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	<title>Censura Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Il tempestoso mare delle verità di comodo è sempre minaccioso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Cassini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando &#8220;Arancia Meccanica&#8221; uscì al cinema, per un periodo fu censurato in molti Paesi occidentali. Il motivo? Il film era troppo violento. Ed era così immersivo che spesso, in giro per le maggiori città europee, poteva capitare di vedere bande di bulli vestiti esattamente come i &#8220;Drughi&#8221; del famoso film di Stanley Kubrick. Tuttavia, questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2785-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-nel-cinema-e-nella-vita-di-oggi.m4a?_=1" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-nel-cinema-e-nella-vita-di-oggi.m4a">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-nel-cinema-e-nella-vita-di-oggi.m4a</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando &#8220;Arancia Meccanica&#8221; uscì al cinema, per un periodo fu censurato in molti Paesi occidentali. Il motivo? Il film era troppo violento. Ed era così immersivo che spesso, in giro per le maggiori città europee, poteva capitare di vedere bande di bulli vestiti esattamente come i &#8220;Drughi&#8221; del famoso film di Stanley Kubrick. Tuttavia, questo capolavoro del cinema era talmente potente, da un punto di vista visivo ed emozionale, che nonostante la censura divenne in poco tempo uno dei titoli più famosi ed importanti della storia del cinema. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La censura è un&#8217;arma a doppio taglio. Ma è pur sempre un&#8217;arma. Che può legare o slegare un popolo. Questo le grandi potenze mondiali, sull&#8217;orlo di una crisi internazionale quasi senza uscita, lo sanno benissimo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ricordo perfettamente i titoli di tutti i giornali quando Kabul fu bombardata dagli Stati Uniti. L&#8217;11 settembre 2001 fu il pretesto per scatenare un innesco pericolosissimo. Gli Stati Uniti, dopo l&#8217;attentato alle Torri Gemelle, convincono il mondo che nel Middle East hanno delle bombe pericolosissime. Dichiarano inoltre di essere degli esportatori di democrazia e di pace. Gli Stati occidentali non mettono alcun freno. Ecco quindi che gli USA bombardano Kabul. È l&#8217;inizio di un conflitto lunghissimo. Dall&#8217;attacco di Kabul hanno perso la vita migliaia di civili. Bambini innocenti. Quel che rimane di questo conflitto è la RITIRATA degli ultimi mesi dell&#8217;esercito americano. In tutto parliamo di più 172 mila (!) morti. Una figura di merda mondiale. Non tanto per l&#8217;esito del conflitto, affatto scontato (gli americani escono sconfitti sulla stampa mondiale), ma per la follia del voler attaccare un popolo per arrivare alla pace con convinzioni assolutamente false. Una contraddizione in termini. Le armi chimiche, laggiù, non c&#8217;erano. Attualmente quei Paesi in cui la democrazia doveva vincere sono in mano al caos. Chi comanda adesso laggiù? Perché non se ne parla più?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo ventennio di guerra solo in alcuni frangenti specifici si è dato il giusto risalto al conflitto nei media nazionali. E nell&#8217;intero periodo della Pandemia (quasi tre anni), della guerra in Middle East si è parlato pochissimo. Se non per nulla. Le guerre portate avanti in questi anni, unite alle &#8220;operazioni militari speciali&#8221; (per usare un termine di Putiniana memoria) hanno una correlazione diretta con gli attentati avvenuti in Europa. Vedi il Bataclan e gli attentati di Nizza. E ancora: l&#8217;Italia, con molti dei Paesi Europei, fu protagonista nell&#8217;intervento militare internazionale avvenuto in Libia a partire dal 19 marzo 2011. L&#8217;operazione era stata ufficialmente svolta per tutelare l&#8217;incolumità della popolazione durante la guerra civile in Libia. Da una parte c&#8217;erano i ribelli, dall&#8217;altra le forze lealiste a Mu&#8217;ammar Gheddafi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il tutto si concluse con la morte di Gheddafi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di questo episodio importantissimo non si parla già più. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché? Cosa sta succedendo, ora, in Libia? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si, va bene, ma la guerra in Ucraina, direte voi, è un&#8217;altra cosa, perché si trova in Europa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non prendiamoci in giro: la guerra è guerra dappertutto. È una scelta troglodita che va condannata a prescindere da chi la compie. E in virtù di quella democrazia che tanto ci contraddistingue, il nostro dovere è quello di analizzare i fatti con obiettività e buonsenso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Altrimenti il rischio è quello di tornare ai tempi bui del novecento. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dove non esistevano più zone grigie, ma solo le estremità più profonde del bianco e del nero. È una deriva che abbiamo già provato sulla nostra pelle. Non possiamo tornare così indietro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ha fatto scalpore quanto accaduto in questi giorni a Milano, dove un corso su Dostoevsky era stato (temporaneamente) sospeso. Ha fatto molto rumore anche l&#8217;annullamento di alcuni siti di informazione russa su alcuni dei principali Paesi Europei. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fa rumore anche la chiusura di Twitter e Facebook in Russia. Fa parecchio rumore. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma se è vero che raccontiamo la verità sui nostri canali di informazione e se è vero che siamo un popolo democratico, per quale motivo annullare i canali di informazione russi?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dicono il falso? Accusano l&#8217;Occidente? Perché? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non sarebbe interessante capire e analizzare per poter contraddire, prima ancora che censurare? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che la Russia stia conducendo un&#8217;operazione sciagurata pare ovvio. Al contempo, però, è fondamentale non aumentare l&#8217;odio razziale e la rabbia. Sarà importante, quando tutto questo sarà finito, capire cosa abbia potuto innescare una tragedia così grande nel 2022. E poi sarebbe carino anche chiedere agli Stati Uniti a cosa ha portato una politica così guerrafondaia negli ultimi 40 anni. L&#8217;Europa non crede più nei valori della guerra, lo sta dimostrando. E gli alleati?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il diritto di analisi, del fugare ogni dubbio, dell&#8217;informarsi&#8230; Questo non deve mancare mai in un Paese veramente libero.   </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel frattempo, recuperate il capolavoro di Bernardo Bertolucci, &#8220;Ultimo tango a Parigi&#8221;. Guardate questa pietra miliare della storia del cinema. La censura avviò un procedimento penale contro questa pellicola, che sfociò nella condanna al rogo il 29 gennaio 1976. Nel 2002 L&#8217;American Film Institute lo inserì al 48° posto della lista dei 100 migliori film sentimentali di sempre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La censura è sempre figlia del suo tempo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non è mai la madre dei tempi che vivremo. </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Marco Cassini</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2787" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-tempestoso-mare-delle-verità-di.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Storia della minigonna, tra praticità e scandalosa rivoluzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Queen]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Parmegiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’indumento che fece scalpore e che prese spunto dallo street-style londinese Sono trascorsi quasi sessant’anni da quando la minigonna fece capolinea nella vetrina dello storico negozio londinese Bazaar. Il merito dell’invenzione di questo speciale capo di abbigliamento è da attribuire a Mary Quant, stilista britannica pioniera della nascita dello street-style londinese. Il sarto André Courrèges rivendicò [&#8230;]</p>
