni del piccolo paziente e dei familiari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si è parlato della terapia del gioco, già utilizzata dall’Ospedale dei Pupazzi, creato proprio dal SISM per abituare i bambini a vincere la paura del camice bianco, </span><span style="font-weight: 400;">attraverso l’allestimento di un ospedale per la cura dei peluches, all’interno del quale vengono svolte visite, prelievi, esami medici.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La dott.ssa Ciarelli, esperta di psicologia pediatrica, ha parlato dell’importanza del sistema integrato tra medicina e psicologia per l’aiuto ai piccoli pazienti, per promuovere la relazione armonica tra corpo e psiche e potenziare l’effetto delle terapie con l’accoglienza e la restituzione delle emozioni, in modo da evitare stati depressivi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il progresso scientifico è decisivo per conseguire la guarigione, ma prendendosi cura del benessere psicologico in una visione olistica ottimizza i risultati delle terapie mediche!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Paola Giorgi</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10594" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10595" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10596" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/unicef-e-sism-s_b-3.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Siamo fantozziani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Associazioni e dissociazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste una realtà, ahinoi, riguardo il servilismo fantozziano da parte degli Italiani? Molto probabilmente la nostra società non è ancora pronta a seguire in maniera automatica, quella vera forma di anarchia, attraverso la quale tutti sappiamo rispettare noi stessi e il nostro prossimo, senza dover essere corretti a seguire norme e regole di comportamento civile! [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Esiste una realtà, ahinoi, riguardo il servilismo fantozziano da parte degli Italiani?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molto probabilmente la nostra società non è ancora pronta a seguire in maniera automatica, quella vera forma di anarchia, attraverso la quale tutti sappiamo rispettare noi stessi e il nostro prossimo, senza dover essere corretti a seguire norme e regole di comportamento civile! Soprattutto umano!  Il Ragionier Ugo Fantozzi personaggio amatissimo dal pubblico di tutte le età, che riuscì ad incarnare perfettamente l’italiano medio e ad anticipare tematiche attuali come il mobbing, la crisi economica, il divario sociale e l’ignavia politica e allo stesso tempo con la sua ironia, a far ridere l’Italia per decenni e racconta le disavventure di un uomo vessato dalla società di quel tempo, ambientate tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ’80 alla continua ricerca del suo riscatto. Riscatto che puntualmente resta un indefinito miraggio. Fantozzi quindi rappresenta la mediocrità, un personaggio sopraffatto dagli eventi a cui non reagisce quasi mai, salvo qualche inutile scatto d’ira, che lo porta perfino a peggiorare le condizioni. Tutta la vicenda fantozziana assume tratti tragicomici, simboli di una società incapace di premiare il merito e di azzerare le disuguaglianze.</span> <span style="font-weight: 400;">Analizzando a fondo la saga cinematografica, si riconoscono alcuni tratti tipici dell’atteggiamento fantozziano in ciascuno di noi. A chi d’altronde non è capitato di soffrire di vittimismo o di tentare una personale rivoluzione contro il sistema senza avere però successo? O chi non ha vissuto almeno un’esperienza frustrante con colleghi e superiori menefreghisti?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fantozzi rappresenta la maschera definitiva della società contemporanee, la grande comicità svela l’aspetto tragico di ogni esistenza umana mostra un aspetto eterno dell’animo umano calato in una contingenza storica e sociale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’individuo nella società capitalistica di massa è soltanto il lavoratore, i cui ritmi sono scanditi dal lavoro, i cui passatempi sono decisi dall’organizzazione sociale e riguarda assolutamente tutti gli esseri umani nel loro rapporto con il potere che assume appunto la forma del lavoro il quale non è che, ridotto all’osso, una specie del tutto particolare dell’esercizio del potere gerarchico.  