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<p><b>L’indumento che fece scalpore e che prese spunto dallo street-style londinese</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono trascorsi quasi sessant’anni da quando la minigonna fece capolinea nella vetrina dello storico negozio londinese </span><i><span style="font-weight: 400;">Bazaar</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il merito dell’invenzione di questo speciale capo di abbigliamento è da attribuire a </span><b>Mary Quant</b><span style="font-weight: 400;">, stilista britannica pioniera della nascita dello street-style londinese. Il sarto </span><b>André Courrèges </b><span style="font-weight: 400;">rivendicò però i natali di questo celebre indumento e, indispettito dalle prese di posizione della Quant, iniziò una vera e propria rivoluzione, creando un modo di vestire all’avanguardia con linee a trapezio, pop art, tessuti in plastica e vinile, uno stile caratteristico delle minigonne di oggi.</span> <i><span style="font-weight: 400;">“Seguivamo la stessa logica, anche se creavamo moda per persone diverse” &#8211;</span></i><span style="font-weight: 400;"> affermava Mary Quant</span><i><span style="font-weight: 400;">&#8211; “Nessuno ha inventato la mini, nasceva da una volontà. Andrè Courrèges ha scioccato l’alta moda, portandola nel moderno. Questa è stata la sua rivoluzione. Io ho semplicemente realizzato un desiderio comune e accorciato le gonne per ragazze come me. Sono state le ragazze della King&#8217;s Road ad inventare la mini. Io stavo facendo abiti semplici e giovanili, con cui era possibile muoversi, con cui si poteva correre e saltare e li avrei realizzati della lunghezza voluta dalla clientela. Io li indossavo molto corti e la clientela diceva &#8220;Più corti, più corti&#8221;.”</span></i><span style="font-weight: 400;"> Venne comunque chiamato </span><i><span style="font-weight: 400;">l’effetto Courrèges</span></i><span style="font-weight: 400;">, tanto che lo stesso </span><b>Yves Saint Laurent</b><span style="font-weight: 400;"> dichiarò di averlo preso come esempio nella creazione di abiti meno convenzionali. Icone della moda come </span><b>Jackie Kennedy, Twiggy e Brigitte Bardot</b><span style="font-weight: 400;"> rimangono ammaliate da questo particolare capo. La </span><b>forte voglia di cambiamento</b><span style="font-weight: 400;">, la rivendicazione dei diritti e la</span><b> necessità di un abbigliamento pratico ed economico</b><span style="font-weight: 400;"> fecero sì che la minigonna diventasse il più discusso e rappresentativo capo del Novecento. Non tutti però furono entusiasti di ciò. Per i critici la minigonna era il simbolo della donna-oggetto. Per Coco Chanel era addirittura “</span><b>semplicemente orribile</b><span style="font-weight: 400;">”. L’ispirazione agli anni Sessanta di cui si parla oggi è connessa al clamoroso risveglio dell’</span><b>esigenza di libertà nel vestire</b><span style="font-weight: 400;">, caratteristica che riappare con più impudenza e aggressività che mai.</span><span style="font-weight: 400;"> Negli anni Settanta la minigonna lascia al posto ai leggendari pantaloni a zampa e agli abiti lunghi dei figli dei fiori. Negli anni Ottanta c’è un grande ritorno della mini come sinonimo di donna in carriera ed emancipata.</span> <span style="font-weight: 400;">Nei decenni successivi si è colorata, arricchita, dipinta. Negli anni Novanta è diventata nera ed elastica. Nel Duemila la minigonna diviene corta e stretta come una cintura. Oggi non è tutto e niente, o meglio, un classico come la camicia, le giacche, le camicie, gli stivali. Da possedere nel guardaroba perché alla minigonna da eterna ragazza è difficile rinunciare.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Elena Parmegiani</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2811" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Storia-della-minigonna.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>L’inutilità della censura e la pericolosa arte della verosimiglianza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La polemica]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Ernesto Albanello]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/linutilita-della-censura-e-la-pericolosa-arte-della-verosimiglianza/">L’inutilità della censura e la pericolosa arte della verosimiglianza</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Ti viene immediatamente da rispondere: a proteggere. Subito dopo però ti poni la domanda se chi vuole preservarti e tutelarti, ha i requisiti e le prerogative per farlo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché occorre intendersi: se chi si erge a tutore per evitare che menti non adeguatamente equipaggiate possano cadere in chissà quali trappole, è lo stesso che nulla fa per arginare il fenomeno delle fake news.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora è davvero come il cane che si morde la coda.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché occorre essere seri: i dati in possesso ci parlano di una incultura spaventosa che sta vertiginosamente aumentando nel nostro Paese, che per inciso, è quello che laurea meno cittadini in assoluto, ovviamente in relazione agli abitanti, almeno in ambito europeo: è abbastanza conseguente, anche se non è automatico, che i cittadini meno “acculturati”, siano più degli altri, vittime di raggiri, di  trappole  e di insidie di ogni tipo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fino a che il livello della cultura non si incrementa al punto in cui la stragrande maggioranza di cittadini   non sia in possesso del necessario discernimento, lo Stato si sente chiamato a dover agire come arbitro per preservare coloro che, al cospetto di immagini, espressioni, argomentazioni che potrebbero scuoterne la personale sensibilità, ne potrebbero risultare turbati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Evidentemente in un Paese in cui la maggioranza è capace di conservare il proprio equilibrio emotivo anche di fronte alla scene più raccapriccianti, ha il possesso di quella maturità per cui la censura risulta essere un “orpello” inutile, ma è anche vero che le persone finiscono per immunizzarsi e trovare in loro il sufficiente distacco emotivo, quando sanno distinguere la finzione dalla realtà, la rappresentazione di fatti come effettivamente si sono svolti da caricature di storie costruite ad arte per far credere qualcosa che non ha fondamento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma poi, andando a scavare in profondità, quante sceneggiature vengono “propinate” e fatte passare per reali, quando di aderenze a fatti concreti non hanno nulla? Mi viene da pensare a “Forum”, un “tribunale televisivo” al cospetto del quale si presentano due personaggi, uno che ha subìto dei torti (o per lo meno asserisce così) e l’altro che respinge fieramente quanto sostenuto dal primo. A fare da contorno due avvocati, a difesa dell’uno e dell’altro e, a cornice del tutto, un pubblico che viene consultato perché si esprima se reputa più credibile la versione del primo o del secondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutta questa “parata scenica”, pur verosimile, è assolutamente non vera: anche perché se i personaggi fossero reali e concreti, non  potrebbero avere sempre e comunque quelle capacità “recitative” e quella disinvoltura nell’eloquio che invece viene richiesto in quanto uno sceneggiato deve fare “spettacolo”. Per inciso: avete mai visto scritto, anche in forma minuscola, che si tratta di una ricostruzione di fatti e quindi di storie non realmente svoltesi così come vengono presentate? Assolutamente no ed allora, perché mai in casi come questi la censura non interviene? Perché si dà per supposto che il telespettatore quelle cose le intuisca. Ma allora, tanto vale non essere mai comunque sottoposti al vaglio della censura e che sia la persona, pur inadeguata e/o sprovveduta culturalmente, a rendersi conto che “il fatto è stato rappresentato ad arte e non è veritiero”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Ernesto Albanello</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2803" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linutilità-della-censura-e-la.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Mettere a nudo la censura: una battaglia sempre attuale al di là delle differenze culturali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Conforte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2798-4" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-censura-non-ci-appartiene.mp3?_=4" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-censura-non-ci-appartiene.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-censura-non-ci-appartiene.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">In un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui di Covid non si parla più e i tg, social e canali di informazione trasmettono dati sulla guerra in atto in Ucraina, quanto si può effettivamente parlare di “politically correct” e quanto si può ancora affermare che la censura non sia più in vigore in diversi Paesi? Le ultime notizie che giungono dall’est riguardano la chiusura da parte del presidente russo Vladimir Putin, di Facebook e alcuni canali che diffondevano informazioni sulla guerra. Addirittura l’uso della parola stessa “guerra” è stato proibito sulla carta stampata.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come si può, nel 2022, parlare ancora di proibizione e censura su carta stampata e sui canali di informazione? La censura è sempre stata un problema e soprattutto negli ultimi giorni è tornata a dettare scandalo. “Eh, ma i Paesi dell’est sono sottosviluppati rispetto al continente europeo”, “la loro cultura è differente dalla nostra”, “lì sono in dittatura, noi siamo un Paese democratico”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A partire dal fatto che queste affermazioni non siano più comunemente accettabili, altrimenti si rischierebbe di sconfinare nel politically s-correct, è davvero una diversa cultura a determinare o meno la presenza di censura?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1863 la giuria del Salon di Parigi rifiutò oltre tremila quadri e fra questi il dipinto di Manet, </span><i><span style="font-weight: 400;">Le Dejeuner sur l’herbe</span></i><span style="font-weight: 400;">. La tela raffigura due giovani uomini borghesi seduti sull’erba insieme a due ragazze, una sullo sfondo intenta a bagnarsi nel fiume, l’altra vicino a loro, completamente nuda. La nudità fino ad allora era sempre stata associata a divinità o soggetti mitologici, per questo non poteva essere accettata la nudità di una semplice donna del tempo, che quindi andava a provocare l’etica benpensante del periodo. Nonostante la storia dell’arte sia piena di nudi, quella della ragazza destò scandalo. E l’opera di Manet venne rifiutata.