Ma la storia di Fantozzi poteva fungere da strumento di consapevolezza e da spinta verso la liberazione. Un incentivo a prendere definitivamente le distanze da una gerarchia opprimente, e soprattutto da una corsa alla carriera che creava figure mostruose. Dunque Fantozzi, se calato in quegli anni di duro conflitto sociale, rappresentava una miccia incendiaria in grado di contribuire a spingere tanti a lottare per ottenere condizioni migliori di lavoro e di vita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un modo di intercettare l’opera di Villaggio è solo attraverso segmenti e rischia di ridurre Fantozzi ad una semplice macchietta, uno “sfigato” con i pantaloni alti che vive in un’Italia che oggi sembra lontanissima. Eppure dietro quella straordinaria maschera del nostro Cinema c’è una corrosiva satira sociale che percorre un pezzo della nostra storia, ossia una ‘creatura di Frankenstein’ che trae la sua origine dalla più comune delle esperienze umane: il lavoro da dipendente in una ditta. Quelli di Fantozzi  non sono neanche stereotipi, bensì archetipi di lavoratori e animatori aziendali che sembra siano sempre esistiti e non abbiano alcun tipo di data di estinzione davanti ed è tutto giocato sulla morale e la contraddizione della lotta  di un incontro che non risolve, che non porta a nulla se non alla continuazione di un rapporto di sudditanza e idolatria, dove il lavoratore vuole appartenere, seppure sotto forma di “pesce” che nuota nell’acquario, alla cerchia di adepti del mega direttore galattico.  È un uomo senza alcuna qualità, con l’unica fortuna di essere in un Italia che gli garantiva di essere medio senza sforzi, velleità o altro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nei film di Fantozzi non vediamo solo quell’Italia, ma ogni angolo del mondo occidentale: ovunque ci siano degli uffici e dei capi-ufficio e sicuramente c’è qualcuno come Fantozzi, anzi, scopriamo ogni angolo del mondo ed ogni epoca storica: ovunque ci siano padroni e servi, c’è un Fantozzi. Analogamente, Fantozzi non rappresenta il tipo dell’italiano medio bensì il tipo universale dell’uomo medio oppresso dagli uomini di potere e quanto più il potere è elevato tanto più spesso è il muro di segretezza che lo cinge, perché i plebei non devono e non possono sapere quali trame stanno tramando i potenti.</span><span style="font-weight: 400;"> Dai primordi della storia ad oggi, la segretezza è requisito fondamentale del potere. Certo, solo nel microcosmo surreale di Fantozzi può succedere che un capo costringa i dipendenti a vedere film d’autore, ma nella realtà succede qualcosa di simile: su Sky è andato in onda uno spot, qualche tempo fa, che in qualche maniera richiama l’episodio fantozziano della Corazzata Kotiomkin e che ha provocato un certo sconcerto tra critici noti, la suoneria dello spot di Sky è l’equivalente contemporaneo dell’immortale: “Per me la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”. Se nel microcosmo esagerato di Fantozzi gli impiegati sono costretti a sorbirsi contro voglia i classici del cinema per non perdere il posto di lavoro, invece nello spot i quattro amici altolocati si dicono entusiasti di Kiarostami, Godot e Stockhausen solo per fare bella figura fra di loro, quindi, Fantozzi non insulta la cultura in sé stessa ma c’è appunto l’obbligo di fruirla per un perbenismo sociale, e  la cultura non deve essere fruita per altro che per amore della cultura stessa, senza altri fini. Nello slogan anti-Kotiomkin non c’è solo la protesta contro la cultura imposta dall’alto ma anche la rivendicazione dell’orgoglio di essere delle persone normali, che ai più squisiti frutti del genio umano preferiscono di gran lunga le partite di calcio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma il ragionier Fantozzi sarà sempre con noi? nel mondo del lavoro di oggi ci sono ancora dei Fantozzi? Ma ancora di più, ci sono ancora direttori, manager, come il Megadirettore Galattico?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo, il salto della realtà e del costume dal primo dopoguerra a oggi è stato abissale. A quei tempi, realtà e parodia erano catene di montaggio, capi che sapevano e comandavano tutto, </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=zmfVKqHgwkU&amp;feature=youtu.be"><span style="font-weight: 400;">a volte senza nessun perché e percome</span></a><span style="font-weight: 400;">. Oggi, </span><a href="https://www.manageritalia.it/it/focus/progetti-manageritalia/produttivit-e-benessere/l-iniziativa"><span style="font-weight: 400;">il lavoro che serve</span></a><span style="font-weight: 400;"> ha le persone al centro, richiede a tutti capacità di collaborare, assumersi responsabilità, accettare sfide, necessita di capi che non comandino, pur preservando gerarchie e responsabilità, ma che mettano le persone in grado di lavorare al meglio per crescere tutti insieme con i risultati dell’azienda.</span><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Parliamo di un’epoca, gli anni Settanta, che viveva di una fortissima conflittualità sociale, orientata secondo i protagonisti di questo processo a costruire una realtà più giusta, più civile, più inclusiva quindi, una generazione che accetta tutto pur di sopravvivere in un universo che svaluta completamente la sua dignità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il mondo di Fantozzi è la copia molto brutta del mondo reale: talmente brutta che è mostruosamente bella. Dunque, deridendo la bruttezza dei soggetti e degli ambienti comici ridiamo della bruttezza che inevitabilmente è presente nella realtà, e ridendone facciamo pace con la realtà tutta, impariamo ad accettarla, e solo nel momento in cui la accettiamo, ci accorgiamo che nella realtà c’è più bellezza di quanta ne appaia immediatamente ad uno sguardo superficiale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’italiano è normalmente privo di satira e non accetta la critica diretta, motivo per cui utilizzava le iperboli: Fantozzi è rinchiuso in auto novantasei ore, oppure cade da centosettanta metri. Queste iperboli fanno si che nessuno si identifichi direttamente in Fantozzi, pur associando la sua immagine allo zio, al cognato, al vicino di casa o al capo ufficio. Tutto quello che solo pochi decenni fa sarebbe sembrato estremo e inaccettabile a molti, oggi è realtà quotidiana indiscutibile, naturale.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10576" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-siamo-fantozziani-a_d.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>La filosofia tutta italica della perdita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Oliva]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande &#8220;perditore&#8221; di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d&#8217;acquisto della lira, fiducia in chi mi governa&#8230; e la [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché </span></i><b><i>sono il più grande &#8220;perditore&#8221; di tutti i tempi</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d&#8217;acquisto della lira, fiducia in chi mi governa&#8230; e la testa, per un mostr&#8230; per una donna come te”</span></i><span style="font-weight: 400;">. Questa autodefinizione che il ragioniere più famoso del cinema italiano pronuncia in </span><a href="https://it.wikiquote.org/wiki/Fantozzi_contro_tutti"><i><span style="font-weight: 400;">Fantozzi contro tutti</span></i></a><span style="font-weight: 400;"> è una sorta di elogio della “</span><b>filosofia della perdita tutta italica</b><span style="font-weight: 400;">”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una sorta di </span><b>cultura del disastro</b><span style="font-weight: 400;">, del sentirsi sempre come un vaso di coccio vicino a Paesi d’acciaio – come Germania, Francia o Gran Bretagna – anche se siamo colmi di tante ricchezze. Un po’ ci sentiamo e ci comportiamo come se fossimo condannati non proprio alla sconfitta, ma quantomeno alla</span><b> sudditanza</b><span style="font-weight: 400;">. Ed è un meccanismo che viene riprodotto anche in molti dei nostri </span><b>rapporti sociali</b><span style="font-weight: 400;">,</span> <span style="font-weight: 400;">che possono</span> <span style="font-weight: 400;">condizionare financo le relazioni internazionali. Ma come dimostra il lungo – composto da ben 10 film &#8211; e fortunato ciclo dedicato a Fantozzi arriva anche la revanche: anche se bisogna aspettare il capitolo n.7 per avere finalmente </span><i><span style="font-weight: 400;">Fantozzi alla riscossa</span></i><span style="font-weight: 400;">, che culmina addirittura nel successivo </span><i><span style="font-weight: 400;">Fantozzi in paradiso</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché in fondo siamo un popolo che si rialza – perché c’è il sole, il mare, la bellezza, l’arte &#8211; e spesso lo fa con allegria, anche nei momenti più difficili. Pensate solo a quanto abbiamo cantato per esorcizzare la paura, suonato, impastato, cucinato durante il </span><i><span style="font-weight: 400;">lockdown</span></i><span style="font-weight: 400;">. E siamo stati abbastanza capaci anche di farlo di rispondere come comunità che è sempre un modo ottimistico di farlo e che spesso non ci appartiene. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In fondo in un passato glorioso e lontano come il </span><b>Rinascimento</b><span style="font-weight: 400;"> che dall’Italia invase il mondo spazzammo via il Medioevo e per larga parte riuscimmo a costruire anche dei progetti che andassero oltre il </span><b>campanilismo</b><span style="font-weight: 400;">. Quell’innato </span><b>contrasto</b><span style="font-weight: 400;"> che è simboleggiato per antonomasia, per esempio, dalla guerra tra Guelfi e Ghibellini – e che continuando poi con nomi diversi e in epoche diverse – ha permeato e contraddistinto il nostro agire e il nostro comportarci. Forse troppo spesso come il ragioniere nato dalla fantasia e scrittura del grande </span><b>Paolo Villaggio</b><span style="font-weight: 400;"> dimentichiamo la riscossa, quello che abbiamo dentro, che ci abbiamo messo, quello che siamo stati e potremmo ancora essere. </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Angela Oliva</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-10579" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/06/1-editoriale.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Maggio il mese dei Libri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 21 Maggio 2023 nell&#8217;Auditorium Virgilio in via di Sotto a Pescara si è svolta con successo la terza edizione della Maratona di Lettura &#8211; I libri del Cuore, che ha suscitato entusiasmo e tanta partecipazione da parte del folto pubblico intervenuto. La Maratona di Lettura si è dimostrata uno spazio aperto all&#8217;incontro di gusti e [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Il 21 Maggio 2023 nell&#8217;Auditorium Virgilio in via di Sotto a Pescara si è svolta con successo la terza edizione della Maratona di Lettura &#8211; I libri del Cuore, che ha suscitato entusiasmo e tanta partecipazione da parte del folto pubblico intervenuto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Maratona di Lettura si è dimostrata uno spazio aperto all&#8217;incontro di gusti e sensibilità diverse che dialogano, disseminando valori e idee.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I lettori giovanissimi e adulti hanno letto le pagine dei loro libri del cuore, quelle indimenticabili per le verità che rivelano, per le emozioni che suscitano e le impronte che lasciano!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla manifestazione, è intervenuta la dottoressa Maria Rita Carota, Assessore alla Cultura del Comune di Pescara, sempre a fianco dell&#8217;Associazione SmartLab Europe in occasione delle iniziative dedicate alla lettura e allo scambio culturale. Nel suo intervento, l&#8217;Assessore alla Cultura ha sottolineato l&#8217;impegno e della prof.ssa Annarita Bini Presidente dell&#8217;Associazione e del suo dinamico staff, per suscitare oggi interesse e passione per i libri. Aggiungo che l&#8217;Associazione SmartLab Europe si prende carico di promuovere il pensiero critico in una società troppo attratta dai social e a rischio di massificazione, e agisce sul territorio portando un messaggio di civiltà in linea con le indicazioni Europee.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Maratona di Lettura ha coinvolto attivamente la comunità scolastica dell’Istituto Comprensivo Pescara 9, grazie alla Dirigente Scolastica professoressa Elisa Giansante, partner associato del Progetto Erasmus+ Eu- Reading Circles.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molte le proposte di lettura di brani di Autori famosi: da Louis Sepulveda alla Rowling, da Davide Mencarelli ad Alessandro D&#8217;Avenia, da Ada D&#8217;Adamo a Jean Giono, da Elisabetta Dami a Daniel Defoe e Rudyard Kipling e tantissimi altri tra classici e moderni&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Emozionati nel leggere in pubblico i brani dei loro Autori preferiti, gli alunni della scuola Virgilio hanno dato un contributo importante: far capire che si legge per il gusto di entrare nelle storie ed uscirne arricchiti e più consapevoli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sì, a maggio fiorisce tutto: dalla natura che si rinnova alle menti che amano nutrirsi di libri e crescere all&#8217;ombra della creatività, aprendosi sempre a esplorare nuovi orizzonti con uno sguardo reso più acuto dalla lettura!