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il mondo dell’arte è pieno di esempi di questo tipo, ma non serve andare così a ritroso nel tempo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’artista austriaco Egon Schiele già non godeva di ottima fama. E la situazione peggiora quando nel 1912 viene accusato di aver sedotto e rapito una giovane modella di 14 anni. Portato a processo, tutte le accuse, compresa quella di pedofilia, cadono, rimanendo solo quella di aver esposto opere considerate pornografiche. Ma ancora oggi le sue opere portano con sé gli strascichi della censura. Nel 2018, infatti, l’ente del turismo di Vienna decise di realizzare dei manifesti dedicati a Schiele da distribuire nelle varie capitali, fra le quali Londra, dove erano protagoniste le sue opere </span><i><span style="font-weight: 400;">Nudo maschile seduto</span></i><span style="font-weight: 400;"> e </span><i><span style="font-weight: 400;">Ragazza con calze arancioni</span></i><span style="font-weight: 400;">. La campagna, però, non subì la sorte sperata: i manifesti esposti nella metro londinese furono rifiutati dall’azienda di trasporti. Le parti intime dei lavori di Schiele furono allora censurate da banner con su scritto: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Sorry, 100 years old but still daring today</span></i><span style="font-weight: 400;">”, (Scusate, risalgono a cento anni fa ma sono ancora troppo audaci). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche il dipinto </span><i><span style="font-weight: 400;">Ila e le ninfe</span></i><span style="font-weight: 400;"> di John William Waterhouse ha incontrato sorte avversa. Accusata di sessismo, l’opera</span> <span style="font-weight: 400;">non è più visibile nelle sale della Manchester Art Gallery. Si potrebbe definirlo, questo, il paradosso della censura: l’arte preraffaellita non viene più vista come elegante rivalutazione dei dipinti quattrocenteschi e recupero di espressività religiosa, ma viene accusata anch’essa di valori sessisti che sarebbe quasi sciocco voler addossare oggi ad un’opera di fine ‘800.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È ancora opportuno, quindi, parlare di cultura differente dalla nostra quando atti di censura vengono applicati anche nella nostra cultura?</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Roberta Conforte</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2799" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Mettere-a-nudo-la-censura-copia.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>La lotta dei grandi brand per “vestire il cinema”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Queen]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Parmegiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Moda e film un binomio che non fa altro che accrescere il prestigio di entrambi i protagonisti. Ci sono look diventati leggendari grazie al grande schermo e anche alle serie tv. Il rapporto tra la moda e il cinema è una relazione consolidata negli anni. Ci sono capi che sono diventati emblematici grazie a questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2814-5" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-tv-come-si-influenzano-l_un-l_altra.mp3?_=5" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-tv-come-si-influenzano-l_un-l_altra.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/moda-e-tv-come-si-influenzano-l_un-l_altra.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Moda e film un binomio che non fa altro che accrescere il prestigio di entrambi i protagonisti. Ci sono </span><b>look</b><span style="font-weight: 400;"> diventati leggendari grazie al grande schermo e anche alle serie tv. Il rapporto tra la </span><b>moda</b><span style="font-weight: 400;"> e il </span><b>cinema</b><span style="font-weight: 400;"> è una relazione consolidata negli anni. Ci sono capi che sono diventati emblematici grazie a questa relazione. Come non pensare all’iconico tubino nero di </span><b>Givenchy </b><span style="font-weight: 400;">indossato da </span><b>Audrey Hepburn</b><span style="font-weight: 400;"> in </span><i><span style="font-weight: 400;">Colazione da Tiffany</span></i><span style="font-weight: 400;"> o agli abiti di </span><b>Catherine Deneuve</b><span style="font-weight: 400;"> creati da </span><b>Yves Saint Lauren</b><span style="font-weight: 400;"> o i look di </span><b>Richard Gere</b><span style="font-weight: 400;"> ideati da </span><b>Giorgio Armani</b><span style="font-weight: 400;">. I costumisti sanno bene che a fare la fortuna di un personaggio concorre anche il look. </span><b>Edith Head</b><span style="font-weight: 400;">, ad esempio costumista Premio Oscar, ha creato guardaroba iconici per </span><b>Grace Kelly</b><span style="font-weight: 400;"> ed </span><b>Elizabeth Taylor.</b><span style="font-weight: 400;"> Oggigiorno le celebrities si affidano a più designers per creare le loro mise sul set, anche se ci sono attrici riconoscibili come ambassador di una determinata Maison. E’il caso di </span><b>Kristren Stewart</b><span style="font-weight: 400;"> con </span><b>Chanel</b><span style="font-weight: 400;"> o </span><b>Zendaya</b><span style="font-weight: 400;"> con </span><b>Valentino</b><span style="font-weight: 400;">. I marchi fanno a gara nel vestire le star hollywoodiane sui red carpet internazionali. La fortuna della moda si deve anche al piccolo schermo. Come non ricordare </span><b>Raffaella Carrà</b><span style="font-weight: 400;"> ed i suoi look che hanno segnato la storia della moda italiana. Anche le serie tv sono in grado di segnare in maniera importante i comportamenti dei consumatori. Tutti noi ricordiamo recentemente il cappotto verde indossato da </span><b>Nicole Kidman</b><span style="font-weight: 400;"> in </span><b><i>The Undoing</i></b><i><span style="font-weight: 400;">,</span></i><span style="font-weight: 400;"> o il trend ottocentesco lanciato da </span><b><i>Bridgerton</i></b><span style="font-weight: 400;">. Senza parlare di </span><b><i>The House of Gucci</i></b><span style="font-weight: 400;"> che ha posto ancora più attenzione sulla leggendaria Maison e sul suo direttore creativo Alessandro Michele. Puntare sulle serie tv si rivela una scelta strategica in termini di vendite. Un’opportunità resa ancora più accattivante dalla pandemia, in quanto i consumatori hanno trascorso ore infinite davanti alla televisione a guardare le loro serie preferite e a farsi influenzare da esse. Per i brand tutto ciò si tramuta in un’occasione imperdibile per raggiungere la Generazione Z. I produttori di </span><i><span style="font-weight: 400;">Emily in Paris</span></i><span style="font-weight: 400;"> hanno instaurato persino una partnership con Netflix Spop e Saks.com per vendere alcuni prodotti presenti nello show ideati tra gli altri da Chanel e Pierre Hermè. Per il tanto atteso </span><i><span style="font-weight: 400;">And Just Like That,</span></i><span style="font-weight: 400;"> HBO Max ha creato un account Instagram incentrato solo sui costumi dello spettacolo, creati dalla costumista </span><b>Patricia Field.</b><span style="font-weight: 400;"> Insomma il binomio tra moda e tv si rivela negli anni sempre più irresistibile e accattivante.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Elena Parmegiani</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2815" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-lotta-dei-grandi-brand.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>La censura si la censura no</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Associazioni e dissociazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Ragionieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ai media è tutto permesso? Chi li controlla? Queste domande vengono poste di frequente e la risposta è tutt’altro che semplice. Secondo alcuni, è il pubblico a controllare i mezzi di comunicazione, in quanto può spegnerli o disdire l’abbonamento. Ma come può disdire l’abbonamento se in una città c’è soltanto un quotidiano che informa sui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2771-6" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_I_Parte_Linformazione-nel-mondo-online-audio-converter.com_.mp3?_=6" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_I_Parte_Linformazione-nel-mondo-online-audio-converter.com_.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/1_I_Parte_Linformazione-nel-mondo-online-audio-converter.com_.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Ai media è tutto permesso? Chi li controlla? Queste domande vengono poste di frequente e la risposta è tutt’altro che semplice. Secondo alcuni, è il pubblico a controllare i mezzi di comunicazione, in quanto può spegnerli o disdire l’abbonamento. Ma come può disdire l’abbonamento se in una città c’è soltanto un quotidiano che informa sui fatti locali? Secondo altri, è il mercato a controllare i media. Tuttavia, quando scompare un quotidiano di qualità, e invece un giornale scandalistico sopravvive, si è chiaramente in presenza di un fallimento del mercato. Altri ancora chiedono che lo Stato tenga a freno i media.  Il compito dello Stato non è di limitare tale libertà, bensì di garantirla. I media veicolano informazioni, aiutano a interpretare le dinamiche della società contemporanea e, allo stesso tempo, orientano le opinioni politiche dei cittadini, altrimenti isolati all’interno di un contesto culturale troppo articolato e vasto per poter essere compreso attraverso la conoscenza diretta o la comunicazione interpersonale. Il “discorso pubblico”, nell’accezione lata del termine, si è trasferito dai luoghi tradizionali di incontro, come le piazze, i caffé, le assemblee, alle arene mediatiche. Per poter svolgere correttamente la propria funzione, i mezzi di comunicazione di massa devono garantire informazioni complete, imparziali, varie, attendibili. È necessario assicurare ai cittadini l’accesso ad informazioni di diversa provenienza, in modo che non siano influenzati da una sola fonte dominante. Occorre offrire varietà di contenuti, in grado di soddisfare i multiformi interessi presenti nella società. Allo stesso tempo, si rende necessaria la previsione di meccanismi trasparenti che consentano di verificare l’indipendenza effettiva dei media o, comunque, di comprenderne gli eventuali condizionamenti. L’etica dei media riguarda il discorso collettivo, il corretto funzionamento di quella sfera pubblica che collega gli uni agli altri mediante interessi e progettualità comuni. La sfera pubblica è essenzialmente una zona per il dibattito libera da restrizioni, che serve come luogo di esplorazione delle idee per la formazione di un’opinione pubblica. La sfera pubblica è parte del regno “privato”, in quanto costituita da privati cittadini, e vive separatamente sia dalla sfera della pubblica autorità, sia dal mercato: si definisce “pubblica” non perché imputabile alle istituzioni pubbliche, ma perché resa possibile da un ruolo attivo del pubblico e accessibile a tutti. È irrealistico pensare che i media, pubblici e privati, possano essere totalmente impermeabili all’influenza dello Stato e dei poteri economici; ma è ugualmente irrealistico ritenere che la sfera pubblica possa funzionare adeguatamente senza il contributo dei media.  