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Appuntamento alla prossima Maratona di lettura, allora, e auguri d&#8217;incontrare nella vostra vita tanti bei libri, di cui innamorarsi e far partecipi gli altri!</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Paola Giorgi</span></p>
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		<title>La reattiva elasticità italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La polemica]]></category>
		<category><![CDATA[Gerardo Altieri]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ah, se non fossimo così critici con noi stessi! Quanti pregi abbiamo, noi italiani, che non sottolineiamo mai abbastanza? Se mitigassimo la nostra innata attitudine a criticare tutto ciò che ci riguarda e a non sottolineare le nostre virtù, le caratteristiche socio-economiche del Paese sarebbero diverse (e, magari, migliori)? Credo che quanto scritto sopra derivi [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Ah, se non fossimo così critici con noi stessi! Quanti pregi abbiamo, noi italiani, che non sottolineiamo mai abbastanza? Se mitigassimo la nostra innata attitudine a criticare tutto ciò che ci riguarda e a non sottolineare le nostre virtù, le caratteristiche socio-economiche del Paese sarebbero diverse (e, magari, migliori)?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Credo che quanto scritto sopra derivi da una certa pigrizia mentale di base che caratterizza noi Italiani: pensiamo ad es. a quando basiamo le nostre intenzioni di voto solo sullo slogan letto su un manifesto elettorale (oppure, peggio, non andiamo a votare perchè “tanto sono tutti uguali”). Oppure pensiamo a quando ci sentiamo inadeguati se non adottiamo le linee di vita dettate dal mainstream delle star dello spettacolo: questo senso di inadeguatezza si potrebbe superare molto facilmente chiedendoci quale vantaggio concreto porterebbe a noi stessi adottare questo o quello stile di immagine o di abbigliamento. E’ molto più facile che il vantaggio (finanziario) lo abbiano le star di cui sopra…</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo atteggiamento ci ha anche portato, come nazione, negli ultimi decenni a farci dettare troppo spesso l’agenda da altri a livello internazionale: ci siamo accorti solo negli ultimi anni di quanto fosse importante avere i giusti rappresentanti in sede UE (vi sblocco un ricordo: l’imbarazzante performance del deputato ex-M5S Giarruso di qualche tempo fa) e i giusti responsabili alla Farnesina (un altro ricordo: un sodale del personaggio precedente che chiamò il leader cinese non Xi Jinping, ma Xijin Ping, per giunta in un inglese a dir poco imbarazzante: non comment).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molti sono portati a dare la responsabilità di questa leggera narcolessia mentale all’avvento delle televisioni commerciali e all’abbassamento di livello sia degli argomenti che dello spessore di ancorwomen e ancormen televisivi: soprattutto nell’ultimo lustro ci sono stati davvero troppi ciarlatani chiamati a disquisire di argomenti a loro completamente sconosciuti, magari basando le loro teorie su quanto gli avesse detto il proprio meccanico o l’idraulico di fiducia (mi riferisco ad un terzo sodale dei due menzionati prima), il tutto solo per una presunta potenziale share di ascolto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pur sembrando il quadro sconfortante, io ho una visione positiva: quando noi italiani ci avviciniamo al baratro, sfidiamo noi stessi ad avvicinarci il più possibile al vuoto, poi quando stiamo per caderci dentro e pensiamo che tutto sia perduto, colpo di reni e saltiamo sull’altro lato! Il tutto non perché ci sia un calcolo ben preciso, ma solo per il sanissimo istinto di sopravvivenza che ci contraddistingue. Ciò è successo ad es. dopo la seconda guerra mondiale, quando dalle macerie i nostri nonni hanno costruito il miracolo italiano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo periodo storico non credo che il baratro sia così vicino, ma la leggera narcolessia mentale che regna sottotraccia lo sta facendo avvicinare: cosa serve per far sì che non si debba arrivare al pericolo estremo per farci svegliare e farci correre più degli altri? Serve il sussulto di un’entità mitologica spesso invocata in vari consessi: la classe dirigente italiana. Questa entità ha un difetto atavico che la contraddistingue: è composta figurativamente da molti membri, ma non univocamente individuati, perciò quando si parla di essa si usa la terza persona singolare, ma non nomi propri.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io provo ad individuare qualche sottogruppo dell’entità: capitani d’impresa, CEO del mondo bancario, ma soprattutto la classe politica, senza distinzione di bandiera. Porto un nome come esempio: il Terzo Polo. Pur non facendo parte dell’attuale compagine governativa, i loro rappresentanti non fanno opposizione di bandiera, ma costruttiva: le proposte del governo che essi ritengono valide, vengono comunque supportate e non rimandate aridamente al mittente, come fa un altro partito che dichiara apertamente di voler essere un problema per il governo in carica… Soprattutto il Terzo Polo, per la stragrande maggioranza delle proposte da essi generate, indica chi fa cosa, quando, come e con quali fondi: tutto il contrario, ad es., di coloro che annunciarono la sconfitta della povertà.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La politica deve impostare la destinazione sul sistema di navigazione nazionale (settando anche le condizioni al contorno, prima tra tutti il rafforzamento del sistema scolastico e la relativa partnership con le aziende), le imprese devono guidare seguendo la strada tracciata, percorrendola utilizzando il carburante fornito dal sistema finanziario: è una descrizione semplicistica, ma per scrivere le leggi della meccanica classica si è partiti dalla mela caduta in testa a Newton…</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Gerardo Altieri</span></p>
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		<title>Fantozzi: essere o non essere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[Siamo tutti Fantozzi?]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando decenni fa, ormai, esplose il successo del ragionier Fantozzi, mi stupii: non trovavo divertente la parabola di una vita all&#8217;insegna della mediocrità più estrema, senza slanci, in cui l&#8217;ossequio falso ai superiori si coniuga al più spregiudicato opportunismo! Ancora oggi, sono citati certi episodi, tipo &#8220;la nuvola del maltempo che accompagnava le ferie del [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Quando decenni fa, ormai, esplose il successo del ragionier Fantozzi, mi stupii: non trovavo divertente la parabola di una vita all&#8217;insegna della mediocrità più estrema, senza slanci, in cui l&#8217;ossequio falso ai superiori si coniuga al più spregiudicato opportunismo! Ancora oggi, sono citati certi episodi, tipo &#8220;la nuvola del maltempo che accompagnava le ferie del ragionier Fantozzi&#8221;, oppure il servile atteggiamento davanti al direttore megagalattico: perché?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Credo che ognuno di noi sappia la risposta: fantozzi con la lettera minuscola abita dovunque, e lo abbiamo incontrato anche noi! Il ragionier Fantozzi, secondo me, è il volto dell&#8217;uomo lasciato solo, del poveraccio che non può contare su una solida rete di relazioni, e trova nella realtà lavorativa un&#8217;identità, magari scadente, ma almeno qualificante in qualche modo! Sarà un caso che i giovanissimi non si iscrivono più numerosi come una volta all&#8217;Istituto Tecnico Commerciale per ragionieri, trasformato nel tempo anche nel nome, in corso Amministrazione Finanze e Marketing, per avere più appeal?  Il fenomeno Fantozzi va ridimensionato, per evitare confusioni: gli Italiani sono persone attive, laboriose, intelligenti come dimostra la nostra storia di artisti affermati in tanti campi e di successo umano e professionale di tanti, e di questo dobbiamo raccontare, per dare motivo di sano orgoglio a tutti, specialmente oggi, che le circostanze chiedono una spinta in avanti, per uscire dalle varie crisi, su cui ormai non possiamo più scherzare!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> I conformisti fantozziani si comportano in modo da dare una falsa buona impressione: nelle situazioni che richiedono coraggio, le regole secondo loro possono essere bypassate senza scrupoli, perciò non sono apprezzabili!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora, ragionier Fantozzi lasci il posto ad altri: ora, abbiamo bisogno di caratteri determinati, non di chi aspira al comfort zone come ideale di vita! Per sfuggire agli impegni, Fantozzi ha dimenticato di essere se stesso&#8230;peccato&#8230;&#8221;</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Paola Giorgi</span></p>