La giustificazione ontologica del servizio pubblico radiotelevisivo risiede nella sua funzionalizzazione all’interesse generale, che si compie attraverso una complessiva attività informativa, culturale ed educativa a favore dei cittadini, svolta con caratteri di universalità, responsabilità culturale, adeguatezza finanziaria, indipendenza. Nell’ultimo decennio, tuttavia, la dipendenza dal guadagno pubblicitario e la rincorsa all’audience hanno fortemente appiattito le differenze qualitative tra i palinsesti pubblici e quelli privati. Non solo. L’indipendenza della RAI è da sempre negata da un meccanismo di lottizzazione selvaggio, che, sfruttando la logica della “parlamentarizzazione”, persegue fini tutti interni al sistema partitico e ad essi sacrifica l’interesse generale ad una programmazione universale, da cui la parlamentarizzazione trae origine. L’idea di individuare e di affermare principi di etica pubblica in un settore delicato qual è la cronaca e l’attività giornalistica porta con sé lo spiacevole retrogusto di un’informazione di Stato, della censura imposta dai poteri pubblici. Tuttavia, dato il ruolo dei giornalisti nella formazione dell’opinione collettiva e nella definizione dell’agenda pubblica, non ci si può sottrarre ad una riflessione sulle regole deontologiche ed etiche cui si ispira l’attività di mediazione culturale del giornalista. L’idea non è quella di imporre comportamenti dall’alto, ma di ridurre le distorsioni al discorso critico mediante l’applicazione di regole deontologiche. La questione che balza all’occhio è l’anomalia, tipica del nostro ordinamento, di regole etiche e deontologiche applicabili solo agli iscritti all’Ordine professionale dei giornalisti. L’anomalia non consiste tanto nell’esistenza di un Ordine professionale avente ad oggetto un diritto costituzionale, la cui legittimità resta senz’altro difficile da comprendere, quanto nel fatto che regole concernenti lo svolgimento di un’attività che si suppone libera – in quanto espressione di una libertà costituzionale, come riconosce la stessa Corte costituzionale nell’affermare la legittimità costituzionale dell’Ordine  siano poi rivolte ai soli iscritti ad uno degli elenchi tenuti dall’Ordine, quasi che costoro, nella realtà contemporanea, fossero i soli depositari della funzione informativa. Partendo dal presupposto che l’attività di informazione non può che essere libera ai sensi dell’art. 21 Cost., l’applicazione delle regole deontologiche ai soli iscritti all’Ordine crea un evidente vulnus al diritto dei cittadini a ricevere un’informazione attendibile ed ispirata a criteri di lealtà, buona fede, correttezza, che evidentemente prescinde dallo status dell’operatore. Il discorso sull’etica dell’attività informativa, intesa quale attività di preminente interesse generale, non può limitarsi alle regole sulla professione giornalistica riguardanti gli iscritti all’Ordine, ma deve investire la qualità del “discorso pubblico” in quanto tale. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure da ben oltre un anno governi e altre autorità fanno affidamento sulla censura e sulle sanzioni per ridurre la qualità delle informazioni a disposizione del pubblico è davvero inaccettabile pensare che oggi tanti siano i cittadini che rischiano la propria vita in nome della libertà d’informazione. La stampa che arricchisce la nostra vita e ci permette di conoscere la vastità del mondo negli ultimi anni è diventata l’obiettivo scelto, il nemico da eliminare. Sono sempre di più i giornalisti che oggi lottano con forza per difendere il diritto d’informazione da nuove censure sempre in agguato, che girano il mondo per raccontarci, senza filtri, che le guerre ancora esistono e che  con le loro inchieste raccontano alla società le dinamiche delle organizzazioni criminali. Sono sempre di più i giornalisti che pagano con l’arresto, con l’ostracismo e addirittura con la vita il diritto di libertà. Numerosi sono stati i rapporti fatti negli ultimi anni, da organizzazioni di tutto il mondo, per comprendere le reali difficoltà in cui versa il giornalismo. Giornalisti italiani costretti a vivere sotto protezione a causa delle minacce ricevute. A tal riguardo l’UE per far fronte alla situazione in cui versano i mezzi d’informazione ha istituito un fondo di emergenza per i media e la stampa e proteggere così la libertà di informazione e i giornalisti. La storia dell&#8217;uomo ci dimostra che l&#8217;</span><a href="http://www.provincia.bz.it/fp/gutenberg/glossario/glossari_i.html"><span style="font-weight: 400;">informazione</span></a><span style="font-weight: 400;"> è potere o sviluppo delle tecnologie dell&#8217;</span><a href="http://www.provincia.bz.it/fp/gutenberg/glossario/glossari_i.html"><span style="font-weight: 400;">informazione</span></a><span style="font-weight: 400;">, a partire dalla nascita della scrittura, con l&#8217;invenzione della stampa ed oggi con la diffusione di </span><a href="http://www.provincia.bz.it/fp/gutenberg/glossario/glossari_i3.html"><span style="font-weight: 400;">Internet</span></a><span style="font-weight: 400;">  ha sempre messo in risalto nella società le due facce della medaglia,  cioè la conquista di potere da parte di chi controlla e gestisce queste stesse tecnologie e dall&#8217;altra parte la necessità della </span><a href="http://www.provincia.bz.it/fp/gutenberg/glossario/glossari_d.html"><span style="font-weight: 400;">democrazia</span></a><span style="font-weight: 400;">. Dunque la libertà di stampa è uno dei diritti inalienabili per il mondo del giornalismo e della comunicazione. È una delle garanzie che ogni stato, insieme ai propri organi d’informazione, dovrebbe garantire ai cittadini e alle associazioni. Per nostra conoscenza  la  Dichiarazione di Windhoek è un documento composto da principi di stampa liberi, emessi da giornalisti africani durante un seminario organizzato dall’Unesco nella capitale della Namibia, dal 29 aprile al 3 maggio 1991, intitolato “Promuovere un indipendente e pluralista organo di stampa africano” quest’importante documento nacque con lo scopo di raccogliere i media pluralisti indipendenti di tutto il mondo sotto un’unica volontà e strumento di democrazia, fondamentale per accrescere i diritti universali dell’uomo: la diffusione della libertà di stampa, dunque  il significato e l’importanza della libertà di stampa all’epoca dei nuovi media, riflettendo  sul ruolo della stampa estera in Italia e dell’informazione ai tempi delle limitazioni personali e sociali dovute alla crisi pandemica. La libertà di stampa è una questione quanto mai attuale, un diritto di cui molti sono spesso privati anche nelle più stabili delle democrazie. La libertà di stampa è la libertà dei cittadini di essere informati, la libertà dei giornalisti di informare e di svolgere il proprio mestiere senza il peso di minacce o di precarietà. La classifica 2020 realizzata da Reporter Without Borders in merito alla libertà di stampa nel mondo vede l’Italia al 41° posto, dietro tutte le altre maggiori potenze europee e di Paesi in via di sviluppo come Ghana, Namibia. La crisi sanitaria avrà peggiorato la situazione di fatto c’è in una nota diffusa  dal Consiglio Europeo si sottolinea che il ruolo è più che mai essenziale affermando il principio che gli organi di informazione siano liberi e indipendenti. Ma, di fatto c’è che la libertà di stampa continua ad essere minacciata. I giornalisti continuano a lavorare in condizioni molto difficili.  L’UE è determinata a fare di più, in Europa e altrove; continuerà a coordinarsi con organizzazioni e meccanismi a livello internazionale e a sviluppare nuovi approcci, come ad esempio la proposta della Commissione europea per una legge sui servizi digitali, volta a responsabilizzare le principali piattaforme affinché rendano i loro sistemi più equi, sicuri e trasparenti. Continueremo anche ad agire per contrastare la disinformazione e a ricercare, assieme a tutti i partner, modalità efficaci per aiutare i media indipendenti a portare avanti modelli di business sostenibili. La libertà di pensiero e parola, anche a mezzo stampa, in Italia è sancita dall’art.21 della nostra Costituzione che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">L’informazione italiana rischia di morire nella sostanziale indifferenza delle istituzioni che invece dovrebbero difenderne il ruolo e la funzione costituzionale, con i provvedimenti che servono a rilanciare il settore che restano fermi in Parlamento, dalle proposte di legge di contrasto alle querele bavaglio, a quelle sul contrasto al precariato, sull’abolizione del carcere per i giornalisti, sulla tutela delle fonti. </span><span style="font-weight: 400;">Oggi, c’è l’esigenza di elaborare nuove proposte politiche per far sentire la propria voce sulla libertà di stampa a difesa della democrazia.</span><span style="font-weight: 400;"> Il silenzio che avvolge il fenomeno della censura, la sostanziale tolleranza delle autorità che ne permette la propagazione, la disattenzione della società civile che subisce senza neppure protestare sono perciò inspiegabili.</span><span style="font-weight: 400;"> Al silenzio si aggiunge la minimizzazione. È facile fare credere che il problema riguardi poche persone, soltanto i giornalisti e fra loro quelli più faziosi e imprudenti. Non è così. I giornalisti minacciati (che pure sono numerosi) sono soltanto le vittime più dirette della censura violenta. Essa in realtà colpisce direttamente</span><i><span style="font-weight: 400;"> </span></i><span style="font-weight: 400;">anche molti intellettuali, scrittori, attori, registi, opinionisti, attivisti, scienziati e tutti quelli che appena introducono nel dibattito pubblico informazioni e commenti fuori dal coro, idee nuove potenzialmente in grado di danneggiare determinati interessi (economici, politici o di altra natura) sono ostacolati con minacce e ritorsioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora più numerose sono le vittime indirette</span><i><span style="font-weight: 400;"> </span></i><span style="font-weight: 400;">della censura violenta, se consideriamo una vittima chi ne è danneggiato: i lettori dei giornali, gli utenti dei notiziari radiotelevisivi e online, gli operatori sociali, gli attivisti e tutti quelli che, a causa delle minacce, degli abusi e delle ritorsioni rivolte contro i giornalisti, non ottengono dai media informazioni che avrebbero diritto di conoscere e vedono così conculcato il loro diritto di partecipare liberamente al dibattito pubblico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È evidente perciò che la censura violenta danneggia l’intera società, poiché limitando la libertà d’informazione, limita la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica, È un tarlo che corrode la democrazia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La censura violenta è quindi un problema sociale, drammatico e attuale, ma non è percepito come tale. Non è chiaro ai più che gli episodi d’intimidazione, le minacce e le ritorsioni contro i giornalisti rappresentano un fenomeno che ha matrice, dinamiche e finalità unitarie e perciò deve essere contrastato con strategie e misure specifiche. Invece molti pensano che le minacce ai giornalisti siano un insieme di fatti episodici e slegati ai quali non bisogna dare molta importanza.</span><span style="font-weight: 400;"> Lo consente la limitata consapevolezza del fenomeno. Intervenire o non intervenire per impedire le intimidazioni e la censura violenta non influisce sul consenso politico, risolvere il problema o lasciarlo irrisolta non fa guadagnare né perdere voti. Ciò spiega anche perché rimangono disattese numerose raccomandazioni</span><i><span style="font-weight: 400;"> </span></i><span style="font-weight: 400;">a intervenire che le massime organizzazioni internazionali (Onu, Osce, Consiglio d’Europa, Parlamento europeo) negli ultimi anni hanno rivolto ai governi nazionali, richiamandoli all’obbligo positivo, (ovvero al dovere imposto dall’adesione a vari Trattati internazionali) di adottare misure di contenimento e contrasto della censura violenta. Per convincere le autorità a combattere la censura violenta, è necessario fare entrare la questione nel mercato del consenso politico; è necessario farla conoscere ai cittadini per ciò che è. Sarebbe facile facendo leva sui fatti, se si  conoscessero sistematicamente le violazioni più gravi del diritto d’informazione e le sue conseguenze sociali,  e utilizzando  sistematicamente questo nome saremo un grande passo avanti perché dice chiaramente e in modo efficace di che cosa parliamo e ci permette di fare capire che i paesi democratici stanno covando un male che avevano messo fuori legge da quasi un secolo e che oramai dovrebbe sopravvivere soltanto nei paesi autoritari, essendo connaturato con i regimi non-democratici,</span><span style="font-weight: 400;"> sarebbe importante considerare questo aspetto della questione e dire che, purtroppo, i Governi dei paesi liberi e democratici, stanno lasciando rientrare dalla finestra un terribile male che avevano messo fuori dalla porta. Lo stanno permettendo ignorando l’impegno di difendere i valori liberali dello Stato di diritto da ogni minaccia un impegno sottoscritto con l’adesione ai Trattati internazionali che lo prevedono. Queste inadempienze consentono alla censura di diffondersi come una malattia contagiosa incontrastata. Questa malattia oscura le notizie sgradite al potere, impone una censura che nessuna legge e nessun codice coerente con lo stato di diritto potrebbero consentire e </span><span style="font-weight: 400;">In Italia e in Europa, istituzioni e autorità dovrebbero fare di più per combattere la censura violenta ma ancora non vogliono arrendersi alla realtà che mostra la necessità di farlo. Si affidano a osservatori più indulgenti, a medici pietosi che fingono di non vedere l’estendersi della malattia e rinviano gli interventi necessari. E intanto questa malattia che affligge la libertà di informazione continua a diffondersi, si incancrenisce, miete nuove vittime, anche nel cuore d’Europa. Queste reazioni sotto tono fanno una pessima impressione. Fanno pensare che in un certo senso noi europei abbiamo cominciato a rassegnarci, ci stiamo convincendo che è inevitabile subire questi atti di ritorsione estrema contro i giornalisti e dobbiamo limitarci a contrastarli con la retorica.</span><span style="font-weight: 400;"> Spero che sia solo un’impressione, che la realtà sia diversa. Spero che i fatti successivi si incarichino di smentire in modo categorico l’impressione che l’assuefazione abbia guadagnato terreno. Ma non basta sperarlo. Bisogna impegnarsi affinché i fatti smentiscano la brutta impressione. Bisogna mobilitare tutti i difensori della libertà e dello stato di diritto. Bisogna convincere tutti coloro che puntano sulla rassegnazione che questa battaglia si può vincere facendo in ogni paese ciò che necessario ed è possibile fare in ogni paese, applicando le Raccomandazioni delle istituzioni internazionali finora inapplicate. Bisogna aiutare gli increduli a superare la loro incredulità (più o meno sincera) che non ha alcuna ragione di essere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi questa incredulità è la barriera che impedisce di affrontare e risolvere il problema. È la barriera da abbattere.</span><span style="font-weight: 400;"> Occorre che le forze sociali, le vittime indirette della censura violenta, facciano sentire la loro voce. Occorre rendere più ampia la consapevolezza del fenomeno. Occorre diffondere più ampiamente il patrimonio di conoscenze e i dati di fatto accertati e convalidati da autorevoli istituzioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Questa è la sfida per chi vuole difendere la libertà di stampa e di espressione dalle intimidazioni che assediano giornali e giornalisti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In molti hanno considerato il fenomeno fake news “preoccupante” e chiedono un forte intervento delle istituzioni;</span><span style="font-weight: 400;"> n</span><span style="font-weight: 400;">on chiamiamole più «fake news», false notizie, chiamiamole per quel che sono davvero, «disinformazione», manovre globali per creare in quantità industriale, con l’appoggio di Stati, lobby e poteri occulti nascosti nel web, campagne di menzogne ad hoc per inquinare il libero dibattito delle nostre democrazie: questa la scelta del Rapporto finale dell’High Level Group convocato dalla Commissione Europea per combattere il fenomeno. Oggi «fake news» è slogan che avversari politici e media usano come clava, uno contro l’altro. </span><span style="font-weight: 400;">Anche l’Ordine dei Giornalisti è pronto a collaborare nella lotta alle notizie false veicolate in rete. A molti vengono chieste spesso conferme sulla fondatezza di notizie che vengono fatte circolare sui social. Una piaga che esiste da tempo, I giornalisti devono essere sempre in prima linea nel verificare le fonti e raccontare la verità sostanziale dei fatti. Non è possibile tollerare manipolazioni e falsificazioni di informazioni fondamentali, soprattutto in una fase di emergenza epocale come il covid.</span><span style="font-weight: 400;"> L&#8217;attuale battaglia contro le fake news intende censurare l&#8217;informazione alternativa, per orientare il consenso e garantire gli interessi delle élite.