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		<title>Siamo tutti Fantozzi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 15:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Visioni revisioni & previsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ernesto Albanello]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">La simpatica “gag” che tutti noi di una certa età ricordiamo, ha per protagonista Paolo Villaggio nelle vesti di un impiegato “ligio” alle disposizioni piovute dall’alto ma che, a modo suo, sentiva anche di dover “stare al gioco” delle “trasgressioni che nel suo caso riguardava il goffo tentativo di approccio nei confronti della signorina Silvani, che si divertiva a sedurlo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qual è, però, di fatto il costume dell’italiano medio indossato dal ragionier Fantozzi? Quello di essere parte di un ingranaggio impiegatizio, che appariva sostanzialmente improduttivo e parassitario e nel contempo servile ad una impostazione gerarchica alla quale non c’era verso che si potesse sottrarre: anzi, va detto, che in fondo Fantozzi sentiva in sé una ragion d’essere se emulava altri colleghi (il ragionier Filini, ad esempio, che rappresentava la cinghia di trasmissione fra Fantozzi, troppo “sfigato” per pretendere di avere contatti diretti con il mega-presidente, e l’apice della mega-organizzazione a cui lui apparteneva).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In fondo Fantozzi detestava la maschera che indossava, ma non ne poteva fare a meno, “schiavo” com’era di un ruolo di suddito che si era appiccicato addosso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi certamente una macchietta simile desterebbe compatimenti, ma se andiamo a “scavare” in profondità, ci accorgeremmo che in forma riveduta e corretta, la figura di Fantozzi esiste ancora, eccome.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ce ne accorgiamo nel nostro Paese, che vive al collasso, con un indice di povertà che cresce sempre di più, con una retribuzione erogata a beneficio della classe impiegatizia ed operaia tra le più basse d’Europa, ma che paradossalmente tutto questo accade nella sostanziale acquiescenza della moltitudine.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se si eccettua l’ormai cronica disaffezione al voto, per cui i fedeli alla consultazione elettorale superano di poco il 60% degli aventi diritto al voto, rileviamo una sostanziale indifferenza ai moti di piazza, alle mobilitazioni contrarie ad un sistema di distribuzione della ricchezza che porta l’indice di povertà ad un livello di poco superiore ai cinque milioni e mezzo di connazionali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo deve far pensare ed indurre a considerare che il livello di rassegnazione della popolazione ha raggiunto una quota preoccupante, foriera di depressioni e di atteggiamenti rinunciatari che poi si riflettono in forma patologica in altri comportamenti, che sono anche una spia delle violenze in ambito domestico, dei femminicidi e di comportamenti devianti di vario genere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In fondo Fantozzi era l’emblema di un Paese che cresceva e che aspirava ad essere ai livelli delle altre nazioni europee, propenso al consumo (come l’acquisto della lavatrice nuova, per cui era lecito disfarsi di quella vecchia, lanciata dalla finestra di casa, che andava a sfondare il tetto dell’utilitaria, parcheggiata strategicamente proprio in direzione!). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Attualmente di questa volontà di crescita economica si è smarrita ogni traccia, proprio perché le condizioni mancano: forse Fantozzi è destinato a conservare una rappresentazione di una Italia che non c’è più.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Ernesto Albanello</span></p>
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