</span><span style="font-weight: 400;"> Le «fake news», le «notizie false», non sono un’invenzione dei nostri tempi. Da sempre chi ha il potere o chi lo combatte, chi crea e controlla l’informazione e chi la subisce, hanno usato a volte lo strumento della «falsa notizia» per raggiungere i propri scopi, che potevano essere politici o religiosi, ideologici o criminali, economici o familiari. Nella storia ci sono stati esempi macroscopici di «notizie false» che hanno continuato a vivere per decenni o per secoli: si pensi alla «scoperta» della cospirazione ebraica internazionale descritta nei Protocolli dei Savi di Sion</span><i><span style="font-weight: 400;">,</span></i><span style="font-weight: 400;"> forse la più colossale fake costruita poco più di cento anni fa;  I regimi totalitari, ovviamente, furono tra i maggiori inventori e creatori di «fake news: i nazisti ritennero gli ebrei e i socialdemocratici responsabili della «coltellata alla schiena» che portò alla sconfitta tedesca. Nel 1918  i sovietici considerarono nemici del popolo milioni di operai e contadini, riempiendo così, gli uni e gli altri, i campi di lavoro, di prigionia e di sterminio che contrassegnarono la politica criminale dei due regimi in Italia, nel dopoguerra, molti giornali a grande diffusione sono stati coinvolti nel falso rinvenimento dei diari di Mussolini, e altrettanto è accaduto in Germania per quelli attribuiti a Hitler. La disinformazione si è sempre presentata in modo articolato, ed è sulla convinzione di una diffusa disinformazione voluta dal potere che sono circolate numerose contestazioni delle verità raccontate dai media. Teorie del complotto hanno messo in discussione che Neil Armstrong, il comandante dell’Apollo 11, avesse mai posto piede sulla luna. Cosa c’è di nuovo, allora, nelle «fake news» di cui si parla con insistenza da qualche tempo e che sono state ultimamente intrecciate con il termine di «post-verità» ’è il mutamento che internet prima e poi il successo e il diffondersi dei social successivamente hanno determinato nel rendere tutti partecipi dell’informazione, quasi che le notizie «vere» possano essere tali solo se approvate, condivise e accettate dalla stragrande maggioranza, e che false notizie possano diventare vere se, a loro volta, condivise e accettate da un numero consistente di persone. Un aspetto centrale delle attuali «fake news» è il rifiuto-accusa delle notizie della carta stampata, ma anche la circolazione di notizie che quella stessa stampa avrebbe censurato: nella campagna elettorale americana del 2016 Donald Trump e i suoi seguaci urlavano «fake news» ad ogni notizia giornalistica che non soddisfaceva il loro punto di vista; e, al tempo stesso, facevano circolare notizie «fake» che acquistavano la parvenza di veridicità proprio perché diffuse e rilanciate sui social. Quando l’obiettività dei fatti diventa meno rilevante e significativa delle convinzioni personali o dei sentimenti e delle emozioni, nel mondo dominato da internet e dai social, la strada per le «fake news» e la «post-truth» diventa sempre più percorribile, ma </span><span style="font-weight: 400;">se diamo un&#8217;occhiata alle cause del populismo, dei discorsi d’odio ecc., ci si accorge che queste non sono su Internet si trovano nella società stessa ed è proprio il clima sociale che dovremo cambiare.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Ragionieri</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2772" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Linformazione-nel-mondo-occidentale-allombra.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Quella censura che da sempre racconta un po’ la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Oliva]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La storia è sempre scritta dai vincitori. Quando due culture si scontrano, chi perde viene cancellato e il vincitore scrive i libri di storia, libri che sostengono la sua causa e condannano quella del nemico sconfitto.“ Questa citazione è tratta dal Codice da Vinci di Dan Brown, ma ognuno di noi vanta un insegnante di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2777-7" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/7_Quella-censura-che-da-sempre.mp3?_=7" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/7_Quella-censura-che-da-sempre.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/7_Quella-censura-che-da-sempre.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><b><i>La storia è sempre scritta dai vincitori</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. Quando due culture si scontrano, chi perde viene cancellato e </span></i><b><i>il vincitore scrive i libri di storia</i></b><i><span style="font-weight: 400;">, libri che sostengono la sua causa e condannano quella del nemico sconfitto</span></i><span style="font-weight: 400;">.“ Questa citazione è tratta dal </span><i><span style="font-weight: 400;">Codice da Vinci</span></i><span style="font-weight: 400;"> di </span><b>Dan Brown</b><span style="font-weight: 400;">, ma ognuno di noi vanta un insegnante di storia, o di latino, che gli abbia spiegato questo concetto magari riferito alle traduzioni del </span><i><span style="font-weight: 400;">De Bello Gallico</span></i><span style="font-weight: 400;">. Le fonti dei vinti, specie in una storia di grandi vittorie come quella romana è preponderante, se non unica. Ma oggi la guerra è cambiata. Si combatte con diverse armi. Anche con le parole e i mezzi di comunicazioni. E uno strumento privilegiato è la censura. I dittatori ne comprendono più di altri, quasi a pelle la centralità. Basti pensare alle strategie comunicative del Minculpop di fascista memoria. Ma gli esempi sono tanti. </span></p>
<p><b>La Censura in Russia: nelle parole e nei social.</b><span style="font-weight: 400;"> Non a caso quasi immediatamente dopo l’attacco </span><b>Putin ha impedito ai social di essere fruiti in Russia</b><span style="font-weight: 400;">, quelli americani in primis, come pure </span><i><span style="font-weight: 400;">Tik Tok</span></i><span style="font-weight: 400;"> che è cinese, ma imperante come il paese da cui proviene. </span><b>Da un punto di vista comunicativo</b><span style="font-weight: 400;"> è importante che il </span><b>popolo russo sostenga</b><span style="font-weight: 400;"> l’</span><b>operazione</b><span style="font-weight: 400;"> che il n.1 del Cremlino sta raccontando. Non ha mai parlato di guerra, attenzione perché le parole sono cruciali rispetto all’opinione pubblica. Ma di denazificazione e poi di smilitarizzazione dell’Ucraina. E spesso nei discorsi in cui ha parlato direttamente ai russi non si è risparmiato sui temi storici – ad onor del vero con ricostruzioni assai fantasiose – per giustificare la motivazione del ritorno alla potenza russa che fu: potete sceglie se l’ex URSS, la grande Russia o nell’escalation del delirio quella zarista. Come se domani mattina il presidente X dichiarasse che Roma vuole tornare ai confini dell’Impero nell’anno tale. </span><b>La storia a volte ricorre, ma di sicuro passa</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È anche vero che esiste anche un </span><b>racconto mediato</b><span style="font-weight: 400;">, questa volta né dai leader, né dai social: quello dei colleghi </span><b>giornalisti</b><span style="font-weight: 400;">. Delle grandi testate mondiali e dei </span><b>pochi</b><span style="font-weight: 400;"> giornalisti </span><b>sul campo</b><span style="font-weight: 400;">. Quelli più a rischio, quelli più noti che in questi anni hanno raccontato l’Afghanistan, ad esempio, come le “primavere arabe”. Che in questi giorni stanno lavorando per diverse testate e con </span><b>mezzi di fortuna</b><span style="font-weight: 400;">. Con la difficoltà della benzina razionata in territorio ucraino e delle “guide” locali che se sono rimaste è per combattere nella Resistenza. Facendoci sapere di più dell’orrore: dei </span><b>civili morti</b><span style="font-weight: 400;">, dei </span><b>bambini</b><span style="font-weight: 400;">, dei milioni di </span><b>profughi</b><span style="font-weight: 400;"> che stanno cercando di scappare fisicamente dall’Ucraina lasciando il cuore nel proprio paese. Forse anche per questo sarebbe più etico lasciare a loro il ruolo da protagonisti in questo racconto senza tentazioni da protagonismo social. Perché poi anche nel confine sicuro della Polonia a far scattare una figura barbina per una maglietta non c’è nessuna censura per ora. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sul campo poi in specie in Russia &#8211; in Ucraina per ora sono di più &#8211; sono rimasti tra gli italiani praticamente i giornalisti freelance, i meno tutelati della categoria che stanno raccontando questa guerra su quel fronte. Dopo la decisione storica e dolorosa delle Rai di chiudere l’ufficio di corrispondenza da Mosca per sicurezza. Troppi rischi di finire nel mirino delle sanzioni incrociate. In questa brutta stagione riassunta da una frase che in questi giorni rimbalza sui social scritta da un cittadino russo colpito dalle sanzioni americane: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Non mi interessa il Dondss, ridatemi Netflix”</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il riassunto di quello di occidentale che il popolo russo sta perdendo in questa guerra. Quello che per ora sa per l’azione della censura del suo leader.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Angela Oliva</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2779" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Quella-censura-che-da-sempre-racconta.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Il giornalismo costruttivo, una “rete” per intrappolare le fake news</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Mignini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista ad Assunta Corbo firma del Giornalismo Costruttivo Sembra un binomio inevitabile quello delle fake news e social network. Negli ultimi tempi l’informazione giornalistica di qualità ha dovuto fronteggiare e contrastare il fenomeno della disinformazione sempre più dilagante sui social. Il contesto che stiamo vivendo ha fatto da acceleratore alla richiesta di informazione mordi e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2794-8" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/5_Fake-news.mp3?_=8" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/5_Fake-news.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/5_Fake-news.mp3</a></audio>
<p><b>Intervista ad Assunta Corbo firma del Giornalismo Costruttivo</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sembra un binomio inevitabile quello delle fake news e social network. Negli ultimi tempi l’informazione giornalistica di qualità ha dovuto fronteggiare e contrastare il fenomeno della disinformazione sempre più dilagante sui social. Il contesto che stiamo vivendo ha fatto da acceleratore alla richiesta di informazione mordi e fuggi: tutti vogliamo sapere tutto e ci affidiamo a qualsiasi voce senza distinguere le fonti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel corso del 2021 ben 14 milioni e mezzo di italiani hanno utilizzato Facebook per ottenere notizie di cronaca generale. Oltre 4 milioni e mezzo utilizzano esclusivamente i social network come canale di informazione anche se l’86,8% delle persone pensa che le notizie presenti sul web dovrebbero essere oggetto di regole e controlli più accurati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Stando a questi dati dell’Osservatorio permanente Ital Communications-Censis, la tipologia di utenti che utilizza i social come fonte per informarsi (14-80 anni) è ben il 30,1% ad utilizzare Facebook come fonte d’informazione e di questi il 33% è donna e il 41,2% laureati. Tra gli altri social network utilizzati per ottenere notizie, il 12,6% degli italiani sceglie YouTube (tra i giovani la percentuale sale al 18%) mentre il 3% predilige Twitter (la percentuale, anche in questo caso, è più alta nei giovani, con il 5%). I “consumatori di notizie” non sembrano però ignari dei rischi che si possono correre sui social: il 55,1% pensa che il digital fomenti sentimenti quali rancore, odio e conflittualità e tale percentuale sale tra le donne (58,9%) e tra gli under 34 (58,4%). Da non sottovalutare anche il 22,6% che teme di imbattersi nei “famigerati” haters. La soluzione migliore nei confronti delle fake news sarebbe invece, per il 56,2% degli italiani, quella di predisporre pene più severe per coloro che contribuiscono a diffonderle in modo deliberato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La pandemia ha accentuato tutto questo fenomeno, il motivo risiede nella praticità di trovare nel proprio social le info e gli approfondimenti di cui abbiamo bisogno nel momento in cui navighiamo online, ma gli italiani (86,4%) ritengono che le fonti accreditate risiedano altrove: nei quotidiani (cartacei o online), tv e radio perché questi possono avvalersi di esperti e professionisti. Da questo punto di vista i social sono attendibili solo per il 34,3% mentre la televisione schizza al 74,5%. Nel 2021 l’utenza internet in Italia ha toccato quota 83,5%. Rispetto al 2019 la crescita è stata di 4,2 punti percentuali. In crescita anche l’utilizzo degli smartphone all’83,3% (+7,6%) e l’uso dei social network al 76,6% (+6,7%).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da circa due anni, un pool di giornalisti professionisti e comunicatori ha scelto di agire in controtendenza per creare una alternativa ai titoli acchiappaclick e alla logica dell’editoria clickbaiting: il Constructive Network è oggi la voce autorevole del giornalismo costruttivo Italiano che fa della ricerca delle soluzioni la prerogativa principale. Assunta Corbo è giornalista, blogger, autrice, speaker e ambasciatrice per l’Italia del Constructive Network e ci spiega cosa significa fare una comunicazione diversa e perché oggi è necessaria.</span></p>
<p><b>Assunta il Constructive Network è oggi una realtà che coinvolge oltre 100 professionisti della comunicazione e giornalisti, un numero importante destinato a crescere. Come nasce questa rete e a quale bisogno da parte dell’utenza risponde?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Da alcuni anni, ormai, il giornalismo viene definito in crisi di credibilità e fiducia da parte dei lettori. Ed è un dato di fatto dettato dalla trasformazione che ha avuto la professione nel corso degli anni. L’avvento dei media digitali ha fatto sì che crescessero le voci e i punti di vista da un lato e che si determinasse l’urgenza di arrivare primi dall’altro. Il risultato è un’informazione approssimativa,</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">superficiale e poco curata che ambisce ad ottenere il click del lettore piuttosto che la sua attenzione. Il Constructive Network nasce proprio con l’intento di dare voce a professionisti dell’informazione e della comunicazione che amano la professione giornalistica e ne riconoscono l’alto valore sociale. Siamo uniti nella certezza che si possa ambire ad arrivare meglio piuttosto che primi attraverso un giornalismo più pensato e costruttivo: il giornalismo che racconta soluzioni.</span></i></p>
<p><b>Troppe notizie sono il problema e non la soluzione hai dichiarato recentemente e il Constructive Network anche attraverso la formazione porta avanti metodo per centrare gli obiettivi di una comunicazione funzionale e costruttiva. Quali sono i principi su cui si fonda questo modo di fare notizia?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Il principio fondamentale è che per ogni problema esistono diverse soluzioni e noi giornalisti siamo chiamati a cercarle e raccontarle. Il giornalismo costruttivo e delle soluzioni, infatti, parte dalla narrazione del problema contestualizzandolo, si concentra poi sui dettagli di una o due risposte possibili raccontandola in modo da essere da ispirazione a chi legge e fornisce dati e limiti della soluzione stessa. Una cosa importante, infatti, è mettere in luce le evidenze che mostrano come una possibile risposta al problema funziona così come evidenziare i limiti della soluzione stessa. Dove non è replicabile? Quali elementi sono ancora sviluppabili? Il giornalismo costruttivo e delle soluzioni è onesto e orientato al lettore. Vuole educarlo a comprendere la complessità del mondo pur fornendo visioni ottimistiche – e non fataliste – sul futuro.</span></i></p>
<p><b>News 48 è il primo magazine di giornalismo costruttivo in Italia, un punto di incontro con i lettori per costruire un dialogo in cui la comunità sia parte integrante del cambiamento. Studiare cosa cerca il lettore e trovare risposte alle domande è l’obiettivo del giornalista. In che modo il lettore può partecipare attivamente alla crescita del network e come può avvicinarsi a questa realtà?</b></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Siamo molto attenti alle esigenze del nostro lettore e ci prendiamo cura anche dei suoi dubbi. Organizziamo eventi di divulgazione e incontri su come informarsi in modo costruttivo. Allo stesso modo attraverso le storie pubblicate su News48 e scritte dai membri del Constructive Network riusciamo a portare loro un giornalismo indipendente e approfondito. Il tutto in forma completamente gratuita. Il nostro network riesce a svolgere le sue attività grazie alle donazioni libere dei nostri lettori che ci sostengono con interesse e partecipazione. Allo stesso tempo è importante per noi che i contenuti che produciamo vengano condivisi per arrivare a quante più persone.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Grazie </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Cristina Mignini</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2795" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Il-giornalismo-costruttivo-una-rete-per.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Censura mon amour</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La città intelligente]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Zaccagnini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2781-9" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_Censura-arma-a-doppio-taglio-online-audio-converter.com_.mp3?_=9" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_Censura-arma-a-doppio-taglio-online-audio-converter.com_.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/4_Censura-arma-a-doppio-taglio-online-audio-converter.com_.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">Non è piaciuta a Instagram la foto di nudo in copertina che ritrae Blanco e Mahmood, niente promozione perciò per la rivista che li ospita. L’episodio è accaduto qualche giorno fa ma di eventi di questo tipo ne è piena la storia. Se pensiamo ai vangeli apocrifi non accettati e ritenuti pericolosi dalla chiesa per i contenuti che rivelano qualcosa di diverso riguardo alla vita di Gesù riportata nei Vangeli canonici.   “</span><b>Apòcrifo</b><span style="font-weight: 400;"> dal lat. tardo </span><i><span style="font-weight: 400;">apocry̆phus</span></i><span style="font-weight: 400;">, gr. ἀπόκρυϕος «occulto, segreto», der. di ἀποκρύπτω «nascondere»” (fonte: Treccani.it). Qualcosa da tenere segreto, da nascondere, da non diffondere perché fuorviante, confonde le idee rischiando di far vedere le cose come realmente sono. Un attacco al potere.   Nel mondo dell’arte veli sulle nudità dipinte da Michelangelo nel “Giudizio Universale” e nel 1863 l’opera di Manet “Colazione sull’erba” fu ritenuta immorale. Nel 1852 il romanzo “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe fu ritirato negli USA, da molti stati del sud perché raccontava della schiavitù del popolo nero. Negli anni ‘50 molti tagli sulle battute nei film del Principe De Curtis, in arte Totò, stessa sorte per molti registi censurati in Italia per oscenità, contenuti scomodi, vilipendio, offesa al buon costume. Molti gli argomenti e i settori sui quali l’attività censoria si è abbattuta negli anni, se pensiamo alle critiche sulle rivoluzionarie e provocatorie campagne di Oliviero Toscani o alle pubblicità dai contenuti ritenuti sessisti, che avrebbero minato la sensibilità di diverse categorie pronte a stagliarsi contro qualsiasi elemento “fuori luogo”.  Si cammina sui carboni ardenti e si deve stare attenti a non bruciarsi, l’attenzione deve essere sempre al massimo se non si vuole rischiare grosso. Viviamo sul filo del rasoio con l’ombra del politicamente corretto sempre alle spalle, non offendere, restare al di fuori del coro e riuscire a trasmettere concetti senza danneggiare nessuno è diventata un’impresa non da poco. Quando poi un sistema impone delle regole si sa, bisogna rispettarle altrimenti la gogna è sempre libera. Ma allinearsi è proficuo? “Nel bene o nel male, purché se ne parli” è una regola che vince? Sembrerebbe di sì, infatti a dare più fastidio è sempre la nota (apparentemente) stonata che è anche quella di cui parlerà all’infinito facendo di necessità virtù. Oggi c’è la ricerca spietata alla notizia che può diventare titolone anche a rischio di distruggere una reputazione, anche quando la fonte può non essere certa. Mestieranti che pensano di poter giocare con la vita altrui pur di assaltare le cronache ed arrivare al successo, magari anche per quattro soldi. Il web invaso da fake news, profili fake, notizie fake giocando d’azzardo, diffondendo frottole sui casi di cronaca più tristi ed angosciosi. Senza nessuna pietà, alla ricerca della notizia appetitosa anche se bisogna inventarla, ma gli italiani in questo sono maestri. Dai vangeli ad oggi cosa è cambiato? Solo i mezzi, per il resto si continua ad alzare il polverone, a dare risalto e allo stesso modo a occultare a far sparire senza lasciare traccia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“E io censuro! Censuro! Sono un censore autorizzato” </span><i><span style="font-weight: 400;">Totò, I due marescialli</span></i><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Maria Zaccagnini</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2783" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/censura-mon-amour.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>La Paura fa censura! Storie di processi di cancellazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 16:45:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Di Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Censura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La dittatura ha una funzione. Strano ma vero. Nulla nella storia dell’uomo nasce a caso, e se qualcosa nascesse per sbaglio di certo non sarebbe una forma di governo! Ma allora a cosa è servita? Gli esempi da fare sarebbero molti: utilizzerò la Grecia del V secolo a.C. Questo periodo fu davvero meraviglioso e di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-2789-10" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/2_La-paura-fa-censura.mp3?_=10" /><a href="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/2_La-paura-fa-censura.mp3">https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/2_La-paura-fa-censura.mp3</a></audio>
<p><span style="font-weight: 400;">La dittatura ha una funzione. Strano ma vero. Nulla nella storia dell’uomo nasce a caso, e se qualcosa nascesse per sbaglio di certo non sarebbe una forma di governo!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma allora a cosa è servita? Gli esempi da fare sarebbero molti: utilizzerò la Grecia del V secolo a.C.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo periodo fu davvero meraviglioso e di grande svolta per la storia umana. Se il filosofo Umberto Galimberti ritiene la Grecia è madre del popolo più intelligente mai esistito sulla terra un motivo ci sarà.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La cultura nasce in Grecia e in questo periodo ha un repentino sviluppo. Non per nulla fu un periodo di egemonia ateniese, dove il grande sviluppo sociale, artistico, culturale ed economico vuole questa età denominata come età d’oro di Atene.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo la pace segnata con la Persia, il tiranno Pericle, con un grande mossa politica, trasferì il tesoro della lega delio-attica da Delo ad Atene. La polis aveva il dominio militare sulla Grecia intera.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma allora come fece un solo uomo a condurre la scena politica nella patria della democrazia?  Pericle fu tiranno perché ad Atene sembrò la scelta più vantaggiosa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per raccontare tutta la storia del V sec. a.C. ad Atene non basterebbe un libro! (infatti, ce ne sono moltissimi). La cosa che qui ci preme raccontare fu la fine del Tiranno Greco. Pericle venne </span><b>ostracizzato</b><span style="font-weight: 400;">. Cosa significa questa parola? Gli </span><i><span style="font-weight: 400;">ostrakon</span></i><span style="font-weight: 400;"> erano dei frammenti di ceramica, dei cocci, utilizzati come i moderni post-it, non solo in Grecia ma anche in Egitto o nella Persia. Scrivere un appunto richiedeva un supporto, che non poteva essere la carta non essendo ancora stata inventata! Ebbene in Grecia la pratica dell’ostracismo prevedeva di scrivere sul frammento di ceramica il nome di chi appariva una minaccia per la democrazia, quest’ultimo sarebbe stato esiliato per dieci anni dalla città. A Pericle successe di peggio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un tiranno è sempre un tiranno, anche se fa cose buone. Lo pensavano anche i romani quando cancellarono quasi del tutto la scrittura etrusca nonostante questo popolo viene ricordato dagli stessi romani come prolifero nell’arte dello scrivere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In effetti a Roma, dopo la fine della monarchia, c’era un grande problema con la parola Re. E ricordiamo che i Re erano stati anche etruschi. Ma non fu solo questa la causa della loro cancellazione, erano i perdenti, gli sconfitti, coloro che avevano una grande e brillante cultura, da cui Roma prese tantissimo, a finire sotto il giogo della Lupa. Che soddisfazione!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma abbiamo esempi anche più antichi come quello del Faraone eretico, Akhenaton, appartenente alla XVIII dinastia, regnò per diciassette anni fino alla sua morte nel 1335 a.C.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Amenofi IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton voleva portare il monoteismo in Egitto, un luogo che, già da duemila anni era politeista! Ogni città aveva le sue divinità ed erano veramente tante. Ma perché questo cambiamento? In realtà fu un fatto politico più che ideologico. I sacerdoti del dio Amon erano diventati troppo ricchi e potenti. Andavano contrastati. Così il faraone pensò di istituire un solo culto al dio Aton, il disco solare. Ciò non avvenne se non per un brevissimo periodo durante il suo regno e il nostro Akhenaton subì quella che viene chiamata </span><i><span style="font-weight: 400;">damnatio memoriae</span></i><span style="font-weight: 400;">, venne così cancellato il suo nome dagli elenchi dei faraoni. Chi portò dopo di lui l’eredità dannata? Un figlio che cercò di rimettere le cose al proprio posto con scarsi successi. Chi era? Il famoso Tutankhamon (che cambiò il suo nome originali Tutankhaton per garantirsi nuovamente il favore dei sacerdoti di Amon) </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma successe anche da noi, Nevio Pompuleio, Guerriero di Capestrano, Re dei Vestini. La sua famosa statua conservata al museo di Villa Frigerj a Chieti venne ritrovata in pezzi. Appositamente demolita rompendola all’altezza delle caviglie. Gesto emblematico di una </span><i><span style="font-weight: 400;">damnatio memoriae</span></i><span style="font-weight: 400;"> operata senza bisogno di scrittura.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutti grandi dittatori a tratti diversi dai più vicini a noi ma anche molto simili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La dittatura o la tirannide entrano in gioco in momenti di profonda crisi, economica, sociale, culturale. In momenti in cui le persone si sentono disarmate, impotenti, con un grande bisogno di una guida che li aiuti ad uscire da una situazione precaria. Coincidenze che capitano fin troppo spesso nella storia. Un dittatore può portare avanti grandi imprese ma ciò comporta la limitazione della libertà e tal volta la presa di “capri espiatori” da sacrificare sempre per plurime ragioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La censura diventa quindi uno strumento di comando fondamentale. Più la cerchia che gestisce il potere è piccola più le forme coercitive di controllo saranno maggiori e rigide. La storia lo insegna, è un assioma fondamentale!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da studiosa del passato vedo il presente e mi auguro che questo fenomeno non si ripeta, anche se le premesse ci sono. Sembrano differenti ma non lo sono affatto!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vogliamo parlare di come l’Imperatore Augusto abbia utilizzato la propaganda per farsi amare e per far rispettare delle leggi sia a tutela dello stato sia morali? E devo aggiungere che i nostri politici attuali non hanno ne la cultura ne le abilità del famoso imperatore ma suscitano lo stesso una sudditanza senza eguali. Inversamente proporzionale al loro grado di acculturazione e direttamente proporzionali ai facili slogan! (tutti comprendenti parole del campo dell’edilizia come ruspa o asfaltare…preferisco Ovidio)</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Volgiamo parlare di come il codice di Hammurabi, tra le più antiche raccolte di leggi, scritte nel XVIII secolo a.C. sembrano così attuali inneggiate dalle masse caricate di odio? (occhio per occhio, dente per dente) Spesso più sana e tutelatrice, dopo quasi 4000 anni, rispetto a uomini senza la minima umanità che giocano a fare i ministri sulla vita di persone racchiuse in varie categorie senza diritto… </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La storia antica sembra lontana ma insegna tanto quanto quella moderna. Guardatevi dall’ignorare il passato! E’ solo un ottimo pretesto per ripetere, in maniera infantile, sempre gli stessi errori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ricordate che il benessere di “pochi rispetto ai molti” non va mai fuori moda e chi vi dice che la storia non serve vi vuole ignoranti e manovrabili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo dico senza censure.</span></p>
<p class="p1" style="text-align: right;">Andrea Di Giovanni</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-2790" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/La-paura-fa-censure.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://lacittamagazine.it/la-paura-fa-censura-storie-di-processi-di-cancellazione/">La Paura fa censura! Storie di processi di cancellazione</a> proviene da <a href="https://lacittamagazine.it">La Citt&agrave; Magazine</a>.</p>
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